2010

Racconta, e la realtà ti si farà incontro

Antonella Cilento, Asino chi legge, Milano, Guanda, pagg. 188, € 16

05/12/2010

Teresa fa le scuole medie, al rione Luzzati, periferia di Napoli, zona industriale, cioè nel nulla di autosaloni e negozi sfitti. E’ figlia di un camorrista “importante”, padre e madre sono in galera, vive con la nonna, è una ragazzina intelligente. Per la lezione di scrittura creativa, svolge un esercizio sul punto di vista e racconta la storia, ambientata in un circo, di un coltello. Da giovane quell’attrezzo lavorava in un ristorante, poi, fallito il locale, era stato acquistato da un lanciatore di coltelli che si esibiva proprio in quel circo, ma a un certo punto era stato sottratto per compiere un omicidio. Trattenendo sul manico le impronte dell’assassino è l’unico in grado di mettere la polizia sulla pista giusta. E così farà, permettendo alla giustizia di trionfare. Le pagine sono in buon italiano, l’intreccio e la tensione narrativa tengono. Le prof si guardano fra loro, incredule e ammirate: “Ma allora funziona!”. Funzione della scrittura di “finzione” è anche quella, si sa, di esprimere, in forma compiuta, dei desideri rimasti tacitati.  La fantasia di Teresa aveva come oggetto la legalità.
E’ questo uno dei tanti, eloquenti racconti che ci offre Antonella Cilento in Asino chi legge, libro dagli scenari sempre intensamente contraddittori: desolanti ed entusiasmanti insieme.
Il soggetto è unico: la scuola del Belpaese, il suo degrado, la triste rassegnazione di chi la vive, la depressione che produce, ma anche gli insospettati fervori di alcuni insegnanti, il lavoro che continuano a fare a dispetto di stipendi modesti, edifici fatiscenti, riunioni su riunioni, crediti per i concorsi, ragazzini senza alcuna educazione che non sia quella della televisione guardata a manetta e dello zainetto nuovo. Su questo sfondo, noto a tutti peraltro, s’innesta il lavoro della Cilento, scrittrice, autrice teatrale ma da molti anni anche insegnante di scrittura creativa itinerante per la penisola ad usum di professori e allievi che provano a ossigenare di narrazioni, punti di vista inconsueti, itinerari di lettura imprevisti, le mattine di canoniche lezioni o i pomeriggi di aggiornamento. E’ inevitabile che Asino chi legge, essendo una sorta di reportage da quel fronte in rotta che è la nostra scuola, trasudi riflessioni scorate, perplessità e rabbia. Ma, non mancano una pietas talvolta dolcemente ironica e molta, molta determinazione. La sua autrice, infatti,  non depone mai le armi, raramente è tentata dalla rinuncia. Nemmeno quando quei professori che l’hanno chiamata come Esperto Esterno, come Scrittore in carne e ossa, sono più “sfrantummati” dei ragazzini che dovrebbero educare. Militante della lettura, che la scrittura sempre presuppone, la Cilento sa bene di essere in posizione di resistenza. Ma, come chiunque insegni questa stravagante materia, dentro o fuori dalla scuola, è convinta di compiere un piccolo, quotidiano atto di etica e di civiltà. Ma un po’, lo diciamo con complicità, crede nelle favole: ogni lettore conquistato alla passione per i libri, può trasformarsi da asino ragliante in principe o principessa. O in un burattino che si scioglie dai fili che lo comandano. Forse per questo si è ricordata a lungo della ragazzina Teresa.

