610 – Ovvero – Cosa ci faccio qui?

Conclusa ieri la pubblicazione a puntate, a grande richiesta vi proponiamo il diario del seminario di Sarzana scritto dal nostro affezionato Christian Hill anche in un unico articolo. Buona lettura!

30 agosto

Da qualche parte ho letto che Mussolini aveva fatto impostare il centralino telefonico del suo ufficio in maniera tale che il numero diretto per mettersi in contatto con il Re Vittorio Emanuele fosse il 610. Questo perché, apparentemente, egli traeva sollazzo dall’esprimere tutta la sua stima per il sovrano ogni volta che doveva comunicare con lui. “Sei uno zero,” forse mormorava, o declamava, o pensava, mentre componeva il regio numero sulla ghiera del telefono.

Altro piccolo elemento introduttivo. In gioventù ho letto e amato la Trilogia dell’Autostoppista Galattico di Douglas Adams. Il titolo dovrebbe essere più o meno quello. Non ne sono certo, non tanto per problemi di memoria quanto per il fatto che l’ho letta in inglese. Tutta quanta, anche il titolo. (Scelta quasi obbligata, poiché la traduzione in italiano ha massacrato il testo.) Comunque, e l’autore era il primo a definirla così, si trattava di una trilogia, benché composta da cinque libri.

Veniamo al punto. In uno dei cinque volumi della trilogia compare un personaggio collaterale, che non si può nemmeno definire secondario. È un essere alieno dall’esistenza imperitura che decide, tanto per passare il suo infinito tempo, di insultare il resto della galassia. Ma di farlo per bene. Pertanto si mette in testa di scegliere un insulto specifico e personalizzato per ogni altro essere vivente, e di consegnarlo al destinatario in rigoroso ordine alfabetico. Il che, è chiaro, avrebbe comportato una certa quantità di viaggi interplanetari i quali gli avrebbero fatto perdere un sacco di tempo. E questo era proprio, in fondo, il suo obiettivo. Ad un certo punto della vicenda, quindi, l’insultatore sistematico raggiunge il protagonista e gli consegna il suo insulto.

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Ebbene, l’insulto in questione (che era in inglese e ora non starei a tradurre, né a rievocare — niente di particolarmente greve o pesante, però coglieva con decisione nel segno) mi era piaciuto al punto che, prendendomi la libertà di sostituire il nome del protagonista con il mio, me lo ero copiato su un foglio di cartoncino rosa e l’avevo appeso con quattro puntine da disegno al muro sopra la mia scrivania, in modo che fosse sempre a mia disposizione ogni volta che avessi alzato gli occhi dai libri di studio. Il fatto che fosse in inglese aveva anche aiutato i miei genitori (non del tutto anglofoni) a non farci troppo caso e a non sentirsi obbligati a sollevare sopracciglia interrogative. Una nota di colore (è proprio il caso di dirlo): avevo utilizzato il supporto di colore rosa non per addolcire il contenuto del messaggio, ma poiché avevo, all’epoca, reperito una vecchia scatola piena di cartoncini (rosa). Erano alti e stretti e, nel medioevo informatico, venivano utilizzati per creare le schede perforate con cui si comunicava con i computer, prima dell’avvento di schermi e tastiere. (Giusto per fugare dubbi anagrafici, tengo a sottolineare che si trattava già allora di reperti archeologici.) Resta il fatto che, in quei tempi, molte delle mie opere su cartoncino, di qualsiasi natura fossero, avevano lo sfondo rosa. Questione di opportunità e disponibilità, più che di scelta.

Tutto questo preambolone serve solo a sottolineare che l’autostima non è una delle mie prime cinque virtù. E forse nemmeno una delle mie seconde cinque.

La cosa non mi ha creato grossi problemi finora. Si può vivere bene anche con un foglietto di cartoncino rosa affisso al muro che ti insulta quotidianamente.

Più pesante, invece (e qui veniamo agli accadimenti odierni), è rendersi conto che tra una dozzina di persone si è gli unici a non saper affrontare di petto una breve — e a quanto pare elementare — frase in latino. NULLO DIES SINE LINEA.

(Sullo “spelling” di NULLO ringrazio Chiara e la sua insondabile cultura. Io avevo capito e annotato sul mio taccuino: NULLA.)

