610 – Ovvero – Cosa ci faccio qui? (Seconda parte)

Potete leggere la prima parte di questo resoconto seguendo questo link, mentre cliccando su questo trovate la terza.

31 agosto

Non c’è nulla da fare. Quando un predatore sceglie la propria preda, difficilmente si lascia distrarre. La rincorre, ne segue l’impronta olfattiva, ne traccia il percorso, la punta, e poi l’attacca. E quando serra le mascelle, affondando i denti aguzzi nella morbida carne indifesa della preda, non desiste, non cede. Mai lascia che la pietà interferisca con il suo sanguinario scopo. Il morso fatale viene protratto, in un crescendo di spasmodica frenesia, fino all’esalazione dell’ultimo respiro.

Della…

Povera…

Vittima.

È così. Non si scappa.

Nello specifico, la preda sarei io.

Il predatore? Il latino.

Comincia già a colazione. Eugenio, l’amico che consiglierei a tutti, mi si para davanti con una maglietta decorata con una frase. Un motto, un detto, una massima, una citazione… che ne so? So solo che è scritta in quella crudele lingua. Crudele e subdola, poiché si spaccia per morta e invece…

Cerco di concentrarmi sul cappuccino, sui croissant, sul succo chimico al vago sapore di arancia… ma quelle parole, morte ma che ritornano come zombie, mi aleggiano davanti agli occhi. Cosa vorranno dire?

Eugenio, mentendo come solo un vero amico sa fare, dice che non lo sa nemmeno lui.

Riporto la mente ai banchi della scuola superiore, quando la studiavo, quella maledetta lingua. Non ero l’ultimo della classe, in quel corso. All’esame finale, dopo quattro sudati anni, avevo anche preso un voto più che dignitoso.

Ma poi l’ho rimossa.

Altre materie spingevano per avere il loro spazio nel cervello, soprattutto all’università: così tante nozioni da mandare a memoria nella completa certezza che sarebbe stata tutta fatica sprecata, alla fine. Ci voleva più posto: inutili teoremi di analisi matematica, incomprensibili formule chimiche di reazioni di ossidazione-riduzione, astrusi concetti sulla teoria dell’automazione e della regolazione, ridondanti procedure di calcolo strutturale.

La mia testa era come un pallone aerostatico che stava perdendo quota. Sulla banchisa polare. E gli orsi bianchi osservavano dal basso, passandosi la lingua sui denti ingialliti da una dieta troppo grassa a base di foche e balene spiaggiate. E io, con lentezza e consapevolezza, precipitavo.

Dovevo gettare le zavorre inutili.

Alleggerire. Fare spazio.

E il latino è stato sacrificato. (Insieme a molte altre cose).

Gettato giù, agli orsi polari, nella vana speranza che la mia testa-pallone potesse riprendere quota.

Tra l’altro – ironico – all’epoca sapevo già che da grande non avrei voluto diventare un ingegnere. Avrei fatto meglio a tenermi stretto il mio latino, invece di buttarlo sulla banchisa candida. (Per poi vederlo tornare a ossessionarmi a ogni occasione). Forse mi sarebbe stato più utile di, per esempio, i fondamenti della termodinamica applicata. (Comunque, nel dubbio, mi sono premurato di dimenticare anche quelli, appena possibile). Ma mentre si precipita verso le fauci spalancate degli orsi non si ha il tempo di ragionare lucidamente, o con lungimiranza. In quei giorni, per uscire vivo dalla banchisa del Politecnico, per galleggiare sulle tenui correnti d’aria che mi avrebbero condotto alla salvezza, dovevo sbarazzarmi di tutti i carichi inutili. Inutili in quel momento. Latino compreso.

In attesa che la lezione di oggi cominci, mentre ci concentriamo tutti in un’entusiasmante caccia alla formica armati solo di un po’ di spray repellente antizanzare e tanta buona volontà, rievoco amorevolmente i terribili momenti passati al Politecnico. Ma qualche decina di minuti e qualche centinaio di entomomicidi più tardi, vengo richiamato dal presente.

AnnaDue è arrivata. Cominciamo.

Di nuovo Proust.

Altro latino.

Un goccio di Recherche.

Un pizzico di latino.

Autori sconosciuti a volontà.

Chateaubriand

Chateaubriand

Arriviamo addirittura a Chateaubriand. Che a quanto pare avrebbe scritto delle memorie d’oltretomba ma che io conosco – e anche piuttosto bene – per la sue ricorrenti comparsate nei menu: sezione Secondi Piatti, sottosezione Carni.

Si parla poi di Virginia Woolf.

Breve nota. All’inizio dell’estate ci era giunto da Laura l’elenco dei libri da studiare per arrivare preparati al seminario. Con la mia consueta diligenza (nel senso pre-westerniano del termine), ne ho acquistati addirittura quattro.

