Maree

di Laura Tosi

Sea: Morning after circa 1830 Joseph Mallord William Turner 1775-1851 Accepted by the nation as part of the Turner Bequest 1856 http://www.tate.org.uk/art/work/D35985

Sono seduta sulla sabbia bagnata, le mani affondate nelle tasche, oggi non piove, solo nuvole minacciose e un vento che frusta la schiena senza pietà.

Il mare mi chiama, scappa lontano da me e poi ritorna, ancora e ancora, sempre più agitato, sempre più minaccioso, sempre più invitante. I pensieri seguono il movimento delle onde, vanno e vengono, si ingrossano, si gonfiano e poi si infrangono lasciandomi il cuore pesante, il ritornello di una vecchia canzone risuona ossessivo nella mia testa:

tu sei dentro di me come l’alta marea che compare e scompare portandoti via”.

Ma guardati: ancora con quella faccia scura, cosa vai cercando? Perché stai a massacrarti davanti al mare?

Cerco la pace.

E la cerchi davanti a un mare in burrasca?

Mi rappresenta.

Sì, come il grido di Munch.

Cosa vuoi?

Tu non vuoi me, non mi vuoi veramente, così come non mi vuole lei.

Non è vero, io ti voglio bene. La cerchi ancora?

Perché?

Perché ho bisogno di capire.

Non c’è niente da capire, niente che tu non abbia già capito, niente che ci possa ridare quello che non abbiamo avuto.

Eppure una chiave di lettura ci deve essere, non può rimanere tutto così sospeso.

Vieni via, andiamo a ripararci in casa, una coperta calda, una tazza di tè bollente, la scatola con tutte quelle foto in bianco e nero e mi racconti, lo sai che so ascoltare.

Ne abbiamo parlato tante volte, cosa credi possa essere cambiato?

Forse niente, forse tutto, chi può dirlo, magari avremo un’illuminazione e potremo rinascere.

Raccolgo la mia sacca e volto le spalle al mare; non ho voglia di rientrare in casa, ma stare qui non ha più senso, l’incantesimo si è rotto e il freddo mi è entrato nelle ossa: ora lo sento.

Brava piccola mia, ci vogliono un po’ di coccole, ci penso io, prepariamo il tè allo zenzero: sei proprio sicura che non ti voglio bene?

Seduta sul tappeto sorrido, il mio tè preferito, la mia coperta di pile rossa con i gufi bianchi e le foto sparse tutto attorno.

Coraggio, tutti in scena, silenzio, su il sipario e …

Guarda. Questa te la ricordi? Una spaccata così non è da tutti, ma allora era facile, il divaricatore portato per mesi ha reso le gambe svitate, allora di svitato c’era solo quello, ora…

Ti prego, non cominciare con i piagnistei.

Non mi sto lamentando, ricordo solo che ero sempre malata, una sfiga dietro l’altra, mai niente di grave per fortuna, ma quando stavo male lei mi accarezzava, mi parlava sottovoce, mi stava vicina. Era bello stare male.

Ma dai, figuriamoci. Non mi ricordo, sei sicura?

Sì, quando guarivo lei non si comportava più così, non mi cercava mai, adesso lo posso dire: non ci ha mai amato.

Oh, questa sì che è una novità!

Non prendermi in giro. Guarda questa: estate al mare con papà, stiamo uscendo dall’acqua, sembro proprio felice. Mare, anche allora. E sorrisi, solo allora.

Ti manca papà?

Da morire. Lui la amava, no, la adorava. Ti ricordi come la guardava? Ho sempre pensato che avrei voluto essere guardata così da un uomo.

Ci risiamo, adesso parti con il solito ritornello “nessuno mi vuole bene”.

Se devi rompere lasciamo stare.

No, scusa, continua.

Accarezzo le foto con lo sguardo, non so quale prendere in mano, ne scelgo una, poi cambio idea e ne prendo un’altra, alla fine decido per quella in cui lei, giovane e bellissima, sorride sfrontata affacciata ad un balcone.