Comunque. SINE LINEA potrei anche capirlo. Il NULLO DIES, invece, mi lascia perplesso. Anche perché la mia innata tendenza all’anglofonia mi porta subito a rileggere in inglese la parola DIES: “muore”. Niente muore senza linea? In che senso?

Ma soprattutto, con una dolorosa ferita della psiche e conseguente ulteriore calo di autostima, mi torna in mente che io il latino l’avrei anche studiato, a scuola.

Per quattro anni, l’ho studiato.

D’accordo, la mia scuola era una scuola inglese. E il latino l’ho studiato su libri ideati per i sudditi della Regina. Però l’ho studiato.

È passato qualche annetto. Anche questo è vero. Però non si può cancellare il fatto di fondo: io l’ho studiato.

Per un attimo, questa mattina, mentre rimugino sulla morte senza linee, mi concedo di credere, di sperare, che qualcuno, chiunque, ripeta la frase in italiano, risolvendo i miei dubbi e consentendomi così di mimetizzare ancora una volta la mia stonata ignoranza nell’armonia del sapere dell’Intellighenzia che mi circonda. Ma l’attimo dura una frazione di secondo. Siamo nell’ordine dei decimi, ritengo. Passati i quali Laura decreta: “non credo sia necessaria una traduzione”.

E allora mi costringo ad alzare la mia mano, sperando di non dare troppo nell’occhio, e a richiedere che l’ovvio venga reso tale anche a me.

E, intanto, ripasso mentalmente ciò che venticinque anni fa avevo riportato, con solo la modifica del nome del destinatario, su quel cartoncino rosa.

Così comincia questo weekend di seminario a Sarzana. La frase introduttiva (NULLO DIES SINE LINEA) mi colloca subito nella mia abituale posizione, quella che sempre occupo durante i corsi o i seminari di scrittura, vissuti insieme a questi cari amici che hanno studiato le cose giuste, o che perlomeno hanno letto i libri giusti. In questa mia posizione, cerco di non farmi notare troppo e tento di mantenere l’espressione di uno che capisce. Il più delle volte, credo e spero, riesco a farla franca.

I nomi degli autori, o i titoli dei libri, che vengono sciorinati durante le due ore di lezione, stimolano negli altri (non in tutti contemporaneamente, per fortuna) piccoli, impercettibili (ma io li percepisco) cenni di assenso, di riconoscimento di qualcosa che si è già incontrato, e forse apprezzato se non addirittura amato.

A me non stimolano nulla, se non imbarazzo. Che cerco subito di mascherare muovendo piano la testa in su e in giù, aggrottando un poco le sopracciglia come uno che sa riguardo a cosa stia annuendo. Oppure guardando altrove per un secondo o due. O, infine – e questa è la tecnica migliore, ma cerco di non abusarne – riportando febbrilmente il titolo in questione sul mio taccuino che, se non fosse per queste annotazioni frettolose e di facciata, resterebbe candido e intonso per tutta la durata del seminario.

proustMi riprometto sempre di leggerli, tutti quei libri, prima o poi. Sono la bibliografia che potrebbe rendermi più simile ai miei compagni. Ma se è vero che qualcuno di questi titoli potrei anche arrivare ad acquistarlo, è altrettanto vero che difficilmente li leggerò. Un esempio su tutti: la Recherche (si scriverà così? E ancora torna alla ribalta il mio cartoncino rosa, perché in realtà avrei studiato pure il francese, a scuola, per non meno di cinque anni). L’opera proustiana fa capolino nella lezione di oggi almeno una volta ogni cinque minuti. Sembra davvero che la sua lettura sia imprescindibile. E io ci credo. Ma quando mai riuscirò ad affrontarla? (Confesso che avevo cominciato qualche tempo fa, per poi accantonarla poco dopo la descrizione delle notti infantili: subito, quindi).

Eppure leggo molto. Ma – mi devo chiedere – cosa leggo?

A parte questo increscioso (quanto ormai abituale) episodio per latinisti, la lezione fila liscia e – tolti i momenti di imbarazzo – piacevole.

Come sempre.

Amo questi corsi.

Mi piacciono queste persone che mi permettono di stimolare in maniera diversa ed entusiasmante il mio cervello. E di atteggiarmi, per alcune ore, da intellettuale, pensatore, osservatore.

Una bella differenza rispetto alla vita vera, con i suoi mille insormontabili inutili problemi.

