610 – Ovvero – Cosa ci faccio qui? (Terza parte)

Potete leggere la prima parte di questo resoconto seguendo questo link, mentre cliccando su questo trovate la seconda.

32 agosto

Domenica mattina. L’ultimo giorno del seminario e ancora non ho parlato dei miei compagni d’avventura.

È che non ho molto da dire, tranne che sono i migliori compagni che si possano avere. Quelli vecchi e collaudati sono una certezza. Quelli nuovi sono sempre una piacevole scoperta.

Questa volta, però, io ho latitato. Mi sono perso una delle due cene, ed entrambi i pomeriggi. E sono quelli i momenti in cui il seminario si “vive” davvero. Tant’è che mi sembra quasi di non aver partecipato.

La prossima volta sarò più presente, è un impegno.

Oggi si parla di Katherine Mansfield. Della quale, a quanto ne so, non esiste un film con cui conoscerla senza leggerla. Durante l’estate il suo diario, forse per via della copertina scialba, non ha attirato il mio interesse abbastanza da farmi alzare il naso dai resoconti delle epopee degli alpini sul fronte dell’Adamello. Peccato, perché dall’opinione che mi faccio oggi, l’avrei preferito alle quaranta pagine che ho concesso a Virginia W.

Ad un certo punto del suo diario, la fu KM si preoccupa di poter morire senza aver completato le cose che sta scrivendo. Senza aver messo ordine tra i frammenti.

Per qualche motivo che non riesco a focalizzare, mi sento molto vicino alla poveretta. Strano, perché l’empatia si colloca un po’ sotto all’autostima, tra le mie virtù. E di certo ciò che scrivo io, completato o meno che sia, non può lasciare alcun segno. (Non lo dico per compatirmi. Ma a me piace scrivere cose che, quando riescono nel loro intento, possano essere lette per semplice diletto. Non ho messaggi da comunicare ai posteri. Né interpretazioni dell’umana coscienza da esporre. Nemmeno esperienze profonde da condividere. Nulla, insomma.) Quindi, perché mi sento vicino a lei?

Sarà forse l’angoscia che il concetto “mettere in ordine” genera nel mio animo votato al disordine?

Recupero le distanze dalla Mansfield. Non sono in vena di filosofeggiare, oggi.

Oggi la mia mente, nei momenti in cui la lascio vagare, va ad appollaiarsi sul libretto che questa sera l’editor mi restituirà. Le sarà piaciuto? Mi consiglierà di riscriverlo da capo?

È una cosina per ragazzi. Dopo aver sbattuto tante volte contro i muri dell’editoria “adulta” ho pensato di provare a saggiare la consistenza delle pareti della narrativa per ragazzi.

Zadie Smith

Zadie Smith

Questa sensazione eccitante, la fine di un’attesa, una mistura di aspettativa e preoccupazione che tutto sommato è piacevolissima, va ad aggiungersi agli altri aspetti positivi della giornata:

– Si parla poco di Proust;

– Il latino sembra essersi ritirato nella sua tomba (fino alla prossima volta, almeno. Che abbia a che fare con le fasi lunari?);

– Si rende evidente che Dostoevskij e il suo spaventoso tomo non verranno nemmeno sfiorati;

– Leggiamo Zadie Smith.

Zadie Smith mi piace da morire. Mi piace da oggi, intendo. Prima non la conoscevo. Avevo comprato il suo libro (formato elettronico) ma, per non fare torto agli altri acquisti, non l’avevo mai aperto. (O acceso?) Ma adesso non vedo l’ora di leggerlo. Con buona pace degli alpini rannicchiati nelle loro trincee sui ghiacciai.

Tutti questi fattori, messi insieme, mi fanno stare davvero bene. E anche la prospettiva di dover scrivere “in bella” il diario di questi giorni mi sembra meno spaventosa.

Tra l’altro – bisogna dirlo – la domenica mattina del seminario di Sarzana è sempre una giornata speciale.

Non so se si tratti dell’atmosfera un po’ da ultimo giorno di scuola. O la consapevolezza che non si sentirà più parlare in latino per un altro po’. O solo il fatto che si sono passati tre giorni insieme a gente fantastica, a fare una cosa assurda come parlare di letteratura, cercando l’ombra sotto i rami rinsecchiti di un ulivo, mentre schiere di formiche agguerrite pianificano il loro assedio finale.

Non lo so. Di certo, la domenica mattina del seminario di Sarzana io mi sento in pace con me stesso. Accade ogni volta.

Talmente in pace che, mentre mi accingo a partire, eseguo una manovra appena azzardata e rischio di sfracellare l’auto di Eugenio. Riesco a fermare, per miracolo e in piena inconsapevolezza, il mio paraurti a pochi millimetri dal suo, dopo una retromarcia baldanzosa e resa cieca da un raggio di sole malandrino.

Ma è la domenica del seminario di Sarzana. Il mondo è bello, la vita è stupenda, e non può accadere nulla di male.

Infatti non accade.

Di Chris Hill

Foto di gruppo - Sarzana 2013

Annunci

2 pensieri su “610 – Ovvero – Cosa ci faccio qui? (Terza parte)

  1. Pingback: 610 – Ovvero – Cosa ci faccio qui? (Seconda parte) | Laura Lepri Scritture

  2. Pingback: 610 – Ovvero – Cosa ci faccio qui? (Prima parte) | Laura Lepri Scritture

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...