Guarda com’è bella, difficile confrontarsi con un esemplare così. Sembra felice. Chissà dove ha nascosto il terrore provato da bambina quando è rimasta chiusa fuori dal rifugio antiaereo con le sirene che urlavano impazzite in una Milano quasi deserta. In questo sorriso furbo non ne è restata traccia.

Non ha avuto una vita facile.

Questo lo so, quello che non so è cosa l’ha fatta diventare la donna di ghiaccio che è oggi. Ho bisogno di prendere le distanze da lei, ha ancora troppa influenza su di me, mi prosciuga di ogni energia, mi riempie di angosce e sensi di colpa.

Lo sai bene che sei tu a darle tutto questo potere, ne abbiamo parlato un sacco di volte, sembri un disco rotto, un manuale di psicologia abusato.

Hai ragione. Sto cercando di ricordare qualcosa di allegro, ma è così difficile, un momento, aspetta, guarda questa foto, me ne ero dimenticata, guarda come sorride abbracciando un enorme mazzo di margherite bianche, aveva voluto raccoglierle a tutti i costi, ha obbligato papà a fermarsi a bordo strada, ricordi come rideva lui quando siamo rientrate in auto? Ci ha chiesto di controllare le suole delle scarpe, era sicuro che qualcuno avesse calpestato una cacca e invece erano le margherite: belle, candide  e pestilenziali.

Mi piace sentirti ridere, lo fai così di rado.

Non è vero, ogni tanto mi rattristo, ma ormai capita sempre di meno e poi passa presto.

Ne sei proprio sicura?

Mi alzo per sgranchirmi un po’ le gambe, ho bisogno di musica, prendo un CD dalla pila e lo infilo nel lettore, lascio che sia il caso a decidere quale sarà l’atmosfera e il caso, come l’inconscio, è fetente: le note struggenti di una fisarmonica riempiono la stanza, avevo dimenticato di avere una raccolta di tanghi argentini.

Seguo il ritmo che si fa incalzante e sensuale, chiudo gli occhi e accenno qualche passo di danza.

Io lascerei stare se fossi in te, sembri un pezzo di legno.

Sempre carina, non ti smentisci mai.

Ma dai, lo diceva sempre anche papà che ballare con te era più faticoso che fare un trasloco.

Sono pesante da portare e anche da sopportare, lo so. Per papà c’era una sola ballerina: mamma. Ballava unicamente con lei, quando volteggiavano sulle piste da ballo sembravano senza peso, così sicuri, così belli, mi facevano molta invidia, lo ammetto, ma anche in quelle poche occasioni in cui accettavo di andare con loro lei riusciva sempre a umiliarmi, a farmi sentire goffa e inadeguata obbligando i loro amici a farmi ballare.

Sei sicura di non esagerare? Guarda le cose da un altro punto di vista, magari voleva solo renderti partecipe, farti divertire.

Quando fai così ti odio, non cercare di indorarmi la pillola, non cercare di nascondere ancora la testa sotto la sabbia, senza verità non ci sarà quella che tu chiami illuminazione, non è facendo finta che non sia successo che tutto tornerà a posto, non mi fa piacere, ma ormai devo accettare che è una donna anaffettiva, non le sto facendo una colpa, sto solo cercando di farci i conti.

Wow, la tristezza lascia posto alla rabbia, si cambia registro.

Ridi, ridi pure, ma è la rabbia che mi ha aiutato in tutti questi anni, che mi ha tenuto a galla.

Lo so, cercavo solo di sdrammatizzare, non te la prendere.

Già, la fai troppo semplice, ci sono cose che io non posso dimenticare, cose che non riesco ancora oggi a digerire.

Tipo?

Per anni ho cercato di capire cosa l’avesse spinta a mettere al mondo un figlio, poi una malaugurata sera mi sono decisa a chiederlo, era la domanda delle domande, quella che non si dovrebbe mai fare ad alta voce, quella per cui sono auspicabili pietose bugie o a cui una madre dovrebbe rispondere con un largo sorriso. Ero furiosa e alla fine di una delle nostre sterili litigate le ho chiesto perché non avesse scelto di abortire, ti ricordi la risposta? “Ho fatto di tutto, ma non ci sono riuscita, eri testarda già da allora”.

