2004

Libri per imparare a scrivere

12/12/2004

Probabilmente è il fenomeno editoriale degli ultimi anni, sia pur non eclatante nei numeri: l’aumento di interesse per quei libri che parlano di scrittura, di ferri del mestiere da acquisire. Buon segno, benvenuta “revisione” di un retaggio idealista secondo il quale scrivere sarebbe un segno di illuminazione divina. Non è così. E ce lo spiega bene Truman Capote – con dedizione, sofferenza, lucidità, consapevole perfino di aver mancato il bersaglio del suo ultimo libro, Preghiere esaudite – in una splendida Prefazione a Musica per camaleonti, appena ristampato da Garzanti (Milano 2004, pagg. 260, euro 13); già citata da Luigi Sampietro su queste pagine, racconta di una vocazione che risale all’infanzia, quando gli piaceva solo “leggere libri, andare al cinema, ballare il tip tap e fare disegni”, per poi consegnarsi al demone della scrittura e utilizzare, forgiato dallo stile, il “materiale raccolto grazie a propri sforzi di osservazione”. “Guardare e sentire” full-time, ininterrottamente, sembra essere il suo consiglio più prezioso; e poi riscrivere fino allo sfinimento.

Domande e risposte sulla narrazione, una “raccolta di ipotesi”, si trovano su un volume curato dalla redazione di Holden Maps, Faq (Rizzoli, Milano 2004, pagg. 230, euro 14,50). Le forniscono gli scrittori che insegnano alla scuola Holden. Volumetto ricco di aneddotica è quello di André Bernard, pubblicato da Frassinelli e dedicato ai personaggi letterari: Madame Bovary c’est moi (Milano 2004, pagg. 198, euro 13,50). Vi si incontrano Anna Karenina, Maigret, Moby Dick, Mary Poppins e si apprende, fra l’altro, che “nessun personaggio dovrebbe mai pronunciare più di una decina di parole tutte d’un fiato”: folgorante lezione sul dialogo di Antony Trollope.

Ma le posizioni che esprime qualcuno che parla in una storia sono dell’autore o del personaggio medesimo? Affronta il complesso problema Abraham B. Yehoshua ne Il lettore allo specchio, lunga intervista a cura di Alessandro Guetta (Einaudi, Torino 2004, pagg. 132, euro 8) in cui lo scrittore riflette sulle sue posizioni ideologiche e sul suo mestiere. Quello che fa anche Amos Oz in Contro il fanatismo (Feltrinelli, Milano 2004, pagg.78, euro 4,50), dove si impara che per creare un personaggio bisogna assumere il suo punto di vista: abitudine “professionale” che educa alla relatività, all’alterità, a smussare ogni intransigenza ideologica; altrimenti il personaggio è solo proiezione piatta di un’idea e quindi non è verosimile, non esiste.

Chi sembra conoscere benissimo tutte queste “tecniche” è, ovviamente, Philip Roth che in Chiacchiere di bottega (Einaudi, Torino 2004, pagg. 158, euro 9) raccoglie interviste e ritratti di suoi colleghi (straordinario quello di Malamud) e insieme a loro parla del proprio lavoro, delle esperienze da trasfigurare sulla pagina, dei registri stilistici. Con Kundera discute di ironia, di quella forma particolare del ridere che, come la vita umana, può essere “avvinta da due incantesimi: da un lato il fanatismo, dall’altro lo scetticismo assoluto.” Sinistra ed efficace avvertenza. Per la vita o per la scrittura?

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Muriel Spark, Invidia

Traduzione di Enrico Terrinoni, Adelphi, Milano 2004, pagg. 126, euro 13,50.

05/12/2004

Non è nuova, la straordinaria Muriel Spark, ad ambientare le sue storie in piccole comunità e all’analisi dei rapporti che si costituiscono fra gli individui che le abitano. Lo aveva già fatto nei due romanzi che si possono considerare i suoi capolavori: Memento mori – i cui protagonisti sono anziani membri della migliore società inglese che a turno ricevono una telefonata di sollecito a ricordarsi che l’ultimo giorno sta per giungere presto – e, soprattutto, Gli anni fulgenti di Miss Brodie, magnifico ritratto di un’insegnante anticonformista che si dedica all’educazione di un gruppo di fanciulle destinate, se seguiranno i suoi canoni estetici, a diventare “la crème de la crème”. E non è nuova nemmeno a dedicare la sua attenzione al mondo della creatività e dell’editoria: in “A mille miglia da Kensington”, in una Londra degli anni Cinquanta, la protagonista è un’editor che, conosciuti a fondo gli intrighi, gli splendori e le miserie degli scrittori e dei loro mentori mercantili, preferisce chiamarsi fuori e andarsene lontano. Anche questo è un piccolo, asfittico mondo, ora come allora. A Londra o a Milano.

In una frangia ancor più minuscola di questo ambiente si sviluppa il suo ultimo lavoro, Invidia, romanzo dalla misura breve – quella che le riesce meglio -, asciutto apologo sui sentimenti che attraversano le relazioni fra scrittori in fieri, fra quegli artisti che ambiscono a esprimersi ma ancora non sono stati riconosciuti.
E’, infatti, una scuola di scrittura creativa, recente espressione del mondo letterario, lo scenario chiuso nel quale si addentra questa scrittrice dallo sguardo acuto come una punta di spillo, spietata come poche – forse come Iris Murdoch –, assai poco consolatoria, dedita a sollevare ogni velo di pietismo, e di mistificazione, sotto il quale uomini e donne si possono riparare. Per questo ci piace sommamente. Perché svela le finzioni, i rapporti morbosi, le dipendenze perverse, le bugie con le quali conviviamo, i vizi capitali di cui tutti, umanamente, siamo colpevoli. Peccati che in una scuola di scrittura possono elevarsi all’ennesima potenza. Poco importa che la sua morale cattolica (non necessariamente condivisibile) le imponga di condannarli, mai apertamente tuttavia, magari ricorrendo alla cifra di un sottile sarcasmo. Nel rivelarli ce li racconta con la millimetrica precisione dell’entomologo. Dopo di che non possiamo più far finta di non sapere.

