2009

80 anni di Bompiani

Quell’idea di Valentino

Da un carteggio inedito rispunta una pepata polemica a proposito della paternità del «Dizionario delle opere» tra l’editore e il giornalista Orio Vergani. E viene fuori una bella lezione di etica editoriale

08/11/2009

Festoso compleanno, da oggi,  in casa Bompiani. La casa editrice di Valentino, zio Val, lo chiamavano i numerosi nipoti Mauri, nacque proprio nell’autunno del ’29, in un piccolo appartamento di via Durini, nel cuore di Milano, dopo che il trentenne Bompiani si era fatto le ossa lavorando al fianco dell’amico Arnoldo, occupandosi della collana «Le scie» e dell’Almanacco Mondadori. Poi, l’arrivo di un nuovo amministratore delegato e una decisa ristrutturazione della casa editrice l’avevano portato altrove, alla Unitas. Ci sarebbe rimasto poco. Giusto il tempo di sottrarsi con sdegno alla pubblicazione della parodia dei Promessi sposi, firmata da Guido da Verona. Con il denaro della liquidazione, e con quello di altri soci finanziatori, fondò il proprio marchio. E si mise a caccia di autori, talvolta entrando anche in rotta di collisione con Arnoldo, senza per questo che amicizia e stima ne uscissero compromesse. Se succedeva qualche incidente, se un autore era tentato di passare da una scuderia all’altra, se uno dei due provava a sedurlo, si scrivevano, protestavano con garbo, magari per un po’ raffreddavano i rapporti, ma alla fine vinceva il rispetto e l’affetto per l’altro. Molti anni dopo al capezzale del morente Arnoldo Mondadori ci sarebbe stato Valentino Bompiani.
Consultando gli archivi della casa editrice, in fase di utile inventario presso la Fondazione «Corriere della Sera», sono infinite, e molto appassionanti, le lettere fra Bompiani e i suoi autori. Chi scrive questo pezzo ha avuto l’occasione di immergersi per qualche tempo fra quelle carte: bisognava arrivare al compleanno Bompiani con Panta – Fedeli e infedeli (pagg. 406, € 25,00), curato insieme a Mario Fortunato,dedicando una sezione della rivista proprio alle delicate, talvolta controverse, ma quasi sempre buone relazioni fra l’editore e i suoi scrittori. Si sono scelti, dunque, tre epistolari, finora inediti.
Quello con Massimo Bontempelli vede Bompiani conquistare con molta determinazione l’autore affermato. E’ il gennaio del 1930 e Bontempelli ha già un proprio posto al sole della letteratura italiana. In ballo c’è un romanzo, Vita di Adria e dei suoi due figli, e Valentino lo vuole pubblicare a tutti i costi. Autore ed editore discutono di titoli, di peculiarità dei personaggi, di interventi da apportare al testo, ma anche di anticipi e royalties. Di cultura e di denaro.
Di lì a qualche anno, attraverso Bontempelli arriverà in casa editrice un’esordiente che con il tempo diventerà assai illustre: una scugnizza selvatica, solitaria e di gran talento, Anna Maria Ortese. Con Bompiani pubblicherà solo il primo libro, Angelici dolori (1937), ma non interromperà quasi mai i rapporti, complice, oltre alla stima reciproca, il suo ricorrente bisogno di soldi. Le loro lettere dicono anche che Bompiani, con coraggio oggi inconsueto, gli rifiutò un libro perché non ne era convinto. Non vedeva la sua crescita come autrice. Lei, a distanza di qualche anno gli inviò un testo teatrale, ancora inedito, al quale seguì l’ennesimo racconto della propria indigenza economica. E Valentino provvide subito, generoso, con l’invio di un consistente assegno. Riconoscendo la sua forza letteraria, nonostante i non pochi incidenti intercorsi.
Il terzo epistolario consente di ricostruire (come si evince dai frammenti di lettere che pubblichiamo qui sotto) una sorta di dramma che scoppiò fra Bompiani, Guido Piovene e, soprattutto Orio Vergani, bravissimo e potente giornalista del «Corriere», fondatore del premio Bagutta, oltre che consulente di Garzanti. Quest’ultimo, nell’immediato secondo dopoguerra, provò a “rubare” Piovene a Bompiani. Non solo: nel febbraio del ’47, all’uscita del primo volume del Dizionario delle opere e dei personaggi, voluto da Valentino al prezzo di  incessanti sacrifici, Vergani osò rivendicare a se stesso l’ideazione del Dizionario. A quel punto si scatenò la bufera. Bompiani, che di pacioso carattere non era, montò su tutte le furie, brandendo carta e penna, puntualizzando date e circostanze, parlando di comportamenti corretti e scorretti, evocando un’etica editoriale. Piovene provava a stare, cautamente, fuori dalla mischia, ma forse da qualche infedeltà era stato tentato. Vergani ribatteva con l’aria navigata di chi sa come va il mondo ed è superiore alle dimenticanze. Ma il problema esisteva: un progetto è di chi lo pensa o di chi lo realizza? E, sbolliti gli umori, con franchezza e civiltà, se ne discuteva per lettera.
Più di una volta siamo stati tentati di cedere a quella brutta bestia della nostalgia. Abbiamo resistito, ma l’ammirazione ce la siamo spesso concessa. Salvo concludere che, essendo i rapporti fra un autore e un editore avviati da una passione reciproca e  vincolati da un contratto siglato da entrambi, assomigliano un po’ a un matrimonio – di reciproco interesse –, dove le fedeltà e le infedeltà sono forse ineluttabili. Allora come oggi. E, comunque, per festeggiare Valentino Bompiani era meglio evitare la retorica delle celebrazioni e andare a vedere da vicino alcuni passaggi della sua storia editoriale. Il valzer degli incontri e di alcuni addii.

