Per le strade di Londra

Dickens_dream

In un vicolo semi buio, uno dei tanti che puoi trovare a Londra, Oliver Twist rincorre la sua banda di ladri. Lo vedo nascondersi in qualche ombra. Scappa Oliver! Gli urlo. Ma  le guardie l’acciuffano e lo trascinano via. Continuo a seguirlo, senza farmi vedere.

E mentre cammino rasente il muro illuminato appena dai lampioni a gas, sento un tintinno. Mi volto e vedo l’evaso Magwitch. Ha un’andatura goffa e un residuo di catena alla caviglia che picchia sull’acciottolato. Anche se non lo posso vedere bene in faccia sento che in fondo potrei fidarmi di lui. E non mi fa paura.

Appena voltato l’angolo, una porta sbatte. Ecco, sta uscendo David Copperfield. Ha gli occhi duri e una smorfia sulla faccia pallida. È triste, lo so. Il patrigno l’ha appena mandato via, destinazione un collegio privato.

Chiunque possa uscire dalle case che affacciano su quei vicoli è qualcuno che conosco bene o uno sgherro da cui prendere una certa distanza. In ogni caso, è gente che si muove intorno a me, qualcuno con cui poter parlare. E loro mi prendono per mano. E mi trascinano per quelle strade. In mezzo al fumo e al vapore di Londra.

È lì dove vivo molte ore al giorno. E nessuno può dirmi il contrario: è un tempo lontano, quello, non ti appartiene. Puoi tirarmi per un braccio, e allontanarmi da lì.

Ormai ci sono dentro, e con un balzo salgo su una carrozza che si muove incerta sull’acciottolato, e passa accanto a case con angusti cortili e muri scrostati. Vagabondi rotolano nella notte e ubriachi maldestri litigano. Garzoni di pub stanno per chiudere i battenti. Li potrei chiamare tutti per nome, perché li ho visti e incontrati più volte. Lancio un sorriso sui loro volti di carta poi giro pagina e anche loro mi salutano e vanno via.

Non posso fuggire, anche se non è mia intenzione farlo. Sono lì, tra quelle righe, che scorrono come il Tamigi. E non vorrei essere altrove.

Accendo la lanterna quando la notte invade la città. Faccio qualche passo poi mi fermo di scatto, qualcuno mi prende per mano. È un bambino. Un orfano. Invece di provare pena per lui o una gran voglia di strapparlo a quelle strade, lo seguo ubbidiente e fiduciosa, ovunque mi stia portando. Quel bambino mi trascina in vicoli sempre più stretti e bui. E quando, solo per un istante, oso gridare: basta! Ho paura, non posso più seguirti, quel bambino mi stringe la mano ancora più forte e sono convinta che niente e nessuno potrà allontanarmi da lì. E non lo vorrei. Sono arrivata qui, mi dico, pagina dopo pagina, e qui voglio restare.

Quel bambino mi guarda mezzo incredulo. Allora gli faccio una smorfia, e lui capisce. E non molla la mia mano. Bando alle ciance, si prosegue. E mi ritrovo ancora a camminare su quelle strade. Vedo Oliver Twist che esce da un camino, tutto nero, quasi affumicato e per poco ruzzola giù. E Magwitch, in un angolo buio, che si azzuffa con un altro evaso.

Intanto David Copperfield mi taglia la strada, ha il naso rosso e gli occhi pieni di pianto. Passa da un posto all’altro, e nessuno lo vuole.

Sono tutti lì, in quella Londra fumosa, solo per me. Mi prendono per mano e non mi mollano più.

Mi scaraventano nelle loro storie facendo finta di accompagnarmi. Potenti, e delicati. Mi sbattono in faccia tutto, proprio tutto, e sono convinta che questa sia la realtà.

È così, e basta.

E poi di nuovo a spasso, la notte, per quelle strade buie.

Paola Pozzo

The dead

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Pubblicare qualcosa all’altezza di un Maigret mi basterebbe per sentirmi  scrittrice. Ma se dovessi scegliere il procedere incerto alla luce di un capolavoro, allora vorrei “The dead”. Non ho letto quasi nient’altro di Joyce, però “I morti” l’ho letto più volte.

E’ veloce e possiede solo gli aggettivi necessari, una caratteristica che amo dell’inglese. Gli aggettivi sono sfumature d’acquerello; i sostantivi, case di pietra e mattoni. E la modernità è così, concreta. Prendete “The dead” e cambiate i dettagli d’ambiente e costume: potreste pubblicarlo domani.

Il quadro del racconto è molto comune. Una cena di Natale che si ripete ogni anno a casa di due anziane zie zitelle. Devo riconoscere che alcuni elementi mi attraggono a prescindere dal talento di Joyce: la neve, il Natale, la notte e tutto ciò che è “vecchia Inghilterra”. Le descrizioni dei personaggi avvengono quasi in sordina, attraverso i dialoghi e grazie a particolari disseminati qui e là, che creano spigoli e definiscono. Particolari che attribuiscono a ciascuno la sua ombra, qui un nervosismo, là un’incertezza o un eloquio esagerato. E l’ambiente, l’ambiente è precisissimo nel rappresentare portate, musiche e affettuosi riti borghesi.

