2008

Un nume di nome Dickens

Walter de la MareLa donna in miniatura, Alet, Padova, pagg. 428, euro 18,00; Fausto Maria MartiniSi sbarca a New York, Salerno, Roma, pagg. 304, euro 15,50; Luigi Ballerini,Erbe da mangiare, Mondadori, Milano, pagg. 528, euro 14,00; Angela ScarparoL’arte di comandare gli uomini, Manni, Lecce, pagg. 210, euro 15,00; Elsa SchiapparelliShocking Live, Alet, Padova, pagg. 286, euro 17,00; Max BeerbohmCattiverie occasionali, Excelsior 1881, Milano, pagg. 194, euro 14,50

14/12/2008

Mai come quest’anno il Natale evoca immagini dickensiane: stuoli di poveri, cinghie tirate, accumulatori di denaro cattivi, bimbi buoni e famiglie affamate. Categorie semplici che, però, contengono le verità dei luoghi comuni. Cominciamo, perciò, la nostra altalena fra buoni e cattivi da un romanzo, bello e delicato, che ha proprio Dickens come nume tutelare: La donna in miniatura di Walter de la Mare (Alet, Padova, pagg. 428, euro 18), dove si guarda all’Inghilterra di fine Ottocento con gli occhi di una fanciulla che  ha mantenuto le dimensioni fisiche e psichiche di una bambina e deve misurarsi con una realtà sempre, ma proprio sempre, più grande di lei. Bella metafora della solitudine e del “piccolo” individuale che si proietta nell’imponenza schiacciante dell’impero vittoriano, senza ritrovarsi, anzi trovandosi non conforme, deforme  alla lettera. A proposito di sottili lutti adolescenziali, segnaliamo un interessante repechage: Si sbarca a New York (Salerno Editrice, Roma, pagg. 304, euro 15.50), pubblicato da Fausto Maria Martini nel 1930, cioè negli stretti paraggi di “America primo amore” di Mario Soldati. E’ il racconto del passaggio di una linea d’ombra che avviene, dopo una giovinezza piena di sogni artistici nella Roma dei crepuscolari, con la morte del poeta Sergio Corazzini, il “povero fanciullo” che piangeva a inizio Novecento. Al di là dell’oceano, l’America e il suo mito nascente accoglie, fra inaudite ricchezze e povertà, bontà e cattiverie, tre giovani migranti italiani. Non vorremmo eccedere in presagi funesti, ma per i tempi a venire avvertiamo che è uscito un libro assai curioso:Erbe da mangiare (Mondadori, Milano, pagg. 528, euro 14) di Luigi Ballerini, ricettario agreste, dove si apprende che la querelle fra vegetariani e carnivori risale all’antichità latina. Cibarsi di finocchietto selvatico, lampascione, corbezzolo, renderà più buoni o cattivi? Temo che da tale dibattito non si esca vivi, come dalla vita del resto, tuttavia da questo libro s’imparano un sacco di cose utili per mente e corpo, contando su quel residuo di natura che ci è rimasto. Chi, invece, impara a vivere contando solo su se stessa, non più troppo remissiva, cioè depressa, con il genere maschile, è la protagonista del romanzo di Angela Scarparo, autrice de L’arte di comandare gli uomini (Manni, Lecce, pagg. 210, euro 15). E chi ha sempre fatto gioco solo sulle proprie forze è stata la maestra di stile ed eccentricità Elsa Schiapparelli, “l’artista italiana che fa vestiti” com’era chiamata dalla sua rivale Coco Chanel, autrice di una magnifica autobiografia,Shocking Live (Alet, Padova, pagg. 286, euro 17). Lettura entusiasmante, semplicemente. Cresciuta in una famiglia cosmopolita fu allevata, fra le tante, da una tata zulù che ogni sera le ripeteva: “Ti voglio tanto bene. Ho sepolto tutte le persone che amavo. Voglio seppellire anche te”. Ottimo avviamento all’esistenza dove spesso bontà e sadismo vanno a braccetto. Chiudiamo con un maestro di efferatezza verbale, Max Beerbohm, dandy e polemista inglese di cui Vincenzo Latronico traduce e cura le incantevoli Cattiverie occasionali (Excelsior 1881, Milano, pagg. 194, euro 14,50). Un sarcastico anarchico-conservatore che avrebbe volentieri “mandato a morte” chiunque fosse sprovvisto di umorismo. Temuto perfino da Oscar Wilde. Il buon Dickens era morto da tempo.

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Quell’impenitente di papà

Alexandre Jardin, Tutte le donne di mio padre, traduzione di Fabrizio Ascari, Bompiani 2008, pagg. 194, € 17.

