610 – Ovvero – Cosa ci faccio qui? (Prima parte)

Potete leggere la seconda parte di questo resoconto seguendo questo link, mentre cliccando su questo trovate la terza.

30 agosto

Da qualche parte ho letto che Mussolini aveva fatto impostare il centralino telefonico del suo ufficio in maniera tale che il numero diretto per mettersi in contatto con il Re Vittorio Emanuele fosse il 610. Questo perché, apparentemente, egli traeva sollazzo dall’esprimere tutta la sua stima per il sovrano ogni volta che doveva comunicare con lui. “Sei uno zero,” forse mormorava, o declamava, o pensava, mentre componeva il regio numero sulla ghiera del telefono.

Altro piccolo elemento introduttivo. In gioventù ho letto e amato la Trilogia dell’Autostoppista Galattico di Douglas Adams. Il titolo dovrebbe essere più o meno quello. Non ne sono certo, non tanto per problemi di memoria quanto per il fatto che l’ho letta in inglese. Tutta quanta, anche il titolo. (Scelta quasi obbligata, poiché la traduzione in italiano ha massacrato il testo.) Comunque, e l’autore era il primo a definirla così, si trattava di una trilogia, benché composta da cinque libri.

Veniamo al punto. In uno dei cinque volumi della trilogia compare un personaggio collaterale, che non si può nemmeno definire secondario. È un essere alieno dall’esistenza imperitura che decide, tanto per passare il suo infinito tempo, di insultare il resto della galassia. Ma di farlo per bene. Pertanto si mette in testa di scegliere un insulto specifico e personalizzato per ogni altro essere vivente, e di consegnarlo al destinatario in rigoroso ordine alfabetico. Il che, è chiaro, avrebbe comportato una certa quantità di viaggi interplanetari i quali gli avrebbero fatto perdere un sacco di tempo. E questo era proprio, in fondo, il suo obiettivo. Ad un certo punto della vicenda, quindi, l’insultatore sistematico raggiunge il protagonista e gli consegna il suo insulto.

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Ebbene, l’insulto in questione (che era in inglese e ora non starei a tradurre, né a rievocare — niente di particolarmente greve o pesante, però coglieva con decisione nel segno) mi era piaciuto al punto che, prendendomi la libertà di sostituire il nome del protagonista con il mio, me lo ero copiato su un foglio di cartoncino rosa e l’avevo appeso con quattro puntine da disegno al muro sopra la mia scrivania, in modo che fosse sempre a mia disposizione ogni volta che avessi alzato gli occhi dai libri di studio. Il fatto che fosse in inglese aveva anche aiutato i miei genitori (non del tutto anglofoni) a non farci troppo caso e a non sentirsi obbligati a sollevare sopracciglia interrogative. Una nota di colore (è proprio il caso di dirlo): avevo utilizzato il supporto di colore rosa non per addolcire il contenuto del messaggio, ma poiché avevo, all’epoca, reperito una vecchia scatola piena di cartoncini (rosa). Erano alti e stretti e, nel medioevo informatico, venivano utilizzati per creare le schede perforate con cui si comunicava con i computer, prima dell’avvento di schermi e tastiere. (Giusto per fugare dubbi anagrafici, tengo a sottolineare che si trattava già allora di reperti archeologici.) Resta il fatto che, in quei tempi, molte delle mie opere su cartoncino, di qualsiasi natura fossero, avevano lo sfondo rosa. Questione di opportunità e disponibilità, più che di scelta.

Tutto questo preambolone serve solo a sottolineare che l’autostima non è una delle mie prime cinque virtù. E forse nemmeno una delle mie seconde cinque.

La cosa non mi ha creato grossi problemi finora. Si può vivere bene anche con un foglietto di cartoncino rosa affisso al muro che ti insulta quotidianamente.

Più pesante, invece (e qui veniamo agli accadimenti odierni), è rendersi conto che tra una dozzina di persone si è gli unici a non saper affrontare di petto una breve — e a quanto pare elementare — frase in latino. NULLO DIES SINE LINEA.

(Sullo “spelling” di NULLO ringrazio Chiara e la sua insondabile cultura. Io avevo capito e annotato sul mio taccuino: NULLA.)

Comunque. SINE LINEA potrei anche capirlo. Il NULLO DIES, invece, mi lascia perplesso. Anche perché la mia innata tendenza all’anglofonia mi porta subito a rileggere in inglese la parola DIES: “muore”. Niente muore senza linea? In che senso?

Ma soprattutto, con una dolorosa ferita della psiche e conseguente ulteriore calo di autostima, mi torna in mente che io il latino l’avrei anche studiato, a scuola.

Per quattro anni, l’ho studiato.

D’accordo, la mia scuola era una scuola inglese. E il latino l’ho studiato su libri ideati per i sudditi della Regina. Però l’ho studiato.

È passato qualche annetto. Anche questo è vero. Però non si può cancellare il fatto di fondo: io l’ho studiato.

Per un attimo, questa mattina, mentre rimugino sulla morte senza linee, mi concedo di credere, di sperare, che qualcuno, chiunque, ripeta la frase in italiano, risolvendo i miei dubbi e consentendomi così di mimetizzare ancora una volta la mia stonata ignoranza nell’armonia del sapere dell’Intellighenzia che mi circonda. Ma l’attimo dura una frazione di secondo. Siamo nell’ordine dei decimi, ritengo. Passati i quali Laura decreta: “non credo sia necessaria una traduzione”.

E allora mi costringo ad alzare la mia mano, sperando di non dare troppo nell’occhio, e a richiedere che l’ovvio venga reso tale anche a me.

E, intanto, ripasso mentalmente ciò che venticinque anni fa avevo riportato, con solo la modifica del nome del destinatario, su quel cartoncino rosa.