Tutta questa precisione soffocante, rassicurante eppure vivace nel suo essere ordinaria,  procede sin quasi alla fine, quando Gabriel, il punto di vista del racconto, “in una zona buia dell’anticamera” intravede una donna immobile sulle scale. E’ sua moglie Gretta e la loro è una coppia ancora viva di desiderio, un amore ben assortito. Ma in questa precisa cena di Natale, una musica al pianoforte ha ricordato a Gretta un ragazzo di paese, sensibile e malato, che l’amava con il romanticismo totale degli spiriti accesi e che a 16 anni si lasciò morire d’amore per lei. Così sulla scena appaiono e la invadono tutta le ombre, il non detto, la solitudine dei ricordi e dei sentimenti rimpianti.

Alla fine di “The dead” è come provare per la prima volta il sentimento autentico della morte.  Le pagine conclusive, ma soprattutto gli ultimi capoversi, sono un miracolo di scrittura. A 25 anni, James Joyce aveva trovato parole e immagini perfette per entrare nel mondo dell’immobilità e dell’ignoto.

Rosanna Biffi

I Melrose

melroseAmo molto ” I Melrose”, romanzo di Edward St Aubyn, scrittore inglese nato nel 1960. Tra il 1992 e il 2005 St Aubyn pubblica quattro romanzi, che saranno editi in Italia soltanto nel 2013 da Neri Pozza sotto un unico titolo, “I Melrose” appunto; nello stesso anno l’editore pubblica anche la traduzione di “At last”, uscito nel 2011, con il titolo “Lieto fine”;  la traduzione in italiano dei cinque romanzi originali è di Luca Briasco.

Il romanzo (per comodità ne parlo come di un unico romanzo, in realtà è una serie di cinque testi) narra la vita di Patrick Melrose, un giovane avvocato dell’upper class inglese, dall’infanzia fino ai suoi quaranta anni circa. Ambientato in epoca odierna, è circoscritto a pochi luoghi: una villa in Provenza, alcuni alberghi a New York, una residenza signorile nella campagna inglese, appartamenti borghesi e ospedali psichiatrici a Londra, nonché ad alcune funeral home. Dunque, Patrick. Un’infanzia infelice, vittima di David, padre sadico, dal quale Eleonor, madre debole e vile, non sa difenderlo; una giovinezza torturata da ricordi non rimossi e dall’uso distruttivo di droghe, farmaci e alcol; un’età adulta incerta e dolorosa, tra patologie depressive, alcolismo e ricoveri in clinica, che gli costeranno la separazione dalla moglie Mary e dai figli ancora bambini Robert e Thomas.

Un inferno moderno che St Aubyn indaga attraverso l’intelligenza acutissima di Patrick Melrose stesso, fredda e sarcastica, esercitata soprattutto contro sé stesso, e una profonda coscienza del dolore, che paradossalmente inchiodano il protagonista all’inazione,  perché agire è volgare e il dolore ineliminabile. Il viaggio drammatico di Patrick nella propria storia si conclude con il riconoscimento di ogni dolore, anche di coloro che sono stati la causa del suo, a loro volta vittime, e con la consapevolezza che non è il perdono ma la comprensione che apre la strada a una possibile salvezza, e a ricominciare a vivere, forse una vita meno infelice.

La narrazione è in terza persona ma dal punto di vista del protagonista, cui l’autore si avvicina talmente e con tale precisione e partecipazione emotiva da ingannare quasi il lettore, dandogli l’impressione che sia Patrick a parlare di sé in prima persona. Le figure retoriche, le metafore, le similitudini sono originalissime, audaci, insolite e ogni volta mi conquistano (ho già letto tre volte il romanzo). I dialoghi, elegantissimi e snob, sono lo strumento con cui St Aubyn descrive e presenta i vari personaggi, dando loro una vivacità di carattere immediata e indimenticabile. Il linguaggio è colto, opportuno alla complessità di un’indagine psicologica che il protagonista disturbato compie su sé stesso, con speculazioni intellettuali ardite e considerazioni morali non comuni. L’insieme è impegnativo per il lettore ma estremamente affascinante perché alla complessità della materia narrativa corrisponde una lingua agile, fluida, di grande eleganza, verrebbe da dire naturale.

Ho a lungo creduto che l’inglese fosse una lingua particolarmente duttile e che la grande tradizione del romanzo borghese e di conversazione inglese fosse essenziale per raggiungere la qualità di questo romanzo di St Aubyn, ma l’ottima traduzione in italiano mi ha convinto che anche la nostra lingua può offrire le stesse opportunità narrative; certo, manca una tradizione specifica o è piuttosto stentata, ma si può almeno tentare.

GB