2006

Muriel Spark, La vera miss Brodie

Adelphi, Milano 2006, pagg. 53, euro 5,50

19/11/2006

In ogni presentazione letteraria c’è un momento in cui, fastidiosa come la morte, dal pubblico spunta la domanda fatidica: “Quanto c’è di autobiografico nel suo romanzo?” A chiunque desideri davvero riflettere su tale questione dai mille risvolti, suggeriamo la lettura comparata di un racconto postumo di Muriel Spark, La vera Miss Brodie, fresco di stampa da Adelphi, e del romanzo in cui è confluito il personaggio della memorabile insegnante inglese, Gli anni fulgenti di miss Brodie, uno dei libri più popolari della Spark, trasformato con successo in film, in pièce teatrale e in una serie televisiva dopo il 1961, anno in cui fu pubblicato.

“Quando vidi il film tratto dal romanzo, per prima cosa pensai che i colori fossero troppo vivi per rendere giustizia all’atmosfera edimburghese. E tuttavia credo che miss Kay si sarebbe rallegrata moltissimo per quella impostura, visto che adorava il colore e ci aveva educato alla sensibilità cromatica. Non aveva mai sopportato gli impermeabili dalle tinte spente.” Negli anni Novanta, la scrittrice è tornata con la memoria alla sua prima adolescenza scozzese, quando incontrò “davvero” Miss Christina Kay, restandone affascinata all’istante e cominciando fin da bambina a scrivere di quello (viaggi, quadri, esperienze) che la sua adorata insegnante raccontava in classe a lei e alle sue compagne di college femminile.
Miss Kay, afferma la Spark col senno di poi, era di sicuro un personaggio in cerca d’autore, e non solo perché, aggiungeremmo, permetteva di rivisitare il topos dell’anticonformista zitella inglese: stravagante, generosa con le allieve, attenta conoscitrice di arte e di musica, fervida ammiratrice dell’Italia e di Mussolini, era anche una donna devota e fedele alla Bibbia, tratto quest’ultimo sul quale la scrittrice avrebbe minimizzato a vantaggio dall’aspetto più teatrale del suo modello, della sua esuberanza, della sua ribadita fede in Bontà, Verità e Bellezza, di quell’ambizione all’“eccellenza” che le avrebbe fatto pronunciare più volte, nel romanzo, una frase capace di tenere insieme narcisismo e snobismo, ridicolo e alterigia, un reiterato tormentone usato dalla Spark per meglio forgiare l’iperbole e il mito del suo personaggio: “Bambine, se darete retta a quello che vi dico, farò di voi la crème de la crème”. Facendo perno su una protagonista apparentemente solare, il romanzo scandaglia, però, le zone più oscure delle dipendenze, i rapporti morbosi instauratasi fra insegnante e predilette allieve, lambendo il crinale del torbido, mostrando vite che si sostituiscono alle vite, in un febbrile e malato gioco di specchi. A questo sarebbe stata piegata la “vera” Miss Brodie, il cui cognome, peraltro, apparteneva a una ragazza americana che aveva insegnato a leggere alla Spark all’età di tre anni, confessa la scrittrice, tastando un angolo remoto della propria memoria privata.
“Per certi versi, Miss Kay non aveva niente in comune con Miss Brodie. Per altri era molto al di sopra e molto di più del suo alter ego romanzesco. Se avesse incontrato Miss Brodie, l’avrebbe messa al suo posto senza tanti problemi”, taglia corto l’ormai anziana scrittrice, salvo poi collazionare le lettere in cui le sue ex compagne di classe hanno riconosciuto Miss Kay nell’idolo dei loro anni fulgenti. E così, il gioco a nascondino con la realtà, il “vero”, può continuare anche in vecchiaia. E tenere ancora in vita il mito, la finzione. Se non fosse morta lo scorso anno, ce la sentiremmo di chiedere un’altra volta alla Spark: “Quanto c’è di autobiografico nel suo romanzo?”

