Maree

di Laura Tosi

Sea: Morning after circa 1830 Joseph Mallord William Turner 1775-1851 Accepted by the nation as part of the Turner Bequest 1856 http://www.tate.org.uk/art/work/D35985

Sono seduta sulla sabbia bagnata, le mani affondate nelle tasche, oggi non piove, solo nuvole minacciose e un vento che frusta la schiena senza pietà.

Il mare mi chiama, scappa lontano da me e poi ritorna, ancora e ancora, sempre più agitato, sempre più minaccioso, sempre più invitante. I pensieri seguono il movimento delle onde, vanno e vengono, si ingrossano, si gonfiano e poi si infrangono lasciandomi il cuore pesante, il ritornello di una vecchia canzone risuona ossessivo nella mia testa:

tu sei dentro di me come l’alta marea che compare e scompare portandoti via”.

Ma guardati: ancora con quella faccia scura, cosa vai cercando? Perché stai a massacrarti davanti al mare?

Cerco la pace.

E la cerchi davanti a un mare in burrasca?

Mi rappresenta.

Sì, come il grido di Munch.

Cosa vuoi?

Tu non vuoi me, non mi vuoi veramente, così come non mi vuole lei.

Non è vero, io ti voglio bene. La cerchi ancora?

Perché?

Perché ho bisogno di capire.

Non c’è niente da capire, niente che tu non abbia già capito, niente che ci possa ridare quello che non abbiamo avuto.

Eppure una chiave di lettura ci deve essere, non può rimanere tutto così sospeso.

Vieni via, andiamo a ripararci in casa, una coperta calda, una tazza di tè bollente, la scatola con tutte quelle foto in bianco e nero e mi racconti, lo sai che so ascoltare.

Ne abbiamo parlato tante volte, cosa credi possa essere cambiato?

Forse niente, forse tutto, chi può dirlo, magari avremo un’illuminazione e potremo rinascere.

Raccolgo la mia sacca e volto le spalle al mare; non ho voglia di rientrare in casa, ma stare qui non ha più senso, l’incantesimo si è rotto e il freddo mi è entrato nelle ossa: ora lo sento.

Brava piccola mia, ci vogliono un po’ di coccole, ci penso io, prepariamo il tè allo zenzero: sei proprio sicura che non ti voglio bene?

Seduta sul tappeto sorrido, il mio tè preferito, la mia coperta di pile rossa con i gufi bianchi e le foto sparse tutto attorno.

Coraggio, tutti in scena, silenzio, su il sipario e …

Guarda. Questa te la ricordi? Una spaccata così non è da tutti, ma allora era facile, il divaricatore portato per mesi ha reso le gambe svitate, allora di svitato c’era solo quello, ora…

Ti prego, non cominciare con i piagnistei.

Non mi sto lamentando, ricordo solo che ero sempre malata, una sfiga dietro l’altra, mai niente di grave per fortuna, ma quando stavo male lei mi accarezzava, mi parlava sottovoce, mi stava vicina. Era bello stare male.

Ma dai, figuriamoci. Non mi ricordo, sei sicura?

Sì, quando guarivo lei non si comportava più così, non mi cercava mai, adesso lo posso dire: non ci ha mai amato.

Oh, questa sì che è una novità!

Non prendermi in giro. Guarda questa: estate al mare con papà, stiamo uscendo dall’acqua, sembro proprio felice. Mare, anche allora. E sorrisi, solo allora.

Ti manca papà?

Da morire. Lui la amava, no, la adorava. Ti ricordi come la guardava? Ho sempre pensato che avrei voluto essere guardata così da un uomo.

Ci risiamo, adesso parti con il solito ritornello “nessuno mi vuole bene”.

Se devi rompere lasciamo stare.

No, scusa, continua.

Accarezzo le foto con lo sguardo, non so quale prendere in mano, ne scelgo una, poi cambio idea e ne prendo un’altra, alla fine decido per quella in cui lei, giovane e bellissima, sorride sfrontata affacciata ad un balcone.

Guarda com’è bella, difficile confrontarsi con un esemplare così. Sembra felice. Chissà dove ha nascosto il terrore provato da bambina quando è rimasta chiusa fuori dal rifugio antiaereo con le sirene che urlavano impazzite in una Milano quasi deserta. In questo sorriso furbo non ne è restata traccia.

Non ha avuto una vita facile.

Questo lo so, quello che non so è cosa l’ha fatta diventare la donna di ghiaccio che è oggi. Ho bisogno di prendere le distanze da lei, ha ancora troppa influenza su di me, mi prosciuga di ogni energia, mi riempie di angosce e sensi di colpa.

Lo sai bene che sei tu a darle tutto questo potere, ne abbiamo parlato un sacco di volte, sembri un disco rotto, un manuale di psicologia abusato.