Botta & risposta

Orio Vergani a Valentino Bompiani

Milano, 20 febbraio 1947

Caro Valentino, di te non ho mai parlato male, e proprio nel mio ambiente editoriale sono sempre stato indiziato di bompianifilia. (…) C’era proprio bisogno di dire, caro Valentino, e di stampare che il «Dizionario delle opere e dei personaggi» fu ideato da te? Ricorda che il dizionario dei personaggi fu ideato, invece, da me, come molti sanno. (…)  L’idea, dunque, fu mia, anche per tuo riconoscimento e io non lo vado dicendo, ma, se me lo domandano, non sono certo costretto a smentirla. Non rivendico paternità di idee perché ne ho seminate all’infinito. Dizionario più, dizionario meno, me ne infischio. Mi vanto di essere povero, di non rivendicare la paternità delle idee, di fondare premi e di trovare dei quattrini per darli agli altri. (…) So di non aver torto, caro Valentino. E lo sai perfettamente anche tu.
Tuo Orio Vergani

Valentino Bompiani a Orio Vergani

Milano, 21 febbraio 1947

(…) No, caro Orio, non posso riconoscerti nessuna paternità, almeno rispetto a me. Che tu abbia avuto la stessa idea per conto tuo è possibile, ma il fatto che noi lavoravamo al DIZIONARIO dal ’38, mentre tu stesso dici che i tuoi rapporti sono cominciati nel ’40, è un fatto indiscutibile e documentabile. Come è, e lo ripeto, precisa l’affermazione che Garzanti rinunziò al tuo e suo progetto di fronte alla documentazione che io stesso gli diedi di come fosse già avanzato il nostro lavoro. (…) Di affermazioni come la tua ne ho avute almeno dieci o venti e dalle parti più disparate. Vuol forse dire che l’idea era nell’aria? Può darsi. Tutte le idee editoriali lo sono, e guai se non lo fossero: vorrebbe dire che sono idee morte. In tutto questo, aggiungo che non è la questione della paternità assoluta che mi preme: le idee sono una merce molto facile e comune. Mi preme respingere l’accusa di riconoscere meriti altrui.
Abbiti i miei migliori saluti, Valentino Bompiani