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Alice James, Il diario 1889-1892

Traduzione e introduzione di Maria Antonietta Saracino, Nutrimenti, Roma 2006,
pagg. 236, euro 16

03/09/2006

Nel 1881, alla morte dell’eclettico padre, Alice James, sorella di Henry e Williams, ebbe una reazione che avrebbe fatto la gioia di Sigmund Freud. Essendo il genitore privo di una gamba, s’inchiodò su una sedia dalla quale non si sarebbe mai più rialzata. Da quel momento, intorno alla sua poltrona da grande isterica avrebbe iniziato a turbinare un mondo di infermiere, amiche, conoscenti, letture e riflessioni che, dal 1889 al ’92, sarebbe confluito in un diario che è appassionante per molti motivi: biografici, culturali e letterari. Quel diario, oggi ristampato a vent’anni dalla prima apparizione in Italia, non solo ci mette di fronte a una donna di straordinaria intelligenza, curiosità e ironia, la cui nevrosi l’aveva obbligata a dismettere il corpo, non solo allude ai rapporti di forte dipendenza fra i tre geniali fratelli, ma spalanca le proprie pagine su un mondo anglosassone di fine Ottocento che sta ancora vivendo il conflitto culturale fra “primitiva” America e “raffinata” Europa, tema fondante, peraltro, della narrativa di Henry James. A quella data i James si sono definitivamente trasferiti nel Vecchio Continente ed è da tale ravvicinata prospettiva che Alice osserva gli inglesi, ne segue le vicende della cronaca e della cultura ma è sempre un po’ scettica sul loro carattere “formale”, troppo codificato. Tanto più che la sua quotidianità è protetta, in un legame molto diffuso all’epoca e definito dagli storici “Boston marriage”, dalla pragmatica amica Katharine Loring, una meravigliosa forza della natura, virile e materna insieme. E’ a lei che si deve la sopravvivenza di questo prezioso diario, una lettura che si sarebbe rivelata fondamentale anche per Virginia Woolf: pagine dense di narrazioni e riflessioni “su questo scherzoso imbroglio che chiamiamo Vita” che suscitarono l’incondizionata ammirazione di Williams mentre turbarono profondamente James, terrorizzato da ogni forma di pubblicità sul proprio privato al punto che distrusse la copia in suo possesso. Per entrambi, tuttavia, dimostravano quanto anche la sorella e la sua scrittura fossero “ragione di vanto per la gloria familiare”: il padre li aveva educati all’eccellenza e lei, sia pur alla fine, non vi si era sottratta. Quel padre che, in nome della libertà individuale, non aveva esitato ad autorizzare la figlia al suicidio e che per la propria orazione funebre avrebbe voluto che il prete pronunciasse solo la seguente frase: “Qui giace un uomo che ha creduto per tutta la vita che le cerimonie che accompagnano nascite, matrimoni e morte sono tutte dannate idiozie”. Non una parola di più, ricorda ancora in divertita soggezione Alice. Ebbene, proprio la morte sarebbe stata la propria “eccellenza”, il modo per dimostrare di esistere, come segnala Maria Antonietta Saracino in un’Introduzione colta e ben scritta. Ed è a questo fatto che sta avanzando insieme a un cancro, l’unico che non potrà raccontare agli amici (“e allora dov’è il divertimento?”) che lei dedica le ultime pagine, senza distrarsi dal fervore della vita e dalle sue illusioni, ma insieme concentrandosi sulla degradazione fisica che fa allontanare “argomenti” e “problemi” come se fossero una “qualsiasi fatica muscolare”. Guardandola fino all’ultimo minuto in faccia. Per capire, solo per capire. Scrivendo.

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Irène Némirovsky, David Golder

Adelphi, Milano 2006, pagg.180, euro 16

14/05/2006

Il dattiloscritto arrivò anonimo all’editore Bernard Grasset e lui lo lesse in una sola notte del 1929, catturato dalla forza del personaggio e della scrittura. Decise subito di pubblicarlo ma quando riuscì a scovarne l’autore, attraverso il fermoposta, si ritrovò di fronte a una giovane donna che, come ormai sappiamo sull’onda del successo di “Suite francese”, dopo essere fuggita dalla Russia rivoluzionaria, viveva fra Parigi e la Costa Azzurra, grazie al denaro del padre banchiere ebreo.

