2005

Libri per Natale

Mariano Sabatini, Trucchi d’autore, Nutrimenti, pagg. 252, euro 10; Alessandro Perissinotto, Gli attrezzi del narratore, Rizzoli, pagg. 176, euro 13; Virginia Woolf, Diario di una scrittrice,minimum fax, pagg. 463, euro 12,50; George Gissing, New Grub Street, Fazi, pagg.606, euro 22

04/12/2005

Un desiderio per l’Anno Nuovo, alla luce dei fuochi d’artificio: diventare uno scrittore, pubblicare un libro, ricavarne onori e gloria. Ma, attenzione, la strada è in salita si potrebbe dire a chiunque stia per esprimere tale (diffusa) ambizione. Probabilmente è un’ovvietà, ma vuole ribadire la fatica, le paure e gli smarrimenti, le manie e le ossessioni che accompagnano la realizzazione di un libro. E non dice della felicità assoluta che gli scrittori provano, per magnifici ed effimeri istanti, quando sono arrivati in cima alla vetta, perché poi la salita ricomincia, con il libro successivo.

Alcuni di loro hanno raccontato le giornate passate a scrivere a Mariano Sabatini che ne ha raccolto le confessioni in Trucchi d’autore (Nutrimenti, pagg. 252, euro 10). Quasi tutti hanno detto che, ovviamente, scrivere significa leggere e, soprattutto, riscrivere, cancellare, rifare, togliere, continuare a bulinare la pagina e alla fine farsi strappare le bozze di mano altrimenti il libro non uscirebbe mai. In molti hanno parlato dell’aspetto artigianale della scrittura.

Riprendendo questo spunto, che stempera i furori necessari alla medesima, segnaliamo il volume di Alessandro Perissinotto Gli attrezzi del narratore (Rizzoli, pagg. 176, euro 13) che, alla maniera delle teorie strutturaliste sulle quali si appoggia, fornisce utilissime indicazioni sui problemi tecnici che presuppone un romanzo: la costruzione di una trama, la voce narrante, il punto di vista, le costruzioni dei personaggi, i tempi narrativi: strumenti da affinare, perizie di cui è necessario impossessarsi per scrivere una storia. I molti esempi sono attinti con disinvoltura post-moderna dall’alto (Joyce) al pop (i fumetti).

La narratologia di cui è impregnato il volume ci riporta agli anni Settanta alla fine dei quali uscì un libro oggi ristampato da minimum fax, il Diario di una scrittrice (pagg. 463, euro 12,50) di Virginia Woolf. Volume ritagliato per mano del marito Leonard dai ricchissimi diari della scrittrice (1918-1941), contribuì a erigere quell’altare, e il mito, che il femminismo stava costruendo intorno alla scrittrice. Rileggerlo venticinque anni dopo è molto emozionante non solo perché edulcorati i motivi ideologici se ne colgono sfumature maggiori (per esempio oggi risulta piuttosto divertente la paura che di lei aveva E. M. Forster, “donna, donna intelligente e al passo coi tempi” al quale la Woolf “ordina” di leggere Defoe, per abbandonarlo in biblioteca dopo tale perentorietà sibillina!, là dove al tempo delle stanze tutte per noi saremmo state “solo” orgogliose di lei…), ma anche perché è su quelle pagine che Virginia (così la chiamavamo per sottolineare la prossimità…) mette a punto la propria poetica modernista, si esercita in vista dei romanzi, riflette sui classici letti, esprime ansie per i libri in uscita, registra le vendite dei medesimi, si addolora per le critiche negative, ma esprime il bisogno del confronto con i recensori e i lettori.

Da tempo il mercato riguarda anche gli scrittori più aristocratici, come del resto si legge anche nel bel romanzo “realista”, e brutale, sul mondo editoriale di George Gissing, New Grub Street(Fazi, pagg.606, euro 22), pubblicato nel 1891 e ancora assai attuale se sfrondato dei moralismi più intransigenti. Molte avvertenze agli aspiranti scrittori vi sono contenute.

In omaggio al mondo anglosassone, e allo sfavillio delle luci sulle quali illude il desiderio di fare lo scrittore, suggeriamo di regalare un oggetto quasi inutile: uno spegnicandela d’argento dal lungo manico (per non bruciarsi!). I più snob possono comprarlo al Camden Market, ma si trova anche da Coin.