Di questi, uno, il tomone di dissertazioni politiche di Dostoevskij, credo che prenderà al più presto la via di eBay. Sto prestando particolare cura a non sgualcirlo, non aprendolo neppure, per poterlo piazzare come “praticamente nuovo”.

Degli altri tre, ho cominciato a leggere quello di Virginia Woolf. Non sono andato oltre la prima quarantina di pagine – chiaro – preferendo poi affidarmi alla visione del film The Hours per ricavare gratis una versione concentrata del succo dell’esistenza della tormentata scrittrice.

Oh, ma non è che io non legga! Perché temo che il messaggio che sta passando sia questo. No, no: ho solo letto altro. Sto facendo una serie di ricerche sulla Prima Guerra Mondiale, in vista di un altro romanzino che ho intenzione di scrivere tra poco. E quindi, potendo scegliere cosa leggere, in questo periodo preferisco documentarmi sulle trincee.

Tra l’altro, devo notare che anche la Prima Guerra Mondiale compare piuttosto spesso nel filo del discorso di Laura. E quando accade io mi sento preparato e competente come non mai. Certo, sto ben attento a non farmi scoprire.

E comunque, salta fuori – con mia somma soddisfazione – che per questo seminario, di Virginia Woolf, bastano davvero le prime quaranta pagine! Per una volta, sembra che – quasi involontariamente – io abbia fatto i compiti! Giusto per autoesaltarmi un pochino, invece di seguire le pratiche fotocopie che Laura ci ha preparato con tanto amore, mi ostino a seguire le letture sul mio libro. Quello che ho comprato e che ho anche letto (per un po’, almeno). Che è – inutile dirlo – di un’edizione diversa. E, pertanto, ha una diversa numerazione delle pagine. Risultato: a ogni nuovo brano devo scartabellare come un forsennato per trovare il pezzo corrispondente, cercando di non farmi notare. Ma lo faccio volentieri. Un po’ perché noi maschi (lo diceva pure la cara Virginia) a volte ci intestardiamo su un’idea e la seguiamo ostinatamente fino a rasentare la stupidità. E un po’ perché, probabilmente, sotto sotto, quell’insulto su cartoncino rosa che mi ero appeso in gioventù di fronte alla scrivania qualche essenza di verità doveva pure averla!

Comunque, alla fine, avendo aggiunto un’altra manciata di titoli alla mia bibliografia delle buone intenzioni, la lezione termina.

Gli amici vanno al mare, a sperimentare quanto il tempo sia dilatabile. Il piano: mezz’ora per cambiarsi, mezz’ora per andare a Lerici, mezz’ora per trovare parcheggio, mezz’ora per mangiare, due ore piene di spiaggia e sole, poi mezz’ora per rientrare alla locanda e mezz’ora per prepararsi per la serata: il tutto da farsi in quell’arco di tempo che intercorre tra le tre e le cinque circa. Alessandra sostiene che si possa fare.

Ma forse sono io a essere troppo rigido con il tempo. E questo nonostante io non porti l’orologio da ormai due anni abbondanti. (Non lo porto perché un mio amico scrittore mi ha rivelato che gli scrittori non portano l’orologio. L’abbandonare il mio compagno da polso non mi ha portato a pubblicare alcunché, finora, ma io tengo duro. Tra l’altro, forse, dovrei anche cercare di raccogliere altre testimonianze a riguardo: chissà mai che il mio amico scrittore si sbagli…)

Comunque, io credo invece che il tempo abbia la pessima abitudine di comprimersi invece che dilatarsi. E poi io, al piano-spiaggia, dovrei anche aggiungere un altro paio di mezz’ore per andare e tornare da Massa. Quindi decido di non fare nulla. Ossia: scribacchio qualche appunto per questo diario e poi mi trasferisco con calma verso le mie figlie. E, soprattutto, a prendere mia moglie. Perché questa sera Jolanda è con me e tutti gli altri. Al cospetto del Marchese.

Il Marchese, anzi Marchesino, nel suo castello.

Un ragazzo simpatico e barbuto. Alla mano e a quanto pare nemmeno troppo schifato dall’idea di avere a che fare con la plebe. (Sono ingiusto: noi siamo l’Intellighenzia, dopo tutto!) Ci porta in giro per le sale del castello, raccontandoci aneddoti e mettendoci a parte dei segreti più misteriosi di famiglia. Fantasmi, immagini umane formate nelle macchie di umidità, letti che respirano, melograni scolpiti nel legno che, all’occorrenza, pulsano come cuori.

Affascinante.

Poi crostini, lardo, e altre leccornie che ci aprono lo stomaco e ci rimettono in pace con la nobiltà.

La marchesinettina, figliola di Pietro, è graziosa e simpatica. Prende alla lettera il compito di distribuire brochure pubblicitarie sul Bed&Breakfast e si accerta che ogni invitato ne abbia almeno una copia. Meglio due. Suo padre fa l’imbarazzato, come se non volesse che il marketing assumesse un ruolo così palese nella gestione del castello.