Non dovevi chiedere.

Non doveva rispondere. Non così.

Non si fanno domande di cui si conosce già la risposta, devi fartene una ragione.

Lo so, ma il suo modo di non essere madre ci ha condizionato la vita.

Come ne usciamo?

Non lo so, forse basterebbe il perdono.

Forse dovremmo andare oltre.

Il suono insistente del telefono mi riporta al presente, sul display del cellullare leggo MAMMA e mi viene voglia di scappare.

Prendo fiato, un lungo respiro e accetto la chiamata.

Ciao mami, sei a casa? Tutto bene?

Sì, ma tu quando pensi di arrivare? E’ tardi, io ho già cenato.

Lo so, arrivo domani ti ricordi? Adesso sono al mare, chiudo casa e poi parto.

Ma devo prepararti il pranzo? Non ho niente in casa.

Non ti preoccupare, mi arrangio.

Bene, buona notte.

Mi sistemo addosso la coperta e prendo tra le mani la tazza di tè, è diventato freddo anche lui, dovrei farne dell’altro, dovrei mettere un altro CD, dovrei accendere la luce, ma non ne ho voglia.

Non ho più nemmeno voglia di parlare con l’altra me, ho bisogno di silenzio.

Purtroppo, anche per questa volta, nessuna illuminazione, nessuna rinascita, ma non disperiamo: dopotutto, domani è un altro giorno.

Piccole devozioni

di Eugenio Gaslini

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Quando viene è perché ha bisogno di qualcosa. Di solito ha bisogno di ascolto. Mi chiama, mi chiede come sto; se mi sente un po’ rigido mi prende in giro. Ci riesce così bene che mi ritrovo a ridere. Allora lui dice che sarebbe bello vedersi e propone di uscire a cena, magari per una pizza.  Per me va bene. Mi fa piacere vederlo. Forse non desidero altro. Anche se negli ultimi tre mesi ho lottato per non cedere alla tentazione di chiamarlo, di scrivergli un messaggio sul cellulare. Ho lottato, non per una questione di principio, ma perché conosco la verità: non sono niente per lui, se non un paio di orecchie attente. Ma se mi chiama, e mi propone di uscire, dico sempre di sì.

E’ triste rendersi conto di essere solo un paio di orecchie. Eppure è così. Io sono quella coppia affiatata di padiglioni auricolari. Da sempre. Dai tempi delle scuole superiori, quando Betty veniva a casa mia e mi raccontava dei baci segreti del pomeriggio appena trascorso con un ragazzo di tre anni più grande di noi. Veniva per raccontarmi i baci e per ritirare le tavole di disegno tecnico che avevo fatto al posto suo. Fare due tavole anziché una non mi costa niente, le avevo detto, quando l’avevo vista preoccupata dopo che il professore, da un giorno all’altro, ci aveva assegnato quel carico di lavoro aggiuntivo. Lei aveva già programmato di uscire con quel ragazzo. E quando fosse rientrata, avrebbe dovuto studiare per il compito in classe di francese. Non aveva proprio tempo per quelle tavole. E io, che non avevo nessuno da baciare, l’avevo resa felice dicendole di stare tranquilla, che alle proiezioni ortogonali ci avrebbe pensato il sottoscritto. Betty mi aveva abbracciato. E quell’abbraccio era stata la mia unica ricompensa, perché la mia spontanea generosità non sarebbe stata premiata dai risultati. Il professore avrebbe valutato la mia tavola con un discreto sette, specificando che c’era qualche imperfezione, qualche sbavatura, e la sua con un convinto otto, omaggiando la sua consueta precisione. In pratica Betty si era conquistata fama di precisa disegnatrice tecnica grazie ai disegni che facevo al suo posto. E quel segreto era il collante della nostra amicizia. Lei usciva e baciava; e baciando imparava a destreggiarsi nella vita. Mentre io disegnavo per lei.