In quell’anno di disgrazia per le finanze del mondo quella ragazza dall’infanzia ricca e infelice (segnata da un pessimo rapporto con la madre) aveva scritto il suo primo romanzo: David Golder – un titolo derivato, ottocentescamente, dal nome del protagonista, un finanziere ebreo -, che avrebbe prontamente insediato Irène Nemirovsky nel novero degli scrittori di successo. Non senza polemiche, visto che per questo, e per altri romanzi pubblicati in seguito, venne accusata di antisemitismo. Col senno di poi, anche se l’argomento continua a essere controverso fra i biografi della scrittrice, potremmo attribuire le reiterate accuse a un nervo molto scoperto di quegli anni Trenta che fecero da preludio alla ferocia, non solo verbale, della quale rimase vittima anche la stessa scrittrice che, com’è noto, morì deportata ad Auschwitz.

Non ci addentreremo in questa querelle, preferendo alludervi con altre considerazioni, di natura più strettamente letteraria; riflessioni che riguardano piuttosto i modelli della Némirovsky la quale, come ogni russo di alta borghesia o di nobiltà, si era formata sui classici della grande letteratura europea. E infatti, dopo aver incontrato il cinismo, l’aridità affettiva, gli arcigni tratti somatici di David Golder è impossibile non pensare al grande Shylock shakespiriano, vittima del pregiudizio collettivo ma potenziale carnefice del mercante Antonio o all’usuraio ebreo di Balzac, l’accumulatore di denaro Gobseck, uno dei primi e più potenti personaggi della Comèdie Humaine, che fin dal nome denunciava tutta la sua avidità. Anche Golder, peraltro, è un cognome che sembra contenere il destino di quest’uomo interessato solo a quello che è stato forse il più grande tema del romanzo ottocentesco: l’oro, il denaro, la sua accumulazione. Con la differenza che la dannazione del personaggio balzachiano era quella di nasconderlo, non metterlo più in circolo, quella di Golder è di perderlo nelle imprese finanziarie del mondo.

La sensazione netta, insomma, continuando a conoscere questa eccellente scrittrice, è che lei, non temendo lo stereotipo, anzi sfidandolo, volesse misurarsi con i temi e perfino con gli snodi narrativi più riconoscibili e canonici della letteratura occidentale, per dimostrare di poterli riattraversare con maestria, affidandosi a una scrittura di estrema asciuttezza e intensità, lavorando in levare là dove invece la deriva melò di quei medesimi topoi avrebbe imposto di aggiungere, sovrabbondare, caricare. Studiando da “classico” fin dal libro d’esordio, quindi; senza paura di affrontare le più abusate scene madri (assai efficace quella dello scontro fra il collerico Golder malato, e sull’orlo del disastro economico, con la moglie che gli rinfaccia assenza di sentimenti e di coperture finanziarie, oltre a fargli la più terribile delle rivelazioni sulla figlia) e non peritandosi a lambire un finale quasi edificante che, ovviamente, non racconteremo. Basterà dire che Golder cercherà le proprie radici in Russia, ma farà anche la più dura delle trattative: con i nuovi e non meno cinici padroni di quella terra e con se stesso, con la propria storia. E chissà, forse qualcuno rifarà il suo cammino, dalla Russia verso l’America, con tappa intermedia a Parigi, nella nuova terra della finanza.

E’ comprensibile che l’editore Grasset sia sobbalzato sulla sua poltrona notturna: la voce della Némirosky è ferma, controllata. C’è stato un altro motivo a infonderle sicurezza: quel mondo della finanza ebraica, dei ricchi fuoriusciti dalla Russia, era quello della sua famiglia. E se strali ironici intervengono, se polemica esiste, è interna al proprio ambiente, non alla razza. Il suo disprezzo è riservato ai nuovi ricchi, i parvenu, alle volgarità che si manifestano insieme alle scalate sociali. Ma anche questo è un tema assai balzachiano. Per i grandi scrittori, più che le ideologie, sono importanti le tensioni, i temi, gli scenari, i personaggi, le loro ombre sinistre.
E la giovane Irène voleva diventarlo.