07/12/2008

Alexandre Jardin riesce solo per pochi secondi a restare serio. Ci prova, a dir la verità. Ascolta la domanda dell’intervistatore con l’aria di chi dice ‘devo concentrarmi, sto facendo una cosa seria’, ma di lì a qualche istante, sgrana gli occhioni e… ride. E’ l’incipit di, quasi, ogni sua risposta. Poi comincia a raccontare l’inaudito, il paradossale, l’eccentrico, lo stravagante, l’incredibile a dirsi che sembra essere, da sempre, la cifra della sua esistenza. Quella vera, quella biografica. Quella finita nel libro dedicato al padre, un racconto brillante, dalla seducente grazia stilistica ma, sottilmente, anche tragico; pure se strazio e dolore restano con discrezione sotto le righe, come si addice alle cose importanti e profonde. Tutte le donne di mio padre è un libro dalla scrittura davvero smagliante, si direbbe convenzionalmente, se non venissimo subito contagiati dal suofou rire, da una risata un po’ folle. Della stessa follia che attraversa la vita, secondo Jardin.
Il romanzo (?) ha un attacco serio, grave, i toni bassi del lutto: “Il giorno in cui mio padre è morto, la realtà ha smesso di appassionarmi.” Ma in poche righe le note scalano a balzi il pentagramma ed entra in scena lui, il padre, lo Zubial, “il mio clown, Amleto, d’Artagnan, Topolino, il mio trapezista preferito”, un uomo che amava follemente la vita e il genere femminile. Un Don Giovanni ragazzino, seducente e giocoso. Non è un caso che di lì a poco l’io narrante racconti di aver visto, riunite in una chiesa parigina, almeno una trentina di signore che, tutte sodalmente schierate intorno alla legittima moglie, e a distanza di molti anni dalla sua dipartita, continuavano a piangere, e a rimpiangere, quell’uomo che le aveva fatte volare di gioia, passione e allegria. Ora il lettore si chiede se questa immagine non sia una citazione, palese, smaccata, maliziosa di un film di Truffaut del 1977, L’uomo che amava le donne – al funerale del cui protagonista convergevano altrettante non poche signore, spesso inquadrate, per ironica metonima, dalla prospettive delle gambe – o se si tratti della realtà biografica di Alexandre Jardin. La risposta è del tutto superflua. O forse la risposta starà proprio nella tematizzazione, nella poetica del rincorrersi e del sovrapporsi di vita e letteratura. Intanto chi legge è già stato sedotto da un personaggio che amerà e detesterà, per cui proverà fascinazione, rabbia, riprovazione e affetto, come succede con i protagonisti dei migliori romanzi.
Insieme a lui, e alla memoria sfrangiata di un figlio ancora incredulo, si sale sull’ottovolante di un’esistenza vissuta a cento all’ora, poco disposta a venire a patti con la quotidianità, i divieti, il buon senso. Non aveva i piedi per terra, lo Zubial. Lui ha sempre preferito il filo del rasoio o il beau geste, perfino autodistruttivo, perché no, per amore di rischio e d’avventura. Come quello di lasciare di proposito un assegno a molti zeri in una cabina telefonica, o vincere una inaudita somma al casinò di Deauville dove un giorno trascinò il figlio tredicenne e Manon, superba spogliarellista del Paradis Latin, che in quel momento amava di amore assoluto. Tutto era  possibile, tutto si poteva fare, purché fosse libero, fuori dagli schemi.
Poco importa che ogni tanto si provi una pena infinita per quel figlio travolto, ma con suo inscalfibile incantamento, da tanta inesauribile, eccessiva vitalità paterna; poco importa che uno dei suoi fratelli non ce l’abbia fatta e si sia sparato un colpo di fucile in gola. Era inevitabile.
La generazione dai costumi liberi, fossero il sesso, l’immaginazione, il denaro, ha sparigliato in ruoli e funzioni, seminando nevrosi e ossessioni nei figli. Basterebbe pensare alla sconsiderata madre hippy che compare nelle Particelle elementari di Houellebecq, raccontata con livore e acrimonia. La stessa libertaria signora che, recentemente peraltro, ha dato del poveraccio represso al figlio, a dimostrazione che il bilancio dei loro conti è tuttora in rosso.
Il padre di Jardin ha avuto, invece, “l’eleganza” di morire giovane, lasciando in eredità uno sguardo sul mondo e, con questo, la possibilità letteraria di un mito iperbolico, eccentrico. Anche lo Zubial, del resto, aveva ascendenze stravaganti. La famiglia Jardin è sempre stata “particolare”: dal facoltoso nonno che finanziava con equanime cinismo i partiti della destra e della sinistra francese, alla magnifica nonna, convinta che fosse il sesso l’unico scopo  di un’esistenza degna di questo nome, contraria al possesso di documenti (perché sapeva benissimo chi era) e al lavoro (perché impediva che il rapporto fra una donna e un uomo fosse un ininterrotto corteggiamento). Personaggi che Jardin ha più volte detto di aver limato e smussato per renderli credibili. Perché spesso la realtà è più inaudita della letteratura, più inverosimile.

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Tutto il potere ai lettori!

Mikkel Birkegaard, I libri di Luca, traduzione di Eva Kampmann, Longanesi 2008, pagg. 436, €18.