Così, in un college svizzero dal nome ironicamente ottimista, Sunrise, ci addentriamo nella relazione fra un giovane aspirante scrittore e il suo professore, anch’egli nella medesima condizione di autore che vuole la fama letteraria, ma che combatte con la pagina bianca, mentre quell’insopportabile, giovane allievo, una sorta di moderna reincarnazione del fanciullo mozartiano, innocente ma anche cinico, strafottente, sicuro di sé, macina senza alcuna sofferenza le pagine di un romanzo storico per il quale sta trattando anche i diritti cinematografici. Nell’ambiente dell’editoria si è diffusa la voce del suo prossimo, strabiliante esordio, senza che nessuno abbia letto nemmeno una riga. Il professor Rowland lo detesta e lo ammira, il ragazzo lo sfotte e lo cerca: l’uno ha bisogno dell’altro per esistere, anche nei fallimenti. Il mondo editoriale che ogni tanto s’insinua fra i due a rappresentare il dato di una realtà assai contraddittoria è incarnato da personaggi dai modi crudi, spicci o sciocchi, mondani.

Gli altri allievi sono solo i rampolli annoiati, e disastrati, della buona borghesia europea e stanno facendo passare inutilmente il tempo della loro gioventù. Ma la vita, inesorabile e indifferente a tutto, continua, e finisce per macinare il matrimonio del professore con una moglie che ben presto si stanca della sua impotenza “creativa” e del suo ruolo di pragmatica vestale. Sarà invece Rowland a diventare il tutore, anche sentimentale, del giovane Chris. Gli altri andranno incontro ai loro destini banali, anche se stoltamente compiaciuti.

La vita, sembra dire la Spark, è solo futilità, inganno, ribalderia e quando si fa intensa rivela, o nasconde, i più turpi, efferati sentimenti. E’ così per tutti. Nessuno si salva.

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Marta Boneschi, Quel che il cuore sapeva – Giulia Beccaria, i Verri, i Manzoni

Mondadori, Milano 2004, pagg. 418, euro 19.

31/10/2004

Capita, ciclicamente, di rimpiangere le occasioni perdute della borghesia italiana, sempre troppo piccola, per numeri, angustia di pensiero e di orizzonti. Chi legga l’ottimo lavoro di Marta Boneschi dedicato a una donna che si è trovata al centro di tre famiglie molto importanti per la nostra cultura, letteraria, economica e politica – Giulia Beccaria, rispettivamente figlia, amante e madre di uomini assai illustri come Cesare Beccaria, Giovanni Verri (fratello inerme del più fattivo Pietro) e Alessandro Manzoni-, non può che riemergere dalla puntuale e ricca ricostruzione di quel mondo, con un sospiro di rincrescimento per com’è andata.

A metà del Settecento alcuni intellettuali lombardi avevano intuito di vivere in un momento cruciale: l’economia della regione si stava modernizzando e occorrevano le riforme necessarie a sostenerla e promuoverla. Maria Teresa, imperatrice d’Austria, lasciava buoni spazi di manovra. Così alcuni giovani, entusiasti lettori di Rousseau e di quei filosofi francesi più critici nei confronti del regime antico, fondano l’Accademia dei Pugni e pubblicano “Il caffé”, rivista che ospita il dibattito culturale. Ovunque, nei salotti e nei ritrovi pubblici si discute, spesso avendo come idolo polemico la generazione dei padri, rei di bigottismi, ipocrisie, pregiudizi. Pietro Verri, esuberante amico di Cesare Beccaria – fragile di nervi e spesso anche di lealtà nei confronti dei sodali – aveva vissuto molto male il concentrato di soprusi, dispotismo e grettezze che si esprimeva nella sua famiglia. Ed è questo uno degli aspetti interessanti che emerge dal libro della Boneschi: l’istituto familiare in quei decenni del secolo stava cambiando e Giulia Beccaria incarna proprio questo passaggio, ambivalente come tutte le trasformazioni.

Se ne leggono le tappe nella sua relazione giovanile con il cadetto Giovanni Verri, nel matrimonio riparatore della sua reputazione con il modesto e impotente Pietro Manzoni, nella corrispondenza di amorosi sensi, carnali e intellettuali, con Carlo Imbonati, compreso il loro trasferimento a Parigi, dove si respirava aria più libera e più colta, più civile. Per Giulia non si tratta di proto-femminismo, dunque; il termine è anacronistico. Si tratta invece di leggerne la biografia insieme al consumarsi di un abbandono del vecchio per il nuovo, agli estremi del quale ci sono libertinismo e conformismo: è quello il periodo in cui si passa dai matrimoni combinati per motivi economici, con tanto di amanti autorizzati (i cicisbei), ai legami contratti in nome di quei sentimenti individuali, come l’amore giustappunto, che proprio Rousseau rivendicava.

Qualche spesa emotiva e affettiva, in effetti, fu pagata dal giovane Alessandro che, di fatto, ritrova la madre solo dopo la morte dell’Imbonati. E forse è in quel momento che cominciano a spegnersi alcune luci di civiltà. Sposata l’assai pia Enrichetta Blondel, Alessandro comincia ad accostarsi alla religione e sua madre farà altrettanto, in una simbiosi che li vedrà reculer dalle aperture culturali, dalle conversazioni colte, dalle amicizie cosmopolite, verso l’angustia di una Milano sempre più reazionaria, in sintonia con i nuovi imperatori austriaci. Manzoni, rintanato nel suo studio si preoccupa solo delle sue scritture e riscritture, anche se ogni tanto ha bisogno di aria e lingue pure così va a Firenze e Parigi; Enrichetta sforna figli a ripetizione e prega; Giulia Beccaria vigila su un universo familiare che ormai è sempre più domestico. Fa in tempo a vedere la seconda moglie di Alessandro, Teresa Borri Stampa che, troppo invadente, non le piace granché. I personaggi del mondo nuovo sono il cinico e arrivista Massimo D’Azeglio i cospiratori relegati nelle carceri degli austriaci. L’età della ragione, brillante, esuberante colta, è passata da tempo. “Promessi sposi” a parte, forse invano.