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Viaggiatrici

AA.VV. Le vere signore non viaggiano, a cura di Renata Discacciati, Archinto, Milano 2005, pagg.150, euro 12; Amelia B. Edwards, Mille miglia sul Nilo, a cura di Corinna Rossi, Archinto, Milano 2006, pagg. 232, euro 16,50; Lèonie D’Aunet, Oltre Capo Nord – Viaggio di una donna allo Spitzberg, Voland, Roma 2006, pagg. 252, euro 13.

16/04/2006

Per gli amanti del glicine e del sole. Piccolo castello medievale italiano sulle coste del Mediterraneo, affittasi ammobiliato, per il mese di aprile. Servitù inclusa”.
Siamo alle prime righe, riconosciute da chiunque ammiri Elisabeth Von Arnim, di un delizioso romanzo che racconta della vacanza, italiana e pittoresca, di quattro stravaganti signore inglesi: Un incantevole aprile esce nel 1922 (a riprova di quanto la scrittrice fosse documentata sull’ambientazione compaiono anche degli sparuti fascisti) e segna un punto di non ritorno del costume culturale anglosassone: il Gran Tour in Italia, nato per convenzione nel 1670 con il giornale di viaggio dell’inglese Richard Lassels, sta per finire. A quella data, del desiderio di conoscenza di arte e storia che per oltre due secoli ha mosso aristocratici, grandi artisti e studenti fervidi quanto squattrinati, è rimasto solo un “piccolo castello medievale”; ormai il turismo tende a farsi di massa e stanziale e, con sottintesi femministi, sta diventando fuga da una routine piccolo-borghese, da un matrimonio infelice, da un “club per signore” londinese modesto e deprimente. Ma, appunto, non è sempre stato così. Lo testimoniano alcuni libri di viaggio, curiosamente tutti firmati da donne, la cui comparsa in libreria (insieme ad altre prossime uscite presso gli editori maggiori) ci autorizza a pensare che il reportage sia un genere (fin qui considerato minore) in netta ripresa nei gusti del pubblico. Bene.

Allora, segnaliamo un titolo divertente, Le vere signore non viaggiano, smilza ma succosa silloge di testi scritti da viaggiatrici in giro per Europa, Africa, Asia e Americhe varie. Vi si racconta di paesaggi esotici e incantamenti, costumi locali e curiosità intellettuali di donne che contravvenivano a una morale vittoriana (alla quale si allude ironicamente nel titolo) assai severa nei confronti di chi si allontanasse dalle austere mura domestiche senza la scorta di un marito. Nell’Ottocento non era proprio opportuno muoversi in autonomia. Ma alcune signore intrepide lo fanno. Come Amelia B. Edwards, giornalista e sostenitrice fra le prime del movimento delle suffragette inglesi, che compì un lungo viaggio in Egitto, documentato in Mille miglia sul Nilo, il cui esito fu quello di trasformarla in un’avanguardia negli studi di egittologia. Per sommo di trasgressione la Edwards viaggiava insieme alla compagna della sua vita, segnalata nel testo con una elusiva iniziale, L. Al di là dell’aneddotica biografica le va riconosciuta una scrittura di godibilissima lettura, concreta, narrativa, ironica, attenta ai monumenti quanto alle antropologie, sensibile alla visione maestosa delle piramidi o delle moschee quanto a quelle dei tanti diversi “maomettani” che incontrava.