19/10/2008

Il romanzo arriva dal nord e ne trattiene molte caratteristiche: intreccia con  raziocinio due fra i generi più fortunati degli ultimi tempi editoriali, cioè il thriller-mistery e il fantasy, proiettandoli su quel non meno acclamato filone che si potrebbe definire meta-narrativo, fatto cioè di libri che parlano di libri. Topo Firmino docet. Non mancano altre stravaganze. In Danimarca, luogo che ne ha visto l’uscita e l’immediato, clamoroso successo editoriale, il titolo era in italiano. La cosa autorizza subito un’ipotesi: è verosimile che al lettore danese quel titolo suoni (forse più che a quello italiano) come “esotico” e che, in qualche modo, induca allo spostamento verso quel mondo “altro” che è il principio fondante del genere fantastico. Seguendo tale suggestione, non stupirà constatare, quindi, che il romanzo fa perno proprio sull’affascinante, immaginario mondo dei libri, quegli oggetti semplici ma potenti, magici alla lettera, che sono in grado di trasportarci “altrove”.
Una libreria antiquaria nel cuore di Copenhagen, quella dell’italiano Luca Campelli, è infatti lo scenario dominante di questa narrazione che fa apparire verosimile – prima, elementare regola del fantasy – qualcosa che non corrisponde alla realtà, convenzionalmente definibile come esperienza quotidiana e razionale, ma piuttosto all’immaginazione o fantasia che dir si voglia. Che cosa vi succede, dunque?
Sul piano dell’intreccio, ad apertura di storia, succede che il proprietario vi muoia al suo interno, in modo violento, eclatante e misterioso. Attacco di cuore, si dice sbrigativamente. Le indagini vedranno protagonista il figlio di Luca, Jon, giovane avvocato in carriera, abbandonato dal padre in tenera età dopo la morte, non meno sospetta, della moglie. Jon è un orfano, dunque, privo di riferimenti e di guida, ma proprio in quella libreria toccatagli in eredità incontrerà il mistero, forse, e la sua spiegazione, oltre che un mondo sconosciuto ai più, in definitiva non troppo diverso, nelle lotte per il potere e la violenza che ne distingue le modalità, da quello che tutti conoscono. E, a questo punto, non si può fare a meno di pensare che il modello sia l’orfano Amleto, rivisitato e corretto.
Resta il fatto che, intorno alla libreria, ruota una qualsiasi Società Bibliofila; non così qualsiasi, comunque, dal momento che i suoi componenti possiedono poteri inauditi e pericolosi. Sono in grado, cioè, di influenzare gli “umani” attraverso la lettura. Sono lettori potenti, e onnipotenti, capaci di entrare nella testa di altri lettori e di condizionarne il comportamento. Basta solo che si dividano fra buoni e cattivi, manicheismo ineluttabile nel romanzo di genere, e il gioco della suspense narrativa è fatto. Anche perché le morti non sono finite con quella di Luca. Infatti, appena il figlio Jon entra nel meccanismo del sospetto, e in quello della seduzione di tale inverosimile potere, l’intreccio è contrappuntato da una serie di suicidi (modalità troppo ricorrente per non essere tematica, nello scenario di una società nordica) che ineluttabilmente lo trascinano nella spirale di questa setta e della sua lotta al vertice. Lo aiuterà, fra gli altri, Katherine, ragazza con problemi di dislessia (disturbo significativo), ma fedelissima alla causa del saggio Luca, che farà conoscere a Jon un calore mai provato prima. Va da sé che fra i tanti libri citati compaia spesso il Don Chisciotte, il potente antesignano del conflitto tra fantasia e realtà, l’inarrivabile esempio dei rischi che si corrono quando i piani si confondono. Rischi di pazzia. Come quelli che più volte ha corso Amleto. Impazzirà Jon o incontrerà il lieto fine? Ai lettori scoprirlo.

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Se la vita è un romanzo

Hilma Wolitzer, La figlia del dottore, traduzione di Elvira Grassi e Rossella Messineo, Nutrimenti 2008, pagg. 292, € 16.

