Piccole devozioni

di Eugenio Gaslini

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Quando viene è perché ha bisogno di qualcosa. Di solito ha bisogno di ascolto. Mi chiama, mi chiede come sto; se mi sente un po’ rigido mi prende in giro. Ci riesce così bene che mi ritrovo a ridere. Allora lui dice che sarebbe bello vedersi e propone di uscire a cena, magari per una pizza.  Per me va bene. Mi fa piacere vederlo. Forse non desidero altro. Anche se negli ultimi tre mesi ho lottato per non cedere alla tentazione di chiamarlo, di scrivergli un messaggio sul cellulare. Ho lottato, non per una questione di principio, ma perché conosco la verità: non sono niente per lui, se non un paio di orecchie attente. Ma se mi chiama, e mi propone di uscire, dico sempre di sì.

E’ triste rendersi conto di essere solo un paio di orecchie. Eppure è così. Io sono quella coppia affiatata di padiglioni auricolari. Da sempre. Dai tempi delle scuole superiori, quando Betty veniva a casa mia e mi raccontava dei baci segreti del pomeriggio appena trascorso con un ragazzo di tre anni più grande di noi. Veniva per raccontarmi i baci e per ritirare le tavole di disegno tecnico che avevo fatto al posto suo. Fare due tavole anziché una non mi costa niente, le avevo detto, quando l’avevo vista preoccupata dopo che il professore, da un giorno all’altro, ci aveva assegnato quel carico di lavoro aggiuntivo. Lei aveva già programmato di uscire con quel ragazzo. E quando fosse rientrata, avrebbe dovuto studiare per il compito in classe di francese. Non aveva proprio tempo per quelle tavole. E io, che non avevo nessuno da baciare, l’avevo resa felice dicendole di stare tranquilla, che alle proiezioni ortogonali ci avrebbe pensato il sottoscritto. Betty mi aveva abbracciato. E quell’abbraccio era stata la mia unica ricompensa, perché la mia spontanea generosità non sarebbe stata premiata dai risultati. Il professore avrebbe valutato la mia tavola con un discreto sette, specificando che c’era qualche imperfezione, qualche sbavatura, e la sua con un convinto otto, omaggiando la sua consueta precisione. In pratica Betty si era conquistata fama di precisa disegnatrice tecnica grazie ai disegni che facevo al suo posto. E quel segreto era il collante della nostra amicizia. Lei usciva e baciava; e baciando imparava a destreggiarsi nella vita. Mentre io disegnavo per lei.

Betty era solita dirmi: Sei il mio frate confessore. Dopo essermi confidata con te mi sento sollevata. Col tempo Betty ha lasciato il posto, nell’astratto confessionale di cui ero il sovrano, a Alessandra che a sua volta l’ha ceduto a Luisa che si è fatta da parte a vantaggio di Roberta. Potrei andare avanti a lungo con la lista dei nomi; le mie orecchie hanno sempre avuto molto lavoro. E hanno cercato di svolgerlo al meglio.

La novità degli ultimi anni è che a confidarsi con me non sono più soltanto donne. Ci sono anche uomini. Evoluzione che ha dato origine a qualche complicazione. E’ rimasta intatta la mia predisposizione a non giudicare, ma il mio coinvolgimento è cambiato. Anche il mio ruolo, a dire il vero, è cambiato. Di norma le donne cercano solidarietà, gli uomini uno sfogo.

Ora, davanti a una pizza fumante, seguo con attenzione il resoconto dell’ennesima delusione lavorativa di questo ragazzo che conosco da poco più di un anno e che, grazie ad alcune piccole attenzioni, è riuscito a conquistarsi un discreto spazio nell’olimpo delle mie amicizie.

Ha nove anni meno di me e questa circostanza lo incoraggia a ritenermi una sorta di fratello maggiore. In realtà un fratello maggiore lui ce l’ha già. Ma non lo nomina mai.

Come un fiume di piena, mi spiega di aver fatto dei lavori a casa di un amico. Non dei semplici lavoretti, ci ha lavorato per tre settimane di seguito. E il suo amico non solo non l’ha ancora pagato, ma non gli risponde neppure al telefono.

Gli consiglio di scrivergli un messaggio generico e cordiale e di puntualizzare il mancato pagamento.

Non sono bravo a fare queste cose ribatte secco. E così mi ritrovo a dettargli il testo, mentre la pizza un po’ si raffredda.

Dopo dieci minuti, riceve un sms di risposta dal suo amico che mi legge ad alta voce: Scusa per il ritardo. Ho avuto un periodo incasinato. Provvedo nei prossimi giorni. E’ perplesso, tuttavia il suo sguardo si distende. Ne approfitto per tentare di cambiare argomento. Gli chiedo come va con la pallanuoto.

Normalmente quando parliamo di pallanuoto, si rasserena e diventa più gioviale. Ma stavolta si limita a dire che va tutto bene, che i ragazzi entrati nella squadra questa stagione sono simpatici. Vorrei che mi raccontasse qualcosa in più di quei ragazzi, che me li descrivesse fisicamente, ma avverto che scalpita per riferirmi altri problemi. Problemi che ha con il suo socio. A dire il vero non è proprio un socio, non hanno costituito una società insieme. Però collaborano da anni. Ebbene, quello che lui definisce il suo socio, a volte lo tradisce preferendo un altro artigiano al suo posto.