Betty era solita dirmi: Sei il mio frate confessore. Dopo essermi confidata con te mi sento sollevata. Col tempo Betty ha lasciato il posto, nell’astratto confessionale di cui ero il sovrano, a Alessandra che a sua volta l’ha ceduto a Luisa che si è fatta da parte a vantaggio di Roberta. Potrei andare avanti a lungo con la lista dei nomi; le mie orecchie hanno sempre avuto molto lavoro. E hanno cercato di svolgerlo al meglio.

La novità degli ultimi anni è che a confidarsi con me non sono più soltanto donne. Ci sono anche uomini. Evoluzione che ha dato origine a qualche complicazione. E’ rimasta intatta la mia predisposizione a non giudicare, ma il mio coinvolgimento è cambiato. Anche il mio ruolo, a dire il vero, è cambiato. Di norma le donne cercano solidarietà, gli uomini uno sfogo.

Ora, davanti a una pizza fumante, seguo con attenzione il resoconto dell’ennesima delusione lavorativa di questo ragazzo che conosco da poco più di un anno e che, grazie ad alcune piccole attenzioni, è riuscito a conquistarsi un discreto spazio nell’olimpo delle mie amicizie.

Ha nove anni meno di me e questa circostanza lo incoraggia a ritenermi una sorta di fratello maggiore. In realtà un fratello maggiore lui ce l’ha già. Ma non lo nomina mai.

Come un fiume di piena, mi spiega di aver fatto dei lavori a casa di un amico. Non dei semplici lavoretti, ci ha lavorato per tre settimane di seguito. E il suo amico non solo non l’ha ancora pagato, ma non gli risponde neppure al telefono.

Gli consiglio di scrivergli un messaggio generico e cordiale e di puntualizzare il mancato pagamento.

Non sono bravo a fare queste cose ribatte secco. E così mi ritrovo a dettargli il testo, mentre la pizza un po’ si raffredda.

Dopo dieci minuti, riceve un sms di risposta dal suo amico che mi legge ad alta voce: Scusa per il ritardo. Ho avuto un periodo incasinato. Provvedo nei prossimi giorni. E’ perplesso, tuttavia il suo sguardo si distende. Ne approfitto per tentare di cambiare argomento. Gli chiedo come va con la pallanuoto.

Normalmente quando parliamo di pallanuoto, si rasserena e diventa più gioviale. Ma stavolta si limita a dire che va tutto bene, che i ragazzi entrati nella squadra questa stagione sono simpatici. Vorrei che mi raccontasse qualcosa in più di quei ragazzi, che me li descrivesse fisicamente, ma avverto che scalpita per riferirmi altri problemi. Problemi che ha con il suo socio. A dire il vero non è proprio un socio, non hanno costituito una società insieme. Però collaborano da anni. Ebbene, quello che lui definisce il suo socio, a volte lo tradisce preferendo un altro artigiano al suo posto.

Provo a formulare delle ipotesi sul comportamento del suo socio che nel mio intento dovrebbero gettare acqua sul fuoco del suo risentimento. Ma lui scuote la testa e sbotta: Si comporta così per dimostrare che ha il coltello dalla parte del manico!

Annuisco, probabilmente ha ragione. Gli consiglio di provare a collaborare anche con altri artigiani. L’ho già fatto, taglia corto lui. Ma devo ancora vedere i soldi.

E’ deluso. Profondamente deluso. E io non so come consolarlo. Oltretutto, ogni volta che porta il boccale di birra alla bocca, il suo bicipite si contrae e io devo vincere la tentazione di tastarne la consistenza. La sua pelle è liscia. Ed è il motivo per cui perdo due ore a cercare soluzioni ai suoi problemi lavorativi. E’ la sua pelle liscia che mi è capitato di vedere altre volte spuntare sotto la maglietta a tenermi in pugno. E’ quella porzione di natiche che ho scorto di sfuggita un giorno che si era chinato a raccogliere le chiavi a inchiodarmi alla sedia in religioso ascolto. Sono vittima di quei fotogrammi brevi ma potentemente nitidi.