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Affascinante onnisciente – Una vita per la letteratura

Muriel Spark, I consolatori, traduzione di Monica Pareschi, Milano, Adelphi, pagg. 246, euro 19

30/08/2009

Il suo biografo, Martin Stannard, ne è proprio convinto: la parola cambiamento attiene più alla vita di Muriel Spark che ai suoi romanzi. Nata in una famiglia dalla posizione sociale modesta, dopo un misterioso soggiorno in Africa e la fuga da quella terra, oltre che da un marito violento, con il successo letterario la Spark venne baciata da fama e ricchezza, tanto che a un certo punto riuscì perfino a regalarsi un magnifico cavallo da corsa, proveniente dalle reali stalle della monarchia inglese.
Mentre nel Regno Unito è appena andata in libreria la biografia della scrittrice (Muriel Spark, The biography, Weidenfeld & Nicolson, pagg. 658, euro 25,00), un volume molto documentato che lei volle rivedere riga per riga prima di morire nel 2006, maniacale com’era nella tutela della propria privacy (per dire una delle tante intransigenze, al figlio che aveva abbandonato bambino non perdonò mai di aver rivelato le sue origine ebraiche), Adelphi fa uscire il suo romanzo d’esordio, I consolatori, pubblicato nel 1957, dal quale si evince che già all’altezza del primo libro il mondo di questa scrittrice (le sue ossessioni, i personaggi e i temi) c’era già tutto, così come l’avremmo visto svilupparsi nei lavori successivi. Davvero sorprendente per la maturità e la compiutezza. E anche per l’ironia, lo spietato senso del grottesco con cui tratteggia i molti personaggi che lo popolano, siano essi un libraio che parla di occultismo con eccitazione e improbabili birignao (uno dei suoi tanti sgangherati snob), una vecchia nonna impegnata in un traffico di diamanti grazie a delle pagnottte di pane fresco o una scrittrice che prigioniera di una crisi mistica (“Amo più Dio di te”, confesserà al fidanzato incredulo), sente delle strane voci. Ma, curiosamente, si tratta di voci che riproducono, o anticipano, i suoi pensieri; molto simili a quelle di un narratore onnisciente che, come avveniva nell’Ottocento, sa tutto, davvero tutto, dei suoi personaggi.
In questo modo il romanzo contiene anche una dimensione metaletteraria, un luogo che, misteriosamente, sta al di sopra delle cose che avvengono ai suoi protagonisti. Qualcuno sa già tutta la loro storia e la sta scrivendo, anzi l’ha già scritta. E la storia riguarda, qui come in altri libri successivi, un gruppo di persone, una comunità dove ognuno spia l’altro. Nemmeno troppo cristianamente.
In questa prospettiva si possono riconoscere le tracce della conversione della Spark al cattolicesimo, anche se la scrittrice, con spietatezza laica verrebbe da dire, non si sottrae a denunciarne i rituali più retrivi, le superstizioni, le credenze più ingenue. Il fatto è che l’unico vero culto “novecentesco” che appare intangibile in questa storia, il cui fascino subì subito anche Evelyn Waugh, è quello per la letteratura. L’ultimo altare possibile a cui sacrificare la vita, affetti compresi.

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Zia Mame, sei una bomba!

Patrick Dennis, Zia Mame, a cura di Matteo Codignola, Milano, Adelphi 2009, pagg. 380, € 19.50