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Alan Bennett, Signore e signori

Traduzione di Davide Tortorella, Adelphi, Milano 2004, pagg. 162, euro 14.

10/10/2004

Si infittisce la galleria dei personaggi surreali, comuni, banali, comici, stravaganti di Alan Bennett. Grazie ai monologhi che ha scritto per la televisione inglese qualche anno fa, ora pubblicati da Adelphi nella brillante traduzione di Davide Tortorella con il titolo di Signore e signori, veniamo a conoscenza di altre donne e uomini che vivono, sopravvivono e muoiono nella middle class d’Oltremanica. Gente comune, ordinary people, anonimi abitanti di quella provincia lontana da Londra, nel cuore della Gran Bretagna, che Bennett conosce bene essendo nato a Leeds – Yorkshire – nel 1934 da padre macellaio e madre casalinga.

Alcuni li avevamo già incontrati in quell’esilarante funerale descritto ne “La cerimonia del massaggio”, o singolarmente e più da vicino, percependo i fastidiosi odori de “La signora nel furgone”. Forse non è un caso se nell’Introduzione a questi testi pensati per la televisione – ma scritti con la sapienza della sua esperienza teatrale, classica e farsesca – Bennett ricordi con tenerezza i suoi genitori la loro gioiosa e imprevedibile creatività ma, soprattutto, le espressioni, i modi di dire, una lingua che molto caratterizzava la loro classe sociale, stereotipi e vizi compresi. Non è un caso se si soffermi su un aggettivo che la madre pronunciava spesso con dissimulato disprezzo all’indirizzo di alcune sue simili un po’ volgari e un po’ anticonformiste: “E’ una donna ordinaria”. In quell’espressione – usata anche dalla piccola borghesia italiana fino a tutti gli anni Sessanta, peraltro – c’era un’intera cultura, nelle pruderie, nei conformismi, nelle ambivalenze. Ed è proprio sul linguaggio, sulle espressioni convenzionali, sugli automatismi, sull’infrazione alle convenzioni, sui doppi sensi, che si gioca l’umorismo di Bennet.

Del resto si sa, il motto di spirito, più o meno tendenzioso, più o meno volontario, si fonda sulla costruzione linguistica. Quello dei personaggi di Bennet spesso è involontario. Anzi, il loro essere ridicoli, spesso tragicamente, melanconicamente, dipende proprio dall’essere inconsapevoli, a volte con innocenza, a volte con stupidità, a volte con vera e propria ottusità. Bennet non ha alcun timore a riattraversare il luogo comune e lo stereotipo, abbia esso i panni della vecchia e un po’ rintronata zitella inglese, dell’attricetta di film di infima serie, della vedova con una figlia pazza, del figlio unico che vive con la vecchia madre e che frequenta il centro di igiene mentale, o dell’alcolizzata moglie del pastore, convinta che nessuno conosca il suo disdicevole segreto, mente invece tutti la compatiscono in silenzio, rispettosi più del marito che di lei. Un marito piuttosto ottuso, nonostante l’abito che indossa. O forse proprio per colpa di quella veste, suggerisce Bennett non nuovo alla polemica religiosa; dissacratore, certo, ma non privo di profonda comprensione per i tanti, infiniti individui che parlano per frasi fatte e che sono ciechi di fronte alla realtà, forse anche per questo motivo: perché sono impiombati nella quotidianità, nel vuoto delle cittadine di provincia e il linguaggio che usano ne è la spia, insieme ai loro visi scavati, gonfi o tiepidamente assennati.

Non è certamente casuale se uno di questi personaggi ha avuto il volto di quella straordinaria attrice inglese che è Maggie Smith. I cui zigomi ossuti, gli occhi che possono farsi acuti e ironici ma anche grandi e vuoti può ben incarnare il poco o il nulla di chi vive lontano dalla metropoli, là dove si impara presto “una lezione preziosa”, segnala Bennet: che “la vita è una cosa che succede sempre altrove”.

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Anthony Trollope, Le torri di Barchester

Traduzione di Rosella Cazzullo, Sellerio, Palermo 2004, pagg. 680, euro 15.

25/07/2004

Prosegue l’opera meritoria di Sellerio nel riproporre i romanzi di Anthony Trollope, scrittore vittoriano godibilissimo, realistico e satirico insieme, attento ai meccanismi sociali e a quelli che governano le relazioni fra gli uomini: l’ultima uscita, Le torri di Barchester, è di ponderosa mole (bella la traduzione, fastidiosi i refusi sparpagliati nel testo – a pag. 337 se ne contano ben due, troppi! – ), ma di lettura trascinante e a tratti perfino entusiasmante. E’ bene leggerlo: benché apparentemente “esotico”, continua a parlare a noi posteri.

Ma prima di dedicarci al romanzo ambientato nella contea immaginaria del Barset, conviene spendere qualche parola su quest’autore che riuscì a scandalizzare il suo pubblico con una autobiografia postuma nella quale, con il medesimo atteggiamento analitico e impietoso rintracciabile nei romanzi – con “impavida sincerità” avverte Tomasi di Lampedusa nelle sue magnifiche lezioni di letteratura inglese -, Trollope rivendicava la sistematicità metodica, quotidiana, indefessa, del proprio lavoro: “venti pagine al giorno, né una di più né una di meno e per di più nelle ore di ufficio! Lo scandalo fu grande” perché “la gente aveva ancora in mente l’immagine dell’artista ideale che scrive sotto l’ispirazione”, chiosa, divertito e illuminista, l’autore del Gattopardo.