12/10/2008

Forse non è un caso che la protagonista si chiami miss Brill, proprio come quel tenero personaggio di Katherine Mansfield, la solitaria, patetica signorina di mezz’età che, sotto il cielo pastello della Costa Azzurra, amava “sedersi per un attimo nelle vite degli altri” e ascoltare frammenti delle loro storie. Anche la miss Brill dell’americana Hilma Wolitzer ha una consuetudine quotidiana all’ascolto, anzi, lo fa per mestiere; è, infatti, un’editor free-lance, legge dattiloscritti, li aggiusta, parla con gli autori e li indirizza verso il mercato editoriale. Anche lei è una donna sola, alle prese con le storie altrui, nonostante un matrimonio, alcuni figli ormai grandi, qualche amica e una famiglia di origine alle spalle la cui splendente felicità (altro tema della Mansfield, quello dell’illusorietà dell’armonia amorosa e familiare) preme sui suoi ricordi come un miraggio irraggiungibile. La madre era una brava poetessa, il padre uno stimato professionista, si amavano. Ma ora lui è ridotto nel nulla dall’Alzheimer, la malattia, a sinistra densità metaforica, che sgretola le parole e il loro senso.
Il suo mondo, insomma, è quello della creatività, tutta newyorkese, ma in semitono, lontana dal rutilante mondo dell’editoria, piuttosto compulsata su una panchina di Union Square. E lo è sempre stato: da giovane ha frequentato un corso di scrittura creativa e vi ha conosciuto il marito, la madre scriveva versi, anche lei voleva scrivere. Ormai, però, miss Brill pesta a vuoto nel mortaio delle pagine altrui, almeno fino al giorno in cui il romanzo in fieri di un giovane scrittore di provincia, ma anche la sua forza vitale, la scuote e la obbliga ad affrontare una crisi che late da tempo. A leggere meglio la sua vita. Così i ricordi infantili ora si affastellano, le immagini luminose della madre si corruscano insieme al premere dell’inquietudine. Forse solo la scrittura può lentamente spianarle, solo una narrazione può sciogliere i nodi. Ma il racconto del sé sfrangiato nel malessere non assomiglia alla psicanalisi? Miss Brill vuole sapere o raccontare? Ascoltare o dire?
Com’è evidente dalle tracce fin qui segnate, i temi di questo bel romanzo psicologico sono insidiosi e seducenti: la scrittura come una terapia, la materia autobiografica che si trasforma in romanzesco, il labile confine fra finzione e vissuto, il mestiere di editor (“il medico dei libri”) raccontato come qualsiasi altro, senza nessuno statuto speciale riservato al sublime artistico (trattamento nel quale gli scrittori anglosassoni sono maestri, forse per maggiore consuetudine pragmatica con la scrittura), il romanzo familiare che riserva sorprese amare, disvelamenti e rivelazioni, spesso quasi come un feuilleton, se trattato con distacco analitico. E se a questo articolato paradigma di senso si aggiunge una tonalità stilistica che sembra mormorare, ma è implacabile nella ricerca, ecco che ne esce un romanzo da cui imparare alcune verità sul rapporto fra vita e scrittura. Chiunque ambisca a scrivere di sé dovrebbe leggerlo.
Magari accoppiandolo alle lettura di “Atteggiamento sospetto” di Muriel Spark (ne ha parlato Elisabetta Rasy nelle scorse settimane su queste pagine), meno malinconico e più beffardo, dove la scrittrice inglese sostiene che ogni vita può essere un romanzo, ma solo se la riscrive un romanziere. Altrimenti è solo una vita. E non c’è editor che tenga.

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“Sex and the city” tra le righe

Jo Barrett, Guida per uomini ai bagni delle donne, Cairo Editore, Milano 2008, pagg. 318, euro 15.

31/08/2008

Un modello si aggira, nemmeno in modo troppo velato, per le pagine di questo romanzo, americano che più non si può. Una voce che assomiglia a quella di Carrie Bradshaw, la narratrice di Sex and the city, colei che scrive sul giornale di sesso e singles, mentre le mille luci delle vetrine di New York emettono il loro implacabile, consolatorio richiamo. Guida per uomini ai bagni delle donne di Jo Barrett sembra proprio una storia che si mette in scia, un succedaneo, un derivato, un parente povero ma non presuntuoso, anzi onesto e ripulito come un bis-cugino che si incontri solo in occasione di qualche funerale, un ramo residuale di quella facoltosa famiglia che annovera fra le ragazze anche quella simpatica pasticciona inglese di Bridget Jones. La tonalità che dà avvio al racconto è ormai quella consolidata, appunto, della riflessione sul da farsi dopo la catastrofe, il fallimento, la perdita di quel potente motore narrativo che convenzionalmente chiamiamo amore. E la protagonista è una sigle di ritorno, fresca di divorzio, costretta a lasciarsi alle spalle le luci della metropoli, ridottesi bruscamente “a capocchia di spillo” la sera in cui ha scoperto le prove che il marito la tradiva. Per questo decide di rifugiarsi a smaltire il lutto nella provincia (anche Carrie da lì proveniva…). Per questo si stabilisce ad Austin (Texas), per riorganizzarsi e, perché no?, magari diventare scrittrice  di un bel romanzone d’amore.  Così, molto semplicemente, come forse può avvenire solo in America, perché da noi è un filo più complesso… Del resto anche Bridget e Carrie lavorano nell’editoria.
Comunque, la nostra eroina, accantonato il romanzo “setosamente umidiccio” che le sarebbe piaciuto scrivere, ben presto ha una più pragmatica idea, quella della guida self-help che anche gli uomini potrebbero compulsare, una serie di istruzioni per l’uso alla conoscenza delle donne, il cui epicentro narrativo sarebbe il bagno, là dove convergono le confidenze più spassionate delle ragazze. Di fronte a questa certezza logistica, ci sia concesso esprimere qualche perplessità, preferendo per le confessioni alle amiche un buon ristorante di pesce. Comunque, bisognava pur avere un’idea originale, estrema, per esordire nel fatato mondo dei libri e cambiare vita.
Ovviamente, la scrittura di tale manuale è un puro pretesto dell’io narrante per raccontare la lenta rinascita dei propri sentimenti, la risalita verso la luce, percorso che, ovviamente, avviene, in compagnia di amiche dalle vicende sentimentali non meno disgraziate e, ovviamente, grazie all’affettuosa tutela del consueto amico omosessuale, esperto in look e buon senso che gesticola ed emette biragnao isterici esattamente come ci si aspetta che faccia. In Sex and the City ce n’erano addirittura due. E almeno si detestavano. Non manca, con spruzzi all’acqua di rose, il risvolto sociologico della permanenza nella reazionaria provincia americana, consistente nell’infelice incontro con una potenziale neo-suocera che sembra una Barbie al collagene, tutta una passamaneria e un rossetto rosa. L’incidente non farà che rallentare l’happy end, naturalmente. La narrazione è suggellata da una sequela di frasi femminili pronunciate nei vari bagni del mondo, dall’India a Toronto, stereotipi stanchi, addobbi un po’ funerei di quello che è stato il romanzo delle chick lit, tutto sesso, scarpe e shopping. Non solo le ragazze sono invecchiate, ma hanno anche esaurito per i prossimi anni la loro carta di credito.