 

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Irène Némirovsky, Suite francese

Traduzione di Laura Frausin Guarino, Adelphi, Milano 2005, pagg. 416, euro 19.

06/11/2005

Romanzo magnifico, Suite francese fu scritto in presa quasi diretta con gli avvenimenti che narra – i primi bombardamenti su Parigi e l’arrivo dei tedeschi nel giugno del 1940 –, ma rimase incompiuto nel suo ampio progetto perché l’autrice venne deportata ad Auschwitz, dove morì forse sul treno in viaggio, forse in una camera a gas il giorno stesso in cui venne scaricata nel campo di concentramento polacco. Pensato sulla falsariga di una composizione musicale prevedeva almeno quattro o cinque movimenti. Noi ne leggiamo solo i primi due, rimpiangendo il capolavoro interrotto, ma ammirati dalla forza narrativa della sua autrice, motivo non ultimo per leggerla.

Il libro è anche molto “attuale”, perché racconta di guerra, bombardamenti, esodi, sfollamenti, individui in fuga, parole d’ordine patriottiche, paure, ossessioni, destini dei popoli e destini dei singoli. Affronta temi importanti, insomma, e in quanto tale ambisce alla classicità, costruendo alcuni personaggi indimenticabili e facendo i conti con i padri-romanzieri della letteratura ottocentesca: Balzac, Dickens, Tolstoj, ne proteggono la stesura. Infine, è “utile” perché, leggendo gli appunti tratti dal diario di Irène Némirovsky, si entra nel laboratorio di una scrittrice capace di provare la pietas che solo i grandi possono permettersi (ascoltando quindi perfino le ragioni del nemico), ma anche di far ridere, di far piangere e di sorprendere, secondo il migliore insegnamento dickensiano, appunto. In quell’appendice compaiono vere e proprie lezioni di scrittura, ripensamenti e progetti elaborati nonostante la minaccia, e la consapevolezza, di una fine imminente.

E’ un libro che ha una storia drammatica, commovente, intensa quanto quella che racconta. Vita e finzione, realtà della Storia e “menzogna” del romanzesco si rincorrono, si rispecchiano, collidono, s’infrangono. Figlia di un banchiere ebreo la Némirosky era già scappata dalla Russia sconvolta dalla rivoluzione del ’17 ed era approdata in Francia dove aveva avuto una carriera di scrittrice di successo. Prima di iniziare Suite francese ha scritto diversi romanzi, (Il ballo, del 1930, uscito da Adelphi è stato recensito sul domenicale del 10/07/05) conduce un’esistenza brillante, è sposata e ha due figlie. Poi la Storia s’inceppa, e si ripete, terribilmente. Sarà proprio a quelle due bambine che il padre consegnerà il manoscritto del romanzo in fieri della madre, affidandole dopo l’arresto suo e della moglie a una tata che le nasconderà per tutto il periodo della guerra, inseguite dalla polizia francese più che dai nazisti. 

Dopo il ‘45 le ragazzine attenderanno per mesi il ritorno dei genitori davanti all’Hotel Lutecia dove, provenendo dalla Gare de l’Est, approdavano i sopravvissuti ai campi di sterminio. E per molti anni non avranno il coraggio di leggere quelle 400 pagine avute in eredità: “Lo feci” ha detto Denise, la primogenita “solo quando i miei figli furono abbastanza grandi da reggere la vista di una madre che affrontava il suo dolore più grande”. Poi comincia a ricopiare il manoscritto, a mano, a macchina, col computer.

