Lettera ad un padre mai nato

di Alessandra Caccia

 

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Il primo ricordo che ho di te è al telefono.

Stavi sempre al telefono. E correvi. Correvi sempre .

Da un telefono all’altro. Da una macchina all’altra.

Eri sempre di corsa e sempre in ritardo.

Quando arrivavi a casa per cena, ti sedevi mentre io mi alzavo per salutare, andare a lavarmi i denti e poi a dormire. Erano già quasi le dieci.

Poi  hai cominciato a correre da un aeroporto all’altro. E allora di te non restavano che bustine da toilette di Alitalia e calzettoni bianchi  sparsi per casa. Soprattutto durante i fine settimana, quelli in cui tornavi.

Io crescevo, ma non credo tu ti ricordi.

Un giorno mi hai chiesto come andava a scuola, ti ho risposto che stavo quasi per finire l’università,non facevo più la scuola.

Correvi, sempre.

Il punto è che mentre tu, correndo , cercavi di combattere per costruire una casa più grande,  acquistare una macchina più comoda, per proteggerci, mamma non c’era. Perchè correva anche lei.

Appresso a te. In tutti i modi possibili.

Berciando quando non tornavi e glielo dicevi solo mezz’ora prima che finisse il giorno.

Spiando le telefonate, i biglietti dei ristoranti dove eri stato, le ricevute delle camere d’albergo. E si arrabbiava perché diceva che lei  in quei posti lì,  tu non  ce la portavi mai.

Fregandosene altamente del fatto che la facevi stare tre mesi al Forte d’estate e venti giorni a sciare in inverno per le vacanze di natale.

Tu correvi anche in quelle occasioni lì.

Sono cresciuta imparando a correre. E anche adesso corro. Come te. Però  non sono così brava. E poi non ho mica tutto il tuo tempo. Tu ne avevi di tempo , eh pà ?

O te lo trovavi, il tempo. Quando non correvi per combattere per noi, allora correvi per le manifestazioni sportive, per le cene aziendali, per andare a trovare vecchissimi parenti,  chiusi da anni in ospizi vecchi quanto loro, e lo facevi sempre nei momenti meno adatti. Alle otto del sabato sera, quando mamma aveva organizzato una cena, o la domenica a pranzo, o il giorno di Santo Stefano -a Natale lo hai fatto solo una volta, sei arrivato al pranzo di famiglia con nonni e cugini e zii al completo, alle tre, avevamo quasi finito ed è stata guerra dura con mamma- quando c’era il ribaltino da fare, il cibo del giorno prima da finire e c’eravamo sempre ancora  tutti, sempre nella nostra  casa che era diventata grande, enorme e continuava a crescere  grazie a tutto il tuo correre. Mamma non lo sopportava. Non sopportava che tu corressi anche per quelli lì.

Una notte però ti sei fermato. Quella notte hai aspettato. Tu che di solito non aspettavi mai.

Erano passate da poco le tre, io ero certa di farla franca. Ho tolto le scarpe, aperto la porta  girando la chiave nella serratura lentissimamente in modo che lo scatto non si udisse. Ho fatto la scala a chiocciola in punta di piedi , immaginandomi fosse di cristallo, stando attenta a non fare il benché minimo rumore e cercando di caricare il peso sulle braccia e sul corrimano,  in modo da levitare, fosse stato possibile.

Arrivata in cima, lo shock. Hai acceso la luce accecandomi e mi hai colpita. Una sventola secca in pieno volto. Ho barcollato per la paura e per la  violenza della sberla.

– A quest’ora rientrano solo due categorie di donne ( avevo vent’anni pà, venti ) le drogate e le puttane. E dato che non mi risulta  tu faccia uso di droga, allora devo pensare che sei una puttana. Non rifarlo altrimenti cambi casa, cambi indirizzo e ,se è il caso, ti faccio cambiare anche i connotati.

 

Cazzo, tu tornavi sempre tardi, tardissimo, o addirittura non tornavi e io, io che a vent’anni  per una volta rientravo alle tre ero  una puttana ?

Allora con chi ci stavi tu in giro fino alle tre di notte ? Puttane, pà ?

Io non l’ho mai pensato. Davvero.

Ti vedevo crollare la sera sfinito ,subito dopo aver mangiato, o ti sentivo la notte che vagavi per casa sistemando documenti, montagne di carta, prima di partire per i tuoi viaggi o quando tornavi.

Allora perché tu  mi hai dato della  puttana ?

Lo so che in fondo non lo pensavi, mi piace credere che tu non lo abbia  mai pensato, però me lo ha detto. Mi hai picchiata e me lo hai detto.

Trattandomi come una bambina cattiva. E anche un po’ scema.

 

Mi sono laureata , ma tu alla festa non c’eri. Quella volta lì eri corso via davvero e seriamente. Ci avevi lasciati nella grande casa. Una bellissima e accogliente casa in campagna che avevi iniziato a costruire quando eri ancora giovane e ci avevi messo sopra  un mutuo tanto grande, che si era  estinto solo  poco dopo la mia laurea. La casa per cui avevi corso così tanto.