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Che tipo, quel Garamond

Anna Cuneo, Il maestro di Garamond, traduzione di Gaia Amaducci,  Milano, Sironi Editore, pagg. 490, €19,90

07/11/2010

A chiunque ami i libri, e le vicende che riguardano la loro fattura, i bibliofili in primis, segnaliamo con calore Il maestro di Garamond, romanzo storico della scrittrice italo-svizzera Anna Cuneo, un affascinante e ben documentato sopralluogo ai primordi della stampa. Emozionante, in alcuni frangenti.
La prima scena coinvolgente si svolge a Venezia. E’ l’estate del 1513 e due francesi, il giovane apprendista Claude Garamond (l’io narrante che a distanza di anni ripensa a tutte le drammatiche vicende che hanno visto morire il suo modello di vita e di pensiero), insieme all’amato maestro Antoine Augerau, hanno raggiunto la città che più di ogni altra produce libri in Europa. Vogliono incontrare Aldo Manuzio. Arrivano, a piedi, da Parigi e non vedono l’ora di stringere fra le mani alcune delle edizioni aldine, già note ovunque. Anche loro sono stampatori, ma in realtà Manuzio è quello che oggi sarebbe un vero e proprio editore: ha un preciso progetto culturale – l’edizione di testi classici greci e latini -, dispone di ottimi consulenti che all’occorrenza revisionano i testi, ha già stampato autorevoli edizioni di Dante e Petrarca, ha riformato caratteri e formati. Il libro “tascabile”, ottenuto piegando il foglio in ottavo, è già uscito dai suoi torchi, destinato a mercanti, scolari e studenti. I lettori si stanno moltiplicando, in quella città e per ogni dove. L’entrata nella sua ricca biblioteca fa accedere i due francesi in un mondo del tutto nuovo. Perché dopo l’invenzione della stampa siamo nella modernità. Di nascosto vanno anche a trovare Francesco Griffo, incisore bolognese che ha rotto ogni rapporto con Aldo. Per alcuni anni hanno lavorato insieme, poi lui voleva mettersi in proprio e Manuzio non gliel’ha perdonato. Era stato lui, e il suocero Torresani, a investire nel metallo che avrebbe prodotto i caratteri greci, per proteggere i quali aveva addirittura chiesto il “privilegio”, cioè l’esclusiva, alla Repubblica veneziana. Ma era stato il Grifo a disegnare e incidere il corsivo italico e il carattere romano, più tondo e meglio leggibile del gotico. E ora, in un momento aurorale nella seducente storia della stampa, il Grifo mostra con orgoglio i suoi punzoni ai due stranieri – loro li porteranno in Francia per migliorarne il tratto -, anche se è amaramente consapevole che non passerà alla storia. L’incisore è un artigiano di servizio, conferma Augereau, l’editore è il responsabile dei contenuti e di quel fitto, articolato disegno culturale che i libri compongono. Ancora nessuno sa che il Grifo, di lì a poco, finirà malamente, appeso per una corda, dopo aver ucciso il genero a bastonate.
Del resto, i tempi sono violenti, le guerre insanguinano l’Europa, i torchi sputano pagine a ritmo frenetico e raggiungono i più ricchi mercati e un numero sempre maggiore di uomini. Persino alcune donne. Ma, “c’è presto un ma”, si direbbe in un romanzo d’avventura quale in parte è Il maestro di Garamond – attento però anche a una decisa funzione divulgativa -, fra viaggi perigliosi, fanatici religiosi, qualche colpo di scena, casti innamoramenti, girovaghi e saltimbanchi. Il ma che cambia le sorti dei nostri eroi, e la Storia, non solo della stampa, si chiama Sorbona.
Nella Francia di quella prima metà del secolo, nella Parigi dove ogni tanto arriva con buonumore e progetti di scrittura in cui compaiono dei giganti il monaco François Rabelais, nella città delle tante botteghe artigiane, fra gli stampatori che accortamente allocano i loro laboratori nei pressi dell’Università, comincia a serpeggiare una certa preoccupazione perché alcuni teologi dell’autorevole ateneo hanno preso a lanciare accuse di eresia sempre più intransigenti. Loro bersagli sono anche gli  stampatori, rei di diffondere i libri di Lutero e perfino del cattolico Erasmo, colpevoli di pubblicare Aristotele, magari senza capziose chiose latine. A nulla vale che la sorella del re, Margherita di Navarra, scrittrice essa stessa, abbia ordinato delle traduzioni in volgare di quei testi. Anzi, il volgare è ritenuta lingua infetta e oscena. Tanto più se adoperato per tradurre la Bibbia. Rabelais se la ride: scriverà proprio in volgare perché vuole farsi capire da tutti. Ma il terribile Noël Beda, teologo e censore indefesso, incita i suoi sgherri, le spie, i delatori. Ben presto la situazione precipita, saltano le prime teste, il maestro Augereau viene imprigionato, fino all’orrendo epilogo: la sua ingiusta esecuzione sulla pubblica piazza. Il giovane allievo Garamond vi assiste impotente, come molti cattolici di buona volontà, ma proseguirà nell’opera tipografica del suo mentore, fino a produrre quei caratteri che ancora oggi portano il suo nome. La vedova Augerau si farà protestante.
Storia bella e terribile – peccato qualche rigidità e qualche fastidioso anacronismo della traduzione (valga per tutti quel “Che problema c’è?” pronunciato da maestro Antoine nel 1513!), questo romanzo immerge nelle cruente guerre di religione che anche la cultura ha fronteggiato, alcuni secoli fa. E fa ritrovare agli albori un mondo, quello dell’editoria, che oggi sta subendo la più drastica delle trasformazioni. Al di là di  nostalgie, paure e sacrifici che ogni cambiamento porta con sé, niente di meglio per affrontare il futuro che sapere da quali perizie artigiane, passioni culturali e sacrifici di singole esistenze provenga, ab origine, il mondo dei libri.
L’ iPad incalza, ma se tratteniamo la memoria della storia di ciò che contiene, lo tratteremo per quello che è: solo uno strumento “nuovo”, ineluttabile, che può diffondere la cultura. Come fu la stampa quando nacque.