Analoga abilità narrativa è posseduta da un’altra pioniera dei reportages, la francese Léonie D’Aunet che nel 1839, diciannovenne, seguì il marito pittore (già, non c’erano ancora i fotografi a documentare le imprese!) in una spedizione scientifica che raggiunse il Mar Glaciale Artico. Tornata in patria ebbe una peccaminosa relazione con Victor Hugo, scoperta la quale fu segregata prima in una prigione destinata alle donne ‘perdute’, poi in un convento per poi essere bandita dal bel mondo parigino. Hugo, con gesto non esattamente elegante, si appellò alla propria condizione di Pari di Francia e rivendicò l’immunità. Ma nel giro di qualche anno, Léonie D’Aunet, di evidente tempra forte, trovò il modo di riscattarsi scrivendo proprio il resoconto di quel viaggio giovanile “Oltre Capo Nord”, che in breve divenne un libro di grande successo. Donna assai colta, durante quella spedizione non mancò di visitare i maggiori musei delle città europee, riconoscendo i capolavori e commentandoli, così come si rivelò attenta ai costumi (senza distinzioni fra abitudini e abiti) di donne e uomini che si trasformavano via via che il Nord le si prospettava alla vista; paesaggi compresi, ovviamente, le cui descrizioni echeggiavano i moduli della letteratura romantica, senza tuttavia concedersi troppo ai cliché. Donna di spirito, quell’esprit francese che è insieme umorismo e cultura, descrisse la “natura grandiosa e terribile” dei ghiacciai, raccontò di tempeste, gelidi venti e marosi, descrisse marinai, scienziati e divinità nordiche. Con competenza, puntualità e seducente leggerezza. A distanza di tanti anni, e dopo quello che le era successo al ritorno a Parigi, la vita doveva sembrarle, saggiamente, solo quello che è: un assurdo e affascinante Gran Tour. Alle volte un po’ stanziale.

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Biografie

Lydia Flem, Casanova, Fazi, Roma 2006, pagg. 280, euro 15; Elido Fazi, L’amore della luna, Fazi, Roma 2005, pagg. 456, euro 14; Piero Negri Scaglione, Una questione privata – Vita incompiuta di Beppe Fenoglio, Einaudi,Torino 2006, pagg. 286, euro 21; Luigi e Stefano Pirandello, Nel tempo della lontananza (1919-1936) , a cura di Sarah Zappulla Muscarà, La Cantinella, Catania 2005, pagg.374, euro 25; Maria Santini, Candida soror, Simonelli Editore, Milano 2005, pagg. 350, euro 25.

19/02/2006

Il fenomeno non è vistoso ma in costante e progressivo aumento, dicono i direttori editoriali: i lettori italiani gradiscono sempre di più il genere biografie, letterarie e non. E’ verosimile che i motivi di questa recente tendenza in libreria siano di diversa natura e che vi si esprimano bisogni ambivalenti. Da una parte, mutuato dalla cultura mediatica, potrebbe essere scattato una sorta di effetto Grande Fratello, quella pruriginosa curiosità full time per ogni circostanza biografica che riguardi uno scrittore (beffe comprese, si direbbe alla luce della controfigura che ha incarnato nelle turneè il sedicente scrittore “maledetto” T.J LeRoy) acquisita la quale si crede di possedere i segreti della sua arte. Errore clamoroso, direbbe il Proust che in Contre Saint-Beuve metteva in guardia dal trito biografismo vale a dire da ogni meccanica sovrapposizione fra arte e vita. Con lui continuiamo a pensare che i piani vadano distinti e che la biografia non dia valore aggiunto all’opera. Tuttavia, a non voler essere moralisti, bisogna ammettere la necessità di conoscere le circostanze che possono aver segnato uno scrittore, pena il peccato di vulgata idealista: la convinzione che l’arte sia folgorazione divina che nulla condivide con accadimenti privati, formazione, contesto storico e antropologico. Ci sia concessa una reminiscenza, una magnifica lezione del maestro Francesco Orlando sull’età degli scrittori nel 1848, data fatidica per la letteratura francese: in quell’anno nasceva Huysmans, Flaubert e Baudelaire avevano entrambi ventisette anni, Balzac era un cinquantenne già molto provato dalla fatica della scrittura. Le cronologie, i fatti della Storia che fendono le vite, sono sempre significativi, se ben utilizzati.