Già, niente romanticismi, né eroi o eroine fra i personaggi di Trollope, né cime tempestose; piuttosto i giardini e le strade acciottolate di una provincia qualsiasi a sud di Londra, verso la costa, le case dei vescovi e dei possidenti, le serate passate a conversare, le colazioni all’aperto e i primi treni che portano ogni tanto verso la capitale, ma solo per ragioni mondane, per la saison. Anche in treno scriveva Trollope, girando il mondo in lungo e in largo, America compresa, per siglare accordi sul sistema postale del quale era alto dirigente, più attento a quello che vedeva che agli affari da concludere. Ma mentre tutto cambia, a metà Ottocento, mentre da lontano arrivano gli echi dell’Impero che si fa potenza, la dolce Inghilterra che lui racconta è ancora quella dei proprietari terrieri e del suo potente clero. Niente drammi, dunque, perché, come scrisse G.K. Chesterton (l’inventore di padre Brown, per intenderci), “una delle caratteristiche essenziali dello spirito dell’età vittoriana fu la tendenza a sostituire una certa serietà, più o meno soddisfatta, agli estremi della tragedia e della commedia”.

Nel caso di Trollope per “serietà” si intenda puntiglio e rigore nell’osservazione, comprese quelle distanze ironiche verso un mondo che, a Barchester, nella sua cittadina immaginaria, ancora non esprime le violenze sociali della nuova metropoli londinese ma dove ugualmente si sviluppano trame, intrighi, piccole e grandi congiure che coinvolgono una coralità di personaggi nitidamente disegnati, non tipologie sommariamente abbozzate, quali alcuni vescovi e aspiranti tali, le loro mogli impiccione e dispotiche, parvenus e contesse, femmes fatales che vogliono conquistare il controllo sociale, ma che ormai sono solo una ridicola, umana troppo umana rivisitazione di Lady Macbeth, sciancate come la vita che hanno condotto, e giovani ambiziosi che sono pronti a tutto pur di fare carriera, a tutto, ad alleanze, tradimenti, riconciliazioni, strategiche perdite di battaglie, pur di vincere la loro guerra personale.

E’ un bellissimo romanzo sui meccanismi del potere quello di Trollepe, e si apre con una scena che a noi potrebbe dire qualcosa: il vescovo di Barchester sta morendo e il figlio, l’Arcidiacono Grantly, ambisce alla successione, ma sta anche cambiando il governo centrale, da conservatore a liberale. Poche ore di agonia paterna bastano a mettere in forse la sua carica; poche ore e tutto sfuma, grazie anche all’intervento dell’autorevole giornale “Jupiter” che per primo fa il nome di un avversario, il reverendo Proudie. Vista acutissima, quella di Trollope sul potere, più meno occulto, dei nuovi mezzi di comunicazione, capaci di gestire le fortune o i rovesci degli individui, soprattutto alla vigilia di un cambio governativo. Suggerisce nulla, tale scenario, per il futuro prossimo venturo?

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Gaia de Beaumont, Tra breve io ti scorderò mio caro

Marsilio, Venezia 2004, pagg 132, euro 12.

27/06/2004

Un giretto in libreria, l’occhio che cade su un titolo accattivante – Tra breve io ti scorderò, mio caro -, alla Dorothy Parker, un’autrice, Gaia de Beaumont che della Parker è già stata la gustosa biografa (con Scusate le ceneri nel 1993) e che è una garanzia di scrittura intelligente e ironica. E, quasi per caso, la scoperta di una poetessa che è stata anche un personaggio, Edna St. Vincent Millay. Poco nota in Italia – ma tradotta dall’editore dei poeti maggiori, Crocetti – fu una di quegli artisti che negli anni Venti popolarono la brillante tribù del Greenwich Village. Vi sbarcò abbandonando la brughiera del Maine – ma portando con sé un corredo sentimentale degno di Cime tempestose, la cui intensità tenne sempre a bada con l’assunzione della forma chiusa e classica –, in nome di una vocazione alla poesia che si era manifestata fin dall’adolescenza e che venne subito riconosciuta dalla critica. New York, a poco a poco, ne fece emergere il lato più anticonformista, seduttivo e nevrotico, un impasto ideale per chi voglia scrivere, anche se non garantisce la qualità. Ma la stoffa di Edna c’era. Se ne accorsero gli editori, e se ne accorse subito anche l’allora giovane Edmond Wilson che se ne innamorò senza speranze, ma che a ogni incontro fuggiva spaventato, turbato da tanta intensità, fatta di coquetterie e feroce egocentrismo. Uomini o donne, nessuno aveva scampo di fronte alla sua femminilità vitale che, tuttavia, ciclicamente ripiegava dall’irrequietezza alla depressione. Psicologia in sintonia con i tempi impastati di euforia e tonfi economici.

Per fuggire agli alti e bassi, la poetessa intraprende il secondo viaggio tipico degli artisti americani – il primo era quello che portava dalla provincia alla capitale – e si trasferisce in Europa, a Parigi. Ma Edna, un po’ selvaggia un po’ snob oltre ogni modo, estrema sempre, si guarda bene dal frequentare il salotto di Gertrude Stein. Preferisce gironzolare fra gallerie, abitare in lussuosi alberghi quando può, conoscere scultori e pittori. O stare da sola, come al solito un tantino infastidita dalle convenzioni mondane, anche se sono molto chic. Da sempre ha pensato con sospetto al matrimonio, ma all’alba dei trent’anni sembra quasi spaventarsi delle proprie diffidenze – probabilmente dipendenti dal divorzio dei suoi genitori – e sposa una sorta di ricchissimo angelo custode che si occuperà di lei fino alla vecchiaia, portandola a vivere a Steepletop, nel silenzio della campagna e nella simbiosi con lui che pur predicava, e praticava, la coppia aperta. Come lei, del resto.