Per esempio, dopo la lezione, abbandono i miei compagni di corso, i miei amici che non vedo da mesi e con cui di così tante cose vorrei discorrere, per andare a trovare le mie figlie che trascorrono gli ultimi scampoli dell’estate in villeggiatura a pochi chilometri di distanza.

Per carità: la cosa giusta. Che padre sarei se non ponessi la visita alla mia prole in cima all’elenco delle possibili attività per un venerdì pomeriggio? E infatti, mi fa molto piacere vederle dopo una settimana di lontananza. Abbracciarle, coccolarle, giocare con loro.

Poi mi mettono ai fornelli, perché mia figlia piccola richiede il risotto agli spinaci, uno dei suoi piatti preferiti. Asserendo anche (e queste sì che sono soddisfazioni) che io sappia prepararlo meglio dei miei suoceri (titolari effettivi dei fornelli in questione).

Preparo il piatto al meglio delle mie possibilità e competenze. E, a cottura quasi ultimata, cerco nel frigorifero un po’ di latte per rendere più cremoso il risotto, prima di procedere alla mantecatura. Ne trovo un cartone quasi vuoto, ma il contenuto sembra essere sufficiente. Lo verso e… il liquido non è bianco latte, ma marroncino! Cerco di interrompere il versamento, ma ormai il danno è fatto. Cosa ho versato nel mio risotto? Una rapida indagine condotta sul fronte olfattivo e confermata da un veloce interrogatorio mi rivela che in tale cartone mia suocera ha preso l’abitudine di conservare, in frigorifero, il caffè (ma perché, poi?).

Il danno, per quanto irreparabile, non è troppo grave. Il caffè, per fortuna non zuccherato, dona al piatto un retrogusto originale e non del tutto spiacevole (tant’è che le mie schizzinose figlie lo mangiano senza sollevare troppe proteste).

Ma mentre inveisco in silenzio sulle abitudini conservatrici di mia suocera, e sulla sua mancata apposizione di un’opportuna etichetta che evidenzi qualsiasi cambio di destinazione d’uso del cartone del latte, penso ai questi miei piccoli problemi terreni.

E penso che i miei amici, in quel medesimo istante, passeggiano per le vie di Sarzana, mescolati a una folla di cervelli, probabilmente intenti a discutere dei grandi problemi del mondo, e dell’esistenza, o delle insondabili profondità dell’animo umano.

E intanto io: caffè nel risotto.

E se a loro si palesano epifanie con eminenti personaggi del mondo culturale e televisivo, io filosofeggio sull’opportunità o meno di scrivere “CAFFÈ”, possibilmente con un pennarello indelebile, su qualsiasi recipiente sia scelto per la conservazione della preziosa bevanda.

Ma tant’è. È stata una piacevole giornata. E come dice Laura: ce la siamo sfangata.

31 agosto

Non c’è nulla da fare. Quando un predatore sceglie la propria preda, difficilmente si lascia distrarre. La rincorre, ne segue l’impronta olfattiva, ne traccia il percorso, la punta, e poi l’attacca. E quando serra le mascelle, affondando i denti aguzzi nella morbida carne indifesa della preda, non desiste, non cede. Mai lascia che la pietà interferisca con il suo sanguinario scopo. Il morso fatale viene protratto, in un crescendo di spasmodica frenesia, fino all’esalazione dell’ultimo respiro.

Della…

Povera…

Vittima.

È così. Non si scappa.

Nello specifico, la preda sarei io.

Il predatore? Il latino.

Comincia già a colazione. Eugenio, l’amico che consiglierei a tutti, mi si para davanti con una maglietta decorata con una frase. Un motto, un detto, una massima, una citazione… che ne so? So solo che è scritta in quella crudele lingua. Crudele e subdola, poiché si spaccia per morta e invece…

Cerco di concentrarmi sul cappuccino, sui croissant, sul succo chimico al vago sapore di arancia… ma quelle parole, morte ma che ritornano come zombie, mi aleggiano davanti agli occhi. Cosa vorranno dire?

Eugenio, mentendo come solo un vero amico sa fare, dice che non lo sa nemmeno lui.

Riporto la mente ai banchi della scuola superiore, quando la studiavo, quella maledetta lingua. Non ero l’ultimo della classe, in quel corso. All’esame finale, dopo quattro sudati anni, avevo anche preso un voto più che dignitoso.

Ma poi l’ho rimossa.