E fra quelle pagine ritroverà molte delle persone che conosceva da bambina e che erano stati i modelli dei personaggi realizzati nel romanzo. Come i signori Péricand, prototipi della buona borghesia francese, conformisti, timorati di dio, ricchi e severi con la servitù. O come lo scrittore Gabriel Corte, un’esteta wildiano che dovrà confrontarsi con indigenza e orrore. Come la ballerina che con astuzia e cinismo prova a sopravvivere. O come i piccolo-borghesi Michaud, gli anonimi umili, saggi e dolci, impotenti ma capaci di comprendere l’impossibile e cioè che i morti in guerra sono sempre esistiti. O come gli orfani che diventano sadici aguzzini (ecco Dickens), i più raffinati collezionisti che sotto le bombe pensano solo a incartare le loro porcellane (ecco Balzac). Come le aristocratiche bigotte e altere della provincia francese più profonda, gli ufficiali nazisti che sono capaci di tenerezze, le mogli con il marito al fronte che hanno bisogno d’amore e forse lo accetteranno dal nemico: una folla sterminata e migrante nella quale gli individui sono solo ombre che piano piano si fanno riconoscere. Nelle intenzioni dell’autrice i fili romanzeschi si sarebbero riannodati e molti di quei personaggi si sarebbero ritrovati a Parigi. Fino all’ultimo aveva sperato di esserci anche lei.

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Thomas Hardy, Una romantica avventura

Traduzione di Simona Modica, Sellerio, Palermo 2005, pagg.160, euro 9.

23/10/2005

Il titolo non è da prendere alla lettera, anzi. E’ un lieto fine solo apparente, in controluce amaro, quello che suggella l’avventura sentimentale raccontata da Thomas Hardy in un breve romanzo dai contorni fiabeschi e insieme sinistri. Lo ha scritto nel 1883, prima di avviarsi verso la piena maturità d’autore, già intravista in Via dalla pazza folla (1874) e messa a punto con maestria in Tess di D’Ubervilles (1892) e Giuda, l’oscuro (1896).

In realtà, il romanticismo (inglese e non) è ormai finito da un pezzo ed è già stato smascherato nei suoi risvolti velleitari: desiderare l’impossibile, fare della passione il proprio unico sogno, macerarsi nell’illusione dei più sublimi sentimenti, spesso nasconde, più prosaicamente, ambizioni, carenza di principio di realtà, desideri di emancipazione sociale, impotenze affettive. Hardy contribuisce con implacabili e definitive picconate a tale disvelamento.

Lo scenario è quello consueto della campagna del Dorset, tratteggiata secondo modalità descrittive sempre meno “naturalistiche”: quel paesaggio, di sovente avvolto nella nebbia, non si dispiega più serenamente davanti allo sguardo del narratore ottocentesco, viene ormai percepito per frammenti, lo si scorge un po’ alla volta, come si apprende nel suggestivo incipit. Insomma, stanno cambiando i modi della scrittura, le prospettive, i punti di vista. Anche la natura, i ritmi di un antico e immobile mondo rurale barcollano negli equilibri, minacciati da elementi a loro estranei che arrivano da un “altrove” più moderno e corrotto, sia esso rappresentato da una Londra che fa giungere fin lì la propria eco, o si mostri occultato nelle vesti di un misterioso barone la cui melanconia ha già tutte le caratteristiche della nevrosi e della depressione.

Sarà lui a far uscire dal seminato dei sogni la giovane Margery, pulzella locale, ingenua ma non troppo, che dal momento in cui lo incontra, sedotta dal suo fascino “magico”, sembra avere un unico desiderio: assecondarlo. Così lui – per vera gratitudine? per dovere morale? per capriccio? – la ricambia portandola a un ballo che la farà danzare per una sola notte. Per un momento, il racconto assume i contorni della fiaba che, tuttavia, vengono subito sfumati dalla presenza dell’ardito e più sanguigno promesso sposo di lei (il Renzo Tramaglino di turno) che sta cercando di farsi largo nella vita, diventando il socio giovane di una piccola impresa del villaggio.

Gelosie, strategie, trucchi, ripicche, già preludono alle difficoltà nelle “moderne” amministrazioni degli affetti. Ma alla fine l’ordine si ricompone: dopo aver tentato Margery per l’ultima volta facendole intravedere un veliero che potrebbe portarla lontano, il barone scompare inghiottito dai propri fantasmi, lei rientrerà nei ranghi e sposerà chi deve sposare. Nessuno si muoverà più dalla propria realtà, né dalla propria classe. Il sogno è svanito e l’idillio è finito. Per sempre.

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Jack London, Pronto soccorso per scrittori esordienti

Traduzione di Andreina Lombardi Bom, Minimum fax, Roma 2005, pagg. 115, euro 8.