Hai ragione. Sto cercando di ricordare qualcosa di allegro, ma è così difficile, un momento, aspetta, guarda questa foto, me ne ero dimenticata, guarda come sorride abbracciando un enorme mazzo di margherite bianche, aveva voluto raccoglierle a tutti i costi, ha obbligato papà a fermarsi a bordo strada, ricordi come rideva lui quando siamo rientrate in auto? Ci ha chiesto di controllare le suole delle scarpe, era sicuro che qualcuno avesse calpestato una cacca e invece erano le margherite: belle, candide  e pestilenziali.

Mi piace sentirti ridere, lo fai così di rado.

Non è vero, ogni tanto mi rattristo, ma ormai capita sempre di meno e poi passa presto.

Ne sei proprio sicura?

Mi alzo per sgranchirmi un po’ le gambe, ho bisogno di musica, prendo un CD dalla pila e lo infilo nel lettore, lascio che sia il caso a decidere quale sarà l’atmosfera e il caso, come l’inconscio, è fetente: le note struggenti di una fisarmonica riempiono la stanza, avevo dimenticato di avere una raccolta di tanghi argentini.

Seguo il ritmo che si fa incalzante e sensuale, chiudo gli occhi e accenno qualche passo di danza.

Io lascerei stare se fossi in te, sembri un pezzo di legno.

Sempre carina, non ti smentisci mai.

Ma dai, lo diceva sempre anche papà che ballare con te era più faticoso che fare un trasloco.

Sono pesante da portare e anche da sopportare, lo so. Per papà c’era una sola ballerina: mamma. Ballava unicamente con lei, quando volteggiavano sulle piste da ballo sembravano senza peso, così sicuri, così belli, mi facevano molta invidia, lo ammetto, ma anche in quelle poche occasioni in cui accettavo di andare con loro lei riusciva sempre a umiliarmi, a farmi sentire goffa e inadeguata obbligando i loro amici a farmi ballare.

Sei sicura di non esagerare? Guarda le cose da un altro punto di vista, magari voleva solo renderti partecipe, farti divertire.

Quando fai così ti odio, non cercare di indorarmi la pillola, non cercare di nascondere ancora la testa sotto la sabbia, senza verità non ci sarà quella che tu chiami illuminazione, non è facendo finta che non sia successo che tutto tornerà a posto, non mi fa piacere, ma ormai devo accettare che è una donna anaffettiva, non le sto facendo una colpa, sto solo cercando di farci i conti.

Wow, la tristezza lascia posto alla rabbia, si cambia registro.

Ridi, ridi pure, ma è la rabbia che mi ha aiutato in tutti questi anni, che mi ha tenuto a galla.

Lo so, cercavo solo di sdrammatizzare, non te la prendere.

Già, la fai troppo semplice, ci sono cose che io non posso dimenticare, cose che non riesco ancora oggi a digerire.

Tipo?

Per anni ho cercato di capire cosa l’avesse spinta a mettere al mondo un figlio, poi una malaugurata sera mi sono decisa a chiederlo, era la domanda delle domande, quella che non si dovrebbe mai fare ad alta voce, quella per cui sono auspicabili pietose bugie o a cui una madre dovrebbe rispondere con un largo sorriso. Ero furiosa e alla fine di una delle nostre sterili litigate le ho chiesto perché non avesse scelto di abortire, ti ricordi la risposta? “Ho fatto di tutto, ma non ci sono riuscita, eri testarda già da allora”.

Non dovevi chiedere.

Non doveva rispondere. Non così.

Non si fanno domande di cui si conosce già la risposta, devi fartene una ragione.

Lo so, ma il suo modo di non essere madre ci ha condizionato la vita.

Come ne usciamo?

Non lo so, forse basterebbe il perdono.

Forse dovremmo andare oltre.

Il suono insistente del telefono mi riporta al presente, sul display del cellullare leggo MAMMA e mi viene voglia di scappare.

Prendo fiato, un lungo respiro e accetto la chiamata.

Ciao mami, sei a casa? Tutto bene?

Sì, ma tu quando pensi di arrivare? E’ tardi, io ho già cenato.

Lo so, arrivo domani ti ricordi? Adesso sono al mare, chiudo casa e poi parto.

Ma devo prepararti il pranzo? Non ho niente in casa.

Non ti preoccupare, mi arrangio.

Bene, buona notte.

Mi sistemo addosso la coperta e prendo tra le mani la tazza di tè, è diventato freddo anche lui, dovrei farne dell’altro, dovrei mettere un altro CD, dovrei accendere la luce, ma non ne ho voglia.

Non ho più nemmeno voglia di parlare con l’altra me, ho bisogno di silenzio.

Purtroppo, anche per questa volta, nessuna illuminazione, nessuna rinascita, ma non disperiamo: dopotutto, domani è un altro giorno.

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