Ancora una volta Norma

Secondo racconto classificato per il concorso di fine anno “A volte ritornano” – Livello avanzato

di Anna LiVecchi

 

Ancora una volta Norma

Il mio nome, Alfredo, non è casuale ed è di assoluta pertinenza in questa storia.

In verità avrebbero voluto chiamarmi Violetta come la protagonista della Traviata, ma, per ovvi motivi, si accontentarono di darmi il nome dell’uomo che Violetta amava.

Sono cresciuto in mezzo all’opera; mio padre lavorava come tecnico luci presso il Teatro La Scala e lì aveva maturato un amore primordiale per la lirica. Ciò che sapeva, lo aveva appreso in modo istintivo, senza conoscere le trame o le parole delle opere. Su quel palcoscenico succedeva qualcosa che lo emozionava al punto da farlo piangere.

Mi portava con sé durante le prove e le pomeridiane. Io restavo nascosto per ore dietro una tenda di velluto da cui vedevo tutto. I miei occhi non si muovevano abbastanza in fretta da tenere sotto controllo i movimenti dell’orchestra, i lampadari luccicanti e il pubblico elegantissimo che prendeva posto. Il momento che preferivo era quando la sala si faceva buia, il sipario si apriva e loro entravano. Inizialmente immobili, quei signori sembravano accendersi man mano che la musica li liberava da un incantesimo.

Una sera, durante la stagione 1955-56, andai eccezionalmente alla prima della Traviata. Mio padre voleva che vedessi quell’Alfredo da cui avevo preso il nome, e naturalmente Violetta. Solo per quest’ultima conservo ricordi. Alla fine del primo atto, andammo nei camerini e lì la vidi, altissima e regale. Ringraziava pazientemente chiunque l’avvicinasse volgendo la testa ora a destra, ora a sinistra.

Poi il suo sguardo incrociò il mio.

– Chi è questo giovanotto?

– Mi chiamo Alfredo, ho dieci anni e se fosse nata una bambina mi avrebbero chiamato Violetta, come lei.

– Ma io sono Violetta solo sul palcoscenico. Sai come mi chiamo?

– Sì. Lei è Maria Callas, la Divina.

Sorrise e chinandosi mi baciò sulla testa.

Nell’andare via, le cadde un guanto bianco.  Lo nascosi in tasca e per i restanti due atti lo tenni stretto, come fosse la sua mano.

Ho raccontato questa storia centinaia di volte ai clienti che accompagnavo al Teatro. La vita infatti mi aveva portato a fare il tassista. Inizialmente ritenevo che il mio lavoro mi avrebbe permesso di coltivare la mia passione. Sostavo davanti alla Scala tutto il giorno nella speranza di accompagnare qualche artista; e con l’autoradio ascoltavo l’opera instancabilmente, ignorando le lamentele di passeggeri incompetenti che non apprezzavano il genere. Credo sia per questo che un giorno ricevetti una lettera di richiamo dalla Cooperativa con cui lavoravo: in seguito a diversi reclami, mi invitavano ad “assecondare le richieste dei clienti in materia musicale”, cioè lasciar perdere la lirica.

Alla fine della giornata, finalmente a casa, mi rifugiavo in poltrona per ascoltare in santa pace le opere che tanto amavo. Quella sera avevo scelto Norma, e ascoltando Casta Diva più e più volte mi ero assopito. Fu allora che, non so se nel sogno o nella realtà, la vidi.

– E basta con questa lagna! Non se ne può più di Casta Diva. Avrò pure interpretato qualche altro ruolo?

Mi raddrizzai sulla poltrona.

– Ma lei… è Maria Callas!

Se ne stava ritta e imponente come quando l’avevo vista da bambino.

– Si ricorda di me? Sono Alfredo, Teatro La Scala, 1956.

– (Non si chiamava Gianni Raimondi? E sì che li ricordo tutti, i tenori con cui ho lavorato…) Tenore?

– No, spettatore.

– Direi di no. Il suo nome non mi dice proprio nulla.

– Mi regalò un guanto. Cioè, non fu proprio un regalo.

– (Ma chi è questo babbeo?) Il suo nome mi sfugge… Vorrei solo che la finisse con questa noia mortale di Casta Diva.

Fermai il disco e, quando mi girai, lei era sparita.

Il giorno dopo avevo scelto La Bohème. Questa volta fui attento a non addormentarmi, ma lei riapparve.

– Sublime! Ottima scelta e, diciamolo pure, magnifica interpretazione.

– Signora Callas, lei… lei è un fantasma?

– Che sciocchezza. Io sono la Divina, e le divinità sono eterne, non hanno bisogno di fantasmi.

– Allora lei è lo spirito della Callas?

– Io sono Maria Callas. Niente di più, niente di meno.

– Maria Callas in carne e ossa. Posso toccarla?

– Mi scusi, lei è forse un maniaco? Prima quella storia del guanto e ora mi vuole toccare.

– Ma il guanto l’ho davvero! Aspetti, vado a prenderlo.

– Cosa me ne importa del guanto! Mi perdoni, a volte perdo la calma. Quello che voglio dire è che, anche se lo ha serbato con cura, quel guanto appartiene al passato.

