2007

Trame per regine e false portinaie

Jasper Fforde, Il pozzo delle trame perdute (Marcos y Marcos, pagg. 400, € 17) ; Muriel Barbery, L’eleganza del riccio (edizioni e/o, pagg. 320, € 18); Michele MariVerderame(Einaudi, pagg 164, € 18) ; Alan Bennet, La sovrana lettrice , (Adelphi, pagg. 96, € 12).

09/12/2007

 

C’era una volta, anzi c’è ancora nell’esilarante romanzo di Jasper Fforde, Il pozzo delle trame perdute (Marcos y Marcos, pagg. 400, € 17) una  brava detective letteraria che passa il suo tempo a entrare e uscire dai romanzi, buoni o cattivi che essi siano. Ora, però, ha bisogno di riposo perché aspetta un figlio. E così si rifugia in un romanzo sgangherato come la cittadina in cui si ambienta. Perfino il notiziario del mattino è stravagante; infatti ogni tanto avverte che “il prezzo dei punti e virgola, degli artifici narrativi, dei prologhi e degli episodi per mettere in moto la trama ha continuato a scendere facendo precipitare di ventotto punti l’indice TomJones”. Com’è evidente, ogni valore è relativo…
Nel libro infinito che continuiamo a leggere, si fanno sempre più numerose le pagine in cui i romanzi sono costruiti esplicitamente sul tema della lettura. E della scrittura. Con tanti saluti al post-moderno e alle citazioni che impone, siano esse tragiche o parodiche.
Anche L’eleganza del riccio (edizioni e/o, pagg. 320, € 18) ci pare appartenere a questa nuova famiglia, anche se il registro non è quello comico-paradossale dell’inglese Fforde, ma è vergato dallo stile serio, e a momenti teneramente drammatico, della francese Muriel Barbery.Magnifico romanzo, schiera due protagoniste che vivono, alla lettera, ai pian alti e bassi dell’esistenza: una modesta portinaia che sta di guardia a un bel palazzo della parigina rue de Grenelle (all’apparenza la più tipica delle portiere, ma in realtà un’accanita lettrice) e una ragazzina intelligentissima che vive in quella medesima dimora borghese, ha già deciso la data del proprio suicidio, ma per non far insospettire i genitori, legge molti fumetti giapponesi. Ognuna delle due, quindi, si finge diversa e peggiore di quello che è, fino a quando qualcuno comincerà a smantellare  la loro finzione…
Chi invece sta aiutando un personaggio a ricostruire la storia delle sua vita, è l’io narrante del romanzo di Michele MariVerderame (Einaudi, pagg 164, € 18). Il protagonista è un giardiniere ossessionato dalle lumache che infestano l’orto. Felice, uomo dal sembiante mostruoso e dalle origini misteriose sta perdendo la memoria; così il ragazzino Michele intraprende con lui una sorta di viaggio d’avventura fra le parole delle cultura popolare (il dialetto) e il loro rapporto con le cose, gli oggetti, gli animali, i ricordi, scendendo verso un seducente, sinistro abisso, durante il quale gli fanno da utile corrimano i romanzi di Conrad, Hoffman, Dickens, ma anche “Topolino” e alcuni sceneggiati televisivi.
Il nome del grande Dickens non può che farci approdare al più brillante romanzo, in forma di favola, letto recentemente la cui protagonista è addirittura la regina d’Inghilterra: La sovrana lettrice di Alan Bennet (Adelphi, pagg. 96, € 12). Grazie alla letteratura, dimenticando i suoi doveri istituzionali, perfino lei potrebbe diventare una persona migliore. Potere nel quale anche noi crediamo; e non solo nei giorni della favola bella del Natale.

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Grande Mela banal-chic

Cathleen Schine, I newyorkesi , traduzione di Stefano Bortolussi, Mondadori, pagg.284, euro 17,50 ;  Peter Cameron, Un giorno questo dolore ti sarà utile, traduzione di Giuseppina Oneto, Adelphi, pagg. 206, euro 16,50