09/08/2009

Le telefonate si rincorrono fra garruli punti esclamativi: “D’ora in avanti, io sono zia Mame!!!”, sentenziano le più ironiche. “Perché non sono come zia Mame?” si lamentano quelle che giocano a far le spaurite. E’ questo uno dei segreti che fa scattare il passaparola, l’apriti Sesamo dell’editoria, quel gorgogliante bouche-oreille che decreta il successo di un libro: l’identificazione diretta fra chi legge e quello che legge. Poiché non siamo ideologici, ci piace provare a capire il motivo dell’entusiasmo che stanno tributando le lettrici (di sicuro in numero maggiore rispetto a quello dei signori uomini, come succede spesso quando esplode un best-seller) a Zia Mame, il libro dell’estate, l’ennesimo colpo messo a punto da Adelphi.
Zia Mame è un esempio estremo, iperbolico, perfino sottilmente parodico, di quella gamma di comportamenti definiti come anticonformisti, stravaganti, eccentrici. E’ ovvio che la prima, semplice spiegazione delle tante briose ristampe si trova nella melma, depressa e conformista, a cui ci adeguiamo ogni giorno. La leggerezza, l’andare allegramente controcorrente di Zia Mame si oppone a quella densa penombra che stiamo attraversando, che talvolta è ottundimento, talaltra volgarità, grevità quasi sempre e per ogni dove. Il romanzo ci trasporta “altrove”, insomma, come un refrigerante zefiro, proprio per il suo registro lieve, da commedia brillante, quella scritta dai migliori sceneggiatori di Hollywood.
Ma questa è solo la prima risposta, la più facile, e da sola non basterebbe a fare i numeri che si stanno profilando in libreria.
Zia Mame è, dunque, una donna gioiosamente eslege. Tuttavia, solo per lei la vita significa cogliere il meglio fior da fiore: tanto è vero che il fratello, assegnandole l’educazione del figlio, in caso di propria morte prematura, avverte il figlioletto decenne che, in quello sciagurato caso gli si prospetterebbe un destino che non augurerebbe “neanche a un cane”. Zia Mame infatti, al contrario di lui, favorevole a un’educazione protestante, è  spudoratamente contraria alla “tradizione”, parola magica, soprattutto a metà degli anni Cinquanta, quando il romanzo resisterà per ben 52 settimane fra i primi dieci più venduti d’America. Toh, guarda, bella analogia. A distanza di cinquant’anni il successo si ripete e di fronte a noi si staglia lo specchio, socio-antropologico, del periodo più codino che l’Occidente abbia conosciuto. Zia Mame è anticonformista, trasgressiva, esplosiva, lo dice il nome stesso, come ha segnalato a chi scrive la brillante americanista Alide Cagidemetrio. Per un abitante degli States di quegli anni, infatti, il nome Mame era ineluttabilmente associato alla canzone che Rita Hayworth cantava in Gilda, quando, irresistibile, si sfilava un guanto e seduceva il mondo cantando “Put the blame on Mame”, diventando all’istante il simbolo dell’erotismo femminile più indomabile ma, insieme, una “formidabile istituzione americana”, come avrebbe detto il presidente Roosevelt. Gilda l’atomica, appunto, appellativo conferitole dai militari compatrioti che nel ’46 presero a sganciare alcune micidiali bombe sull’arcipelago di Bikini e vollero la sua sagoma sugli aerei predisposti all’eccitante funzione. Siamo nei ravvicinati paraggi dei miti fondativi dell’America del dopoguerra; fra i quali spicca New York, nuovo epicentro del moderno, là dove bisognava vivere, la metropoli che aveva eclissato, oltre a quello di altre città americane, il primato di Parigi e dell’Europa, luoghi sconfitti dalla Storia. Ed è a New York che confluiscono tutte le mode culturali. Si chiamano psicanalisi, esotismo, creatività, mondanità, cinema, teatro, musical. Zia Mame, come la città, ne è il concentrato, passando da una all’altra con amabile superficialità, sempre lambendo lo snobismo, ma mai facendosi imprigionare dai suoi mediocri ricatti. E’ zia Mame che con soave grazia fa fuori il vecchio, tradizionale Sud, diventando in pochi giorni un’esperta cavallerizza e oltraggiando così l’ex-fidanzata di un marito che la lascia presto ma assai ricca. E’ zia Mame che propone al giovane nipote un’educazione libera, prospettandogli una scuola “dove si va a lezione nudi, e la classe è piena di lampade ultraviolette. Entro il primo semestre ti sradicano tutte le inibizioni”. E’ lei che si improvvisa scrittrice, indossando magnifici tweed, per coerenza stilistica con il suo nuovo personaggio, avendo come faro Virginia Woolf, ma restando incapace di vergare una sola riga che non sia inutilmente autobiografica. E’ lei che con la crisi del ’29 perde tutto e non si perita a fare la commessa. E’ lei che vorrebbe far sposare al cresciuto nipote almeno una di tre sorelle che sembrano appena scese da un quadro di Dante Gabriele Rossetti, tutte molto colte ma, appunto, seriali, mortuarie replicanti. Zia Mame non si spaventa di fronte a niente, cambia, muore e rinasce, come si conviene negli States. Adotta tutte le culture e le mode, ma non è mai del tutto ridicola, perché non è una snob. E’ un’eccentrica. Un po’ come l’esuberante Miss Brodie di Muriel Spark o, più recentemente, la misantropa Signora nel furgone di Alan Bennett. Resta, però, americana: le sue stravaganze sono sempre utilizzate a fin di Bene. Intanto, con spavalda leggerezza, trasmette a molte, molte casalinghe il sogno della grande Mela e rende pop alcune culture “liberatorie”, non conformi, emanate da una New York che ha acceso le sue mille luci e le irradia fino alla provincia. Non si resta in classifica 52 settimane senza la middle class che si riconosce in quello che legge, né allora, né ora.
Un’ultima considerazione investe l’editore italiano di Zia Mame, Adelphi. Con formidabile fiuto è riuscito, ancora una volta, a tenere insieme molti lettori e alcune caratteristiche storiche della sigla che un po’ assomigliano, per eclettismo, a questo esilarante personaggio. Riuscendo così, in un’impossibile quadratura del cerchio, a proporre, insieme a Zia Mame, una sorta di suggestivo ossimoro: l’eccentricità di massa. Del resto, anche nel titolo originario, Auntie Mame, c’era una rassicurante ma esplosiva zietta.

