2000

Mordecai Richler, La versione di Barney

Traduzione di Matteo Codignola. Adelphi, Milano 2000, pp.490

29/10/2000

Buone notizie dalla narrativa straniera. E’ uscito da Adelphi un romanzo travolgente che sfodera ironia, sarcasmo, scetticismo, cinismo, alcune toccanti note sentimentali e una particolare spregiudicatezza stilistica: una scrittura tutta digressioni ed eclettismo che in realtà è una visione del mondo fondata sulla buona probabilità che la vita sia un inaudito non-sense.
Ne è autore lo scrittore canadese Mordecai Richler, la cui identità ebraica sta già tutta nel nome. La versione di Barney è quella che l’io narrante dà della propria esistenza scombinata, dissipata, un po’ estrema ma anche un po’ conformista, assolutamente egocentrica insomma. Il suo dipanarsi nel tempo è Barney medesimo a raccontare, con il tono di chi è di fronte all’ennesimo whisky, in risposta all’autobiografia di uno dei suoi più acerrimi nemici.

Il filo degli accadimenti, ingarbugliato come le vite di molti, si snoda dalla gioventù alla vecchiaia, dal vigore delle forze fino ai primi sintomi di un morbo di Alzheimer che può essere interpretato come metafora della farragine intellettuale, in questo caso particolarmente eloquente, tragico e grottesco insieme. E fra le tappe più eclatanti di questa esistenza, fra le smaglianti seduzioni europee e le angustie dei provincialismi canadesi, possiamo imbatterci in una gioventù parigina tumultuosa e, ovviamente, bohemiènne – quando Barney voleva fare l’americano a Parigi in vesti di scrittore -, in una carriera nel mondo delle sit-com televisive, in tre matrimoni tutti rigorosamente falliti, nel suicidio quasi grottesco della prima moglie che, per caso altrettanto bizzarro, diventa famosa post-mortem, in tre figli la cui presenza è quasi occasionale, e, al centro, come uno spartiacque più surreale che tragico, in un’altra morte, quella del suo più caro amico, che sparisce nel lago, nel bosco o chissà dove, subito dopo che Barney l’ha sorpreso a letto con la sua seconda moglie, una petulantissima, insopportabile ebrea piccolo-borghese dalla quale lui stesso stava fuggendo.

E’ questo lo “scandalo” della sua vita, è di questa morte che viene incolpato, forse ingiustamente. Non lo sapremo mai perché la sua versione delle cose a un certo punto comincia a sconnettersi, insieme al suo cervello. Ma forse non è questo il vero motivo. Il fatto è che non c’è spiegazione a ciò che accade, suggerisce l’autore con il ghigno di chi se ne frega di tutto, anche di se stesso. E così il nostro cinico e fragile eroe finisce in solitudine, nella condizione di ogni essere umano si direbbe, se volessimo prenderlo sul serio. In realtà è lo stato in cui l’ha lasciato la terza moglie, una donna solare e splendida che dopo aver accudito i figli e quel marito bambino, a quasi sessant’anni se ne va. Per colpa di un tradimento qualsiasi. Le pagine in cui quell’amore declina sono bellissime, vere e ineluttabili come gli amori che finiscono. E’ proprio uno dei loro tre figli a ritrovare il brogliaccio in cui Barney ha provato a dare la sua versione; è lui a chiosare, appuntare, chiarire, a mettere ordine là dove è davvero impossibile. Ma i figli non possono correggere le vite dei padri. Forse, ovunque esso sia, Barney sta ridendo anche di lui.

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W. Somerset Maugham, La diva Julia

Traduzione di Franco Salvatorelli, Adelphi, Milano 2000, pp.275

30/07/2000

Nel 1937, quando esce “La diva Julia”, Somerset Maugham è uno scrittore già ampiamente affermato. E un drammaturgo di successo. I primi applausi a teatro erano arrivati nel 1907, con “Lady Frederick”. Poi, nel 1915, aveva pubblicato “Schiavo d’amore”, romanzo dickensiano tutto orfani, collegi, bassifondi, ragazze sedotte e abbandonate; e quattro anni dopo “La luna e sei soldi”, storia di una catarsi che, in controluce, raccontava quella di Paul Gaugin, fra rovelli artistici e intolleranza nei confronti dell’ordinata società inglese. Narrativa e teatro: sono questi i due passi che hanno scandito la lunga vita di Maugham, morto a Cap Ferrat nel 1965, dopo un’esistenza brillante e complessa che in gioventù l’aveva visto diventare avvocato, rimanere orfano, abbandonare la Francia e iscriversi alla scuola di medicina del S.Thomas Hospital di Londra. Poi, l’ennesimo cambio di marcia. Aveva intrapreso la carriera artistica, e aveva girato il mondo, soggiornando a lungo negli Stati Uniti, ma tornando sempre al sole della costa Azzurra.

La diva Julia” è un romanzo straordinario, semplicemente. E coniuga, dunque, i due mondi cheMaugham ha frequentato artisticamente. Tuttavia, stavolta non c’è nessuna ripulsa delle convenzioni. Anzi, qui la convenzione per eccellenza, la recita, l’adozione di una maschera, viene assunta e raccontata dall’interno. Julia Lambert è “la più grande attrice inglese” e Maugham la osserva cogliendola al bilancio dei quarant’anni, quando la maturità fornisce sicurezze ma insieme regala le prime screziature del tempo agli angoli degli occhi. E insinua una domanda: “Che cosa ho fatto fin qui?” La grande Julia non lo sa – per lei ne ha cognizione lo scrittore con “tenera indulgenza” – , ma ha sempre recitato. A teatro e nella vita. Fingendo, sempre. Innamorata dell’amore, ha sposato un uomo bellissimo, un attor giovane modesto che con il tempo, e il buon senso, si è fatto impresario. Ha coltivato con sapienza soave la venerazione di un raffinato spasimante. Ha fatto un figlio perché era un delizioso obbligo. Ha sollecitato con impercettibile seduttività le attenzioni mondane di una ricca mecenate, innamorata di lei. Si è fatta lei stessa seduttiva amante di un ragazzo che potrebbe avere la forza di minare le sue incoscienti certezze. E ha sedotto il suo pubblico, ha conquistato le platee di Londra. Per i suoi primi quarant’anni ha camminato sull’orlo del bovarismo, senza che nessuna tragedia si verificasse, tranne quelle intepretate a teatro. Anzi, quella finzione le ha dato la fama. Evitata con cura ogni caduta nello psicologismo, il romanzo ha piuttosto la levità ironica, indulgente ma all’occasione anche feroce, della commedia brillante.

I personaggi sono splendidi, centrati al millimetro, il mondo del teatro, fatto di istinti e professionalità, di narcisismi e rigore, di ingenuità e ambizioni, è raccontato con la sapienza di chi sa molto bene, anche per via letteraria, che la naturalezza non esiste. In letteratura, ma spesso anche nella vita, è un effetto che si ottiene con molto esercizio. Di finzione. Basta saperlo e giocarci un po’. Con ironia, con leggerezza. Le armi migliori per affrontare l’impegnativo agone nel quale scendiamo ogni giorno, sollevando le coperte e alzandoci dal letto.

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