16/10/2005

Telefonata di pochi giorni fa, incipit fervente: “Quest’estate al mare, insieme a mia moglie abbiamo buttato giù il primo di sei libri, una saga alla Harry Potter. Una casa editrice milanese mi ha chiesto di vedere tutto il progetto e quello che ho scritto. Che faccio?” Ci risiamo. Negli anni ho letto almeno una dozzina di sedicenti Va’ dove ti porta il cuore, sei o sette “Jack Frusciante”, vagonate di gialli, “tipo quelli di Lucarelli”, e ora tocca alla sequela infinita di Harry Potter provenienti da Carrara o Vercelli e zone limitrofe. Sono in attesa dei primi codici da Norcia. Si sa, il successo produce modelli ed emulazione. Segnalo al signore che quella casa editrice milanese non la conosco e che, verosimilmente, gli verrà chiesto di partecipare alle spese di pubblicazione. Distribuzione in poche librerie e promozione affidata ai parenti. Ai suoi, non a quelli dell’editore. Niente di male: è il sottobosco del mercato editoriale, bellezza. Solo una considerazione di ordine economico. Se proprio ci tiene a vedere il suo nome, e quello dell’amata sposa, su una copertina, forse spenderebbe meno facendo stampare la sua saga fantasy nella tipografia sotto casa. Silenzio dall’altra parte della cornetta. Ci è rimasto male. Poche frasi, dettate da un senso di realtà che ha rimosso la pietas, hanno infranto il suo sogno di gloria e denaro.

Qualcosa di analogo attraversava le febbrili e poverissime giornate di Jack London negli ultimi anni dell’Ottocento, vale a dire alla vigilia di una serie di pubblicazioni che lo avrebbero fatto ricco e famoso ma che non gli impedirono di suicidarsi nel 1916. Antesignano di Hemingway, insomma. Lo racconta lui stesso in una serie di pezzi usciti in rivista, o in severe lettere di risposta ad aspiranti scrittori, raccolti in un divertente libretto titolato Pronto soccorso per scrittori esordienti. Poche regole ma chiare sono quelle che sostengono questo self made man della letteratura, autodidatta orgoglioso che, insieme a “uomini dai toraci ampi come barili” aveva già inseguito il suo Eldorado cercando oro nel Klondike (Canada), per riportarne a casa solo lo scorbuto: ebbene, per scrivere, essere riconosciuti e durare, bisogna “avere qualcosa da dire” (non da imitare), possedere “una filosofia di vita”, uno sguardo personale sul mondo, “interpretare il volto della vita con intelligenza”, niente sciatterie o approssimazioni, temperare ogni emotività al “calor bianco”, il pensiero del narratore si deve evincere dai personaggi e dalle loro azioni, non dalle prediche e dalle spiegazioni, raccontare quello che si conosce, documentarsi, leggere, leggere, leggere, avere tempo, salute, resistenza fisica, scrivere, scrivere, scrivere e dipendere il meno possibile dal denaro che si immagina di guadagnare, altrimenti la vita è davvero grama.

Affidandosi alle parole di un saggista London avverte: “Non datevi alla letteratura se possedete capitali sufficienti a comprarvi una bella ramazza, ed energia sufficiente a impossessarvi di un crocevia libero”. Il denaro, il mercato editoriale, il pubblico di massa, i bisogni dei lettori, quelli più colti e quelli più grossier, le necessità imprenditoriali dei direttori editoriali, il sistema della pubblicità, gli anticipi: quasi ossessionato da tutto questo, con sorprendente, tempestiva lucidità, Jack London, intorno all’anno 1900, capisce anche le ragioni di quel “nemico” invisibile che ancora non l’ha riconosciuto.

Sulla scorta delle sue considerazioni insistiamo con qualche suggerimento agli scrittori esordienti: niente piagnistei da incompresi, niente paranoie, niente dilettantismi. Puntare alla serie A, non ai circuiti invisibili, ai professionisti, non ai cloni. Lasciare in pace i parenti. Quelli sono stati pensati per voler bene, non per valutare un romanzo. Essere consapevoli che la società letteraria si è sbriciolata, i circoli letterari si sono frantumati, e gli scrittori affermati non hanno il tempo di immergersi nei vostri dattiloscritti. Provare a farsi leggere dagli editori ma scrivere lettere di presentazione “ragionevoli”, non deliranti – se annunciate che nel romanzo si affronta il tema della morte, quello di Dio e quello di un doloroso divorzio, non leggeranno niente e avranno ragione -. Sapere che il mercato della narrativa si è fatto più duro, i numeri delle tirature sono diventati decisivi, gli spazi si sono irrigiditi e insieme diversificati. I grandi editori puntano a romanzi e personaggi per il grande pubblico. Per esordire, forse sono meglio gli editori medi. Insomma, sarà bene dimenticare la canzoncina di Cenerentola: “I sogni son desideri/di felicità…”. E continuare a raccontare il mondo, le storie, i personaggi. Facendo sul serio.