Durante il processo di Sacco e Vanzetti manifesta un guizzo di impegno sociale, con tanto di dimostrazione e carica della polizia che sequestra lei e l’amica Dorothy Parker. Poi, piano piano il declino, lo sfacelo fisico, l’alcol senza controllo, la solitudine quasi assoluta, salvo uno straziante e patetico amore per un giovane poeta che la venera e insieme ne è atterrito. Oggi di lei restano i versi d’amore, sarcastici e lirici, una piccola casa nel cuore del Village, di fronte a una lavanderia e un ristorante brasiliano, con tanto di targhetta perché vi scrisse i testi che vinsero il Pulitzer per la poesia nel 1922. E’ un cubo di dimensioni minuscole, è larga 9 metri e dopo Edna vi abitarono Cary Grant, John Barrymore e Margaret Mead; ed è vicino al Village Vanguard, storico locale jazz dove si esibiscono alcune vecchie glorie degli anni Cinquanta. Simpatici, taglienti, stanchi, straordinari professionisti del sassofono e della vita, consapevoli per primi che quel mondo è finito

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W. Somerset Maugham, Lo scheletro nell’armadio

Traduzione di Franco Salvatorelli, Adelphi, Milano 2004, pagg. 240, euro 14,50.

13/06/2004

La sua fama non ha subito scosse, nel tempo: W. Somerset Maugham è sempre stato considerato un “narratore di efficace mestiere”, dove quell’aggettivo è proiettabile sia sulla fattura del testo, sia sui suoi fruitori, vale a dire sulla forte risposta di pubblico che lo scrittore ha avuto per più di mezzo secolo. Uomo longevo e artista molto produttivo, fra romanzi, racconti e pièce teatrali, Maugham è morto a novantuno anni nel 1965 e fin dalla gioventù è stato un autore di successo. Tali “caratteristiche” – l’eccellente artigianato e la fedeltà dei numerosi lettori mondiali – lo hanno collocato in quella rassicurante zona media che sta fra i “grandi” e i “minori” della letteratura moderna. E un po’ ci è stato inchiodato. Certo, non è Proust, ma dopo la lettura de “Lo scheletro nell’armadio” viene proprio il dubbio che quella sobria etichetta non gli renda tutti i meriti. L’interrogativo era già insorto godendo del brillante ritratto de “La diva Giulia”, il cui fascino consisteva nel recitare con invidiabile talento, e incoscienza, a teatro e nella vita. Onestà intellettuale voleva che subito ci interrogassimo sull’eventuale valore aggiunto del marchio Adelphi, l’editore che si è assunto la ristampa, e le nuove, belle traduzioni di molti titoli dell’autore inglese. No, “Lo scheletro nell’armadio” non gode di nessuna aura che lo prescinde, è proprio magnifico di suo. E di argomento non esattamente popolare, avendo come sfondo l’establishment della letteratura inglese degli anni Venti del Novecento, e come protagonisti, o comprimari, una serie di scrittori che vi appartenevano, alcuni salotti che lo sostenevano, una pattuglia di snob di piccolo calibro e di munifiche signore che ne incarnavano il traffico mondano. Osservatore disincantato e perplesso, ma non moralista, il narratore è una sorta di alter-ego di Maugham stesso.

Da giovane, timido studente di medicina, ha conosciuto uno scrittore che avendo avuto la fortuna di “superare gli ottanta” è diventato un grande vecchio della letteratura inglese. Come dire che basta aver la fortuna di non morire troppo presto e gli onori arrivano. La sua seconda moglie, una affettuosa infermiera, se ne è assunta la gestione della memoria e ha dato incarico a uno scrittore di media taglia – assai gustoso il suo ritratto di sublime mediocre – di scriverne la biografia, o edificante ritratto che dir si voglia. Il narratore lo ha conosciuto con la prima moglie, quindi può essere una buona fonte di notizie, che lui, peraltro, non ha nessuna voglia di dare essendo alieno ai pettegolezzi. E così, comincia a turbinare la smagliante girandola dei ricordi e dei temi, fra cui la bigotta piccola borghesia rurale inglese, la mondanità letteraria, una certa prevedibilità dei cantori dell’”arte per l’arte”. “La “bellezza è noiosa”, conclude laconicamente Maugham, liquidando i cultori del bello scrivere.

Sul tutto spicca, ineluttabilmente, con la forza della vita, Rosie, la prima moglie dello scrittore del quale si sta edificando l’altarino agiografico. La memoria induce il narratore a ripensarla nella sua fresca vitalità, nel suo amore per gli uomini, perfino nelle incoscienti volgarità, nei fraintendimenti dell’esistenza, negli errori, nelle curiosità autentiche, sfrondate di ogni birignao compiacente, seducente senza troppe malizie. Capace come pochi di raccontare le donne “naturali”, forti solo della loro femminilità, Maugham ce le fa benevolmente invidiare, e nello stesso tempo induce ad abbandonare gli artifici ostentati, a deridere con ironia sottile le allumeuses, mondane o letterarie esse siano, che resteranno a zampettare intorno all’establishement mentre quelle che davvero amano l’esistenza saranno anche capaci di scomparire. Naturalmente il sottotesto è: non vale tutto ciò anche per gli scrittori e la letteratura? Maugham non lo proclama nè lo rivendica, lo suggerisce e lo racconta, travestendolo con le splendide sottane svolazzanti di Rosie o con le pellicce di ermellino che gli regala un occasionale amante. Coraggio, nella vita ci vuole un po’ di coraggio, sennò si resta al palo o a scivolare sulla scala di un pollaio. Come nella letteratura.

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Jane Dunn, Virginia e Vanessa

Bompiani, Milano 2004, pagg. 438, euro 20.