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Brezze e amori quasi congelati

Debora Eisenberg, Il crepuscolo dei supereroi , Alet, pagg. 220, €15; Penelope Fitzgerald,Strategie di fuga, Sellerio, pagg. 146, € 9; Elisabeth Von Arnim, Vi presento Sally , Bollati Boringhieri, pagg. 274, € 18; Christina Stead, Piccolo hotel , Adelphi, pagg. 206, € 8.

06/07/2008

Sigmund Freud, dio l’abbia in gloria, nel saggio sul Motto di spirito dedica molte pagine al risparmio energetico: quello, di natura psichica, che si produrrebbe dopo un witz, un’arguzia, un’ironia, sia essa tendenziosa o innocente. Detta un po’ in soldoni, l’ironia sarebbe una fredda operazione di stanziamento linguistico dall’oggetto che si vuole criticare, demistificare, vedere da vicino, che ci permette, però, di liberare energie represse, insieme al calore di una risata.
Le quattro scrittrici che vi “caldeggiamo” di leggere quest’estate, conoscono bene questa dialettica. E l’ironia. Magari quella prodotta a denti stretti, poco per celia, molto per non morire; oppure quella in grado di segnalare l’inaudita sarabanda di non senso nella quale siamo immersi.
Raffinata, rarefatta ma incisiva, quella di Debora Eisenberg, maestra americana del racconto. Ne Il crepuscolo dei supereroi (Alet, pagg. 220, €15), osserva con pietas e distacco, un’America che dopo l’11 settembre deve ritrovare i pezzi di se stessa, fra paure e nevrosi, illudendosi di potercela fare. Il racconto sulle speranze sentimentali della matura Kate (“Volente o nolente”), infrante per vanità maschile, è un gioiello compositivo; ma il rigore della scrittura è la cifra che riguarda anche tutti gli altri testi. “Gelidamente appassionati” sono stati definiti.
Sentimenti trattenuti, congelati, che però potrebbero esplodere da un momento all’altro, per amore di pazzia o di poesia, si rintracciano nella raccolta postuma di racconti di Penelope FitzgeraldStrategie di fuga, (Sellerio, pagg. 146, € 9). Nel racconto che dà il titolo alla silloge, la bizzarra autrice fa il verso al feuilleton virato al noir, inserendo nella sua storia evasi dalle patrie galere, chiese presbiteriane, incendi con annessi bambini che vi periscono e signorine timorate di dio pronte a un distacco dalle convenzioni che non faranno mai. Quando si dice che uno zefiro di follia irrompe nella quotidianità.
Il venticello monta alla lettura di Vi presento Sally (Bollati Boringhieri, pagg. 274, € 18) diElisabeth Von Arnim, autrice brillante e donna di raro anticonformismo per il primo Novecento in cui visse confortata da numerosi amanti, viaggi, rapporti mondani e intellettuali. In molti dei suoi romanzi le protagoniste hanno a che fare con i temi della seduzione, della solitudine, dell’emancipazione, dell’intelligenza come magnifico, o problematico, antidoto al tempo che passa. In questo caso la protagonista, Sally, figlia di un modesto commerciante al dettaglio, è una ragazza di sfolgorante bellezza quanto di assoluta povertà culturale. Basteranno una chioma fluente, gli occhi dolci, una mansuetudine che forse rasenta l’idiozia a salvare il suo matrimonio con uno studente di Cambridge? Il corto circuito fra natura e cultura esploderà ben presto, come un temporale estivo.
Chiusura in bellezza, con risate a cascata, in riva al lago Lemano, con la scombiccherata compagnia riunita in un Piccolo hotel (Adelphi, pagg. 206, € 8) da Christina Stead, magnifica scrittrice. Siamo nei mesi successivi alla seconda guerra mondiale e ormai ognuno è stremato. I personaggi sono esilaranti, costruiti sulle più diverse sfumature del comico, grottesco compreso. Una vera e propria banda di pazzi dal futuro incerto. Freud direbbe che ridiamo di loro per non ridere di noi.

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A Londra sulle tracce del bardo

Bill Bryson, Il mondo è un teatro, traduzione di Stefano Bortolussi, Milano, Guanda, pagg. 246, € 15.