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Ted, Sylvia e il mal di vivere

Diane Middlebrook, Suo marito – Ted Hughes e Sylvia Plath – Ritratto di un matrimonio, traduzione di Anna Ravano, Mondadori, Milano 2009, pagg. 384, euro 22.

02/08/2009

Si può recensire un matrimonio finito male? E’ in questa imbarazzante situazione che si potrebbe incappare leggendo l’originale “biografia di coppia”, Suo marito, di Diane Middlebrook. Prospettiva anche un filo noiosa, peraltro, data l’attualità del tema. Il lettore, dunque, spera di non essere chiamato allo schieramento. Tanto più che quello fra Ted Hughes e Sylvia Plath è stato un sodalizio già ampiamente analizzato, diventando nel tempo una sorta di emblema della brutalità del maschio che sottomette e tradisce mentre una donna, soffrendo, combatte per la propria emancipazione e l’espressione libera della propria voce letteraria. Il finale è noto: nel febbraio del ’63, la stanza tutta per sé di woolfiano imprinting, si ridusse alle dimensioni di un forno nel quale la Plath infilò la testa, assurgendo in breve al ruolo di eroina del femminismo anni Sessanta, insieme  quello di acclamata poetessa che, per esempio, nei versi di Daddy aveva denunciato il potere di alcune figure autoritarie, come il padre, il professore, il militare. Molte donne si schierarono dalla sua parte, con rabbia e grida di colpevolezza verso un indistinto universo maschile, talvolta anche con postura erinnica. Ma questa è un’altra storia.
Uno dei non pochi pregi di questo libro, davvero molto ben documentato, è invece quello di non indicare né vittima né carnefice. Qui non si giudica nessuno. Non è più tempo. Qui si tratta, più laicamente, di ricostruire l’inestricabile groviglio che fu la loro unione sentimentale e artistica, la terribile illusione, da entrambi equamente coltivata, di affermarsi nel mondo insieme, simbioticamente, come “un’unica mente condivisa”. La messa in guardia dai rischi della “totalità”, potrebbe essere, semmai, la soggiacente indicazione. Condivisibile, peraltro. Ma per la studiosa non è questa la priorità. Preferisce piuttosto segnalare le fragilità psichiche della Plath anteriori al matrimonio (un padre perduto troppo presto, un tentato suicidio di gioventù, ricoveri in clinica, elettroshock), l’intrecciarsi di modelli piccolo-borghesi americani (il desiderio di fare tanti figli) e forti ambizioni creative, il suo anticonformismo e il sogno di una home sweet home da condividere con un uomo che, a sua volta, un po’ sembra il rude Heathcliff di Cime tempestose, e un po’ recita l’inquietudine romantica, nel suo unico vestito di velluto a coste scuro. Sullo sfondo di queste gioventù i cui modelli stanno scardinandosi, come i costumi dell’Inghilterra di Hughes e quelli dell’America della Plath, sfilano molte trasformazioni culturali, insieme al maturare delle poetiche individuali: si legge il proibito D.H Lawrence ma si rivisitano anche i primigeni miti celtici; ci si trasferisce in campagna ma si sogna la trasgressiva vita londinese. Il suicidio è vissuto come un gesto di poetica.