Quando usciamo dalla pizzeria si accende una sigaretta. Ha ancora voglia di parlare e io di guardarlo mentre avvicina e allontana la sigaretta alla bocca. Quel semplice gesto tende il suo bicipite e solleva leggermente la t-shirt, ma non abbastanza da permettermi di rivedere il suo addome glabro. Vorrei abitare in riva al mare per proporgli un bagno di mezzanotte. Contemplarlo mentre si libera degli indumenti prima di buttarsi in acqua.

All’improvviso smette di parlare e mi guarda come se mi vedesse solo adesso. Forse si rende conto di aver sempre parlato lui. Con astuzia sposta l’attenzione su di me provocandomi con una delle sue battute canzonatorie. La ritrovata voglia di scherzare che colgo nel suo sguardo di sfida mi incoraggia a rispondergli fisicamente afferrandogli il bicipite. Lui ride e io non allento la morsa. Ed è’ in quel preciso istante che capisco perché sono lì, perché lo sto ascoltando da quasi tre ore. Per quel furtivo contatto fisico che mi fa sperare in contatti ben più intimi e prolungati.

Si è fatto tardi. Saliamo sulla mia macchina. Guido fino al parcheggio dove ha lasciato la sua. Scende. E si accende subito un’altra sigaretta. Non lo lascio fumare per strada da solo. Scendo anch’io. Non fumare! lo ammonisco. Abbi cura dei tuoi polmoni! aggiungo solo per aver la possibilità di posargli la mano sul petto. Dopotutto i polmoni sono lì sotto, e la mia incursione appare  giustificata.

Vorrei smettere, dice lui, aspirando il tabacco. Ma non è il periodo.

Non è mai il periodo, sarei tentato di rispondere, ma lascio perdere perché colgo il rischio che ricominci con altri problemi.

La sigaretta viene spenta. E’ ora di salutarci. Mi offre la mano in maniera neutra, come potrebbe offrirla a un conoscente, non a qualcuno che è stato tre ore ad ascoltarlo. Quella stretta di mano impersonale mi ferisce. Entro in macchina facendo attenzione che passino anche le orecchie. Ho la sensazione che siano diventate enormi. Mi osservo allo specchietto retrovisore: le mie orecchie sono incollate al cranio e sembrano piccine rispetto al lavoro che hanno svolto stasera.

Prima di coricarmi controllo sul display del cellulare se mi ha inviato un messaggio, magari per ringraziarmi dell’ascolto, magari per chiedermi se sono arrivato, visto che ho percorso un po’ di strada per tornare a casa. No, nessun messaggio. Mi riprometto che mi asterrò dal chiamarlo per un po’. Poi spengo la luce e nel buio mi torna alla mente la sua pelle liscia, il suo bicipite massiccio. Allungo un braccio fino al comodino per prendere il cellulare. Gli scrivo che la serata è volata e sono stato bene in sua compagnia. Com’era prevedibile non mi risponde. Il suo nome tornerà a comparire sul display del mio cellulare solo nel momento in cui avrà di nuovo bisogno di qualcuno che lo ascolti. Che lo ascolti con devota attenzione come solo le mie orecchie sanno fare.

Vieni e vai

di Rosanna Biffi

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Stanotte la neve è quieta, i fiocchi solitari non turbinano nella tormenta. Ascolto il silenzio e non mi serve altro. Né chiamate di voci nervose, né corpi che mi offrirebbero un calore di poco prezzo e pretenderebbero scintille di lava che io avrei già reso inoffensive.

La foto della mamma mi guarda dal cassettone antico, fissata in bianco e nero. La figura sottile, il sorriso per nulla rilassato, gli occhi azzurrissimi che solo io ricordo e che nessuno, mai più, rivivrà ancora.

Spalanco la finestra sul cielo della notte, i polmoni si aprono e ancora una volta posso tornare a vivere. Di fronte a me, la collina di ciliegie dell’estate è avvolta dalla foschia bassa che mi libera e mi opprime. Solo quando nevica riesco a respirare l’aria del mondo, quando non ha né colori né impudicizie.