25/04/2004

Luogo comune vuole che le famiglie siano luoghi “strani”, complicati e aggrovigliati, dove maggiori sono le croci e minori le delizie. E se invece fossero, anche, spazi relazionali in cui vige una semplice e inesorabile legge dei vasi comunicanti per cui ognuno dei componenti, nel bene e nel male, vale a dire occupando spazi più ampi o più angusti, prende il posto che l’altro non si è già ritagliato per sé? E’ l’impressione con la quale si riemerge dopo l’appassionante, demistificante lettura del libro di Jane Dunn, eccellente biografa di scuola anglosassone, dedicato al rapporto fra Virginia Woolf e sua sorella Vanessa Bell, entrambe nate da seconde nozze di genitori già vedovi e già possessori di prole. Non è irrilevante questa componente mortuaria nella quale si inseriscono le due ragazze Stephen perché rappresenta una sorta di refrain della loro esistenza, non solo affettiva. E perché proietta una luce piuttosto sinistra su quel gruppo di Bloomsbury, da loro fondato, gestito e controllato, che tanto ha sedotto, intellettualmente, le nostre gioventù, disseminate di miti e ideologie. “Oh, Bloomsbury…”, sospiravamo sull’altare dell’Ideale Irraggiungibile.

Ma torniamo alla famiglia Stephen. Il padre di Virginia e Vanessa incarna i valori dell’Inghilterra vittoriana, rigorosa e intellettuale, la madre quelli di un’aristocrazia vagamente artistica, dedita alla virtù dell’abnegazione – splendidi i ritratti che ne fa la Dunn: un mondo che aveva nel tè delle cinque il suo rito più intransigente e compiaciuto, un mondo chiuso, autoreferenziale, in cui la conversazione doveva essere la più convenzionale, superficiale e anonima possibile, altrimenti si era molto maleducati, insortables. Oscar Wilde aveva già infranto più di una regola, quando la famiglia Stephen comincia ad assottigliarsi a causa di lutti che lasciano le sorelle Virginia e Vanessa, morbosamente attaccate l’una all’altra, sempre più sole. Ma, attenzione, in balia delle effusioni proibite di due fratellastri. In pochi anni muoiono la madre, la sorella maggiore, il padre, un fratello bello come un dio greco che aveva già stretto legami importanti con i più brillanti cervelli di Cambridge, tutti rigorosamente maschi, come da tradizione collegiale nella quale l’omosessualità era prevista e compresa. Fin dall’infanzia, però, si erano profilate le differenze fra le due: quanto Vanessa, la maggiore, era solare, istintiva, carnale, tanto Virginia era cerebrale, raziocinante, argomentativa anche nella gestione degli affetti. La prima destinata alla pittura, dove per convenzione la testa serve meno, l’altra alla scrittura dove, si sa, le parole non si possono allineare a casaccio.

Rimaste sole e cambiato quartiere londinese, la reazione di Vanessa e Virginia esplode e produce una gerarchia di valori secondo la quale l’Arte è il nuovo Assoluto, il Sublime molto novecentesco, da informare vita e opere e da contrapporre alla convenzione “materialista” e bigotta che le circonda, dove la famiglia tradizionale è la prigione dalla quale evadere, l’intelligenza e l’anticonformismo i vessilli ideologici da issare, con eleganza e discrezione, alle finestre del 46 di Gordon Square. Nasce il gruppo di Bloomsbury, ma insieme comincia una danza di legami incrociati all’interno del clan, snobbissimo peraltro – la piccolo-borghese Katherine Mansfield, grande scrittrice e outsider, vi sarà ammessa poche volte e con molto sussiego -, per cui tutti vanno a letto con tutti, in un crescendo contraddittorio di libertà e spasmodico controllo, di esperienze multiple e sofferenze marasmatiche.

La più fragile di nervi, Virginia, sembra soccombere più volte, ma si rivela un rullo compressore sul piano artistico, l’unica a farcela davvero, confortata dall’asessuata presenza di Leonard Woolf; Vanessa, invece più vitale, sforna figli a tutto spiano, qualche quadro, qualche ceramica, qualche copertina per la Hogart Press, in una certa confusione fra arte e vita, ma finisce per immolarsi a un omosessuale della cerchia la cui esuberanza le succhia pian piano ogni creatività. Insomma, l’incesto sembra proprio il laccio in cui si dibattono i bloomsburyani. Un po’ come in “Beautiful”, se il paragone non suonasse troppo irriverente. Del resto, qualche dubbio su una certa mancanza di ossigeno nel gruppo c’era già venuto qualche anno fa, gironzolando fra le sale della Tate Gallery dove si esponevano le loro opere. E perfino la stampa inglese lo aveva espresso: “Non è che fossero dei grandi dilettanti, questi signori?” Bye-bye, miti della gioventù.

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Iris Murdoch, La campana

Traduzione di Maria Sepa, Rizzoli, Milano 2004, pagg. 376, euro 17,50.

28/03/2004

Dopo “Il mare, il mare”, potente romanzo del 1978, la Rizzoli propone un secondo titolo di Iris Murdoch, “La campana”, lavoro giovanile della scrittrice inglese, il terzo per la precisione, pubblicato nel 1958. L’attacco è di sicura presa e consegna subito al lettore la cifra dei rapporti fra l’autrice e i suoi personaggi: “Dora Greenfield lasciò il marito perché aveva paura di lui. Sei mesi dopo decise di ritornare con lui per la stessa ragione.
Saranno proprio l’ambivalenza, la contraddittorietà, le tensioni irrisolte di uomini e donne, l’oggetto privilegiato dell’analisi senza emozioni della Murdoch, autrice cerebrale e impietosa il cui sguardo trova nel distacco la caratteristica più saliente. Come se passasse sulla realtà la fredda lente di ingrandimento di un entomologo.

