Educazione culinaria

di Serena Caprara

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Era un sabato mattina, mia madre mi aveva fatto indossare il vestito verde, quello con la passamaneria beige nel colletto e nei polsini. Portavo le calze bianche di filanca e le scarpine color crema, di vernice, con il cinturino alla caviglia. Quanto mi piacevano, avevano quel dito di tacco che mi faceva sentire un po’ grande. La mamma si stava truccando, metteva l’ombretto azzurro sugli occhi. All’epoca esistevano due colori: azzurro e verde. Ci penso spesso a quell’azzurro quando apro il mio cassetto dei trucchi e vedo l’arcobaleno di colori che compro d’impulso, perché mi piacciono ma che poi restano lì, utili solo a ricordarmi quanto sono brava ad accumulare.

Avevo sette anni allora ed era il tempo dei pantaloni a zampa d’elefante e della dolcevita sintetica e stretta. Mi sentivo soffocare ogni volta che ci doveva passare la testa, per non parlare dell’elettricità che lasciava sui capelli, ricordo bene quei piccoli scoppiettii alternati quando la toglievo di dosso.

Tu dovevi venirmi a prendere. Non ci vedevamo da settimane, la separazione con la mamma era fresca e probabilmente non avevate ancora preso le misure sulla gestione della piccola. Ti aspettavo seduta sul divano mentre guardavo la mamma che si faceva bella. Sei arrivato con l’alfetta blu, avrei voluto abbracciarti ma tu non sembravi gradire. Hai sorriso, hai tenuto un po’ la mano della mamma nella tua mentre lei ti dava la borsa con le mie cose. Siamo saliti in auto e mi hai chiesto che cosa volessi fare. Io non sapevo rispondere, mi bastava stare con te, non avevo altri desideri. Siamo andati dai nonni e mi hai parcheggiata lì per un po’, dicevi che avevi alcune cose da fare e che poi saresti tornato. Ti ho aspettato per ore. I nonni erano contenti di avermi con loro ma io non ho fatto niente, stavo immobile seduta ad aspettare. Non volevo sgualcire il vestito nuovo, non volevo sporcarmi, non volevo rischiare di rovinare le scarpine di vernice correndo in giardino. Volevo essere perfetta, pronta per il tuo ritorno. Sei arrivato a metà pomeriggio, ti ho sentito cantare nel cortile e mi sono seduta composta sulla poltrona, ero contenta perché sembravi felice. Sei entrato e mi hai detto di prepararmi perché dovevamo andare a fare la spesa. Avevi deciso che avremmo cucinato insieme il pranzo della domenica. Volevi uscire in bicicletta ma ero troppo grande per essere messa sul seggiolino e la mia bicicletta era rimasta nella nuova casa, quella con la mamma. Siamo andati a piedi, mi tenevi per mano e avrei voluto che durasse di più. Non c’erano i supermercati, la spesa si faceva nei piccoli negozi del centro del paese. Siamo andati dal macellaio, poi dal droghiere e alla fine dal panettiere, quello che preparava la focaccia buona di pomeriggio. Mi hai raccontato che stavi mettendo in ordine la tua nuova casa e che avresti preparato una stanza tutta per me, ci sarebbe voluto un po’ di tempo ma te ne stavi occupando. Al mattino eri andato a parlare con l’architetto e ti aveva assicurato che nel giro di poche settimane tutto sarebbe stato pronto. Nel frattempo avrei dovuto dormire dai nonni, tanto saremmo stati insieme lo stesso, non faceva differenza. Non era il tempo ma la qualità, ripetevi. Non serve stare tanto tempo insieme basta che in quelle poche ore ci si riesca a dire le cose giuste. Del resto tu avevi ancora tante cose da fare, eri giovane e dovevi uscire con gli amici. E poi c’era il lavoro, stavi gestendo delle cose importanti e viaggiavi spesso. Lo facevi per me, per darmi la possibilità di crescere con le comodità che servivano. Mi avevi convinto, sono rimasta convinta di questo per anni. Quel fine settimana, il primo in cui siamo stati un po’ insieme, mi hai insegnato la ricetta del ragù. La nonna non era convinta, ricordo che ti guardava e poi alzava gli occhi al cielo. Tu avevi deciso che la ricetta doveva essere personalizzata, ci dovevi mettere i tuoi ingredienti segreti e lei dissentiva. Ripetevi che il trucco era il cognac, andava messo al posto del vino bianco, quello sì che faceva la differenza. Abbiamo passato il sabato a cucinare e poi la sera mi hai portata al ristorante. Vitello tonnato, cappelletti con la panna, scaloppine con i funghi e zuppa inglese, queste le pietanze principali del menù, piatti che oggi sono passati di moda ma che allora sembravano una scoperta culinaria da grande chef.