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A. Bianchini, Alessandra e Lucrezia – Destini femminili nella Firenze del Quattrocento

Mondadori, Milano 2005, pagg. 276, euro 17,50

08/05/2005

Cominciamo dalla fine, e andiamo a ritroso, per caldeggiare la lettura di questo nuovo bel libro di Angela Bianchini. Cominciamo dalla posa della prima pietra di un palazzo fiorentino, il 6 agosto 1489. E’ il segno di una pacificazione insieme alla quale, tuttavia, si approssima anche la fine di un mondo: Filippo Strozzi, finalmente riconciliato con i Medici (e con Lorenzo in particolare) che lo hanno tenuto in esilio per molti decenni, si accinge a erigere la sua maestosa dimora in città, in puro stile quattrocentesco, imponente e insieme perfetta nelle proporzioni. Sarebbe stata contenta sua madre, Alessandra Macinghi Strozzi. Da precoce vedova di un’ottima famiglia fiorentina, che però si era mostrata avversa al potere del vecchio Cosimo, ha passato la vita a tenere i contatti con i tre figli esuli, sparsi fra Napoli e la Spagna. Donna di virtù muliebri, forte come una roccia ma non priva di sagacia e di acuto sguardo sulla Signoria, Alessandra si è occupata delle economie di casa, ha cercato più volte di far rientrare i suoi ragazzi, ha valutato le eventuali spose, si è disperata se non contraevano alcun matrimonio, minimizzando sulla prole illegittima come voleva il costume, e ha scritto loro lunghe, dettagliate lettere che sono una delle prime testimonianze di scrittura femminile, domestica, sentimentale e mercantile. Inutile dire che insieme a quelle epistole si apre un affascinante mondo, già scoperto peraltro molti anni fa da Vittore Branca, pionieristico studioso della letteratura di mercanti e banchieri fiorentini.

A quella data di fine secolo, dunque, Alessandra Macinghi Strozzi è morta da quasi vent’anni e per poco tempo si è goduta il rientro di Filippo in una città che come nessun’altra negli ultimi decenni ha onorato le bellezze e le intelligenze muliebri, cantandole in versi, in dipinti, in sculture. Poco importa che Lucrezia Donati o Simonetta Vespucci (la Venere botticellana) fossero amanti di Lorenzo o Giuliano de’ Medici; la loro bellezza (piena e fiorente, ma anche caduca quanto la giovinezza o il potere) incarnava un ideale estetico per quegli uomini che nei poeti, nei pittori, nei filosofi, negli architetti che li circondavano individuavano un valore aggiunto (quello culturale) al loro dominio.

La madre di Lorenzo, Lucrezia Tornabuoni, è l’altra protagonista di questa documentatissima ricostruzione. Più colta – abile verseggiatrice -, più mondana, più intraprendente di Alessandra nella gestione degli affari privati e pubblici (spesso le politiche matrimoniali coniugavano i due livelli, e lei se ne fece parte diligente trovando una moglie degna per il figlio in Clarice Orsini, di famiglia romana guerriera, ma già ben guardata dalla Curia), Lucrezia fu decisiva per il ritorno degli Strozzi a Firenze; là dove la madre li stava aspettando da sempre, ligia alla lezione di morigeratezza, forza ed equilibrio impartita da Leon Battista Alberti (anch’egli figlio naturale) con i quattro Libri della famiglia, dialoghi costruiti a edificazione e gloria dell’istituto familiare, dove le ragioni degli affetti si sposano con quelle di mercature e masserizie, come si conveniva a quella nuova, potente borghesia. Erano stati scritti fra il 1432 e il ’34. Alessandra era sposata da dieci anni e, già in esilio a Pesaro, stava per perdere il marito e ben tre figli per colpa della peste. Rientrata in città non l’avrebbe più lasciata. E, nonostante il profilarsi di tante effervescenze culturali e mondane, non avrebbe perso alcuna virtù.