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Imparate a scrivere la prosa. Consigli per gli scrittori.

Howard Mittelmark – Sandra Newman, Come non scrivere un romanzo, traduzione di Rita Giaccari, Milano, Corbaccio, pagg. 214, euro 18,60.

05/09/2010

In ogni nazione del globo esiste una città sotterranea, i cui abitanti sono pieni di vitalità, ambizioni, sogni di gloria, sensibilità, disagi, sofferenze e ingenuità. Trattasi dell’affollatissima metropoli dei “Romanzi Mai Pubblicati”, quelle storie  che non riusciranno mai a vedere la luce delle librerie. Non perché il destino del Genio è quello di restare incompreso, non perché la realtà è cattiva, cinica e bara ovviamente, non perché gli editor delle case editrici sono agenti prezzolati al servizio del Male, cioè corrotti dal mercato, ma, più semplicemente, perché quelle pagine sono piene di gravi errori (che spesso resistono, veniali, anche nei romanzi pubblicati…): fragilità compositive, strutture sconnesse, cambi repentini di punti di vista,  personaggi sbiaditi o, al contrario, troppo invadenti, dialoghi prolissi e inverosimili, ricerche storiche non adeguatamente impastate alla narrazione, incoerenze, anacronismi, voci narranti sgraziate, incerte, flebili, tonanti, morali delle favole sottolineate con un pennarello a punta grossa; così che, derapando senza controllo, risucchiate dal buco nero del dilettantismo, quelle storie, quei personaggi, quei romanzi sono destinati a restare ciò che sono: ombre larvali nell’Ade della creatività, per usare una brutta, bruttissima, consunta espressione.
Due spelologi americani, cioè due editor, hanno fatto una lunga immersione in questa città dalle creature ancora informi, anche se piene di buona volontà, e ne sono emersi con un divertente prontuario dei 200 errori più comuni: Come non scrivere un romanzo (Corbaccio), anche grazie all’ottima traduzione di Rita Giaccari, è molto utile a chi volesse prendere consapevolezza dei rischi che si corrono approntando una narrazione. Non è un manuale di scrittura, non istituisce norme né regole, piuttosto segnala la ciambella senza buco, il passaggio irrisolto, la goffaggine, l’imperizia. Ogni tanto con qualche soverchia ironia, qualche gag di troppo, ma si sa gli americani rispetto alla scrittura sono più disinvolti di noi. Disinvolti e pragmatici, così che il testo è costruito su esempi precisi. In tal modo si mette concretamente in guardia l’aspirante scrittore dall’uso inconsulto dalle trappole che “lo aspettano al varco”. Sull’uso dei cliché e delle frasi fatte, per esempio. Se un personaggio è una donna dotata di fascino è meglio che non sia “bella come un quadro” e se ha uno “sguardo assassino”,  almeno non tenga una pistola in pugno. Altrimenti si finirà per scrivere che “il giorno della maratona, Joe si svegliò e cominciò la sua giornata di corsa”. Davvero, si faccia attenzione, gli editor hanno visto troppe macchine scivolare “sull’asfalto lucido della notte”… E attenti a riconoscere anche le insidie di un dialogo. Attenti alle didascalie, per esempio. Forse ripetere a oltranza “disse” è troppo hemingwaiano, ma non si dribbla il calco farcendo a casaccio i dialoghi di “ribadì”, “sbraitò”, “strepitò”. Si