The dead

thedead

Pubblicare qualcosa all’altezza di un Maigret mi basterebbe per sentirmi  scrittrice. Ma se dovessi scegliere il procedere incerto alla luce di un capolavoro, allora vorrei “The dead”. Non ho letto quasi nient’altro di Joyce, però “I morti” l’ho letto più volte.

E’ veloce e possiede solo gli aggettivi necessari, una caratteristica che amo dell’inglese. Gli aggettivi sono sfumature d’acquerello; i sostantivi, case di pietra e mattoni. E la modernità è così, concreta. Prendete “The dead” e cambiate i dettagli d’ambiente e costume: potreste pubblicarlo domani.

Il quadro del racconto è molto comune. Una cena di Natale che si ripete ogni anno a casa di due anziane zie zitelle. Devo riconoscere che alcuni elementi mi attraggono a prescindere dal talento di Joyce: la neve, il Natale, la notte e tutto ciò che è “vecchia Inghilterra”. Le descrizioni dei personaggi avvengono quasi in sordina, attraverso i dialoghi e grazie a particolari disseminati qui e là, che creano spigoli e definiscono. Particolari che attribuiscono a ciascuno la sua ombra, qui un nervosismo, là un’incertezza o un eloquio esagerato. E l’ambiente, l’ambiente è precisissimo nel rappresentare portate, musiche e affettuosi riti borghesi.

Tutta questa precisione soffocante, rassicurante eppure vivace nel suo essere ordinaria,  procede sin quasi alla fine, quando Gabriel, il punto di vista del racconto, “in una zona buia dell’anticamera” intravede una donna immobile sulle scale. E’ sua moglie Gretta e la loro è una coppia ancora viva di desiderio, un amore ben assortito. Ma in questa precisa cena di Natale, una musica al pianoforte ha ricordato a Gretta un ragazzo di paese, sensibile e malato, che l’amava con il romanticismo totale degli spiriti accesi e che a 16 anni si lasciò morire d’amore per lei. Così sulla scena appaiono e la invadono tutta le ombre, il non detto, la solitudine dei ricordi e dei sentimenti rimpianti.

Alla fine di “The dead” è come provare per la prima volta il sentimento autentico della morte.  Le pagine conclusive, ma soprattutto gli ultimi capoversi, sono un miracolo di scrittura. A 25 anni, James Joyce aveva trovato parole e immagini perfette per entrare nel mondo dell’immobilità e dell’ignoto.

Rosanna Biffi

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