Te n’eri andato con un’altra, una che forse avevi incrociato correndo, in una  delle sere in cui non sei tornato.

Una che forse non sbuffava ogni volta che c’era una valigia da disfare e una montagna di calzini e mutande e camicie da lavare.

Una che non ti sfotteva se la sera crollavi  subito dopo aver cenato, di corsa come facevi tu. Mi ricordo perfettamente il modo in cui affondavi il cucchiaio nella minestra o la forchetta nella pasta.

Di corsa, senza perdere un colpo, quasi senza respirare. Ingollavi di tutto. Ti piaceva sempre tutto,  sia che fosse scotto o troppo crudo, sia che i pomodori avessero la buccia, – che proprio non la digerivi e poi stavi male e correvi in bagno- mangiavi come un animale  lasciato libero dopo giorni di catena. Poi, appena finito, di corsa ti appisolavi, e regolarmente non digerivi.

 

Sei scappato con un’altra donna,  in un’altra casa.

Io però ho sempre saputo che un giorno saresti tornato, e che,  almeno una volta, saresti corso da me.

Ed è successo. In  un giorno freddo di febbraio. Sei corso da me, in ospedale, dove stavo per dare alla luce mia figlia.

Chi l’avrebbe mai detto. Io con una figlia.

Ricordi il giorno in cui ti ho detto che ero incinta?

Indossavo una gonna arancione e un maglione blu scuro. Avevo appena parcheggiato nel grande spiazzo davanti all’entrata di casa. Tu eri in macchina , arrivato da poco  da non so bene dove.

Hai aperto la portiera ,stavi per scendere, ti sono corsa incontro e :

– Sono incinta pà !-

Non hai parlato. Mi hai preso la faccia-questa volta niente sberle secche-  me l’hai stretta forte, da farmi quasi male.

Hai piantato i tuoi occhi color del ghiaccio quando il cielo ci si riflette dentro, nei miei  poi mi hai abbracciata e stretta forte e hai sussurrato solo  ce l’hai fatta. Ce l’hai fatta.

Poi ti ho ritrovato che correvi in ospedale per il mio cesareo d’urgenza. Volevi vedermi, ma non si poteva. Quando sono uscita dalla sala operatoria, ubriaca di anestesia, eri lì. Mi hanno spinta con la barella fino a te.

-L’hai vista ?  ti ho chiesto

-E’ bellissima   mi hai risposto. E piangevi.

Ricordo benissimo pà, tu piangevi.

Piangevi, come lei appena nata, quando l’istinto l’ha spinta a respirare per vivere.

Sei nato con lei, pà. E guarda  il caso, tu il 4  di febbraio, lei il 5 . Un solo giorno dopo, di molti anni dopo.

Sei nato allora. Sei un giovane vecchio. Basta correre, pà.

Il tempo non morde più alla nuca. Quello che dovevi fare, lo hai fatto. Quello  che dovevi dire, spesso  non lo hai detto. Ma adesso, pà, basta correre. Rischi davvero di sfracellarti. Non hai più i freni perfetti di  vent’anni fa. Non ce la faresti a fermarti o a virare in tempo. Faresti il botto, pà. Ne sono certa.

A volte ti guardo e vedo un vecchio di cent’anni, uno di quei saggi omini canuti che  mi capita di osservare  ogni tanto in giro per i campi, quando torno a casa nostra.

Altre invece, scorgo ancora in te  il guizzo del leone umile  e dignitoso che sei sempre stato. Ma dura poco.

Quando ti arrabbi, adesso, -e ogni tanto capita, Dio se capita –  dai  ancora la zampata ferina e  ruggisci , sì, ma dura poco. La tua adrenalina si scioglie  come un panetto di burro lasciato fuori dal frigo per troppo tempo; cola e si disperde, senza lasciare traccia. Ti ritorna la faccia ebete dell’omino  vecchio di campagna.

E in me aggalla una tenerezza mista alla  rabbia. Difficile descrivere cosa provo. Ti detesto tanto e voglio proteggerti. Spostarti  la seggiola quando  tenti di sederti  al tavolo della  mia cucina –maldestro – e non prendi bene le misure. Pulirti,  quando  ti ungi la faccia col sugo di  pomodoro, perché mangi ancora  correndo, come allora – in quello non sei cambiato di una virgola –  l’unica differenza è che adesso ti tremano le mani e spesso sbagli  la mira.

Sei un bambino, pà, solo più incazzato e rugoso e stanco.

E’ tempo che tu smetta davvero di correre, pà. Ascoltami, se puoi.

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2 pensieri su “Lettera ad un padre mai nato

  1. per chi, con te ha xcorso questa strada, per chi con te e come te ha visto il suo papa’correre, lavorare, correre e lavorare e….per me che l’ho visto fermarsi x sempre: sara’ sempre fiero di te

  2. NONOSTANTE TU ABBIA DOVUTO CRESCERE E DIVENTARE DONNA SEI RIMASTA INNAMORATA DEL TUO PAPA’.L’AMORE E I RICORDI NON TI ABBANDONERANNO MAI E LI TRASMETTERAI ALLE TUE FIGLIE AFFINCHE’ ANCHE TU POTRAI ASSAPORARLI

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