Domattina all’alba spalerò i gradini che scendono al cancello d’ingresso. Da anni nessuno li sale. Mi lasciano le provviste accanto al muretto di recinzione, con smartphone e computer posso regolare tutta la vita esterna.

Il mondo che passa davanti alle mie persiane socchiuse, io lo guardo quando sbircio tra i listelli ciò che una volta solcavo con passo speranzoso. “Sciocca”, mi dico sempre pensando alla me stessa di allora. Tanti batticuore, tante giornate con il viso al sole, per poi capire che non c’era nulla oltre a quello che ora vedo a strisce chiare e scure. La bambina che mi rubava i giochi con sorriso sfrontato, percorre ogni giorno il mio marciapiede con piedi malfermi, con la pancia enorme che gli anni le hanno portato e l’arroganza che non le hanno tolto. Il bel giovane dagli occhi bruni che guardavo tanto, ha sempre una sigaretta tra le labbra e cammina pensoso, insicuro, com’era già allora senza che io me ne accorgessi.

Apro le imposte e i vetri, sistemo la poltrona davanti alla finestra e respiro la pulizia della neve. La punta della mia sigaretta è l’unica luce che interrompe il buio continuo, dalla stanza ai confini del cielo scuro. Brucia persino troppo e non è la prima volta che succede, dev’essere una partita venuta male e dovrò scriverlo al tabaccaio, perché con tutti i soldi che gli regalo può anche simulare interesse per una cliente affezionata. La brace è così intensa che si riflette sulla collina delle ciliegie. Anzi, quel puntino rosso di fronte, lontano, aumenta sempre più, rotola verso il basso e diventa tanto grande, tanto rosso. Scende, precipita, non trova ostacoli. Cosa può la neve contro il fuoco? Il grumo di brace ingigantito ha raggiunto la mia soglia, rotondo, minaccioso e inarrestabile…

Apro gli occhi perché dalla finestra aperta si affaccia la luce di una grigia giornata d’inverno. Non è più l’alba, la saracinesca del negozio di fronte è alzata, l’interno è illuminato. Mi alzo di scatto per chiudere le imposte, ci mancherebbe che mi vedessero dentro casa mia, dopo anni di occhiate lanciate contro le finestre chiuse, ultimo riparo di una persona strana. Io ho solcato cieli e mari che non vedranno mai e so cosa c’è in quelle loro vite sfiancate. Oh sì, io li attraverso senza fatica. Approdare qui per stanchezza è stata la mia sconfitta, non la sola ma l’ultima. I colori degli arcobaleni che non hanno osato cercare sbiadiscono ormai anche per me, che ero stata in grado di guardarli.

Adesso, ai piedi dei gradini vedo un pupazzo di neve: gli occhi fatti con sassi iridescenti, una bella pallina rossa come naso. Chi ha varcato il cancelletto d’ingresso che nessuno apre? E’ spalancato e non posso scendere a chiuderlo in pieno giorno, né chiedere a qualcuno che lo faccia al posto mio, come favore personale.

Ho sbarrato imposte e vetri, ma dopo un caffè e un toast mi sistemo a guardare attraverso i listelli. Passa tempo, molto tempo. La posizione è scomoda e la visuale ridotta. Mentre decido di lasciare la postazione, la vedo. Viene avanti affondando con attenzione i piedi nella neve, perché sa che potrebbe cadere. Supera il cancello senza timore e non guarda verso le finestre. Gira piano intorno all’uomo di neve, gli sistema un occhio di sasso in simmetria con l’altro e gli aggiunge le braccia. Si siede a gambe incrociate davanti a lui per un po’, non so per quanto ma mi pare per tanto, e lo fissa con molta attenzione. Quando si alza, affonda ancor più la pallina rossa del naso ed esce senza fretta, calma, concentrata, nel suo giubbotto rosso che spicca contro il cielo che scurisce. “Quella bambina ha un cuore solitario”, penso mentre osservo a lungo i piedi piccoli che si allontanano nella neve. Ho osservato gli occhi azzurri, i ciuffi biondi che sfuggivano dal cappuccio della giacca rossa. Non ho mai frequentato bambini e per me rimangono un enigma. L’ho guardata immobile ai piedi del pupazzo. Ho spiato la calma dei suoi gesti. Da un periodo infinito non vedevo nessuno di così originale.