28/10/2007

Cathleen Schine ha ritrovato i suoi lettori, quelli che, numerosi, avevano amato “La lettera d’amore”(Adelphi, 1996). E con “I newyorkesi” (traduzione di Stefano Bortolussi, Mondadori, pagg.284, euro 17,50) ha puntato decisa sul glamour-pop, un’eleganza facilmente identificabile dal lettore di media cultura. “Vi ho trovato esattamente quello che cercavo”, chiosa uno di loro in Internet, avvertendo lucidamente di “non aspettarsi il capolavoro”. Ha ragione. Il romanzo, infatti, non tradisce alcuna aspettativa, nel senso che ripercorre con accattivante prevedibilità una serie di topoi già consolidati nell’immaginario contemporaneo. E’ una commedia brillante (con tocchi lievemente melanconici ma un happy end sul quale si può scommettere fin dall’entrata in scena dei protagonisti), si ambienta in un quartierino residenziale a ridosso di Central Park, a nord, laterale ma non troppo, e allestisce la rappresentazione quotidiana, nonché sentimentale, della middle class intellettuale di una metropoli i cui abitanti, superato il trauma delle Torri Gemelle, sembrano ormai definitivamente confinati in un disagio affettivo tutto individuale, facilmente riconoscibile anche a Milano o a Roma. Ultime consolazioni possibili sono i cani, copertine di Linus che si portano anche un po’ come status symbol. Quasi tutti ne posseggono uno e lo amano, lo vezzeggiano, ci dormono insieme, altrimenti il letto sarebbe troppo vuoto. Come fa Jody, una quasi quarantenne single, graziosa e nevrotica quel pizzico che basta, che insegna musica, vive in un monolocale, compra i mobili all’Ikea, ambisce a possedere una vestaglia di Pratesi, rivendica la propria sessualità liberata come una delle sue coetanee di “Sex and city” (ma senza esagerare), e passeggia per il parco con Beatrice, il suo pit bull di riferimento, ottimo motivo per fermarsi a conversare con i vicini sconosciuti, anch’essi di cane muniti. Bene, il paradigma culturale è riempito in ogni casella. Manca solo un tassello: va da sé, infatti, che le complicate relazioni sentimentali intrecciate fra un condominio e un ristorante multietnico producano una trama che ripercorre impavida gli intrecci dei film di Woody Allen ambientati a Manhattan, al punto che l’autrice fa chiedere a uno dei suoi personaggi in possesso di una cassetta di “Io e Annie”: “Regge ancora?”. Strizzata d’occhio, aiutino rassicurante per il lettore, se per caso non avesse capito.
Passeggia per i giardini di Washington Square, nel cuore dell’ancor più intellettuale e raffinato Village, con il suo cane Mirò (come il pittore, per coerenza con il suo stralunato punto di vista sul mondo e il suo stanco part-time nella chicchissima galleria d’arte della madre) anche il giovane protagonista del romanzo di Peter Cameron, “Un giorno questo dolore ti sarà utile” (traduzione di Giuseppina Oneto, Adelphi, pagg. 206, euro 16,50), diciottenne in grave difficoltà nell’attraversare la linea d’ombra che dovrebbe condurlo a essere adulto. Nonostante parecchie, e scettiche, sedute dall’analista non è detto che ce la faccia. Il romanzo (non) si chiude sulla domanda esistenziale: “Come faccio a sapere cosa mi servirà?” (nella vita, ndr). Ma a differenza de “I newyorkesi” questa scrittura ambisce allo scarto dal deja vu. Ne porteremo un esempio comune, la passeggiata con il cane, appunto. Nella Schine, al massimo della trasgressione il quadrupede inzaccherà di pipì un Suv; per Cameron quell’esperienza diventa motivo di proiezione metaforica: la zona per i cani è inesorabilmente recintata e vi stazionano professionali dog-sitter, segno di costrizione, impersonalità e mercimonio putativo degli affetti. La prospettiva sembra un po’ più profonda, e più amara, i modelli più esclusivi.
In entrambe le storie si assiste allo scontro generazionale, motivo centrale di un altro romanzo uscito di recente (“I figli dell’imperatore” di Claire Messud) e ambientato nello stesso milieu sociale, l’intellettualità newyorkese, quel mondo dell’editoria che straripa di padri narcisi, anime belle e politicamente corrette nonché di trentenni dal futuro risicato e confuso, guardati alla vigilia di quell’attentato terroristico che forse negherà loro ogni giorno a venire. Lì lo scontro fra generazioni non aveva né vincitori né vinti; in Cameron si dibatte nei dialoghi dissonanti, e bellissimi, fra genitori e figli. Nel romanzo della Schine, invece, prende la forma della competizione femminile per lo stesso cinquantenne separato con figlia ormai adulta, indeciso e un po’ musone, ma sedotto da un ultimo guizzo di gioventù. Apparentemente amiche (niente scontro aperto, non ce ne sono le energie), la single Jody e la ventenne Polly, così deliziosamente incosciente e crudele, si contendono il bell’Everett dai capelli brizzolati, nel quale molte lettrici potranno riconoscere uno dei tanti loro incontri finiti dopo una sera. Così come potranno rivedere l’inevitabile nevicata a Central Park, risentire “il freddo pungente” di un inverno dagli “alberi spogli stagliati contro il cielo nero”, e salutare l’arrivo di una bastardina che fa capolino nel finale, dimentiche di dubbi, slanci e frustrazioni. Avranno ritrovato, insomma, “esattamente” quello che cercavano. O speravano.

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Muriel Spark, Gli scapoli

Traduzione di Claudia Valeria Letizia, Adelphi, Milano 2007, pagg. 248, euro 18,00.