Altre materie spingevano per avere il loro spazio nel cervello, soprattutto all’università: così tante nozioni da mandare a memoria nella completa certezza che sarebbe stata tutta fatica sprecata, alla fine. Ci voleva più posto: inutili teoremi di analisi matematica, incomprensibili formule chimiche di reazioni di ossidazione-riduzione, astrusi concetti sulla teoria dell’automazione e della regolazione, ridondanti procedure di calcolo strutturale.

La mia testa era come un pallone aerostatico che stava perdendo quota. Sulla banchisa polare. E gli orsi bianchi osservavano dal basso, passandosi la lingua sui denti ingialliti da una dieta troppo grassa a base di foche e balene spiaggiate. E io, con lentezza e consapevolezza, precipitavo.

Dovevo gettare le zavorre inutili.

Alleggerire. Fare spazio.

E il latino è stato sacrificato. (Insieme a molte altre cose).

Gettato giù, agli orsi polari, nella vana speranza che la mia testa-pallone potesse riprendere quota.

Tra l’altro – ironico – all’epoca sapevo già che da grande non avrei voluto diventare un ingegnere. Avrei fatto meglio a tenermi stretto il mio latino, invece di buttarlo sulla banchisa candida. (Per poi vederlo tornare a ossessionarmi a ogni occasione). Forse mi sarebbe stato più utile di, per esempio, i fondamenti della termodinamica applicata. (Comunque, nel dubbio, mi sono premurato di dimenticare anche quelli, appena possibile). Ma mentre si precipita verso le fauci spalancate degli orsi non si ha il tempo di ragionare lucidamente, o con lungimiranza. In quei giorni, per uscire vivo dalla banchisa del Politecnico, per galleggiare sulle tenui correnti d’aria che mi avrebbero condotto alla salvezza, dovevo sbarazzarmi di tutti i carichi inutili. Inutili in quel momento. Latino compreso.

In attesa che la lezione di oggi cominci, mentre ci concentriamo tutti in un’entusiasmante caccia alla formica armati solo di un po’ di spray repellente antizanzare e tanta buona volontà, rievoco amorevolmente i terribili momenti passati al Politecnico. Ma qualche decina di minuti e qualche centinaio di entomomicidi più tardi, vengo richiamato dal presente.

AnnaDue è arrivata. Cominciamo.

Di nuovo Proust.

Altro latino.

Un goccio di Recherche.

Un pizzico di latino.

Autori sconosciuti a volontà.

Chateaubriand
Chateaubriand

Arriviamo addirittura a Chateaubriand. Che a quanto pare avrebbe scritto delle memorie d’oltretomba ma che io conosco – e anche piuttosto bene – per la sue ricorrenti comparsate nei menu: sezione Secondi Piatti, sottosezione Carni.

Si parla poi di Virginia Woolf.

Breve nota. All’inizio dell’estate ci era giunto da Laura l’elenco dei libri da studiare per arrivare preparati al seminario. Con la mia consueta diligenza (nel senso pre-westerniano del termine), ne ho acquistati addirittura quattro.

Di questi, uno, il tomone di dissertazioni politiche di Dostoevskij, credo che prenderà al più presto la via di eBay. Sto prestando particolare cura a non sgualcirlo, non aprendolo neppure, per poterlo piazzare come “praticamente nuovo”.

Degli altri tre, ho cominciato a leggere quello di Virginia Woolf. Non sono andato oltre la prima quarantina di pagine – chiaro – preferendo poi affidarmi alla visione del film The Hours per ricavare gratis una versione concentrata del succo dell’esistenza della tormentata scrittrice.

Oh, ma non è che io non legga! Perché temo che il messaggio che sta passando sia questo. No, no: ho solo letto altro. Sto facendo una serie di ricerche sulla Prima Guerra Mondiale, in vista di un altro romanzino che ho intenzione di scrivere tra poco. E quindi, potendo scegliere cosa leggere, in questo periodo preferisco documentarmi sulle trincee.

Tra l’altro, devo notare che anche la Prima Guerra Mondiale compare piuttosto spesso nel filo del discorso di Laura. E quando accade io mi sento preparato e competente come non mai. Certo, sto ben attento a non farmi scoprire.