Peccato, dunque, che a differenza di quanto accade nel mondo anglosassone, in Italia non esista una vera scuola per la scrittura delle biografie, là dove nel sistema universitario inglese è materia di master post-laurea nei quali fervono dibattiti che fanno risalire la nascita del genere life writing alla vita di Samuel Johnson scritta da James Boswell nel 1791: lavorando con puntiglioso metodo storico, si intreccia la consapevolezza che ogni biografia è anche interpretazione (difficilmente è neutro il punto di vista del biografo) a ogni documento possibile: epistolari, memoirs, diari, testimonianze orali, frammenti di scrittura. Fino alla fine dell’Ottocento, secolo che ha visto esplodere il genere, la tradizione vittoriana voleva che del personaggio in oggetto di biografia si ricostruisse solo l’immagine pubblica; ci sarebbero voluti i bloomsburyani, come Lytton Strachey per esempio, perché il mito dell’operato e delle gesta venisse aggredito, a cominciare dalla Regina Vittoria stessa della quale si osò riflettere sulla psicologia, le debolezze, l’interiorità. Ma si sa, quello era un gruppo anticonformista. E moderno.

Analisi dei documenti e interpretazione, si diceva: a questo preciso filone, preso alla lettera e potenziato si direbbe, sembra rifarsi il libro dedicato a Giacomo Casanova dalla psicanalista francese Lydia Flem che, lavorando sull’autobiografia scritta dal libertino veneziano, ormai vecchio ma alacremente impegnato a elaborare il proprio mito, ricostruisce traumi infantili e attaccamento pervicace a una madre ideale che gli fecero davvero amare, con innocenza, tutte le donne possedute, in nome del presente, la materia, la curiosità, la seduzione carnale e intellettuale. Motivi profondi individuali certamente che, tuttavia, il secolo e la sua cultura autorizzavano.

E’ invece il turbolento Ottocento inglese, dove si fronteggiano natura e cultura, ambizioni e fallimenti, indigenze economiche e mercato editoriale agli albori, lo scenario che fa da sfondo alla vita di John Keats, “L’amore della luna”, narrata da Elido Fazi, sedotto (forse anche nella sua veste di editore) dai temi della creatività, del desiderio di gloria, della passione, oltre che dai versi del più visionario dei poeti. In questo caso la narrazione, sia pur documentata, volge decisamente al romanzesco.

Dove, invece, la prosa è asciutta, denotativa, e i fatti della vita sono ricostruiti con puntiglio documentario è nella bella biografia dedicata a Beppe Fenoglio da Piero Negri Scaglione. Due i nuclei forti del libro: la Resistenza vissuta fra Langhe e Monferrato, materia che poi verrà trasfigurata (metaforizzata, ecco la differenza con la vita, direbbe Proust) in romanzi e racconti; e la vicenda editoriale di un outsider di razza, piemontese fino al midollo ma altrettanto profondamente attratto dalla letteratura inglese, appartato e un po’ ombroso, riconoscente a Calvino per il sostegno e talvolta risentito con Vittorini per le perplessità sulla sua “Malora”, in fuga da Einaudi per Garzanti, ma dalla casa editrice torinese sempre attratto, ambivalente nelle ambizioni, ossessionato solo dalla sua scrittura poco conforme ai canoni del decennio ’50-’60. Figlio scorbutico, uomo solitario, marito e padre solo in tarda età. Le vicende di casa Fenoglio erano già state affidate alla memoria della sorella Marisa in un libro del ’95; motivo quest’ultimo che ci permette di segnalare un genere utile alla composizione di una biografia: la testimonianza dei familiari. In quest’ambito segnaliamo l’interessante carteggio fra Pirandello e il figlio Stefano, raccolto nel volume “Nel tempo della lontananza (1919-1936)” e affidato alla sicura esperienza di Sarah Zappulla Muscarà; e la storia luttuosa della famiglia Pascoli, riscritta da Maria Santini dal punto di vista di Mariù, la piccola di casa, la “Candida soror”, vestale integerrima del fratello e del suo mito. Succede spesso che siano i familiari i primi testimoni di vite tanto illustri quanto assediate dalla creazione alla quale tutto viene sacrificato, spesso i rapporti parentali stessi. Basterebbe pensare ad Anna Dostoevskaja, una moglie che si annullò per dedizione al genio e che lasciò unica traccia di sé nelle sue accorate memorie. In fondo, resta solo l’opera.