Insomma, gli artisti stentano a trovare la propria identità, forse solo il mercato può dargliela; e “l’altro”, insieme al quale si sfida e si legge il mondo a colpi di poesia. Fino al momento in cui la realtà colpisce duro. La Plath, madre di due figli, da poco abbandonata dal “cacciatore” Ted per una donna sposata che finirà anche lei per uccidersi insieme alla piccola figlia avuta da Hughes, non regge alle recensioni tiepide del suo The Bell Jar e, anzi, negli stessi giorni prova una sincera invidia per i successi letterari del marito che lei ha aiutato ad affermarsi. Il conflitto interiore esplode. Così decide di trovare nella morte la liberazione dai suoi inaggredibili fantasmi. A Hughes toccherà l’eredità dei suoi scritti da amministrare, la fama di Poeta Laureato (riconoscimento della regina), quella di raffinato saggista. “O me o lei”, dicono che avesse sussurrato pochi giorni dopo la morte della moglie. Frase sibillina, ambivalente, come molti matrimoni dove la posta in gioco è l’arte di entrambi. Ma l’arte non salva dalla vita.

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L’inventore del gossip

Michel Herr, Mr Winchell, La voce dell’America, introduzione di Francesco Trento, traduzione di Laura Bussotti, Padova, Alet 2008, pagg. 188, € 17,50

10/05/2009

Chi ha detto che il gossip è attività squisitamente femminile? Se mai qualcuno ancora lo pensasse, il romanzo-sceneggiatura di Michel Herr, una bella, tragica storia in bianco e nero, montata con la brillantezza di una commedia, riconosce ai signori uomini la primogenitura. In principio, dunque, fu Mr Winchell, la voce radiofonica grazie alla quale l’America cambiò lo sguardo sui propri idoli, soprattutto cinematografici. Ma con lui  fu anche il ritmo della comunicazione a mutare, innestando nel linguaggio comune euforia, velocità, slang e neologismi, in sintonia con i ruggenti anni di Hemingway e Fitzgerald. Scritto in forma di copione, dunque, è dedicato al giornalista che rese il pettegolezzo fenomeno di massa, rendendolo “democratico”, si direbbe con un filo di sarcasmo. Davanti a lui, comunque, tremavano sia New York sia Hollywood, tutti gli Stati Uniti insomma. Il temibile trio Louella Parson, Elsa Maxwell ed Hedda Hopper si sarebbe schierato davanti alle celebrities, facendo scivolare  i loro taccuini sotto le lenzuola, di lì a poco, pochissimo, non godendo della medesima, martellante cassa di risonanza: la radio, media potente capace di creare miti, parole d’ordine e schieramenti, finanche politici. Per tutte basterebbe pensare alle posizioni  antinaziste della prima ora che assunse Winchell, convincendo una riluttante opinione pubblica alla necessità di entrare in guerra. Certo, dopo quel conflitto sarebbe diventato maccartista, ma ormai la sua parabola aveva preso, ineluttabilmente, una volta discendente, sospinta verso la polvere e la più tetra solitudine, dalla televisione. Il mondo era cambiato e le telecamere avrebbero inquadrato, per poche trasmissioni di basso share, solo la maschera grottesca di un incattivito giornalista che non accettava di rientrare nell’anonimato, dopo aver fatto la gloria di tanti. E’ la modernità mediatica, bellezza, gli avrà detto senz’altro qualche buon amico. Andy Wharol, di lì a poco, avrebbe decretato che a tutti, proprio a tutti, sarebbe toccato un bel quarto d’ora di celebrità.

