2001

Sijie, Balzac e la piccola sarta cinese

Traduzione di Ena Marchi. Adelphi, Milano 2001, pp. 176

22/04/2001

Si può raccontare il passato prossimo – soprattutto quando è stato il tempo dell’orrore collettivo – con leggerezza, ironia, come una favola lieve? Dalla Cina arriva un buon esempio di narrazione di quel tempo, lontano ma non troppo, che ha prodotto ferite e guarigioni, prigionie e fughe. Quel tempo che tutti possiamo ricordare, volendo.

In verità, Dai Sijie ha trovato un’altra lingua per raccontare gli anni del suo passato prossimo, quelli delle purghe maoiste: il francese, appunto, buona mediazione per schermare memoria e sguardo, prima di ripercorrere una storia, altamente autobiografica, che ha nel Grande Timoniere della Rivoluzione il suo carceriere e nella letteratura europea, l’istanza di libertà. Da molti anni in Francia, dove questo primo romanzo in pochi mesi ha venduto oltre 200.000 copie, Dai Sijie, è riuscito ad approdarvi per dedicarsi alla sua vera passione: il cinema. Ma in gioventù, nei primi anni Settanta, ha vissuto la coercitiva esperienza di campi di lavoro che avrebbero dovuto rieducarlo. Vi era stato confinato avendo come unica colpa quello di essere figlio di medici, cioè di “schifosi scienziati”. La storia – molto visiva e musicata dai ritmi di certa tradizione favolistica, ma senza che trilli nessun lezioso campanello – si svolge tutta in un villaggio delle montagne, a due giorni e mezzo di cammino dal primo indizio di civiltà.

Insieme all’io narrante, c’è Luo, l’amico del cuore, reo di analoga colpa, cioè figlio di dentisti. Insieme conosceranno e corteggeranno la piccola sarta cinese, una coetanea che si concederà all’amico, ma solo dopo che questo le avrà raccontato tutti i film che ha visto e soprattutto dopo che i ragazzi avranno rubato una valigia piena di proibitissimi romanzi occidentali, morbosamente custodita da un altro di loro, Quattrocchi, sospetto di voler diventare addirittura un intellettuale. Da quel momento, dalla lettura di Balzac e poi di Melville, Gogol, Flaubert, Dumas, deflagrano la vita, la passione, l’amore, la conoscenza. Come se i libri aiutassero davvero a esistere. Naturalmente, una volta emancipata dalla letteratura, la piccola sarta se ne andrà, sola, verso una grande città. Ma intanto, senza nessun piagnisteo o rancore rivendicativo, Dai Sijie ha raccontato quanto può essere idiota il totalitarismo. É davvero vitale la letteratura.

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