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Peter Ackroyd, Londra – Biografia di una città

Traduzione di Luca Cafiero, Frassinelli, Milano 2004, pagg. 692, euro 29.

25/04/2005

Se il lettore avesse voglia di distrarsi dall’appassionante dibattito sulle vicende matrimoniali della monarchia inglese, consiglieremmo un libro di sicura godibilità nel quale è Londra, con la sua ricca storia, la primadonna. Non una guida turistica ma il romanzo biografico di un luogo, una geografia narrata in cui il fiume, i parchi, i mercati, le carceri, i tribunali, le chiese, i pub, valgono quanto le persone che li hanno frequentati nei secoli.

E’ scritto da Peter Ackryod, eccellente biografo dei sommi Dickens e Wilde, quindi conoscitore profondo delle diverse “anime” che in quella città s’intrecciano e convivono; il popolo e l’aristocrazia, il cambiamento e la conservazione, l’eccentricità e il conformismo. E’ davvero appassionante questo genere letterario di “confine”, fra la ricostruzione storico-antropologica e la narrazione (un modello al quale scrittori e saggisti italiani dovrebbero guardare con più attenzione) che prende avvio, ovviamente, dalle origini preistoriche, e paludose, di Londinium, senza tralasciare quelle leggendarie che la vogliono fondata da un bisnipote di Enea nel segno di novella Troia. Fin dai primi insediamenti emerge il carattere guerriero dei britannici, uomini e donne; prima fra tutte quella regina Boadicea (arcaica antesignana di tante signore dall’attitudine pugnace), che nel 60 d.C. mise a ferro e fuoco la cittadella per vendicarsi di chi aveva tentato di vendere come schiavi donne e bambini degli iceni, popolazione locale che lei voleva proteggere dai romani, installatisi con Cesare, sempre più intenzionati a trasformare un campo militare in un centro di rifornimento. E di lì a poco di commercio.

Guerre, denaro, affari, brokers, sono nel DNA di una popolazione che ha subito incursioni (interne ed esterne) e devastazioni (umane e naturali, basti pensare al rapporto della città con la peste, segno di una pervicace scarsa attenzione all’igiene, o con il fuoco e gli incendi), ma che ogni volta ricostruisce la città, impavida. A Londra, aggressività e competitività, scrive Ackoryd, si sposano a un altro elemento connaturato: quello dell’esibizione, del mostrarsi di opere, gesta e personaggi. Tutto è rappresentabile, come in un grande e permanente teatro in cui gli individui si fanno riconoscere, singolarmente; da cui, forse, l’origine di tante stravaganze che vi si concentrano, ieri e oggi. Gli esempi si sprecano: quello di un famoso taccagno ottocentesco che sul letto di morte chiese indietro i propri denari al chirurgo che non lo aveva curato; o quello di un noto medico che “girava per il West End su un pony sui cui fianchi aveva dipinto delle macchie” e che a casa sua, in Mount Street, “teneva la prima moglie, imbalsamata nel soggiorno” (ovvio, anche il noir è nel patrimonio genetico dei londinesi); per arrivare alla più recente “signora nel furgone” di Alan Bennet, la barbona proditoriamente insediatasi nel suo giardino. Tutti individui, gente comune e non, che vive in una città a suo modo mostruosa e affascinante, brulicante di folla indifferente, di bevitori rissosi e compassati snob, di incalliti delinquenti e sadici carcerieri, ricchissima, derelitta, come a metà Settecento l’ha incisa nelle sue stampe William Hogart, il vero nume tutelare di questo bel libro. E a lui, e alla sua “commedia umana”, che Ackroyd ricorre più spesso come al narratore che forse meglio di ogni altro ha raccontato (con realismo e insieme deformandoli, rappresentandoli e irridendoli) gli abitanti di una città senza centro e senza limiti, estrema, ma anche tollerante, cosmopolita da sempre, imperiale e laica. Spaventosa e seducente come la protagonista di un grande romanzo europeo.