Ci sono state tante altre volte al ristorante con te. Mi hai fatto assaggiare le ostriche e il tartufo, ho imparato ad apprezzare l’aragosta alla catalana, a capire quando era buona e quando era cucinata male. Ho assaggiato le uova di quaglia, la lepre in salmì e tutta la selvaggina. Chiacchiere al ristorante, un paio d’ore rubate ogni tanto. Poco tempo ma tanta qualità.

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Ho aspettato per anni che fosse pronta la stanza tutta mia. Hai cambiato casa più volte, le ho viste tutte di giorno. La sera, dopo il ristorante, mi portavi a dormire dai nonni. Sapevo di essere scomoda, tu eri così giovane e avevi altro da fare. Ho capito dopo un po’ che non eri solo nelle tue nuove case, c’erano delle signorine che si alternavano a farti compagnia. Alcune di loro le ho conosciute, le portavi con noi al ristorante. Le salutavamo all’uscita e poi in macchina mi chiedevi che cosa ne pensassi. Chiedevi se mi erano simpatiche, se le trovavo belle ed educate. Non sapevo mai cosa dire, non me ne piaceva nessuna ma non volevo svelarlo. Restavo sul vago, dicevo che sembravano simpatiche e cambiavo argomento. Ti raccontavo di me, della scuola, dei miei amici ma tu riportavi la conversazione sulle signorine e alla fine cedevo ed emettevo qualche sentenza che ti faceva restare in silenzio fino a casa dei nonni. Mi lasciavi sulla strada e andavi via. La nonna correva fuori a prendermi, mi abbracciava e mi portava a letto.

Ho iniziato il liceo e anche la mia vita sociale, c’era meno tempo per stare insieme, un ristorante ogni tanto.

Sono andata all’Università in un’altra città. Quando passavi per Milano m’invitavi fuori. Ti raccomandavi che scegliessi un buon ristorante, non volevi avere a che fare con le cucine esotiche, non t’interessava il giapponese tanto meno il cinese. Cucina tradizionale, quella buona dicevi. Facevo il possibile per soddisfarti, chiedevo a tutti quelli che conoscevo e per fortuna qualche posto di tuo gradimento l’ho trovato. Mi sono laureata e per la discussione della tesi sei arrivato all’ultimo, ero convinta che non ce l’avresti fatta. La mamma e la nonna erano con me dal giorno prima e continuavano a ripetere che saresti arrivato nonostante il lavoro e tutti quegli impegni che avevi. Non capivo che cosa facessi, compravi e vendevi, tenevi una cosa per un po’ e poi la liquidavi, come avevi fatto con me e la mamma e con tutte le altre signorine. Ti stancavi e via, cambio.

Mi sono laureata e ho cominciato la mia strada, tu mi hai spronato. Al ristorante, eravamo da Bice, dopo alcuni mesi dal giorno della discussione della tesi, mi hai detto che il tuo compito era finito. Ero una donna e quindi potevo camminare da sola. Ti ho ringraziato per la fiducia e me ne sono andata.