E comunque, salta fuori – con mia somma soddisfazione – che per questo seminario, di Virginia Woolf, bastano davvero le prime quaranta pagine! Per una volta, sembra che – quasi involontariamente – io abbia fatto i compiti! Giusto per autoesaltarmi un pochino, invece di seguire le pratiche fotocopie che Laura ci ha preparato con tanto amore, mi ostino a seguire le letture sul mio libro. Quello che ho comprato e che ho anche letto (per un po’, almeno). Che è – inutile dirlo – di un’edizione diversa. E, pertanto, ha una diversa numerazione delle pagine. Risultato: a ogni nuovo brano devo scartabellare come un forsennato per trovare il pezzo corrispondente, cercando di non farmi notare. Ma lo faccio volentieri. Un po’ perché noi maschi (lo diceva pure la cara Virginia) a volte ci intestardiamo su un’idea e la seguiamo ostinatamente fino a rasentare la stupidità. E un po’ perché, probabilmente, sotto sotto, quell’insulto su cartoncino rosa che mi ero appeso in gioventù di fronte alla scrivania qualche essenza di verità doveva pure averla!

Comunque, alla fine, avendo aggiunto un’altra manciata di titoli alla mia bibliografia delle buone intenzioni, la lezione termina.

Gli amici vanno al mare, a sperimentare quanto il tempo sia dilatabile. Il piano: mezz’ora per cambiarsi, mezz’ora per andare a Lerici, mezz’ora per trovare parcheggio, mezz’ora per mangiare, due ore piene di spiaggia e sole, poi mezz’ora per rientrare alla locanda e mezz’ora per prepararsi per la serata: il tutto da farsi in quell’arco di tempo che intercorre tra le tre e le cinque circa. Alessandra sostiene che si possa fare.

Ma forse sono io a essere troppo rigido con il tempo. E questo nonostante io non porti l’orologio da ormai due anni abbondanti. (Non lo porto perché un mio amico scrittore mi ha rivelato che gli scrittori non portano l’orologio. L’abbandonare il mio compagno da polso non mi ha portato a pubblicare alcunché, finora, ma io tengo duro. Tra l’altro, forse, dovrei anche cercare di raccogliere altre testimonianze a riguardo: chissà mai che il mio amico scrittore si sbagli…)

Comunque, io credo invece che il tempo abbia la pessima abitudine di comprimersi invece che dilatarsi. E poi io, al piano-spiaggia, dovrei anche aggiungere un altro paio di mezz’ore per andare e tornare da Massa. Quindi decido di non fare nulla. Ossia: scribacchio qualche appunto per questo diario e poi mi trasferisco con calma verso le mie figlie. E, soprattutto, a prendere mia moglie. Perché questa sera Jolanda è con me e tutti gli altri. Al cospetto del Marchese.

Il Marchese, anzi Marchesino, nel suo castello.

Un ragazzo simpatico e barbuto. Alla mano e a quanto pare nemmeno troppo schifato dall’idea di avere a che fare con la plebe. (Sono ingiusto: noi siamo l’Intellighenzia, dopo tutto!) Ci porta in giro per le sale del castello, raccontandoci aneddoti e mettendoci a parte dei segreti più misteriosi di famiglia. Fantasmi, immagini umane formate nelle macchie di umidità, letti che respirano, melograni scolpiti nel legno che, all’occorrenza, pulsano come cuori.

Affascinante.

Poi crostini, lardo, e altre leccornie che ci aprono lo stomaco e ci rimettono in pace con la nobiltà.

La marchesinettina, figliola di Pietro, è graziosa e simpatica. Prende alla lettera il compito di distribuire brochure pubblicitarie sul Bed&Breakfast e si accerta che ogni invitato ne abbia almeno una copia. Meglio due. Suo padre fa l’imbarazzato, come se non volesse che il marketing assumesse un ruolo così palese nella gestione del castello.

E poi la cena.

Siamo in venti. La tavola – immensa, nobile, impegnativa – è apparecchiata per diciotto, come da prenotazione. Però, noi siamo in venti.

Il bello è che, quando la discrepanza tra sedie e sedenti si palesa in tutta la sua tragicità, Laura ci conta e ci riconta, e il numero che le esce è sempre diciotto! (Volere è potere, eccolo dimostrato). Tuttavia rimane il fatto che siamo in venti.

Laura vorrebbe anche che ci sedessimo secondo lo schema consolidato uomo-donna-uomo-donna. Potendo, lontani dai rispettivi compagni di vita.