30/09/2007

Il romanzo sembra pronto per la trasposizione cinematografica, non solo per i lunghi inserti dialogici; e gli interpreti potrebbero essere, ovviamente, Hugh Grant, Ruppert Everett, Stephen Fry (il perfetto Wilde di Brian Gilbert). Tutti a recitare ne “Gli scapoli”, tratto dal romanzo di Muriel Spark  che Claudia Valeria Letizia ha appena tradotto, molto bene, per Adelphi. Non importa se nel 1960, quando uscì questo quinta prova narrativa della Spark, fossero tutti bambini. Per come li abbiamo percepiti dal cinema inglese, per le psicologie che hanno interpretato potrebbero rivelarsi perfetti. Infatti la storia che ha per protagonisti un gruppo di uomini che oggi sarebbero chiamati singles (titolo evitato dall’editore per amor di filologia, crediamo) è una sorta di perfida indagine antropologica su una fetta di popolazione che è descritta come molto numerosa alla vigilia di quel decennio poi definito della swinging London: un numero iperbolico di scapoli, appunto, (per l’esattezza17,1 per via su un’estensione di 38.550 vie cittadine, precisa la scrittrice, parodiando il romanzo realista) che socializzano molto, sono spesso al pub, si scambiano continue visite, telefonate, opinioni, e soprattutto attendono con malcelata inquietudine ogni week-end. Il sesso non è ancora libero ma si percepisce che, soprattutto nelle fasce sociali più basse, è in libera uscita.
La trama gialla è poco più che un pretesto, ma è ben condotta (forse una ragazza che è rimasta inopportunamente incinta rischia la vita per una puntura di insulina…); e non ci pare, come recita il risvolto di copertina, che l’obiettivo fosse quello del “testa testa con Agata Christie”. Almeno non il principale di questo romanzo profondo con sarcasmo.
In realtà alla scrittrice interessano alcune psicologie un po’ tarate, ossessive, inchiodate alle proprie abitudini e a una misoginia pervicace che è nello stesso tempo grottesca e malvagiamente seducente. Scenario privilegiato di uno sguardo che è sostenuto da un implacabile senso dell’assurdo, cifra ideologica della Spark al di là del suo essere cattolica, è una congrega di spiritisti a vario titolo frequentata dagli scapoli londinesi, una banda di simpatici imbroglioni, degli scombiccherati che sono in contatto con le anime dei defunti ma non disdegnano quelle terrene, le relazione con le quali non sempre condotte in modi moralmente ineccepibili. Il soprannaturale che tanta tradizione ha nella letteratura inglese ha ormai perso ogni credibilità. Così loro, gli scapoli che sono falsi, bugiardi, superficiali, perversi, mammoni (uno di loro è spesso impegnato a leggere alla madre Jane Eyre, lettura proibita alla signora in gioventù, tanto per segnalare con un tocco di classe narrativo i residui perbenisti della cultura vittoriana nella piccola borghesia londinese degli anni Cinquanta); e che si interrogano molto anche sulla religione (altro tema caro alla Spark, appunto) e con effetti non meno surreali o poco edificanti. Nessuno è difendibile, in realtà, al di là di qualsivoglia tribunale terreno nel quale si ritroveranno alla fine del romanzo. A nessuno è concessa salvezza, anche perché ogni “ottimismo, anche se minimo, è l’anticamera della delusione”.
Squisita, allegra e perfida nichilista, la vecchia Muriel non delude mai.

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Francis Wyndham, L’altro giardino

Traduzione di Maria Baiocchi,  Elliot, Roma 2007, pagg. 128, euro 12,50.

12/08/2007

E’ la vigilia della seconda guerra mondiale e in un villaggio del sud dell’Inghilterra arrivano gli echi di un conflitto che sta per coinvolgere anche il piccolo Eden, l’altro giardino, un luogo appartato dove alcuni personaggi, nel paradiso dell’adolescenza, reale o simbolica che sia, sognano, discutono, si appassionano alle vite dei divi del cinema. L’attacco, con  significative varianti di ambientazione, potrebbe ricordare quello di “Via col vento” e il giardino dei sogni rimandare alla villa delle Dodici Quercie, dove, insieme all’eccitazione per gli amori, monta l’eco dei cannoni di Atlanta. Ma, appunto, siamo sulla soglia di un’altra guerra e il luogo è quello della più bigotta provincia inglese. Londra, al di là delle distanze reali, è lontana, soprattutto per mentalità e costumi, qui molto più repressi e controllati dalla vigilanza sociale. Naturalmente, data la loro passione per quel nuovo, formidabile mediatore di desideri che è il cinema, la storia dell’intrepida Rossella sarà presto nota ai due protagonisti, l’adolescente io narrante, e Kay, un’ eterna ragazza dalla vita sentimentale esuberante, la cui madre non è meno brillante, anche se più ipocrita, e assai cattiva con la figlia. I loro incontri innocenti, l’amicizia che li legherà fino alla fine, avverranno, dunque, all’interno di una rete sociale rigidamente convenzionale. Ma loro, in quel luogo lontano dagli adulti riusciranno a confessarsi ambizioni e velleità, pianti e allegrie.
Romanzo di eccellente equilibrio narrativo, misurato e feroce, “L’altro giardino” è, in realtà, il pretesto per raccontare la piccola borghesia di provincia nelle sue più misere debolezze, nelle angustie, nella banalità di un inconfessato malessere: magistrale e sinistra, per esempio, è la scena in cui la famiglia di Kay, si alza all’unisono in piedi all’attacco dell’inno nazionale inglese che precedeva il giornale radio serale della BBC. Nella storia fanno la loro comparsa, anche alcuni personaggi che, tratteggiati con mano leggera ma incisiva, si fanno ricordare: come la soave, svitata snob Dodo che non si perita di alludere appena può a conoscenze altolocate, e che, naturalmente, adora parlare della famiglia reale; o il fascinoso Sandy, che, riuscendo a scappare da un campo di prigionia, diventerà un eroe ma non abbandonerà mai il sogno di fare l’attore, come se solo interpretando un ruolo potesse davvero esistere. Londra entrerà in scena verso la fine,  negli ultimi anni di una guerra che il protagonista non farà per banali motivi di salute (e forse per vigliaccheria), e sarà una città bella e cinica, violenta e seducente. La guerra continuerà a restare sullo sfondo, citata solo per le conseguenze che ha comportato sui singoli. Chi racconta quegli anni terribili preferisce guardare ai conflitti privati, all’inarrestabile autodistruttività di uomini e donne: “è più facile contemplare la miniatura che l’immenso”, confessa l’io narrante che insegue l’amica Kay nelle disavventure londinesi che la perderanno.
Oltre all’amica, molte altre cose sono andate perdute sotto le bombe del nemico: l’innocenza, le illusioni, il piccolo, angusto mondo della provincia. Cose buone e cattive. Tutto il resto è realtà.