alza solo la voce inutilmente. Attenzione alle rigidità avvocatizie: “Dalla loro prima interazione, i due soggetti avevano esperito un progressivo attaccamento, che andava accompagnandosi a una più approfondita capacità di verbalizzazione dei sentimenti che percepivano maturare l’uno per l’altra”. Quei personaggi stanno solo cominciando a capire di volersi bene; forse, però, è meglio non attardarsi nemmeno nella minuziosa descrizione dei loro trepidanti stati d’animo: “una sensazione confusa di amore, paura, sconforto, imbarazzo, fremiti sensuale e una punta di sindrome delle gambe senza riposo”. Del resto, è bene ricordarsi anche che le scene di sesso sono le più difficili da scrivere. E non dovrebbe essere il moralismo, né il pudore, a evitare di essere osservatori puntuali e scrupolosi del membro di chicchessia. Solo il buon senso. O quello del ridicolo. Non si ha idea in quanti “seni turgidi” si è imbattuto un editor, quanti “capezzoli irti come chiodi” ha dovuto ammirare. Con oggettivo disgusto, ogni volta.
Ma per passare ad argomenti più seri, si legga il capitolo riservato al tema narrativo e al suo trattamento troppo stretto nelle morse della dimostrazione ideologica: “No, tu non capisci, Pueblo” disse Gruff, con la pistola puntata alla fronte del re del narcotraffico, tremante di paura. “Non è solo per quello che la droga fa alla gente. E’ per quello che il denaro fa alla gente. Il denaro è come una droga. Si farebbe di tutto per denaro, proprio come un tossicodipendente farebbe di tutto per una dose della tua cocaina. Quando il denaro diventa più importante della famiglia, del lavoro e degli impegni sociali, siamo finiti. Ecco perché i tuoi rapporti con le donne – per quanto siano belle! – sono alla fine vuoti e insoddisfacenti.” La tesi è condivisibile, forse. Ma restiamo dell’idea che per constatare l’effetto del denaro sulla “gente” restino migliori le pagine dedicate da Balzac, nelle “Illusioni perdute”, al vecchio tipografo Sechard che vuole   vendere, per una cifra inaudita, i suoi quattro torchi sgangherati al proprio medesimo figlio. Non siamo nemmeno del tutto convinti, del resto, che quel narcotrafficante ritenga “vuoti e insoddisfacenti” i suoi rapporti con le signore che frequenta. Piuttosto pensiamo che quella convinzione sia del narratore e domini sulla verosimiglianza della scena. Non è il momento narrativo per esprimerla e, diciamo la verità, nemmeno il modo. Ogni lettore si sentirebbe sotto il palco di un comizio, dentro a una sacrestia, non fra le pagine di un romanzo.
E’ difficile da spiegare a un autore che ha speso tanto tempo ed energie per arrivare a quel punto. L’aspirante scrittore è spesso spaventabile perché più incosciente, più inconsapevole, fragile. Per questo può arrivare a pensare che è vittima di una intollerabile  ingiustizia, laggiù fra le ombre. Con dolce fermezza, argomentando, un editor deve assumersi la responsabilità del diniego. Sapendo che ogni scarrafone fa una gran tenerezza alla propria mamma. Ma resta uno scarrafone. E non sarebbe gradevole, la sera chiudere gli occhi su quelle pagine. Farebbero venire gli incubi a ogni lettore, non essendo abitate da Gregor Samsa.