Dora Greenfieldè una ragazza della piccola borghesia londinese. Suo marito uno storico dell’arte discendente da una vecchia famiglia di banchieri tedeschi. In pratica, niente li accomuna, se non il desiderio di sposarsi per dare una posticcia sistemata alle proprie esistenze, essendo quella di lei un po’ scombicchierata e prevedendo quella di lui un matrimonio che, tuttavia, non disturbi i suoi studi. In poco tempo le differenze esplodono. Ma invece di dissolversi nell’ammissione dell’errore reciproco, il loro impossibile menage, talvolta perfino violento, viene trasferito nella campagna inglese, in una dimora addossata a un convento di monache benedettine, lì dov’è nata una piccola comunità laica ispirata a forti principi religiosi. Il luogo isolato, lontano dalla modernità, sembra essere un topos per la Murdoch, una ricorrenza simbolica, una sorta di laboratorio privilegiato dei suoi esperimenti letterari ed esistenziali: riapparirà anche trent’anni dopo, ne “Il mare, il mare”, in forma di vecchia casa vicina ai flutti minacciosi dell’oceano.
Quasi in omaggio a certa letteratura gotica (o proto-romantica) sul convento vicino a Imber Court grava una credenza popolare e, ovviamente, sinistra: vuole la leggenda che una monaca libertina sia stata inghiottita dal lago e con lei la preziosa campana del convento medesimo. Ma nessuno degli ospiti della comunità sembra ormai troppo scosso da quei brividi arcaici: sono ben altre le inquietudini che attraversano i personaggi, gli uomini soprattutto, rifugiatisi in quell’eremo alla ricerca di una pace interiore che forse nemmeno lì troveranno. Se c’è qualcosa di cui hanno paura non abita certo i fondali del lago ma piuttosto la loro intimità più profonda, le pulsioni, i desideri, i sentimenti. E’ l’omosessualità la zona più limacciosa, la fanghiglia che si smuove e a tratti riemerge prepotente, nonostante sia stata ben occultata nel tempo, nell’alcol, o sublimata nella tensione religiosa. Sia ben chiaro, nessun moralismo viene impugnato dalla Murdoch: è troppo lucida, troppo tesa alla conoscenza, troppo coinvolta dalla fenomenologia, per giudicare. E poi, i grandi scrittori non giudicano. Se si percepisce qualche ironia, che nella scrittrice è sempre sottile sarcasmo, questa è piuttosto rivolta alle ingenuità di chi crede con troppa leggerezza nella vita agreste e comunitaria.

Per il resto, l’attenzione è tutta dedicata ai personaggi che la Murdoch costruisce con maestria (peccato che l’italiano della traduzione sia troppo spesso gravato da un infittirsi fastidioso di avverbi) regalando al suo romanzo una smagliante coralità di protagonisti: la sventata Dora, il caparbio, sadico marito, un aspirante pastore dagli indomabili desideri omoerotici, unalcolizzato ai limiti del border line, una diafana fanciulla che sta per entrare nella clausura del convento ma viene vinta dai disturbi della sua personalità, un incantevole ragazzo che forte della sua gioventù scopre, turbato e gioioso, entrambi i sessi. Quanto alla campana, sarà oggetto di un finale grottesco, e molto teatrale, nel quale confluiranno tutti i personaggi. Poi ognuno andrà per la sua strada, con il fardello delle proprie irrisolte inquietudini. Il lieto fine, ormai, è impossibile.

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James Atlas, Vita di Saul Bellow

Mondadori, Milano 2003, pagg. 626, euro 32.

08/02/2004

Nella sua esuberante autobiografia, “Una storia di amore e di tenebra”, Amos Oz dedica un intero capitolo a quei cattivi lettori che, incalzandolo o blandendolo, vogliono sapere dall’autore “quanto c’è di autobiografico” nelle sue storie. Quelli che arrivano perfino a chiedersi: “Quando Dostoevskij era ancora studente, avrà davvero ucciso e derubato vecchie vedove?” Non è proprio il caso di sorridere: a ogni presentazione di libro la domanda su quanto abbia attinto lo scrittore dalla propria vita compare sempre sulla bocca dello sciocco di turno. Tutto è autobiografia, dice Oz; poi, giustamente, preferisce spostare quella curiosità sul rapporto di identificazione fra lettore e personaggio, fra chi legge e l’infame Raskolnikov, per esempio. E’ in quello spazio che si possono trovare più utili verità. Anche Mario Vargas Llosa nelle sue “Lettere a un aspirante romanziere” offre una risposta al quesito: “la radice di tutte le storie è l’esperienza di chi le inventa, il vissuto è la fonte che le bagna”, solo che l’autore quando le scrive dove compiere una sorta di “strip-tease alla rovescia” e rivestire di più strati di “abiti” il proprio io, fino a non farlo riconoscere più. Insomma, quel che davvero è successo nella vita non aggiunge né toglie valore ai testi. Serve solo a distinguere il calamaio dal quale è stato attinto l’inchiostro che poi ha vergato “un’altra” storia.

Fatta questa lapalissiana premessa si prega vivamente gli amanti intelligenti del genere, non quelli che amano Shakespeare per averlo visto “in love” direbbe l’intransigente Amos Oz, di leggere la biografia che l’americano James Atlas ha dedicato alla “Vita di Saul Bellow”, un lavoro che ha richiesto dieci anni. Ne è risultato un libro bellissimo, ricco, appassionante, la cui scrittura è avvincente come un romanzo, si direbbe abusando di un luogo comune. Il seducente paradosso della vita di Bellow, nato nel lontano 1915, è che sembra non essergli successo quasi niente. In realtà tutta la sua lunga esistenza si è giocata su un’unica, radicata, estrema convinzione, maturata fin dalla giovinezza: era un grande scrittore, e tutto sarebbe ruotato intorno alla sua vocazione. Il resto, la vita, è andato di conseguenza, compresi i cinque matrimoni che, tranne l’ultimo, si sono chiusi con puntualità ogni volta che arrivava un figlio maschio: come se l’unico bambino da accudire fosse lui e le mogli avessero il torto di non capirlo. Com’è stato Bellow padre? Come spesso sono gli artisti: ego-riferiti. Per il figlio Adam, avere un genitore come il suo era come “mettere un piede su un rastrello. Il manico scatta in su e ti prendi una botta sui denti”.