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Jonathan Coe, La pioggia prima che cada

Traduzione di Delfina Vezzoli, Feltrinelli, Milano 2007, pagg. 222, euro 16,00.

22/07/2007

Jonathan Coe è un autore che fin da La famiglia Winshaw (1995) conta su un seguito di lettori numerosi e molto fedeli in Italia, tant’è vero che, uscito da poche settimane, il suo ultimo romanzo sta già scalando le classifiche. Chi scrive appartiene alla schiera degli ammiratori della sua ironia, della  mirabile tecnica narrativa, della sua diretta discendenza dickensiana nella costruzione di ampi scenari sociali, filiazione che lui stesso non rinnega e, anzi, lo lusinga. Tale premessa era necessaria prima di dire, con sincero rammarico, quanto La pioggia prima che cada ci abbia lasciati perplessi, al di là della buona traduzione di Delfina Vezzoli.
Il romanzo ci sembra ripercorra temi e modalità dello scrittore inglese, mettendo in apparente primo piano il motivo dell’omosessualità femminile, ma con una certa stanchezza, con qualche meccanicità. Come avviene in gran parte dei suoi lavori, la narrazione è il destro per un sopralluogo nel passato prossimo, per ritesserne i fili, per misurarne le conseguenze sulle vite e le vicende dei suoi personaggi. Qui la zia Rosamond, prima di uccidersi, sta parlando davanti a un registratore, a una bottiglia di whisky, e a una ventina di fotografie, con l’intento di consegnare a una quasi sconosciuta nipote, Imogen, la storia della sua famiglia (tema assai caro, appunto), una genealogia quasi interamente declinata al femminile, dove si alternano passioni, abbandoni, amicizie tradite, relazioni fugaci e sentimenti più saggi e duraturi.
La narrazione si sviluppa in un’alternanza fra prima persona (l’io ormai stanco, malato e solitario della zia) e la terza di un narratore onnisciente che privilegia il punto di vista di un’altra nipote, Gill, esecutrice testamentaria all’oscuro di molte cose, esistenza di Imogen compresa. E’ lei che Gill dovrà ritrovare, insieme a quella che si scoprirà essere stata una storia di abbandono, adozione e handicap fisico fra i più metaforizzabili: la cecità. Coe, insomma, non rinuncia a nessuno delle proprie consolidate perizie tecniche ma l’intreccio procede senza approfondimenti e affondi, senza chiaroscuri, affidandosi solo ai fatti avvenuti e disvelati con un procedimento, quello delle foto commentate, non particolarmente originale. Ma soprattutto senza riconoscere ai personaggi lo spessore psicologico che potrebbero avere.
Ogni volta che la vicenda raggiunge un apice emotivo, uno snodo drammatico, un acme che potrebbe dar luogo all’affondo davvero conoscitivo in termini di senso, il narratore, quasi attonito, tira dritto, come  calamitato dalla trama nelle volute della quale i personaggi un po’ sbiadiscono. L’unico momento di un qualche calore emotivo, sfiorato dal melò, vede due donne innamorate insieme a una bambina immerse nella natura, un idillio familiare ben presto infranto dalle leggi degli uomini.
Per il resto è storia di piccola borghesia della provincia inglese, stanca, anonima, inghiottita dal passaggio del tempo.