Ma questa è storia inimmaginabile per Mr Wichell, raccontato da una penna di tutt’altra natura, come quella di Michel Herr, magnifico cronista e narratore della guerra in Vietnam, autore di alcuni dialoghi di Apocalypse Now, nonché sceneggiatore di Full Metal Jacket, e buon amico di Stanley Kubrick, come segnala Francesco Trento nell’Introduzione, ottima quanto la traduzione  di Laura Bussotti. Herr, però, non amava essere una celebrità. Così, dopo l’ulteriore successo di un libro dedicato ad alcuni uomini ricchi e potenti d’America, si ritira nella più discreta Londra, anche a riflettere sugli splendori e le miserie di Mr Winchell.

Sugli anni in cui sempre più si viveva in pubblico e Winchell aveva fissato il suo quartier generale allo Stork Club, corrispettivo mondano della Tavola rotonda dell’Algonquin, l’albergo dove si era installata Dorothy Parker che, graffiante come pochi, produceva le seguenti perle: “La frase più bella di tutte le lingue è: “Si allega assegno…”; oppure: “Katherine Hepburn è capace di recitare tutta la gamma delle emozioni dalla A alla B”. Ma questi erano motti di spirito destinati a pochi. La massa, avida di gossip, nei propri piccoli appartamenti, con le orecchie attaccate alla radio, sarebbe stata saziata da Mr Winchell.

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Il garzone di Virginia

Richard Kennedy, Io avevo paura di Virginia Woolf, traduzione di Alba Bariffi, Guanda, Parma 2009, pagg. 116, € 14,00.

15/03/2009

Il fenomeno è indiscutibile: aumentano i testi dedicati al lavoro editoriale. Segno che esiste un pubblico sempre più interessato al piccolo mondo (antico?) che si muove intorno ai libri e alla loro fattura. Non solo saggi, ma anche di gustose narrazioni sulla vita quotidiana nelle case editrici, racconti in prima persona, memorie, schegge di vita vissuta fra bozze e tirature. Il sottotitolo che accompagna il curioso volumetto di prossima uscita da Guanda, mira a tutti quei lettori appassionati di Virginia Woolf e dell’eccentrico gruppo di Bloomsbury, e segnala che è stato scritto da “un ragazzo alla Hogart Press”,  vale a dire dalla prospettiva “innocente” di un giovane apprendista, assunto da Leonard, il taciturno, intelligente marito della scrittrice più modernista del Novecento europeo.

Anche lei lettrice severa dei dattiloscritti che ambivano a essere pubblicati per il loro raffinato marchio; anche lei immortalata nello scantinato di Tavistock Square, nel cuore del quartiere più famoso della letteratura inglese, mentre si rolla numerose sigarette, prima di rintanarsi in un poltrona, a scrivere parole su parole. Un po’ inarrivabile, come da leggenda tramandata. E’ così che la vede il giovane Kennedy, sedicenne alla fine degli anni Venti, garzone tuttofare nei primi tempi, dopo qualche mese improbabile rappresentante di catalogo e novità in giro per le province del Regno Unito, talvolta perfino inascoltato lettore di dattiloscritti. Per esempio, a lui Ivy Compton-Barnett, e il suo romanzo Fratelli e sorelle, piaceva, mentre per Leonard quella donna troppo trasgressiva e sarcastica non era “nemmeno capace di scrivere”.