Le ragioni dell’inquietudine affettiva di Bellow sembrano piuttosto antiche e, per fare un po’ di facile psicologismo, probabilmente risalgono alla perdita della madre nella tarda adolescenza, un vuoto che lo avrebbe lasciato per sempre “senza certezze”. Ma c’era un’altra “perdita” che Bellow aveva respirato in famiglia: l’allentarsi delle proprie radici ebraiche con l’uscita clandestina dei Belo (cioè “byelo”, bianco) dalla Russia, l’arrivo in Canada, dove Saul nasce, ultimo di molti figli maschi, e il trasferimento a Chicago. E’ questa città, insieme alle storie bibliche sulle quali si forma, l’altro polo di attrazione di Bellow, il personaggio quasi costante nelle sue pagine, l’affascinante mostro in forma di realtà. Suo padre, “il primo tra i patriarchi”, irascibile e inconcludente, lo vorrebbe rabbino, ma Saul a Chicago incontra la modernità nella sua versione più primaria, le nuove industrie; e decidendo di dominare il corto circuito fra le due culture, ambisce a fare lo scrittore fin dai suoi vent’anni. Come il Julien Sorel di Stendhal è diverso dai fratelli. Quelli di Bellow diventeranno ricchissimi agenti immobiliari, lui, stenterà a tirare la carretta almeno fino al terzo romanzo.

Ma vuole la rivincita e a testa bassa, buttando via lavori che non gli sembravano maturi, senza troppo concedersi alla mondanità culturale di New York, restando sempre abbarbicato a Chicago, vicino al suo calamaio, convinto di raccontare l’America agli americani, persegue la sua religione della scrittura, viaggiando ogni tanto, seducendo molte donne, ma senza che niente riesca davvero a distrarlo dal suo sacerdozio. Il giorno in cui ricevette il premio Nobel, nell’inverno del ’76, non perderà né ironia né senso critico: “Comincio adesso a padroneggiare il mestiere”. Comunque, “il bambino che è in me è felice; l’adulto è scettico”.

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Elisabeth von Arnim, La moglie del pastore

Traduzione di Simona Garavelli, Bollati Boringhieri, Torino 2003, pagg. 436, euro 20.

18/01/2004

“Lui l’amava nel modo in cui ogni uomo onesto ama la propria moglie, vale a dire a intervalli di tempo scanditi con assennatezza. Aveva sempre provato dell’affetto per lei, regolarmente apprezzato la sua compagnia, beninteso quando lei godeva di buona salute. Il suo denaro – ogni moglie avrebbe dovuto averne un po’ – l’aveva aiutato parecchio o, per meglio dire, aveva reso possibile il successo che aveva coronato i suoi sforzi. Inoltre lei gli aveva dato un figlio all’anno che, se ne rendeva conto, era il massimo rendimento possibile, una quota che lo rendeva totalmente rispettabile agli occhi della comunità.” Eccolo lì, il ruspante Herr Dremmel, il pastore prussiano, appassionato di sementi e coltivazioni, oltre che della propria giovane sposa della quale apprezza sopra ogni cosa l’essere mansueta, dolce, prolifica, perfino intelligente talvolta, ma priva di ogni “desiderio di disputa” . Per un momento l’autrice, Elisabeth von Arnim, assume il suo punto di vista, sia pur con impercettibile ironia. Siamo circa a metà del romanzo che racconta, dalla prospettiva di lei naturalmente, il matrimonio, noiosetto anziché no, de “La moglie del pastore”.

La storia è stata scritta nel 1914 e inevitabilmente è attraversata da qualche venticello femminista. Ingeborg, già figlia di un vescovo inglese, più facoltoso, più mondano, ma non meno intransigente del marito, ha incontrato Herr Drammel a Londra, dov’è approdata per una visita da una buon dentista. Ma “ora capiva qual era l’utilità dei dentisti di provincia: ti lasciavano dolorante, e il dolore ti teneva lontano dalle grane”. Finalmente sola e libera nella capitale la pia fanciulla ha fatto il primo colpo di testa della sua vita: è scappata, si è sottratta al giogo paterno con una gita in Svizzera, pagata tuttavia con la conoscenza del pastore prussiano che l’ha chiesta e ottenuta in moglie all’istante. Lei gli si è concessa per innata gentilezza, più che per convinzione o tanto meno per passione, e lì sono cominciate le sue grane delle quali, però, la fanciulla non ha grande consapevolezza dato che il suo primo imperativo è obbedire e farsi accettare. La sua corsa a ostacoli comincia con l’arrivo in Prussia, malinconica e retriva oltre ogni modo, con la conoscenza della suocera – personaggio straordinariamente tetro che non proferisce verbo, tranne che “Ach” o, quand’è più loquace “Ach so”, con la frequentazione della sparuta aristocrazia locale, codina, conformista e timorata in modo gustosamente iperbolico.

Ma è la maternità, valore supremo per il pastore e le anime che lo circondano, a farla riflettere: stremata dopo sei figli, la moglie del pastore si concede la seconda vacanza della sua vita, finalmente sola. Tale eccezionale avvenimento e l’incontro con un’artista ovviamente anticonformista incrineranno la fittizia armonia del suo matrimonio. Tanto più che nel suo cuore urge una domanda da rivolgere al marito che le risponderà con incredula, disarmante incomprensione: è possibile essere amici, avere complicità diverse dallo scodellare bambini? Ingeborg, senza rinunciare alla sua dolcezza ha cominciato a utilizzare un altro alfabeto, a parlare un’altra lingua. Non vi diremo come va a finire la faccenda. Al di là di qualche prevedibilità, di qualche lentezza, di qualche ripetizione, di qualche ingenuità femminista, il romanzo è godibile, pur non essendo il migliore della indomita scrittrice inglese. Se non altro per i personaggi, tutti un po’ iperbolici, esagerati, grotteschi, partoriti da una penna che ha la sua cifra stilistica nel paradosso, nell’ironia, nel soave sarcasmo, figure retoriche dell’intelligenza, della critica alla realtà e alle convenzioni. Esercizio che la von Arnim preferiva alla maternità e alla vita matrimoniale. Spesso rassicurante ma un po’ noiosetta.

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