– Ha ragione, Signora. È un privilegio averla nella mia umile dimora. Mi farebbe l’onore di cantare? Sarebbe una tale emozione sentire la sua voce del vivo ancora una volta!

– Si figuri! Non canto da anni, mi sono ritirata dalla scena, e la mia decisione è irrevocabile. Alla mia età è meglio ricordare le glorie passate e non sfidare gli acuti.

– A pensarci bene, in effetti, lei oggi dovrebbe avere 90 anni.

– Le sembra il modo di rivolgersi a Maria Callas? E poi io sono la Divina, le ho già detto che sono eterna, non ho età. (Ma che diavolo ci faccio qui, in questo appartamento e con questa specie di nullità?)

– La prego! Canti ancora una volta. Se anche sbaglia un acuto, la sentirò solo io che sono una specie di nullità.

– (Oddio. Vuoi vedere che il vecchietto mi legge nel pensiero? Come ha detto di chiamarsi…)

– Alfredo, come quello della Traviata.

– (Perdinci, mi legge proprio nel pensiero!) Alfredo, lei mi è simpatico; con quella sua aria sempliciotta, un po’ grigiolina, mi ricorda il mio primo marito. Per qualche strana ragione, la fortuna ha voluto che noi due ci incontrassimo, perciò voglio farle un regalo. Se trova un teatro in cui io possa esibirmi da sola, canterò un’aria o due.

– Dice davvero? Che emozione! Promette di fare Vissi d’ArteO mio Babbino caro, e naturalmente,Amami Alfredo, poi magari un’aria dalla NormaCasta Diva?

– Eh no! Casta Diva no. L’avrò fatta un milione di volte e di Norma non ne posso più. Alla scaletta ci penso io. Lei intanto si preoccupi di trovare un teatro degno di Maria Callas.

Ero così esaltato all’idea che la Callas avrebbe tenuto un concerto per me, che non capii in che guaio ero finito. Dove lo trovavo un teatro degno della Divina?

Per settimane non pensai ad altro. Poi mi parlarono del Teatro Gerolamo, che sembrava perfetto per la circostanza.  Quando andai a visitarlo, però, scoprii una situazione drammatica. Il teatro non veniva utilizzato da trent’anni: mancavano il foyer e le luci, le poltrone erano piene di polvere e il sipario ridotto a uno straccetto.

Decisi di affittarlo per un mese: quello era il tempo che mi occorreva per riportare il teatro allo splendore di una volta. Ci vollero tutti i miei risparmi, più un piccolo prestito.

Da allora, Maria era ricomparsa altre due volte. La prima per comunicare la scaletta della serata:

– Quattro brani. Non uno di più. Come da sua richiesta farò: Amami AlfredoVissi d’ArteO mio Babbino caro, infine l’habanera della Carmen.

La seconda volta fu per chiedere in quale teatro si sarebbe esibita.

– Teatro Gerolamo? Che cos’è? Il cineforum del quartiere? Il salone dell’oratorio?

– Mi faccia spiegare. È un teatro storico, costruito nel 1867 a imitazione della Scala: pianta a ferro di cavallo, due ordini di palchi, loggione e platea. Tutto in formato mignon. Dal momento che ci sarà un solo spettatore e una sola cantante, ho pensato potesse andare bene.

– D’accordo, d’accordo. Apprezzo lo sforzo, e poi mi ricorda proprio il mio Meneghini.

– Se mi permette, vorrei chiederle che giorno sarà il concerto.

– Quando il teatro sarà pronto, e quando il pubblico avrà atteso e bramato l’arrivo della Divina, allora il concerto avrà inizio.

Lavorai instancabilmente per ridare al teatro un aspetto decoroso. A quel punto, iniziai a recarmi lì tutte le sere, dopo il lavoro, con indosso un elegante abito blu. Accendevo le luci, i riflettori e al momento che ritenevo giusto, suonavo la campana che segnalava l’inizio dello spettacolo.

Eppure niente. Neanche il fantasma di Maria Callas. Trascorsi un’intera settimana fissando un palcoscenico vuoto.

Cominciavo a nutrire il dubbio che fosse stata tutta un’allucinazione. Avrei dovuto riconsegnare il teatro dopo pochi giorni. Ero stanco, non dormivo da settimane e rimpiangevo la poltrona di casa. Ma una sera, mentre ero immerso in questi pensieri, udii un suono.

La campana annunciò l’inizio dello spettacolo. Io mi sentivo come quel bambino che sessant’anni prima si nascondeva dietro una tenda del teatro aspettando di essere catturato dall’incantesimo.

Il sipario si aprì e lei apparve avvolta in un vestito rosso, salutava con le lunghe braccia inguantate un pubblico adorante. Con la sua presenza, il teatro sembrò trasformarsi nel più grande di tutti i tempi. L’orchestra iniziò a suonare e, un brano dopo l’altro, Maria Callas divenne Violetta, Tosca, Lauretta e infine Carmen.

Poi scomparve dietro una quinta. Io applaudii la Divina, chiamandola a gran voce. Infine, mi avviai verso l’uscita, voltandomi un’ultima volta.

Il sipario era ancora aperto quando udii il suono del primo flauto, che non lasciò alcun dubbio:Casta Diva.

Sarebbe stata Norma ancora una volta.

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