Clamoroso errore di Leonard, e Virginia, forse troppo compresa quest’ultima del successo del suo Orlando, o troppo poco incline all’ironia quanto la Barnett. Fatto sta che il giovane Kenndy, fra feste popolate di personaggi stravaganti, pattinate sui laghi ghiacciati, week-end nella casa di campagna dei Woolf, svagatezze, e incidenti editoriali imperdonabili  (come sbagliare l’ordinativo della carta per l’opera omnia di Mrs.W…), finalmente trova la propria vocazione artistica diventando un magnifico disegnatore e lasciando la Hogarth Press per sempre. Salvo ripensare, alcuni decenni dopo, a tutti quei piccoli sublimi mostri. E decidere di raccontarli in parole e immagini, con un libro stampato negli anni Settanta. Amabile ritratto di un mondo che fu, vergato con un pizzico di irriverenza. Ma non troppa. In fondo, anche lui era dei loro.

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Il fantasma della Storia

Gaston Salvatore, Drammi politici, Libri Scheiwiller, Milano 2007, pagg. 414, € 24

01/02/2009

Gaston Salvatore è personaggio e drammaturgo dalla decisa cultura cosmopolita. E’ nato in Cile – imparentato con Allende -, ha studiato per fare il diplomatico, poi si è imbattuto nel Sessantotto tedesco e ne è diventato uno dei leader, insieme al sodale Rudy Dutschke. Amico di Hans Magnus Enzesberger, con il quale ha diretto la rivista “Trans-Atlantik, è a lui che per primo fa leggere le sue pièce teatrali, alcune delle quali, ora sono state raccolte in volume, accompagnate da una approfondita conversazione con Alfonso Berardinelli. Un volume che ogni teatro dovrebbe consultare prima di pensare alle proprie produzioni. All’estero succede: in Germania, in Austria, per esempio, dove Salvatore è autore noto e spesso allestito. Autore le cui tematiche sono ambiziose, classiche, e imprescindibili per il nostro Novecento, o per il nostro tempo tout court, come dimostrano i 4 drammi del volume Scheiwiller.
Si tratta di drammi storici, al cui centro si muove, e talvolta si agita come un fantasma, una cattiva coscienza, un personaggio reale o fittizio della Storia più recente, come nella migliore tradizione shakespeariana, essendo il bardo il modello impossibile di Salvatore. Drammi che attraversano il nucleo recidivo del Male, o un tema non meno importante e spinoso come la gestione del potere, per esempio, senza alcun moralismo ma con un’unica necessità intellettuale, conoscitiva: guardare da vicino, attraverso un esorcismo teatrale dagli impeccabili meccanismi, le ambivalenze, le seduzioni, le illusioni subite e gli errori, spesso gli orrori, commessi da chi ha, o ha avuto, responsabilità sugli uomini. Come Stalin, sulla cui senilità si proietta quella di Re Lear, alla vigilia della morte e alla spartizione del suo impero politico. O come il “folle” Rudolph Hess, il creatore e braccio destro di Hitler, ritrovato nel carcere di Spandau, in attesa della morte, a ripensare al viaggio in solitaria su un aereo alla volta dell’Inghilterra, per trattare con gli inglesi. O come Allende, alla vigilia del golpe cileno nel quale sarebbe morto, insieme al suo progetto riformista. O come Monsieur Joseph, un perturbante, spettrale personaggio della Storia nonostante la sua anonimità, un ebreo trafficante di uomini nella Francia invasa dai Tedeschi, ritrovato su una nave che, nel dicembre del ‘58 sta andando da Israele verso la Francia, tornando cioè sul luogo di delitti, di collaborazioni, connivenze e doppi giochi che non sono mai stati disvelati fino in fondo. Né, quindi, davvero superati dalla Storia. Solo la letteratura può ripercorrere quei momenti, ad alta intensità drammatica, in cui le tragedie stanno per compiersi e niente può fermare il loro corso. Anche perché c’erano tutte le premesse, e gli errori ideologici, per farle accadere.

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