Ho iniziato a camminare da sola, ero già allenata e non è stato difficile. Ci sentivamo ogni tanto, ci vedevamo qualche volta quando la mamma organizzava un pranzo della domenica e mi chiedeva di tornare. Poi lei è stata male. Ti ho chiamato per dirtelo, lo hai saputo quando mancava poco alla fine. Mi chiedevi se potevi fare qualcosa, non c’era molto da fare e l’ho fatto da sola. Dopo il funerale ci siamo visti perché dovevo prendere delle decisioni sulla casa, non sapevo se tenerla o venderla. Mi hai dato un supporto, mi hai aiutato a gestire le pratiche amministrative.

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Ho preso le mie decisioni. Ho scelto la mia carriera, gli uomini, la mia casa, la mia città. Ci sentiamo ogni tanto, ci bastano quei trenta secondi di conversazione che servono per sapere che siamo vivi e stiamo bene. La telefonata dura di più quando ho bisogno di chiederti qualche consiglio culinario, su quello parleresti per ore. L’ultima volta abbiamo disquisito sulla besciamella, sul tipo di latte da utilizzare, tu eri per quello intero e io per il parzialmente scremato. Ti ho raccontato che stavo pensando di utilizzare il brodo vegetale per rendere la crema più leggera perché avrei voluto abbinarla al branzino, ero fiera della mia ricetta ispirata da un recente viaggio in Francia. Tu sei inorridito, mi hai chiesto se fossi impazzita. Ti ho confortato, ho promesso che avrei sempre fatto la besciamella con il latte. Ho mentito così come mento quando ti dico che va tutto bene. È solo che la distanza ormai è tanta e preferisco restare sulla mia strada, quella in cui sperimento ingredienti lontani dal tuo gusto. Amo anche io il bollito ma lo mangio ogni tanto e mi piace quando tra le salse ne trovo una a base di zenzero. La polenta la cucino come antipasto, un assaggio con la crema di tartufo per poi proseguire con dei tortelli avvolti in una crema di curcuma.  Tu sei ancorato alle tagliatelle al ragù e allo stinco di maiale, al brasato e al cotechino. Scelgo vini californiani o cileni, oltre a quelli italiani e francesi. Bevo il rosso con il pesce, soprattutto d’inverno. Ci sono dei Cabernet della Napa Valley che fanno sognare ma tu non ne vuoi sapere, con il pesce si beve la Falangina ripeti. Ho provato a farti assaggiare lo Zinfandel ma ti ha deluso, preferisci il Lambrusco. Tanto vale restare nel tradizionale. Rapporti cortesi di buon vicinato, educazione, buone maniere e tanta passione per la cucina e il buon cibo. Questa sì, mi resta e sarà la mia eredità di te.

Lettera ad un padre mai nato

di Alessandra Caccia

 

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Il primo ricordo che ho di te è al telefono.

Stavi sempre al telefono. E correvi. Correvi sempre .

Da un telefono all’altro. Da una macchina all’altra.

Eri sempre di corsa e sempre in ritardo.

Quando arrivavi a casa per cena, ti sedevi mentre io mi alzavo per salutare, andare a lavarmi i denti e poi a dormire. Erano già quasi le dieci.

Poi  hai cominciato a correre da un aeroporto all’altro. E allora di te non restavano che bustine da toilette di Alitalia e calzettoni bianchi  sparsi per casa. Soprattutto durante i fine settimana, quelli in cui tornavi.

Io crescevo, ma non credo tu ti ricordi.

Un giorno mi hai chiesto come andava a scuola, ti ho risposto che stavo quasi per finire l’università,non facevo più la scuola.

Correvi, sempre.

Il punto è che mentre tu, correndo , cercavi di combattere per costruire una casa più grande,  acquistare una macchina più comoda, per proteggerci, mamma non c’era. Perchè correva anche lei.

Appresso a te. In tutti i modi possibili.

Berciando quando non tornavi e glielo dicevi solo mezz’ora prima che finisse il giorno.

Spiando le telefonate, i biglietti dei ristoranti dove eri stato, le ricevute delle camere d’albergo. E si arrabbiava perché diceva che lei  in quei posti lì,  tu non  ce la portavi mai.

Fregandosene altamente del fatto che la facevi stare tre mesi al Forte d’estate e venti giorni a sciare in inverno per le vacanze di natale.