15/06/2008

Chiunque ami Londra e Shakespeare (decida ognuno l’ordine di preferenza…) non può assolutamente perdersi questo brillante libro di Bill Bryson, dedicato al bardo e al palcoscenico della sua fortuna con puntuale conoscenza di entrambi e con scrittura agile, spiritosa, capace di raccontare, divulgare e sedurre insieme. Partendo da un paradossale assunto (gli autografi dell’immenso Shakespeare si riducono a sei firme, alcune delle quali malferme e apposte sul proprio testamento), Bryson accetta la scommessa di seguire le tracce labili di un personaggio che quasi non ha lasciato testimonianze dirette della propria esistenza, facendo impazzire letteralmente alcuni studiosi (come l’americana finita in manicomio insieme alla convinzione che il vero autore fosse Bacone), e continuando, tutt’oggi, a far produrre ogni anno 4000 (diconsi 4000!) nuovi studi su teatro e sonetti. Dell’uomo, quello con baffetti e pizzetto, no-news.
Ecco che allora Bryson decide di girargli intorno, parlando di  Stratford ai tempi di Shakeaspeare, cittadina di una qualche importanza vista la sua popolazione di duemila anime, o del padre John, artigiano guantaio, stimato al punto di ricoprire cariche pubbliche, compresa quella di alto balivo, addetto cioè ad approvare il pagamento dei tributi da parte delle compagnie teatrali di passaggio. Il figlio, verosimile spettatore, ne avrebbe tratto un qualche giovamento…
Ma è Londra, ovviamente, a risucchiare la narrazione dell’ameno e competente Bryson; quella città costantemente afflitta dalla peste, e da molte altre gabelle e torture, nonché da incessanti ondate di arrivi (in quel secolo elisabettiano sarebbe passata da 50 a 200mila abitanti circa), il cui fervore teatrale sarebbe stato emulato più di un secolo dopo solo dalla Venezia delle guerre al botteghino fra Goldoni, Gozzi e l’abate Chiari per strapparsi gli spettatori in quotidiane, stressanti gare e allestimenti scenici. Una Londra piccola in realtà (3 km da nord a sud e  5 da est a ovest), ma sempre più circondata da baraccopoli, promiscua, violenta, commerciale, importatrice di nuove mode come, ad esempio, quelle gorgiere inamidate che venivano dalla Francia, le piccadills, che avrebbero dato il nome a una casa e poi a un quartiere. Una città attraversata dalla folle attività del teatro, con 2000 spettatori al giorno, circa l’1 % della popolazione cittadina, e l’allestimento, per ogni compagnia, di almeno cinque lavori diversi a settimana. Niente sussidi governativi, per sbigliettare, e sopravvivere, bisognava scrivere nuove pièce, come nella mercantile Venezia, appunto. E intanto, il drammaturgo inurbato comprava terreni e rinnovava la lingua inglese, inserendo neologismi, frasi memorabili, ricchezze metaforiche, strabilianti immagini che producevano incantamento fra gli spettatori. E grande letteratura. Solo i puritani, nel 1642, riuscirono a tacitare tanta energia creativa, facendo chiudere i teatri. Ma Shakespeare era già da tempo sepolto. E forse di lassù, circondato dalle sue allegre comari, un po’ se la rideva dei puri di spirito.

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Concentrato di romanziere

Rebecca West, La famiglia Aubrey, traduzione e cura di Francesca Frigerio, Fidenza, Mattioli 1885, pagg. 432, € 20; Robin Maugham, Conversazioni con zio Willie, traduzione di Franco Salvatorelli, Milano, Adelphi, pagg. 178, € 18.