“Volere è potere” quanto si vuole, ma con solo otto maschietti per dodici femminucce lo schema fatica a farsi rispettare. Tanto più che alcuni uomini (ma io non sono tra loro) scelgono cavallerescamente di lasciar accomodare prima le signore. Pertanto quando alla fine della grande partita di “Sedie Musicali” due malcapitati si ritrovano in piedi, privi di cadrega, questi sono entrambi maschi. Niente panico: in men che non si dica ecco due nuove seggiole materializzarsi come per magia. Purtroppo, anche la magia – perfino lei – decide di non rispettare lo schema desiderato da Laura, e colloca i nuovi posti in una zona del tavolo già ad alta concentrazione maschile, esacerbando ancor di più la drammatica dicotomia: uomini di qua, donne di là (tranne per qualche non-cavalleresca eccezione, come me ed Eugenio).

La cena è ottima. E anche abbondante, come si diceva in trincea un centinaio di anni fa. Ma questa volta è vero.

I marchesi si sono impegnati a farci sentire a nostro agio con alcuni piccoli tocchi di quotidianità che quasi mi commuovono. Una lampadina fulminata che getta un cono d’ombra proprio sul centro del tavolo. Uno svolazzante velo di ragnatela tra due bracci del poderoso lampadario in ferro battuto. La scelta di non fornirci di un piattino da dolce, permettendoci così di sperimentare nuove esaltanti mescolanze di sapori, adagiando le fette di squisita torta su un sottile strato di altrettanto squisito condimento al burro e salvia, vestigia di una portata precedente.

Ma sono di nuovo ingiusto. Mangio davvero bene e di gusto. Se riuscissi a convincere il marchese ad accogliermi di nuovo al suo desco, non esiterei a tornarci.

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Esco sul bastione. E resto estasiato da un’immagine. La notte: buia. Il cielo: stellato (e quante stelle: noi cittadini non siamo mai abituati a vederne così tante). E, a stagliarsi contro quel nero punteggiato di bianco, issata su un corto pennone proprio all’estremità del bastione: la bandiera con i colori e lo stemma dei marchesi. Un drappo di quasi un paio di metri, illuminato da una di quelle lampade ai vapori di sodio benedette da una tonalità di luce così ambrata e calda. Il vessillo sventola ribelle nella brezza tesa che viene dal mare. Si agita, sbatte, protesta rumorosamente, mentre sembra reclamare il diritto di volare via nel vento. Ma il pennone lo trattiene.

Di colpo mi sento proiettato nel passato (basta ignorare la lampada ai vapori di sodio) e mi immagino quello stesso stemma, issato dal marchese dell’epoca (o, più probabilmente, da un suo servitore) a dominare la zona circostante. Simbolo del potere. Ma anche di sicurezza e orgoglio.

Potrei stare intere decine di minuti a contemplare il vessillo che garrisce al vento. Solo che tale vento è piuttosto fresco e, per prevenire spiacevoli inconvenienti intestinali, decido di rientrare.

Sfrutto un attimo di vicinanza a Laura per rivelarle il mio fosco segreto: ho fatto domanda di partecipazione a un programma televisivo. Una specie di “talent show” per aspiranti scrittori. Siccome aspirare, io aspiro eccome, mi sono detto: perché no? In realtà l’elenco di motivi per non iscrivermi mi si è compilato nella mente prima ancora che lo spot del programma terminasse i suoi trenta secondi: io non ho nessuna voglia di apparire in prima persona, tanto per dirne uno. E non ho nessun interesse a rivelare al mondo – sebbene un mondo interessato a seguire un talent per scrittori non possa che essere piccolo, infinitesimale – quanto poco io sappia di Proust, del latino e di Chateaubriand (nella sua versione non alimentare).

Però mi sono anche detto che le opportunità di raggiungere il mio obiettivo sono talmente ridotte che ignorarne una a priori è stupido. E anche un po’ presuntuoso. Così, alla fine, ho inviato la mia brava domanda.

Laura, dopo avere vacillato alcuni istanti, mi dà ragione. Hai fatto bene, mi dice. Bisogna buttarsi, nella vita!

Speriamo che non mi prendano.

32 agosto

Domenica mattina. L’ultimo giorno del seminario e ancora non ho parlato dei miei compagni d’avventura.

È che non ho molto da dire, tranne che sono i migliori compagni che si possano avere. Quelli vecchi e collaudati sono una certezza. Quelli nuovi sono sempre una piacevole scoperta.

Questa volta, però, io ho latitato. Mi sono perso una delle due cene, ed entrambi i pomeriggi. E sono quelli i momenti in cui il seminario si “vive” davvero. Tant’è che mi sembra quasi di non aver partecipato.