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Londra immaginaria e reale

Londra immaginata, Feltrinelli, Milano 2005, pagg. 140, euro 12; Liliana Rampello, Il canto del mondo reale; Virginia Woolf. La vita nella scrittura, Il Saggiatore, Milano 2004, pagg. 222, euro 16,50

22/01/2006

A chi non è capitato di arrivare a New York per la prima volta e, cominciando a gironzolare per Manhattan, non ha avuto la sensazione, anzi la certezza, di esserci già stato? Pochi minuti di riflessione, il tempo di percepire come familiare anche Central Park e, naturalmente, quell’inquietante deja vu si chiarifica razionalmente. Ovvio, sono tutti i film di Woody Allen a rassicurarci (mentre altre infinite pellicole si affollano nella memoria), sono loro i responsabili di questa conoscenza “pregressa”, non reale, non diretta, ma piuttosto mediata, e quindi letteraria. 


Chi volesse leggere un delizioso libretto appena uscito da Feltrinelli della scrittrice americana Anna Quindlen può compiere un percorso analogo, anzi simmetrico. Il presupposto è noto: non tutti, ma alcuni americani hanno ancora qualche piccolo conto in sospeso con la vecchia Inghilterra, e i sensi di inferiorità culturale ne fanno (ne hanno sempre fatto) magna pars; la Quindlen lo esplicita più volte, ovviamente ricorrendo a Henry James. Lei, a lungo ha amato appassionatamente Londra ma il sapere in suo possesso proveniva “solo” da Dickens, Thackeray, Forster, Virginia Woolf, Evelyn Waugh. La sua era una Londra immaginata, una sorta di mito delle origini (metropolitane) che è andata pragmaticamente a “verificare”, romanzi otto e novecenteschi alla mano, e non sprovvista di quella magnifica “biografia” dedicata alla storia di Londra da Peter Ackroyd. Certo, molte delle stradine buie dickensiane oggi non sono ritrovabili, ma quanto assomiglia ancora alla città, alla percezione di essa, la frase di Virginia Woolf: “Scrivere un romanzo nel cuore di Londra è un’impresa quasi impossibile. Ho l’impressione di dover fissare un vessillo all’albero maestro mentre infuria la tempesta.”

Il fantasma di Mrs. Dalloway, il nome della Woolf, e tanta attualità di sentire, ci induce a segnalare anche un appassionato saggio di Liliana Rampello, Il canto del mondo reale che intende polemizzare con la più recente tradizione critica attenta alla scrittrice inglese in quanto moderna vestale della depressione, dell’assenza, del lutto, della follia. No, sostiene la Rampello, era una sfida alla concretezza e alla vertigine della vita, generatrici di nuova percezione e di linguaggio, la fatica quotidiana e “reale” della Woolf; scrittrice e donna delirante a fasi alterne, ma solo nella misura in cui sfidava la possibilità di rappresentare “ogni” manifestazione dell’esistenza, la sua morte compresa. Sempre sedotta dalle biografie, vissute e scritte, fosse quella dell’amico Roger Fry, o quella dell’uomo-donna Orlando; e per questo motivo conquistata dall’io narratore di Proust più che dal “flusso di coscienza” di Joyce. Un libro con una tesi forte, giocata su quel confine, sottile e spesso imprendibile, che sta tra “realtà” e “finzione”. Confine sul quale possono situarsi, appunto luoghi e persone, cioè le nostre esperienze quotidiane.

Confine rischioso: “Dove l’ho gia incontrato, questo signore?” capitò di chiedersi a un’amica qualche tempo fa di fronte a un gentiluomo di campagna solitario, buono, desideroso di giustizia sociale? Ma certo, era Levin, o il suo doppio Pierre Bezuchov. Affascinata dal personaggio tolstoyano prima che dall’uomo, trascurò il secondo, con esisti sentimentali tragici. Per carità, se non si è scrittori, forse è meglio allenarsi a tener distinti i romanzi letti dai giorni vissuti. Il bovarismo è sempre in agguato e ha mille, subdole “forme”.

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