Provo a formulare delle ipotesi sul comportamento del suo socio che nel mio intento dovrebbero gettare acqua sul fuoco del suo risentimento. Ma lui scuote la testa e sbotta: Si comporta così per dimostrare che ha il coltello dalla parte del manico!

Annuisco, probabilmente ha ragione. Gli consiglio di provare a collaborare anche con altri artigiani. L’ho già fatto, taglia corto lui. Ma devo ancora vedere i soldi.

E’ deluso. Profondamente deluso. E io non so come consolarlo. Oltretutto, ogni volta che porta il boccale di birra alla bocca, il suo bicipite si contrae e io devo vincere la tentazione di tastarne la consistenza. La sua pelle è liscia. Ed è il motivo per cui perdo due ore a cercare soluzioni ai suoi problemi lavorativi. E’ la sua pelle liscia che mi è capitato di vedere altre volte spuntare sotto la maglietta a tenermi in pugno. E’ quella porzione di natiche che ho scorto di sfuggita un giorno che si era chinato a raccogliere le chiavi a inchiodarmi alla sedia in religioso ascolto. Sono vittima di quei fotogrammi brevi ma potentemente nitidi.

Quando usciamo dalla pizzeria si accende una sigaretta. Ha ancora voglia di parlare e io di guardarlo mentre avvicina e allontana la sigaretta alla bocca. Quel semplice gesto tende il suo bicipite e solleva leggermente la t-shirt, ma non abbastanza da permettermi di rivedere il suo addome glabro. Vorrei abitare in riva al mare per proporgli un bagno di mezzanotte. Contemplarlo mentre si libera degli indumenti prima di buttarsi in acqua.

All’improvviso smette di parlare e mi guarda come se mi vedesse solo adesso. Forse si rende conto di aver sempre parlato lui. Con astuzia sposta l’attenzione su di me provocandomi con una delle sue battute canzonatorie. La ritrovata voglia di scherzare che colgo nel suo sguardo di sfida mi incoraggia a rispondergli fisicamente afferrandogli il bicipite. Lui ride e io non allento la morsa. Ed è’ in quel preciso istante che capisco perché sono lì, perché lo sto ascoltando da quasi tre ore. Per quel furtivo contatto fisico che mi fa sperare in contatti ben più intimi e prolungati.

Si è fatto tardi. Saliamo sulla mia macchina. Guido fino al parcheggio dove ha lasciato la sua. Scende. E si accende subito un’altra sigaretta. Non lo lascio fumare per strada da solo. Scendo anch’io. Non fumare! lo ammonisco. Abbi cura dei tuoi polmoni! aggiungo solo per aver la possibilità di posargli la mano sul petto. Dopotutto i polmoni sono lì sotto, e la mia incursione appare  giustificata.

Vorrei smettere, dice lui, aspirando il tabacco. Ma non è il periodo.

Non è mai il periodo, sarei tentato di rispondere, ma lascio perdere perché colgo il rischio che ricominci con altri problemi.

La sigaretta viene spenta. E’ ora di salutarci. Mi offre la mano in maniera neutra, come potrebbe offrirla a un conoscente, non a qualcuno che è stato tre ore ad ascoltarlo. Quella stretta di mano impersonale mi ferisce. Entro in macchina facendo attenzione che passino anche le orecchie. Ho la sensazione che siano diventate enormi. Mi osservo allo specchietto retrovisore: le mie orecchie sono incollate al cranio e sembrano piccine rispetto al lavoro che hanno svolto stasera.

Prima di coricarmi controllo sul display del cellulare se mi ha inviato un messaggio, magari per ringraziarmi dell’ascolto, magari per chiedermi se sono arrivato, visto che ho percorso un po’ di strada per tornare a casa. No, nessun messaggio. Mi riprometto che mi asterrò dal chiamarlo per un po’. Poi spengo la luce e nel buio mi torna alla mente la sua pelle liscia, il suo bicipite massiccio. Allungo un braccio fino al comodino per prendere il cellulare. Gli scrivo che la serata è volata e sono stato bene in sua compagnia. Com’era prevedibile non mi risponde. Il suo nome tornerà a comparire sul display del mio cellulare solo nel momento in cui avrà di nuovo bisogno di qualcuno che lo ascolti. Che lo ascolti con devota attenzione come solo le mie orecchie sanno fare.

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Un pensiero su “Piccole devozioni

  1. Bello, immedesimante. Forse perchè nel mondo sono poche le orecchie che ascoltano e dargli una voce è importante, oltre che fondamentale per dare risalto al grande compito che svolgono. Il tono del brano è canzonatorio, leggero, tuttavia si capisce benissimo la profonda solitudine delle orecchie, distanti sulla testa e comunicanti nel cervello. Mi è piaciuto, spero abbia proseguio.

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