27/04/2008

Autentica icona colta negli anni caldi del femminismo, Rebecca West (pseudonimo acquisito da una combattiva eroina di Ibsen) è stata un personaggio dai tanti volti, come accade alle persone di fascino e talento: scrittrice, giornalista, saggista letteraria e politica, amante di H.G.Wells e Charlie Chaplin, amica di Virginia Woolf (che, con perfidia tutta bloomsburiana, la definì “un incrocio tra una donna di servizio e un zingara ma più tenace di un terrier”), nonché impavida viaggiatrice nella ex Jugoslavia, quando ancora non era meta del nuovo turismo minimal-chic. Ma i mulinelli della storia, l’avevano dolcemente inghiottita. Ora l’editore Mattioli ce la fa ritrovare grazie a una nuova, eccellente traduzione della sua opera più impegnativa, La famiglia Aubrey, curata, assai bene, da Francesca Frigerio.
Il testo, davvero magnifico, era già uscito nel 1958, con un altro titolo e molti tagli che infierivano su descrizioni e digressioni, quelle sinuose volute che, invece, sembrano essere la sua cifra stilistica più profonda. Una narrazione piuttosto difficile da definire. Autobiografia romanzata, romanzo di formazione, storia familiare? Quasi tutti i generi della tradizione più consolidata (risvolto giallo compreso, senza omissione del gotico e del fiabesco) vi si intrecciano, gestiti da una sapiente, divertita, perfino ironica mano d’autrice, consapevole che ormai tutto il romanzesco possibile è sue alle spalle, ma che non rinuncia, tuttavia, a esperire la forza della letteratura. Il post-moderno, se c’è, è sapienza, non distanza.
Lo scenario è quello di una Londra di inizio secolo, dove aleggiano fantasmi imperiali e dove vive una famiglia di intellettuali e artisti che sembra essere sul perenne crinale del baratro, delle tragedia incombente, dello sbriciolarsi quotidianamente sventato. E i personaggi sono indimenticabili, semplicemente: il padre è un uomo vitale, incosciente, colto, seducente, un brillante pamphlettista ridotto a scrivere su un modesto giornale, nonostante la stima che lo circonda. Per le tre figlie piccole è una sorta di eroe splendente e inarrivabile, tanto lui preferisce il l’unico maschio, bimbo geniale, saccente e buffo. La madre è una musicista diafana, eterea, spesso depressa e, agli occhi delle bambine, ammaliante quanto un angelo liberty. Intorno a loro, intente a crescere e a scoprire chi erediterà il talento artistico di cotanta stirpe, a cerchi concentrici, si muove un piccolo mondo familiare e quello più vasto della media borghesia londinese. I personaggi secondari, sono rifiniti quanto quelli principali: esilaranti,  crudeli, o sconfitti, tutti costruiti con maestria. Intanto, sulla famiglia Aubrey, premono i fatti della società, le novità tecnologiche, le prime gite in automobile, le cause politiche, il denaro che manca, il gioco in borsa e,  all’orizzonte, la guerra, quella trincea che non avrebbe mai più fatto ritrovare il tempo perduto. Il romanzo, insomma,  davvero trascina il lettore con sé; e non diremo oltre, per non sciupare il piacere della scoperta. Ci piacerebbe, invece, riflettere su quelle varianti d’autore (non ordinate cronologicamente dalla West) che la curatrice ha voluto inserire in calce al testo, introducendoci così in un vero e proprio laboratorio dove, come in un falegnameria, si può verificare il duro lavoro del rifacimento, della riscrittura, la fatica di accumulare pagine che poi saranno selezionate, sfrondate, rifinite, o gettate se è il caso. Di alcuni passaggi narrativi – una passeggiata, a Kew Garden, la messa a fuoco della bruttissima zia Lily -, compaiono fino a cinque versioni. E quella pubblicata sembrerebbe sempre scelta all’insegna della sottrazione. Scrivere significa togliere quello che non serve, direbbe la West, insieme all’amato Flaubert, senza dimenticare, con Proust, che si apprende per disboscamento, fendendo il caos dell’esistenza, abbandonandovisi, se serve. Ottima lezione di scrittura: acquisire consapevolezza per avvicinamenti progressivi, per poi sacrificare i passaggi intermedi, ma lasciando traccia dell’onda solcata.
Un altro libro appena uscito ci permette di entrare nella vita quotidiana e creativa di un magnifico artigiano del Novecento: Somerset Maugham, raccontato in alcune Conversazioni con lo zio Willie, dal nipote Robin Maugham, anch’egli scrittore, autore fra gli altri de Il servo. Psicologia malinconica, incline alla depressione, e non certo per il Nobel mai ricevuto perché autore di troppo successo, Somerset Maugham, sconcertante per lucidità e cinismo (spesso sinonimi), era consapevole di non essere un sommo scrittore, “ma di essere solo molto in alto nella classifica della serie B”. Forse per questo arrivò a far chiudere la finestra del suo studio per non essere distratto nemmeno dal paesaggio della costa Azzurra, dove viveva sontuosamente.
Entrambi sapevano, la West e Maugham, che la scrittura è il distillato formale della vita. E vuole concentrazione, rigore, silenzio.

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Il fiume della storia

Edward P. Jones, Tutti i figli della zia Agar, traduzione di Andrea Silvestri, Bompiani, Milano, 2008, pagg. 532, euro 20

06/04/2008

C’è un’unica suggestione (mediatica) dalla quale difendersi nella lettura dei bei racconti lunghi di Edward P. Jones, tradotti in uno smagliante italiano da Andrea Silvestri: quella di veder spuntare fra Tutti i figli della zia Agar anche il candidato democratico Barack Obama, in corsa per il riscatto dei neri d’America. Nessun lieto fine è previsto, peraltro, in queste storie che si ambientano in una Washington vissuta come un approdo, un luogo di emancipazione dal Sud della schiavitù. Tuttavia, il confine con la Virginia, cioè con la dolente storia di una comunità, è ancora molto prossimo, la memoria di quel viaggio non è del tutto cancellata, e talvolta si accende nel ricordo delle generazioni; così i personaggi vivono in un sorta di limbo di identità. Non più schiavi, ma nemmeno del tutto conformi, uguali, nonostante i loro sforzi di integrazione, spesso di natura piccolo borghese.
I racconti di questo scrittore dall’innegabile forza narrativa compiono anche un viaggio nel tempo. Nel primo, In un batter dell’occhio di Dio, uomini e donne sono ritratti alle soglie del Novecento, come a creare un anello di raccordo ideale de Il mondo conosciuto, il romanzo che fece avere a E. P. Jones il premio Pulitzer. E spesso sono inquadrati sulle rive del fiume Potomac dove c’è un ponte ad alto valore simbolico: valicandolo si torna indietro, verso una cultura rurale che ormai non esiste più nella grande capitale. Se non in forma di sopravvivenza fantasmatica e solo nella comunità nera.
Nella letteratura americana dell’inizio del secolo scorso il tema è piuttosto ricorrente. Basterebbe pensare al Caso terribile: Ethan Frome, racconto lungo di Edith Warthon in cui sopravvive una ruralità inquietante, stilizzata nel gelo della neve, che nel caso degli scenari di Jones si carica, invece, dei colori intensi, animistici e magici della cultura hoodoo. Poi, via via che scorrono le narrazioni, fittissime di personaggi, talvolta imparentati fra loro di racconto in racconto, le ambientazioni si fanno più moderne, compaiono gli elettrodomestici della società di massa, le caparbie emancipazioni culturali, ma gli individui sembrano molto più soli in quella Washington il cui fiume è comunque una presenza ineluttabile, una ricorrenza, una sorta di memento. Solo l’accanita concretezza affabulatoria di Jones pare soccorrerli.
Come nel bellissimo racconto Vecchi amici, vecchie amiche, in cui un ex detenuto prova a reintegrarsi ma, nonostante una famiglia convenzionalmente accogliente, proprio non riesce a ricucire i fili né a dire o fare più nulla di sé. Tranne mettere in ordine maniacale, affettuoso e dolce, il cadavere di una vecchia fidanzata uccisa da chissà chi. Forse dalla vita infelice che conduceva. Attenzione, però: non vi è alcuna tonalità pietistica in questo eccellente narratore. Quando, sottotraccia, s’insinua la pietas scaturisce da  una disincantata, amara ironia. C’è solo il desiderio di raccontare con furore, appoggiandosi a una scrittura lontana da ogni figuralità faulkneriana, le storie della sua comunità. Né Faulkner né Marquez (per citare un altro nome che più volte è stato evocato) sembrano essere i padri di questo solitario pronipote della zia Agar. I padri sono rimasti al di là del fiume; e si intravedono sempre più da lontano.