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Sapori d’Australia e incubi all’italiana

Rodolfo Sonego, Diario australiano, Adelphi, pagg.106, euro 5,50; Mario Calabresi, Spingendo la notte più in là, Mondadori, pagg. 132, euro 14,50; Simonetta Agnello Hornby, Boccamurata, Feltrinelli, pagg.272, euro 15,00; Debra Ginsberg, Questo libro sarà un best-seller, Salani, pagg.352, euro 15,80; Fabrizio Foni, Alla fiera dei mostri, Tunuè, pagg. 334, euro 22,50.

 

08/07/2007

Fra il serio e il faceto. Il primo libro, in copertina, ha la faccia di Alberto Sordi con lo sguardo intimorito e i capelli a spazzola. E’ accanto a una solare Claudia Cardinale in un’inquadratura di “Bello, onesto, emigrato Australia sposerebbe compaesana illibata”, eccellente e amara commedia per le cui riprese il grande sceneggiatore Rodolfo Sonego fece un lungo sopralluogo. Ora quel resoconto di viaggio è pubblicato da Adelphi con il titolo di Diario australiano(pagg.105, € 5,50). Chiunque abbia amato il film vi ritroverà molte cose, non ultime alcune formidabili scene: come quella in cui i primi emigranti cercavano moglie, “abballando” con donne bruttissime e baffute nella desolazione di dancing immersi in un paesaggio splendente e rigoglioso.
Scritto anch’esso in prima persona, come un viaggio nel dolore proprio e altrui, è uno dei più bei libri usciti di recente:“Spingendo la notte più in là” (Mondadori, pagg. 131, € 14,50) di Mario Calabresi, figlio del commissario ucciso nel ’72 per vendetta politica. Con coraggio e una tonalita’ di scrittura ammirevole, mai sopra le righe, l’autore ha riattraversato il suo passato di vittima, raccontando una storia familiare che riguarda il passato prossimo di noi tutti.
“Boccamurata” (Feltrinelli, pagg.271, € 15) di Simonetta Agnello Hornby è un  romanzo il cui epicentro è una famiglia dietro alla cui solidità borghese si cela un mistero antico. Saranno due personaggi che non appartengono alla comunità palermitana a smuovere i fili della trama. La lingua è innestata di dialettismi che danno ulteriore colore a una storia in cui anche la calda natura mediterranea è una presenza forte.
E’ di natura tutta vulcanica, tellurica nonché sadica, Lucy Fiamma, la terribile agente letteraria protagonista, insieme alla più dolce Angel Robinson, di “Questo libro sarà un best-seller”(Salani, pagg. 351, € 15,80), divertente, graffiante romanzo che ricorda “Il diavolo veste Prada”. Analoghe le isterie. Quasi come da noi, con l’unica differenza che nell’editoria italiana anticipi, aste e royalties sono molto meno consistenti.  Gentilmente dedicato agli scrittori che non hanno ancora pubblicato.
E per finire il bel saggio di Fabrizio Foni, “Alla fiera dei mostri” (Tunuè, pagg. 334, euro 22,50): ricostruisce la preistoria di quei romanzi di fantasmi, magie e orrori, pre-pulp insomma, che all’inizio del Novecento si leggevano sulle pagine culturali dei quotidiani. Quando l’editoria non snobbava troppo gli effetti speciali.

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Claire Messud, I figli dell’imperatore

Traduzione di Silvia Pareschi, Mondadori, Milano 2007, pagg. 492, euro 18,50.