La prossima volta sarò più presente, è un impegno.

Oggi si parla di Katherine Mansfield. Della quale, a quanto ne so, non esiste un film con cui conoscerla senza leggerla. Durante l’estate il suo diario, forse per via della copertina scialba, non ha attirato il mio interesse abbastanza da farmi alzare il naso dai resoconti delle epopee degli alpini sul fronte dell’Adamello. Peccato, perché dall’opinione che mi faccio oggi, l’avrei preferito alle quaranta pagine che ho concesso a Virginia W.

Ad un certo punto del suo diario, la fu KM si preoccupa di poter morire senza aver completato le cose che sta scrivendo. Senza aver messo ordine tra i frammenti.

Per qualche motivo che non riesco a focalizzare, mi sento molto vicino alla poveretta. Strano, perché l’empatia si colloca un po’ sotto all’autostima, tra le mie virtù. E di certo ciò che scrivo io, completato o meno che sia, non può lasciare alcun segno. (Non lo dico per compatirmi. Ma a me piace scrivere cose che, quando riescono nel loro intento, possano essere lette per semplice diletto. Non ho messaggi da comunicare ai posteri. Né interpretazioni dell’umana coscienza da esporre. Nemmeno esperienze profonde da condividere. Nulla, insomma.) Quindi, perché mi sento vicino a lei?

Sarà forse l’angoscia che il concetto “mettere in ordine” genera nel mio animo votato al disordine?

Recupero le distanze dalla Mansfield. Non sono in vena di filosofeggiare, oggi.

Oggi la mia mente, nei momenti in cui la lascio vagare, va ad appollaiarsi sul libretto che questa sera l’editor mi restituirà. Le sarà piaciuto? Mi consiglierà di riscriverlo da capo?

È una cosina per ragazzi. Dopo aver sbattuto tante volte contro i muri dell’editoria “adulta” ho pensato di provare a saggiare la consistenza delle pareti della narrativa per ragazzi.

Zadie Smith
Zadie Smith

Questa sensazione eccitante, la fine di un’attesa, una mistura di aspettativa e preoccupazione che tutto sommato è piacevolissima, va ad aggiungersi agli altri aspetti positivi della giornata:

– Si parla poco di Proust;

– Il latino sembra essersi ritirato nella sua tomba (fino alla prossima volta, almeno. Che abbia a che fare con le fasi lunari?);

– Si rende evidente che Dostoevskij e il suo spaventoso tomo non verranno nemmeno sfiorati;

– Leggiamo Zadie Smith.

Zadie Smith mi piace da morire. Mi piace da oggi, intendo. Prima non la conoscevo. Avevo comprato il suo libro (formato elettronico) ma, per non fare torto agli altri acquisti, non l’avevo mai aperto. (O acceso?) Ma adesso non vedo l’ora di leggerlo. Con buona pace degli alpini rannicchiati nelle loro trincee sui ghiacciai.

Tutti questi fattori, messi insieme, mi fanno stare davvero bene. E anche la prospettiva di dover scrivere “in bella” il diario di questi giorni mi sembra meno spaventosa.

Tra l’altro – bisogna dirlo – la domenica mattina del seminario di Sarzana è sempre una giornata speciale.

Non so se si tratti dell’atmosfera un po’ da ultimo giorno di scuola. O la consapevolezza che non si sentirà più parlare in latino per un altro po’. O solo il fatto che si sono passati tre giorni insieme a gente fantastica, a fare una cosa assurda come parlare di letteratura, cercando l’ombra sotto i rami rinsecchiti di un ulivo, mentre schiere di formiche agguerrite pianificano il loro assedio finale.

Non lo so. Di certo, la domenica mattina del seminario di Sarzana io mi sento in pace con me stesso. Accade ogni volta.

Talmente in pace che, mentre mi accingo a partire, eseguo una manovra appena azzardata e rischio di sfracellare l’auto di Eugenio. Riesco a fermare, per miracolo e in piena inconsapevolezza, il mio paraurti a pochi millimetri dal suo, dopo una retromarcia baldanzosa e resa cieca da un raggio di sole malandrino.

Ma è la domenica del seminario di Sarzana. Il mondo è bello, la vita è stupenda, e non può accadere nulla di male.

Infatti non accade.

Di Chris Hill

Foto di gruppo - Sarzana 2013

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