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Broadway noir per Mr. Jeeves

P.G. Wodehouse, Delitto all’Excelsior, traduzione di Vincenzo Latronico, Excelsior 1881, Milano 2007, pagg. 190, euro 16,50

09/03/2008

Com’è noto, la produzione di P.G. Wodehouse è un delizioso, luccicante mare magnum (quasi un centinaio i titoli fra romanzi e raccolte di racconti), che nel tempo ha suscitato gli entusiasmi dei lettori più illustri, da Evelyn Waugh a Salman Rushdie, non escluso l’ex primo ministro inglese Tony Blair.
Nelle scorse settimane l’editore Excelsior 1881, con la sicura traduzione di Vincenzo Latronico, ne ha ripescato una silloge finora inedita in Italia. Molto probabilmente, ma siamo nel campo delle ipotesi,  è stato il titolo a sedurlo e a convincerlo a infoltire il novero delle sigle editoriali nostrane che pubblicano Wodehouse: Delitto all’Excelsior. L’entusiasmo della felice coincidenza (a cui, per partecipare ai festeggiamenti, si potrebbe aggiungere che Wodehouse è nato proprio nel 1881…) deve aver occultato ogni altra preoccupazione editoriale quale, ad esempio, quella di segnalare al lettore la data di pubblicazione originaria del testo. Sarebbero bastate due righe, una nota, un numerino e avremmo meglio collocato, nel tempo lungo della produzione dell’umorista inglese, questo testo che, come spesso avviene con Wodehouse, non delude. Vi si ritrovano, infatti, alcuni dei suoi personaggi-archetipi e alcune fra le situazioni narrative più consolidate, a parte il giallo che apre la silloge, incursione in un genere non a lui consono, che, comunque, si rivela un buon pretesto per ridicolizzare la (falsa) lucidità analitica di un investigatore a scapito del (vero) più raro buon senso.
Un racconto in particolare ci riporta a contatto con i più fedeli personaggi del nostro: Jeeves e Cyril l’idiota. L’ambiente è quello newyorkese del musical dove finisce, un po’ per caso un po’ per non morire di noia, un rampollo dell’aristocrazia britannica, sbarcando in un mondo davvero nuovo, quello della commedia musicale made in Broadway, dove, intorno agli anni Trenta, si saluta l’entrata del genere nella modernità.
Forse non tutti sanno che il misantropo, solitario, timidissimo Wodehouse (narrano i biografi che un giorno, alla moglie in uscita per andare a vedere un appartamento in vendita, lui ricordasse: “Purché sia al pianterreno, il silenzioso viaggio in ascensore con il lift mi ha sempre provocato un certo imbarazzo”…) ne fu uno dei più attivi fautori, grazie alla sua prolifica collaborazione con il Jerome Kern, autore, fra gli altri, di Show boat (1927), la prima commedia musicale a sfondo sociale, quella in cui compare  Ol’ man river, per intenderci.
Ebbene, è proprio in questo mondo di impresari un po’ cialtroni e furbi che verrà triturato il giovane Bassington-Bassington, senza che lui se ne accorga, peraltro; il buon Jeeves avrà fatto in modo che ogni frustrazione sparisca insieme a quegli orribili calzini viola del suo ignavo padrone Bertie Wooster. Nella soave costellazione narrativa di Wodehouse, la realtà, nuda e cruda, apparentemente è lontana. Ci sono solo tic, debolezze, misoginie, coazioni a ripetere, masochismi, fissazioni. Ma i personaggi non lo sanno, preservati dalla loro beata incoscienza e da un autore che, un po’ come fa il maggiordomo Jeeves, li ha sempre protetti con il suo meraviglioso senso dell’assurdo. Lo stesso che, a guardarla bene, c’è nella realtà.

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