27/05/2007

E’ destinato ad avere molti lettori anche in Italia questo bel romanzo di Claire Messud, I figli dell’imperatore, racconto tutto newyorkese, già finalista al Booker Prize in Inghilterra, oltre che  oggetto di un’importante asta a Francoforte, lo scorso autunno. Diversi i punti di forza: l’impianto di tradizione che si rivela sempre più avvolgente e che non teme il ritmo fluviale, maestoso; i personaggi, costruiti magistralmente per aggiunzione di tasselli di ordinaria quotidianità, che, non a caso, vengono colti mentre giocano a identificarsi con quelli di Tolstoy, mentore esplicito dell’autrice; la trama, priva di secchi colpi di scena, che, tuttavia, ingaggia con la realtà un legame sempre più sottilmente febbrile e ansiogeno.
Infatti, le molte scene di vita sociale e culturale newyorkese avvengono  alcuni mesi prima dell’11 settembre: ed è con quella fatidica data che dovranno fare i conti tutti gli attori in commedia. Salvo che loro, ovviamente, non sanno quale trauma li attende, mentre il lettore lo conosce bene. Così, quando l’estate volge al termine, si teme, anzi si è quasi certi, che qualcuno scomparirà nel crollo delle torri. L’acme dell’intreccio, là dove si tendono le relazioni fra i personaggi, corrisponde al dramma di una città, di una nazione, di una parte di mondo.
Romanzo realista, dunque? L’autrice non sembra preoccuparsi di alcun dibattito sulla mimesi con la cronaca; insegue solo vicende, ambizioni, velleità e ambiguità di alcuni trentenni che vivono al Village o nei paraggi. Alcuni vi sono nati, altri vi sono arrivati con il loro carico di aspettative dalla provincia americana, più prossima o remota: ragazzi che, a dispetto dell’anagrafe, sono ancora psicologicamente figli e che per crescere avranno bisogno di abbattere gli idoli, quei padri dall’indiscusso successo mondano. Il milieu, dunque, è quello dell’intellettualità newyorkese: giornali, case editrici, riviste, mercato culturale, e mondanità annessa, alla cui conquista impossibile si dedicano i più giovani protagonisti della storia, come nelle Illusioni perdute di Balzac. Ma non sembra esserci spazio per le nuove generazioni, fragili, infantili, inutilmente seduttive. Nessuna ascesa e caduta sembra più possibile. Solo un modesto arrabattarsi, voli di mosche in un bicchiere.
Ogni centimetro di gloria e potere è occupato da brillanti patriarchi, democratici, liberal, politicamente corretti quanto infidi, narcisi e incapaci di accettare il tempo che passa o di passare il testimone.
Sarà un giovane che s’ingozza di patatine, coca cola e Musil a incarnare quel bambino che dice a tutti che l’imperatore è nudo, approssimativo, arrogante, inconsistente. O almeno ci proverà.
Intanto qualcuno scriverà un libro sulla moda e sfiorerà per un attimo la felicità; un altro sfrutterà intraprendenza e alleanze matrimoniali per mettere in piedi una rivista cinica quanto lui, e quanto il mercato editoriale; qualcun altro si dividerà fra l’essere un libertino e una geisha fedele, salvo farsi quasi ammazzare di botte dal fidanzato; qualcuno, infine, intreccerà una relazione extraconiugale, fatta di attese, ammirazione e sofferenza, il risveglio dalla quale avverrà una mattina di settembre, davanti alla finestra di cucina, mentre due aerei entrano nel grattacielo di fronte.
E sarà quello il momento del down vero, quando la depressione assedia le vite di tutti e si spengono i sogni, perché la realtà è peggiore di ogni incubo edipico. Saranno quelli i giorni in cui bisognerà volere la rinascita e, forse, crescere. Ma sarà dura ritrovare l’ironia di Woody Allen.

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Diane Setterfield, La tredicesima storia

Traduzione di Giovanna Granato, Mondadori, Milano, pagg. 412, euro 18,00

29/04/2007

Un fantasma si aggira per la vecchia Europa letteraria, quello del librario antiquario, epicentro e motore di nuove storie. Ormai è evidente: i romanzi che prendono avvio dalle librerie in cui giacciono, quasi in forma di reliquie, le prime edizioni dei grandi libri dell’Ottocento compongono una sorta di nuovo genere letterario. Assai gradito ai lettori, peraltro, come suggerisce l’onda lunga del successo di Zafon, la cui “Ombra del vento” sembra sospingere in vetta alle classifiche anche “La tredicesima storia” dell’inglese Diane Setterfield. Romanzi diversi, se non per mole per tonalità che, tuttavia, si confrontano con quesiti eterni: meglio immergersi in un libro o nella vita? E ancora: non ci imbattiamo tutti i giorni in storie già raccontate, trame già segnate, personaggi già incontrati nei grandi romanzi? Se il registro di Zafon era quello della leggerezza, quello della Setterfield è invece drammatico, intenso, assoluto come quelle “Cime tempestose” tante volte citate.
La storia, dunque, prende avvio fra gli scaffali di una libreria antiquaria di famiglia dove si è sempre rifugiata una ragazza un po’ melanconica che ha usato la lettura per proteggersi dall’ombra, permanente e sinistra, di una gemella morta alla nascita, un doppio la cui esistenza le è stata a lungo celata. Margaret è appassionata di biografie letterarie, motivo per cui sarà avvicinata da Vida Winter, scrittrice famosissima in Inghilterra, un magnifico personaggio, dispotico, anticonformista quanto misterioso, capace di inventare mille versioni della propria esistenza. Del resto, il mistero avvolge anche un suo racconto mai pubblicato, “La tredicesima storia”, appunto, che ovviamente sarà la materia del contendere narrativo.
Appena la scrittrice comincia a ricostruire l’intreccio delle generazioni – fra mitologie familiari, avvenimenti taciuti e menzogne svelate – si scatena una sarabanda narrativa che cattura il lettore senza mollarlo nemmeno quando si va decisamente oltre misura. Un carosello di figli illegittimi, gemelli veri e presunti, trovatelli, incesti, demenze fisiologiche e psicologiche, incendi, domestici-custodi, fantasmi che aleggiano sulle rovine di vecchie dimore inglesi e di vite disastrate, in una fantasmagoria di deja vu letterari, che vano dal gotico al feuilleton; un incalzare di avvenimenti, infilati uno dietro all’altro in nome della trama, dei colpi di scena, delle agnizioni, di tutti quei meccanismi narrativi che hanno fatto grande il romanzo dell’Ottocento europeo. Tradizione che la Setterfield privilegia con decisione e spavalderia, non celando le sue perplessità per le derive moderniste. James, per esempio, non è per nulla amato. Meglio i romanzi vecchi, dice la protagonista, là dove ci sono “separazioni tragiche e ricongiungimenti insperati, cadute vertiginose e sogni realizzati”, nonché “un matrimonio e una morte” nel finale.
Naturalmente nel finale di questa storia il lettore troverà entrambi, oltre alla soluzione del mistero che circonda la vita della grande scrittrice e ai diradamenti dei fantasmi della più anonima biografa. Insieme al piacere “normativo” di immergersi in una narrazione con “un inizio, un centro e una fine. Nell’ordine giusto”. Motivo non ultimo del successo di un romanzo scritto provocatoriamente in barba al Novecento.