Tu correvi anche in quelle occasioni lì.

Sono cresciuta imparando a correre. E anche adesso corro. Come te. Però  non sono così brava. E poi non ho mica tutto il tuo tempo. Tu ne avevi di tempo , eh pà ?

O te lo trovavi, il tempo. Quando non correvi per combattere per noi, allora correvi per le manifestazioni sportive, per le cene aziendali, per andare a trovare vecchissimi parenti,  chiusi da anni in ospizi vecchi quanto loro, e lo facevi sempre nei momenti meno adatti. Alle otto del sabato sera, quando mamma aveva organizzato una cena, o la domenica a pranzo, o il giorno di Santo Stefano -a Natale lo hai fatto solo una volta, sei arrivato al pranzo di famiglia con nonni e cugini e zii al completo, alle tre, avevamo quasi finito ed è stata guerra dura con mamma- quando c’era il ribaltino da fare, il cibo del giorno prima da finire e c’eravamo sempre ancora  tutti, sempre nella nostra  casa che era diventata grande, enorme e continuava a crescere  grazie a tutto il tuo correre. Mamma non lo sopportava. Non sopportava che tu corressi anche per quelli lì.

Una notte però ti sei fermato. Quella notte hai aspettato. Tu che di solito non aspettavi mai.

Erano passate da poco le tre, io ero certa di farla franca. Ho tolto le scarpe, aperto la porta  girando la chiave nella serratura lentissimamente in modo che lo scatto non si udisse. Ho fatto la scala a chiocciola in punta di piedi , immaginandomi fosse di cristallo, stando attenta a non fare il benché minimo rumore e cercando di caricare il peso sulle braccia e sul corrimano,  in modo da levitare, fosse stato possibile.

Arrivata in cima, lo shock. Hai acceso la luce accecandomi e mi hai colpita. Una sventola secca in pieno volto. Ho barcollato per la paura e per la  violenza della sberla.

– A quest’ora rientrano solo due categorie di donne ( avevo vent’anni pà, venti ) le drogate e le puttane. E dato che non mi risulta  tu faccia uso di droga, allora devo pensare che sei una puttana. Non rifarlo altrimenti cambi casa, cambi indirizzo e ,se è il caso, ti faccio cambiare anche i connotati.

 

Cazzo, tu tornavi sempre tardi, tardissimo, o addirittura non tornavi e io, io che a vent’anni  per una volta rientravo alle tre ero  una puttana ?

Allora con chi ci stavi tu in giro fino alle tre di notte ? Puttane, pà ?

Io non l’ho mai pensato. Davvero.

Ti vedevo crollare la sera sfinito ,subito dopo aver mangiato, o ti sentivo la notte che vagavi per casa sistemando documenti, montagne di carta, prima di partire per i tuoi viaggi o quando tornavi.

Allora perché tu  mi hai dato della  puttana ?

Lo so che in fondo non lo pensavi, mi piace credere che tu non lo abbia  mai pensato, però me lo ha detto. Mi hai picchiata e me lo hai detto.

Trattandomi come una bambina cattiva. E anche un po’ scema.

 

Mi sono laureata , ma tu alla festa non c’eri. Quella volta lì eri corso via davvero e seriamente. Ci avevi lasciati nella grande casa. Una bellissima e accogliente casa in campagna che avevi iniziato a costruire quando eri ancora giovane e ci avevi messo sopra  un mutuo tanto grande, che si era  estinto solo  poco dopo la mia laurea. La casa per cui avevi corso così tanto.

Te n’eri andato con un’altra, una che forse avevi incrociato correndo, in una  delle sere in cui non sei tornato.

Una che forse non sbuffava ogni volta che c’era una valigia da disfare e una montagna di calzini e mutande e camicie da lavare.

Una che non ti sfotteva se la sera crollavi  subito dopo aver cenato, di corsa come facevi tu. Mi ricordo perfettamente il modo in cui affondavi il cucchiaio nella minestra o la forchetta nella pasta.

