Gli occhiali di bachelite

Primo racconto classificato per il concorso di fine anno “A volte ritornano” – Livello avanzato

di Andrea Salonia

 

Gli occhiali di bachelite

 

È mamma che mi ha insegnato questo mestiere: mettere la luce negli occhi della gente. E lei, ancor prima, aveva imparato dal nonno, sempre nello stesso negozio, quello dietro San Fedele, con gli scaffali in legno chiaro, zeppi zeppi di occhiali.

Nonno cominciava col guardarti, con gli occhi come due fessure così sottili che mai avresti pensato fosse sveglio. Alcuni minuti di assoluto silenzio; studiava la preda, restava immobile, e con lui pure tutto il negozio. Poi un lungo respiro, come se prima d’allora non avesse mai avuto aria nei polmoni. Ed ecco che partiva a tracciare segni sulla carta, e muoveva le mani come rondini impazzite, di qua e di là, senza riposo, fino a disegnare i nuovi occhiali. Più o meno stondati, o nervosi nelle forme, in osso, in celluloide, sempre con il colore più indovinato.

Nonno aveva una grazia tutta sua nell’appoggiarli sul naso delle persone, e appena indossati ecco la magia, gli occhi prendevano vita, e il viso s’illuminava. Ogni volta. Anche nei giorni più scuri, quelli dove non si scorgeva che notte, e mancava il fiato.

Gli occhiali di nonno rubavano un poco delle persone, e tolti dal naso il viso era più povero: le sue lenti portavano con sé qualcosa di quegli uomini e di quelle donne, alcune delle loro storie. Talvolta anche solo una lacrima, rimasta imprigionata nella bachelite.

Anche gli occhiali di mamma avevano quel segreto; s’impadronivano dello sguardo della gente, ed erano capaci di raccontarti chi ci fosse dentro quegli occhi.

Questa era la magia degli occhiali di nonno, poi di mamma, e ora dei miei.

Ero dietro gli scaffali degli occhiali rossi e verdi, il pomeriggio in cui Miriam entrò nel mio negozio. Era delicata, e sfiorava le montature di sfuggita, quasi bruciassero. Sarà per il sole che attraversava i colori, sarà che Miriam aveva una sua luce insolita, ma la magia di nonno aveva cominciato a pizzicarmi le dita. Subito. Come se fossero in gabbia, volessero fuggire, e piroettare sulla carta.

Avevo Miriam davanti, ora: la vedevo attraverso le lenti, ed era bella. Una bellezza lontana, un po’ fredda, come di brina al mattino. Aveva una testa piena di ricci color arancio, che le cadevano un poco sulle spalle. Cercava, lo sguardo per ogni dove, ma senza davvero vedere, come fanno i miopi.

– Buongiorno. Come posso esserle di aiuto? Desidera un occhiale in particolare?

– Grazie. Ho rotto i miei, e non vedo bene. Vorrei degli occhiali buoni, e neri. E robusti…per favore.

Miriam terminava le parole con un accento straniero, marcando le ultime sillabe così che le frasi componevano una loro particolare cantilena. E odorava di fiori.

– Ma certo, si accomodi. Prendo un foglio, e in un secondo sono da lei.

Disegnavo gli occhiali, come avevano fatto nonno e mamma prima di me. Di solito la gente li osservava, dava consigli, un po’ più curvo qui, questa vite meno evidente, una tonalità meno opaca. Poi sceglievamo insieme tra tutti gli occhiali del negozio. Ne avevo ovunque, sulle sedie, sui tavoli, perfino sopra i termosifoni. Era un negozio antico, il nostro, una sola vetrina sulla strada, ancora con le insegne dipinte. Il tempo ne aveva graffiato gli oggetti, i muri, e anche le persone. Mamma me lo aveva lasciato, insieme coi segreti delle lenti e la sua magia, e un giorno mi aveva salutato.

Mi ero seduto davanti a Miriam. Sapeva di buono, e di iris, una scia così intensa che quasi mi stordiva. Miriam aveva sollevato la testa, di colpo, come uno di quei vecchi pagliacci a molla con la bocca larga e il sorriso stampato. Quelli che saltavano fuori dalle scatole regalo, quando meno te lo aspettavi. Avresti dovuto ridere, ma provavi solo paura.

Proprio così; Miriam mi aveva piantato gli occhi addosso, come se l’avessero tirata su per i capelli. Mi aveva guardato fisso, senza vedermi per davvero. Erano occhi bui, e il nero occupava tutto, senza pause fino al margine dell’iride, come quelli dei cani.

Silenzio per alcuni minuti. Poi avevo cominciato a disegnare il suo occhiale, le mani di nonno e di mamma nelle mie. Ne era venuto uno tondo, con delle aste importanti. Tempo un attimo, e tra tutti gli altri lo avevo riconosciuto in negozio: era un vecchio occhiale, in bachelite. Quando lei lo indossò, sembrò esser sempre stato lì, appoggiato sul suo naso, a dare luce a quel viso, e a rubare un poco di Miriam. Senza che lei lo sapesse. Era la nostra magia.

– Perfetto, direi. Cosa le sembra?… – capii solo allora di non saper dare un’età a Miriam. Poteva essere molto giovane, ma c’era una nota stonata in lei, un’inquietudine. Ero a disagio, senza capire bene perché – …. Signora?