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Carrie Bebris, Orgoglio e preveggenza

traduzione di Alessandro Zabini, Tea, Milano 2007, pagg.292, euro 10

04/03/2007

L’idea è divertente, disinvolta, post-moderna: si tratta di infilarsi in un mondo che è già stato inventato, quello romanzesco di Jane Austen, recuperarne ambiente e personaggi, shakerare e con alcuni di quegli stessi ingredienti far ripartire un’altra storia. E’ il procedimento narrativo che, serialmente, ripercorrendo tutti i romanzi della Austen, sta adottando l’americana Carrie Bebris, membro della Jane Austen Society of North America, giornalista nonché editor di una collana di fantasy.
Si tratta, insomma, di lavorare con professionismo di citazioni. La nuova vicenda, fondata sul calco dichiarato di Orgoglio e pregiudizio, comincia là dove finisce uno dei romanzi più famosi della scrittrice inglese: Elisabeth Bennet e Mr. Darcy si sono appena sposati in quella campagna che resterà il principale scenario di un complesso plot a sfondo giallo-soprannaturale; ma nel nuovo intreccio è compresa anche una capatina dei protagonisti a Londra, tanto per rispettare il copione, soprattutto mondano, della storia.
Naturalmente i coniugi Darcy mantengono le loro caratteristiche psicologiche: sono ragionevoli, socialmente molto richiesti, compiti nonché amabili, ed entrambi assai attenti a quegli avvenimenti sinistri che ben presto coinvolgeranno la loro piccola comunità agreste, prima fra tutti Caroline Bingley, cognata di Elisabeth, il cui equilibrio mentale risulterà sempre più minacciato nonostante il fresco matrimonio con mister Parrish, un americano affascinante, quanto sempre più misterioso.
Non ci addentreremo nei meccanismi della trama, né sottolineeremo troppo quanto le caratteristiche “razionali” dei due personaggi si prestino facilmente a farli diventare gli investigatori di una vicenda che si sviluppa secondo i canoni del più classico dei feuilleton a sfondo noir, cavalli imbizzarriti, incendi e scene di pazzia comprese. Non manca nessun topos, nessuna convenzione di genere, insomma, mentre la storia procede confortata dalla prevedibilità e dalla quieta curiosità del lettore di sapere chi sia colui che semina inquietudine in quella precisa riproduzione di ambiente Regency.
La vera curiosità che viene indotta, tuttavia, è quella di andare a rileggesi l’originale, riscoprendo che il vero motore del romanzo della Austen non è la trama (mai particolarmente dinamica, come ha già fatto notare Franco Moretti) ma sono i personaggi, i loro caratteri, le sottili ambivalenze dei medesimi, lo sguardo che rivolge loro l’autrice, l’ironia con cui tratta gli orgogli e i pregiudizi di cui sono portatori e vittime, la loro ambigua forza di classe. Nella Asuten, quella vera, perfino le geografie, gli spostamenti spaziali dei personaggi, raccontano vecchia e nuova borghesia, insieme al destino dei possidenti terrieri all’alba di quella rivoluzione industriale che ne sta minando la forza economica e sociale.
Questa potente nervatura narrativa non può più essere decisiva, troppo anacronistica, per l’americana Bebris che, invece, nel rendere omaggio alla scrittrice inglese, lavora con gli strumenti della contemporaneità e privilegia la trama, e la suspence di genere, sagomando la struttura romanzesca con la perizia artigianale di un mobiliere brianzolo che oggi riproduca un tavolo roccocò. Nella post-modernità di massa, può piacere.

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Alberto Manguel, Diario di un lettore 

Archinto, Milano 2006, pagg. 306, € 15.