Di corsa, senza perdere un colpo, quasi senza respirare. Ingollavi di tutto. Ti piaceva sempre tutto,  sia che fosse scotto o troppo crudo, sia che i pomodori avessero la buccia, – che proprio non la digerivi e poi stavi male e correvi in bagno- mangiavi come un animale  lasciato libero dopo giorni di catena. Poi, appena finito, di corsa ti appisolavi, e regolarmente non digerivi.

 

Sei scappato con un’altra donna,  in un’altra casa.

Io però ho sempre saputo che un giorno saresti tornato, e che,  almeno una volta, saresti corso da me.

Ed è successo. In  un giorno freddo di febbraio. Sei corso da me, in ospedale, dove stavo per dare alla luce mia figlia.

Chi l’avrebbe mai detto. Io con una figlia.

Ricordi il giorno in cui ti ho detto che ero incinta?

Indossavo una gonna arancione e un maglione blu scuro. Avevo appena parcheggiato nel grande spiazzo davanti all’entrata di casa. Tu eri in macchina , arrivato da poco  da non so bene dove.

Hai aperto la portiera ,stavi per scendere, ti sono corsa incontro e :

– Sono incinta pà !-

Non hai parlato. Mi hai preso la faccia-questa volta niente sberle secche-  me l’hai stretta forte, da farmi quasi male.

Hai piantato i tuoi occhi color del ghiaccio quando il cielo ci si riflette dentro, nei miei  poi mi hai abbracciata e stretta forte e hai sussurrato solo  ce l’hai fatta. Ce l’hai fatta.

Poi ti ho ritrovato che correvi in ospedale per il mio cesareo d’urgenza. Volevi vedermi, ma non si poteva. Quando sono uscita dalla sala operatoria, ubriaca di anestesia, eri lì. Mi hanno spinta con la barella fino a te.

-L’hai vista ?  ti ho chiesto

-E’ bellissima   mi hai risposto. E piangevi.

Ricordo benissimo pà, tu piangevi.

Piangevi, come lei appena nata, quando l’istinto l’ha spinta a respirare per vivere.

Sei nato con lei, pà. E guarda  il caso, tu il 4  di febbraio, lei il 5 . Un solo giorno dopo, di molti anni dopo.

Sei nato allora. Sei un giovane vecchio. Basta correre, pà.

Il tempo non morde più alla nuca. Quello che dovevi fare, lo hai fatto. Quello  che dovevi dire, spesso  non lo hai detto. Ma adesso, pà, basta correre. Rischi davvero di sfracellarti. Non hai più i freni perfetti di  vent’anni fa. Non ce la faresti a fermarti o a virare in tempo. Faresti il botto, pà. Ne sono certa.

A volte ti guardo e vedo un vecchio di cent’anni, uno di quei saggi omini canuti che  mi capita di osservare  ogni tanto in giro per i campi, quando torno a casa nostra.

Altre invece, scorgo ancora in te  il guizzo del leone umile  e dignitoso che sei sempre stato. Ma dura poco.

Quando ti arrabbi, adesso, -e ogni tanto capita, Dio se capita –  dai  ancora la zampata ferina e  ruggisci , sì, ma dura poco. La tua adrenalina si scioglie  come un panetto di burro lasciato fuori dal frigo per troppo tempo; cola e si disperde, senza lasciare traccia. Ti ritorna la faccia ebete dell’omino  vecchio di campagna.

E in me aggalla una tenerezza mista alla  rabbia. Difficile descrivere cosa provo. Ti detesto tanto e voglio proteggerti. Spostarti  la seggiola quando  tenti di sederti  al tavolo della  mia cucina –maldestro – e non prendi bene le misure. Pulirti,  quando  ti ungi la faccia col sugo di  pomodoro, perché mangi ancora  correndo, come allora – in quello non sei cambiato di una virgola –  l’unica differenza è che adesso ti tremano le mani e spesso sbagli  la mira.

Sei un bambino, pà, solo più incazzato e rugoso e stanco.

E’ tempo che tu smetta davvero di correre, pà. Ascoltami, se puoi.