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Iris Murdoch, Sotto la rete

Traduzione di Argia Micchettoni, Rizzoli, Milano 2005, pagg. 321, euro 17.

20/03/2005

A proposito di esordi importanti, argomento trattato con clamore un tantino sopra le righe in questo periodo, ci preme segnalare, più serenamente, quello di Iris Murdoch, Sotto la rete, risalente al 1954. Un signor esordio, nel quale si riconoscono tematiche e stilemi che nei romanzi successivi verranno ripresi e rivisitati (magari irrobustiti con più palese e graffiante sarcasmo), ma che vengono subito trattati con mano ferma: come quello, per esempio, dei rapporti intrecciati all’interno di una comunità di amici, uno dei topoi più forti della scrittrice inglese, quasi una sorta di ossessione che infatti abbiamo già incontrato sia ne Il mare, il mare (romanzo che sfiora il capolavoro) sia ne La campana, recentemente pubblicati da Rizzoli.

Del resto, anche la sua biografia segnala quanta pervicace attenzione la Murdoch profondesse nel coltivare le tante e diverse amicizie, come ricorda John Bayley, il marito, in Elegia per Iris, memoria dedicata alla loro vita insieme e scritta nei lunghi mesi in cui la Murdoch restò isolata da tutti (tragico paradosso della vita) per colpa di quella malattia autistica che è l’Alzheimer.

Anche in questo primo lavoro, dunque, l’oggetto della sua analisi narrativa sono le relazioni fra uomini e donne (un quartetto aperto a eventuali altri) attraversate da tensioni, ambivalenze, incomprensioni: un vero e proprio valzer di addii, ritrovamenti e incontri mancati, alcuni perfino comici, metafora della difficoltà, e spesso dell’isteria, dello stop and go che distingue i legami fra i sessi. Ora come allora. Al centro dell’intreccio, privilegiando il suo punto di vista, è un giovane intellettuale londinese piuttosto marginale, un traduttore di libri di successo altrui, che concorre con la pigrizia alla propria condizione di piccolo parassita, (o di profondo contemplatore dell’esistenza?), la cui precarietà rischia di precipitare il giorno in cui la fidanzata, stanca della sua inettitudine, lo mette alla porta. Dove andare, oltre che al pub? Londra gli fibrilla intorno e lui prende a percorrerla senza sosta, dalla prima periferia di Chiswick al cuore della City, novello picaro dai pensieri inconcludenti, o forse addirittura ladro dei pensieri altrui. Meglio tornare alla ricerca di amori non vissuti, di amicizie malamente consumate, di entusiasmi politici ingenui e un po’ deliranti; procedendo sempre, narratore e personaggio, sul crinale ambiguo che separa la verità dalla menzogna. Non a caso compare ben presto, semanticamente significativo, un polveroso teatro di Hammersmith dove si è rintanata una donna che forse una volta lo ha amato. E’ proprio quello il luogo in cui si consuma più apertamente la finzione, dove uomini e donne si mascherano, la realtà si altera. Com’è evidente le linee di ricerca della Murdoch, filosofa che si è formata su Sartre e drammaturga in fieri, sono già segnate. Intanto il suo personaggio combatte con i propri fantasmi, ansimando, sia pur sempre un po’ pigramente, dietro alle donne, al denaro, alle amicizie, e affrontando così gli eterni temi della letteratura. Fra un illusione e l’altra è capace di spingersi fino a Parigi, arrivandovi in un 14 luglio che si trasforma, da giornata simbolo della libertà, nell’emblema del corto circuito fra folla e individuo, abbandonato alla sua solitudine e alle rifrazioni dei suoi desideri irrealizzabili. E qui la scrittrice si produce in un capitolo semplicemente magistrale: inseguendo fra i tumultuosi cittadini in festa il suo amore perduto, il nostro eroe compie l’ennesimo atto mancato, il segno ulteriore di un precario rapporto con la realtà. Impossibile tornare indietro nel tempo, come proveranno a fare anche molti altri personaggi della Murdoch nei romanzi a venire, raccontandosi delle bugie, mistificando, consegnandosi alla menzogna: premere il pulsante re-wind è solo un esercizio della mente destinato alla sconfitta. E’ il tempo che passa a dire la verità.

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