Così comincia questo weekend di seminario a Sarzana. La frase introduttiva (NULLO DIES SINE LINEA) mi colloca subito nella mia abituale posizione, quella che sempre occupo durante i corsi o i seminari di scrittura, vissuti insieme a questi cari amici che hanno studiato le cose giuste, o che perlomeno hanno letto i libri giusti. In questa mia posizione, cerco di non farmi notare troppo e tento di mantenere l’espressione di uno che capisce. Il più delle volte, credo e spero, riesco a farla franca.

I nomi degli autori, o i titoli dei libri, che vengono sciorinati durante le due ore di lezione, stimolano negli altri (non in tutti contemporaneamente, per fortuna) piccoli, impercettibili (ma io li percepisco) cenni di assenso, di riconoscimento di qualcosa che si è già incontrato, e forse apprezzato se non addirittura amato.

A me non stimolano nulla, se non imbarazzo. Che cerco subito di mascherare muovendo piano la testa in su e in giù, aggrottando un poco le sopracciglia come uno che sa riguardo a cosa stia annuendo. Oppure guardando altrove per un secondo o due. O, infine – e questa è la tecnica migliore, ma cerco di non abusarne – riportando febbrilmente il titolo in questione sul mio taccuino che, se non fosse per queste annotazioni frettolose e di facciata, resterebbe candido e intonso per tutta la durata del seminario.

proustMi riprometto sempre di leggerli, tutti quei libri, prima o poi. Sono la bibliografia che potrebbe rendermi più simile ai miei compagni. Ma se è vero che qualcuno di questi titoli potrei anche arrivare ad acquistarlo, è altrettanto vero che difficilmente li leggerò. Un esempio su tutti: la Recherche (si scriverà così? E ancora torna alla ribalta il mio cartoncino rosa, perché in realtà avrei studiato pure il francese, a scuola, per non meno di cinque anni). L’opera proustiana fa capolino nella lezione di oggi almeno una volta ogni cinque minuti. Sembra davvero che la sua lettura sia imprescindibile. E io ci credo. Ma quando mai riuscirò ad affrontarla? (Confesso che avevo cominciato qualche tempo fa, per poi accantonarla poco dopo la descrizione delle notti infantili: subito, quindi).

Eppure leggo molto. Ma – mi devo chiedere – cosa leggo?

A parte questo increscioso (quanto ormai abituale) episodio per latinisti, la lezione fila liscia e – tolti i momenti di imbarazzo – piacevole.

Come sempre.

Amo questi corsi.

Mi piacciono queste persone che mi permettono di stimolare in maniera diversa ed entusiasmante il mio cervello. E di atteggiarmi, per alcune ore, da intellettuale, pensatore, osservatore.

Una bella differenza rispetto alla vita vera, con i suoi mille insormontabili inutili problemi.

Per esempio, dopo la lezione, abbandono i miei compagni di corso, i miei amici che non vedo da mesi e con cui di così tante cose vorrei discorrere, per andare a trovare le mie figlie che trascorrono gli ultimi scampoli dell’estate in villeggiatura a pochi chilometri di distanza.

Per carità: la cosa giusta. Che padre sarei se non ponessi la visita alla mia prole in cima all’elenco delle possibili attività per un venerdì pomeriggio? E infatti, mi fa molto piacere vederle dopo una settimana di lontananza. Abbracciarle, coccolarle, giocare con loro.

Poi mi mettono ai fornelli, perché mia figlia piccola richiede il risotto agli spinaci, uno dei suoi piatti preferiti. Asserendo anche (e queste sì che sono soddisfazioni) che io sappia prepararlo meglio dei miei suoceri (titolari effettivi dei fornelli in questione).

Preparo il piatto al meglio delle mie possibilità e competenze. E, a cottura quasi ultimata, cerco nel frigorifero un po’ di latte per rendere più cremoso il risotto, prima di procedere alla mantecatura. Ne trovo un cartone quasi vuoto, ma il contenuto sembra essere sufficiente. Lo verso e… il liquido non è bianco latte, ma marroncino! Cerco di interrompere il versamento, ma ormai il danno è fatto. Cosa ho versato nel mio risotto? Una rapida indagine condotta sul fronte olfattivo e confermata da un veloce interrogatorio mi rivela che in tale cartone mia suocera ha preso l’abitudine di conservare, in frigorifero, il caffè (ma perché, poi?).

Il danno, per quanto irreparabile, non è troppo grave. Il caffè, per fortuna non zuccherato, dona al piatto un retrogusto originale e non del tutto spiacevole (tant’è che le mie schizzinose figlie lo mangiano senza sollevare troppe proteste).

Ma mentre inveisco in silenzio sulle abitudini conservatrici di mia suocera, e sulla sua mancata apposizione di un’opportuna etichetta che evidenzi qualsiasi cambio di destinazione d’uso del cartone del latte, penso ai questi miei piccoli problemi terreni.

E penso che i miei amici, in quel medesimo istante, passeggiano per le vie di Sarzana, mescolati a una folla di cervelli, probabilmente intenti a discutere dei grandi problemi del mondo, e dell’esistenza, o delle insondabili profondità dell’animo umano.

E intanto io: caffè nel risotto.

E se a loro si palesano epifanie con eminenti personaggi del mondo culturale e televisivo, io filosofeggio sull’opportunità o meno di scrivere “CAFFÈ”, possibilmente con un pennarello indelebile, su qualsiasi recipiente sia scelto per la conservazione della preziosa bevanda.

Ma tant’è. È stata una piacevole giornata. E come dice Laura: ce la siamo sfangata.

Di Chris Hill

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2 pensieri su “610 – Ovvero – Cosa ci faccio qui? (Prima parte)

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