E poi la cena.

Siamo in venti. La tavola – immensa, nobile, impegnativa – è apparecchiata per diciotto, come da prenotazione. Però, noi siamo in venti.

Il bello è che, quando la discrepanza tra sedie e sedenti si palesa in tutta la sua tragicità, Laura ci conta e ci riconta, e il numero che le esce è sempre diciotto! (Volere è potere, eccolo dimostrato). Tuttavia rimane il fatto che siamo in venti.

Laura vorrebbe anche che ci sedessimo secondo lo schema consolidato uomo-donna-uomo-donna. Potendo, lontani dai rispettivi compagni di vita.

“Volere è potere” quanto si vuole, ma con solo otto maschietti per dodici femminucce lo schema fatica a farsi rispettare. Tanto più che alcuni uomini (ma io non sono tra loro) scelgono cavallerescamente di lasciar accomodare prima le signore. Pertanto quando alla fine della grande partita di “Sedie Musicali” due malcapitati si ritrovano in piedi, privi di cadrega, questi sono entrambi maschi. Niente panico: in men che non si dica ecco due nuove seggiole materializzarsi come per magia. Purtroppo, anche la magia – perfino lei – decide di non rispettare lo schema desiderato da Laura, e colloca i nuovi posti in una zona del tavolo già ad alta concentrazione maschile, esacerbando ancor di più la drammatica dicotomia: uomini di qua, donne di là (tranne per qualche non-cavalleresca eccezione, come me ed Eugenio).

La cena è ottima. E anche abbondante, come si diceva in trincea un centinaio di anni fa. Ma questa volta è vero.

I marchesi si sono impegnati a farci sentire a nostro agio con alcuni piccoli tocchi di quotidianità che quasi mi commuovono. Una lampadina fulminata che getta un cono d’ombra proprio sul centro del tavolo. Uno svolazzante velo di ragnatela tra due bracci del poderoso lampadario in ferro battuto. La scelta di non fornirci di un piattino da dolce, permettendoci così di sperimentare nuove esaltanti mescolanze di sapori, adagiando le fette di squisita torta su un sottile strato di altrettanto squisito condimento al burro e salvia, vestigia di una portata precedente.

Ma sono di nuovo ingiusto. Mangio davvero bene e di gusto. Se riuscissi a convincere il marchese ad accogliermi di nuovo al suo desco, non esiterei a tornarci.

DSCN4436

Esco sul bastione. E resto estasiato da un’immagine. La notte: buia. Il cielo: stellato (e quante stelle: noi cittadini non siamo mai abituati a vederne così tante). E, a stagliarsi contro quel nero punteggiato di bianco, issata su un corto pennone proprio all’estremità del bastione: la bandiera con i colori e lo stemma dei marchesi. Un drappo di quasi un paio di metri, illuminato da una di quelle lampade ai vapori di sodio benedette da una tonalità di luce così ambrata e calda. Il vessillo sventola ribelle nella brezza tesa che viene dal mare. Si agita, sbatte, protesta rumorosamente, mentre sembra reclamare il diritto di volare via nel vento. Ma il pennone lo trattiene.

Di colpo mi sento proiettato nel passato (basta ignorare la lampada ai vapori di sodio) e mi immagino quello stesso stemma, issato dal marchese dell’epoca (o, più probabilmente, da un suo servitore) a dominare la zona circostante. Simbolo del potere. Ma anche di sicurezza e orgoglio.

Potrei stare intere decine di minuti a contemplare il vessillo che garrisce al vento. Solo che tale vento è piuttosto fresco e, per prevenire spiacevoli inconvenienti intestinali, decido di rientrare.

Sfrutto un attimo di vicinanza a Laura per rivelarle il mio fosco segreto: ho fatto domanda di partecipazione a un programma televisivo. Una specie di “talent show” per aspiranti scrittori. Siccome aspirare, io aspiro eccome, mi sono detto: perché no? In realtà l’elenco di motivi per non iscrivermi mi si è compilato nella mente prima ancora che lo spot del programma terminasse i suoi trenta secondi: io non ho nessuna voglia di apparire in prima persona, tanto per dirne uno. E non ho nessun interesse a rivelare al mondo – sebbene un mondo interessato a seguire un talent per scrittori non possa che essere piccolo, infinitesimale – quanto poco io sappia di Proust, del latino e di Chateaubriand (nella sua versione non alimentare).

Però mi sono anche detto che le opportunità di raggiungere il mio obiettivo sono talmente ridotte che ignorarne una a priori è stupido. E anche un po’ presuntuoso. Così, alla fine, ho inviato la mia brava domanda.

Laura, dopo avere vacillato alcuni istanti, mi dà ragione. Hai fatto bene, mi dice. Bisogna buttarsi, nella vita!

Speriamo che non mi prendano.

Di Chris Hill

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2 pensieri su “610 – Ovvero – Cosa ci faccio qui? (Seconda parte)

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