04/02/2007

Forse non è un caso se nei giorni scorsi si è commemorato con grande calore Giacomo Debenedetti. All’università di Roma, ma non solo. Sul “Foglio” ne ha scritto con ammirazione di antico allievo Alfonso Berardinelli, soprattutto ricordando quanto sussiego fosse toccato a Debenedetti negli ortodossi anni Sessanta da parte della critica accademica più ingabbiata in griglie teoriche, fossero esse marxiste, strutturaliste, semiologiche e quant’altro. Carenza di metodo era la sua colpa, ha ricordato con ironia un po’ amara Berardinelli che, invece, oggi più che mai apprezza quel “pathos epistemologico”, proprio perché rifuggiva da metodi interpretativi forti. In effetti, molti pensieri critici rigorosamente strutturati hanno seguito il destino delle ideologie, almeno in Occidente.
Ma forse non è nemmeno un caso se, nell’attuale orizzonte dai contorni interpretativi sfumati, talvolta baldanzosamente asistematici come vuole la post-modernità, fanno un’insistente comparsa libri che affrontano la letteratura dalla semplice prospettiva dei “lettori”, in una sorta di naïveté dell’epistemologia, testi che messi di fila l’uno all’altro creano un effetto di stravolto puntinismo, un impressionismo dal tocco singolo, quello che resta una volta che si sono azzerati tutti parametri dell’astrazione. O che prefigurano un’insorgente retorica dell’innocenza critica.
Nelle scorse settimane, su queste pagine, Luigi Sampietro ha già riflettuto sulla furibonda bulimia di Nick Hornby e sulla sua “Vita da lettore”(Guanda). In libreria è da poco comparso anche il “Diario di un lettore” di Alberto Manguel, già autore di una suggestiva “Storia della lettura” (Mondadori, 1997), nonché di un resoconto della sua iniziazione ai libri avvenuta in gioventù Con Borges (Adelphi, 2005) ai cui occhi ciechi si sostituiva dopo il lavoro in biblioteca, a Buenos Aires. E’ dunque Manguel un “teorico” della lettura e un bibliofilo.
La scrittura diaristica è per sua natura erratica e l’unica sistematicità che compare in questo libro consiste nel rileggere uno al mese alcuni classici che in gran parte appartengono alla genealogia borgesiana, non prima però di avere calpestato frammenti di vita reale, sia essa l’Argentina contemporanea, fatta di fantasmi e di tensione alla rinascita dopo la crisi, o il piccolo villaggio francese in cui la sua esistenza senza fissa dimora ha finalmente messo radici e i suoi libri hanno trovato lo spazio di una biblioteca ideale: Manguel rilegge dal Don Chisciotte all’Isola del dottor Moreau di Bioy Casares, passando per Conan Doyle e Kipling, cioè dai misteri del giallo per risalire alle avventure vissute solo per iscritto. In tutta evidenza un’idea decisa sostiene Manguel: la tentazione metaletteraria, seccamente novecentesca, che i libri possano sostituirsi alla vita e che il pensiero, l’interpretazione della realtà, sia fatto da una serie infinita di citazioni, di immagini e riflessioni già lette. Là dove nessuna innocenza è più possibile.

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Claire DeLannoy, Lettera a un giovane scrittore

Ponte alle Grazie, Milano 2006, pagg. 74, euro 11

14/01/2007

Gira una mesta aria di fine stagione, nel libricino con il quale la editor francese Claire DeLannoy dispensa consigli agli aspiranti scrittori. Scampoli di buon senso. Naturalmente la DeLannoy parla solo di “buona narrativa”, perché di quella “cattiva”, quella dal “successo senza valore letterario che nasce da un marketing preciso e da una connivenza mediatica”, si occupa già alacremente il famigerato mercato. Bene, divisa in due la lavagna, ecco che l’autrice ci ricorda il valore formativo della lettura e quello di un buon incipit. D’accordo. Eccola che ci segnala la difficoltà nella fattura dei dialoghi e nella costruzione dei personaggi i quali non debbono incarnare è “un simbolo né un messaggio”. E va bene. Diciassette le righe riservate alla trama, compreso un veloce rimando a Stephen King. Un po’ poche. Data la sua occupazione, forse la DeLannoy è consapevole che nell’ultimo decennio sono usciti tutti i libri possibili sulla scrittura creativa. Perché insistere, allora?
Si è detto che la signora è un editor (ma è anche scrittrice, attenzione): ed è proprio da quest’angolatura professionale che si dipartono i suoi suggerimenti. Poteva essere un buon punto di vista. Peccato però che tale prospettiva si riveli assediata dalla confusione: da una parte si sostiene che “essere editor non è affatto un mestiere”, dall’altra si ammette che “come per i confessori, i medici, gli avvocati, c’è la regola del segreto e le regole del mestiere”. Delle due l’una. E ancora: l’editor sarebbe un angelo, una sorta di vestale della “sacra” epifania della scrittura. E’ questo, infine, il motivo germinale di un librino che proviene direttamente dal culto francese del significante e dello spazio bianco. Un’idea della letteratura che ancora si affida con emozione a frasi di Maurice Blanchot (“Lo scrittore non ha niente da dire e deve dire questo niente”) o di Henry Michaux (“Scrivo per percorrermi”). Noi, più laicamente, continuiamo a pensare che quello dell’editor non sia una forma di sacerdozio ma un vero e proprio un mestiere, che uno scrittore scriva per parlare agli umani, e che, quando si riveli necessario, convenga “percorrersi” per qualche anno sul lettino di un bravo psicanalista.

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