– Che beli… Mi piacciono. Come ha fatto a indovinarli al primo colpo?

Con la sinistra aveva preso l’astina dell’occhiale. Il polsino della camicia era sceso un poco, lasciando intravedere un piccolo tatuaggio blu sul polso, due croci appaiate. Miriam l’aveva subito coperto, veloce, quasi con stizza.

– Ora si tratta solo di montare le lenti giuste per lei. Fra qualche giorno i suoi occhiali saranno pronti. Arrivederci, e a presto.

E Miriam se n’era andata. Il negozio serbava intatto l’odore dei fiori; era sulle sedie, tra i fogli di carta, sui pennarelli, sugli occhiali esposti. L’aria era ferma.

Nonno e mamma mi gridavano di non usare la magia, di non indossare gli occhiali quella volta, e di non guardare dentro Miriam. Non li ascoltai.

Ricordo come fosse ora. Sentii qualcosa di strano, come formiche che mi correvano per la schiena, senza requie. Avevo quasi paura, ma gli occhiali mi chiamavano. La bachelite brillava come fosse viva. Li presi in mano: sembravano di fuoco. Misi i miei occhi in quelli di Miriam, guardai fin dove potevo, e lei mi avvolse.

All’inizio c’era il mare, un mare piatto, carta da zucchero. Faceva vento, pungeva la pelle, ma era piacevole. Non capivo dove fossimo, ma eravamo lontano; non c’erano conchiglie sulla spiaggia. D’improvviso delle urla, parole venute dal centro della terra, in lingue che non capivo. E versi come di animali, e rantoli.

Tolsi gli occhiali. Non respiravo, soffocavo quasi.

Chi era quella donna? Cosa avevo visto di lei? Mi ero scoperto bagnato, diaccio. Rabbrividivo, ma Miriam mi chiedeva di tornare nei suoi occhi.

Indossai ancora gli occhiali. La bachelite era gelida questa volta, e c’era puzza di sudore, c’era lercio. Miriam era nuda, l’origine del mondo aperta, e c’erano uomini vecchi e giovani addosso a lei. E godevano sopra di lei, e dentro di lei. E poi la lasciavano per terra. Miriam si copriva il seno con la mano, e sul polso ancora quel tatuaggio, le due croci. Ora erano rosse, sembravano bruciarla.

Non potevo andare oltre, dovetti togliermi gli occhiali, e li lasciai cadere sul bancone, con il loro fetore dentro. Aleggiava ancora il profumo di Miriam, tutto intorno, un profumo di iris e di buono. Chiusi il negozio.

Gli occhi di Miriam mi richiamarono il giorno dopo, senza lasciarmi scelta. Messa la bachelite sul naso, i miei vedevano attraverso il nero senza confine di quelli di lei. E c’era ancora il mare. Era calmo, alcune case arrivavano fin quasi alla rena. Erano case basse e lunghe, con le persiane bianche, robuste, per proteggersi dal vento forte. E dalla sabbia che penetrava ovunque. Delle donne parlavano con Miriam, sottovoce, perché non le sentissero. Parlavano di cose che non avevano, che non potevano avere. Parlavano di scappare da Kerc, da quel mare nero e senza speranza. Parlavano del sole dell’Italia, e del lavoro che le aspettava.

D’improvviso ancora quella puzza di uomo, di bestia che gode. E poi botte, tante, e pugni, e calci, e la carne faceva male. Mi sentivo sporco. L’odore malato mi afferrava, senza lasciarmi.

Eravamo da noi adesso. C’era l’acqua, era verde, e piatta, quella del lago. Bestemmiai il cielo. Scagliai lontano gli occhiali, e la bachelite si scheggiò.

Ma quelle lenti avevano rubato altro della vita di Miriam, e mi chiamavano. Mi facevano paura, ma mi chiamavano. Ero ancora nei suoi occhi, Miriam correva, era aria veloce su quelle sue gambe forti. Scappava da loro, dalle percosse, dall’umiliazione, dal sesso, dagli uomini che le entravano dentro da dietro, che le tiravano la testa per i capelli, e godevano se lei piangeva. Scappava dalla lordura, e dallo schifo. L’avevano marchiata come un animale, prostituita, le avevano rubato l’amore, il piacere, e l’essere madre. Per sempre.

Miriam adesso era da qualche parte a Como, nascosta. I miei occhi leggevano con quelli di Miriam. Leggevano una pagina di Levi, di come tutti scoprano, prima o poi, che la felicità perfetta non è realizzabile, ma pochi si soffermino invece sulla considerazione opposta: che non lo è nemmeno un’infelicità perfetta.

Miriam non era più tornata a ritirare i suoi occhiali di bachelite nera, ma l’odore di iris era rimasto. Il giornale diceva che una donna di Crimea era stata trovata morta, vicino al lido di Cadenabbia. Aveva una parrucca di capelli rossi, e degli occhi neri senza fine, e un piccolo tatuaggio con due croci sul polso sinistro. I suoi orchi erano tornati a prenderla, per sempre.

Penso spesso a mamma e a nonno, e al segreto degli occhiali.

Mamma aveva anche un’altra magia, quella della pioggia. Chiamava la pioggia, e l’acqua arrivava, mondava ogni cosa, la proteggeva dalle vite degli altri.

Io non ho quella magia. I miei incubi ritornano. Ogni notte.

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