Se Dio vuole, la solitudine mi regala l’anarchia del tempo che ho sempre desiderato. Notte è quando dormo anche se il sole è alto, mattino è quando verso il primo caffè e accendo la prima sigaretta. Non devo chiedermi che ora sia adesso. Con un velo di grappa nel bicchiere, attendo i pensieri di una quiete imprevista e mi abbandono allo schienale della poltrona. Sono aperti i vetri per la mia aria salvifica di neve? Dopo controllerò. I cuscini affondano morbidi, posso aspettare un poco prima di rimettermi in piedi. Lo farò, dopo.

Ma ecco che arriva il refolo d’aria che rinfresca i polmoni. Sa di freddo e pulito e di boschi fitti mai toccati da orma d’uomo. Sento che apre gli alveoli, uno dopo l’altro. Con gentilezza, con decisione, stana gli eccessi e li restituisce al loro mondo di dolore, al quale non appartengo più. Nel mio corpo entrano soltanto ossigeno e aria, tutto ciò che ho sempre amato. Intorno a me si saldano i fiocchi di neve, cristalli miracolosi che si uniscono nella moltitudine, loro che sono ognuno diverso dall’altro. Sono miei amici, mentre aumentano, aumentano, diventano valanghe veloci che mi precipitano lungo i fianchi. Portano via la compagna cattiva dell’infanzia, il bel ragazzo che non mi ha mai vista, il carburante degli aerei che ho abitato, il nero, il nero di una vita senza paracadute. Trascinano un giubbotto rosso. Quello della bambina? No, la bambina no, no…

Dove sono? Gli occhi chiusi pesano, questo non è il mio letto. Dopo un po’ capisco che mi sono addormentata in poltrona davanti alla finestra chiusa. La spalanco perché so che mi serve l’aria di neve e respiro a fondo. Questo sì è ossigeno, e l’assaporo con la prima sigaretta del mattino. Il pupazzo è ancora lì, tutto intero ai piedi dei gradini, con il suo naso rosso bello saldo. Il caffè e la sigaretta in poltrona, davanti al cielo basso e chiaro, mi regalano un piacere che non ricordavo più. Potrei  rimanere così per sempre e sarebbe bello, il miglior paradiso che mi augurerei.

Io aspetto lei e infatti arriva con il giubbotto rosso. Percorre sicura il marciapiede e il varco del cancello, conclude con calma i giri intorno all’omino di neve. Di nuovo si siede e lo guarda e dopo non fa più nulla, perché adesso tutto è perfetto. Mi affaccio, non posso fare a meno di stare anch’io così, immobile. Quando si alza io mi raddrizzo, non voglio perdere nessuno dei suoi movimenti. Gli stivaletti affondano nelle orme che avevano già tracciato, lei esce e non chiude il cancello. Però alza il viso verso la mia finestra e mi osserva con gli occhi azzurrissimi. Vedo che non ha tanti anni e la sua curiosità è l’unica al mondo che mi piaccia. Abbozzo un sorriso (so ancora sorridere?) e lei risponde con il suo, così improvviso e fiducioso da cancellare i pensieri. Fa ciao con la manina, più e più volte, mentre si avvia sul marciapiede innevato verso la sua casa.

Adesso mangerò e penserò e dormirò. Però prima siederò in poltrona e accenderò una sigaretta. La brace ha un’aria amica e la nicotina si combina benissimo con l’aria di neve. Stanotte sognerò e ci sarà qualcosa di rosso. Ma non saranno le fiamme dell’inferno né gli orrori del sangue. Stanotte gli incubi non arriveranno. Stanotte il mio rosso sarà solo trasparente.