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Il rumore della morte del Leone

Vladimir Pozner, Tolstoj è morto, traduzione di Giuseppe Girimonti Greco, Adelphi, Milano, pagg. 274, euro 18,00

08/08/2010

Una donna tiene la fronte appoggiata al vetro di una finestra al pianterreno e guarda verso l’interno di una stanza nella quale le è tassativamente proibito accedere. La contessa Sof’ja Andreevna Tolstaja non può assistere alle ultime ore del marito, il più grande scrittore del mondo vivente, a quella data del 1° novembre 1910. Di là dai vetri, Lev Nikolaevic Tolstoj giace in un letto velocemente allestito nella casa del capostazione di Astapovo, ma fino a poche ore prima era in fuga da tutto, la casa, la famiglia, i libri. E soprattutto da lei, da una moglie a lungo amata e detestata, posseduta con passione e respinta dai propri sensi di colpa per la debolezza della carne. Una brutta febbre, però, l’ha costretto a scendere dal treno con cui scappava dalla propria esistenza. Uno dei fotografi che stanno accorrendo da tutta la Russia in un luogo inesistente perfino sulla carta geografica, immortala quella scena di irreparabile distanza fra i due. Un lungo matrimonio è andato in corto circuito e ora quella rottura è sotto gli occhi di tutti. Anche la morte, del resto, sta per trasformarsi da frangente privato in un fatto pubblico che verrà raccontato in diretta. Arrivano i primi giornalisti da Mosca e San Pietroburgo, e i telegrafi cominciano a sputare il loro inesorabile ticchettio. Quel momento è saliente, rappresenta la preistoria di un fenomeno mass-mediatico che nel presente è di norma e che, per esempio, ebbe un clamoroso analogo nei giorni dell’agonia televisiva di Giovanni Paolo II, lungo “spettacolo” in mondovisione di cui lo stesso papa fu pienamente consapevole. Interprete e, chissà, forse  regista.
Anche Tolstoj, come tutti i grandi sintonizzato con millimetria sulla realtà, presente e futura, sapeva quello che sarebbe successo, grazie a giornali e telegrafi. Sapeva che nelle redazioni sarebbero state sollecitate, a qualunque ammontare di rubli, “in caso di disgrazia, duecento parole per edizione speciale”.
A distanza di venticinque anni, nella Parigi degli esuli russi, un altro scrittore avrebbe avuto la certezza che quello era stato il fatto di cronaca che aveva dato avvio al Novecento dalla potenza mediatica: nel 1935 il primo romanzo di Vladimir Pozner, Tolstoj è morto, (ora ristampato da Adelphi) sarebbe stato dedicato, non tanto a quella inaudita fuga – tema che avrebbe poi sedotto, se non ossessionato, molti scrittori, da Pascoli a Malaparte, da Rilke a Orwell, da Forster a Maugham -, quanto alle circostanze pubbliche di quella morte. In realtà, nel romanzo di Pozner, assai brillante nel montaggio cinematografico delle scene, i veri protagonisti sono il telegrafo, l’archeologico mezzo della modernità che amplificherà il fatto, e i giornalisti, fedeli nel riportare anche il minimo e più intimo dettaglio, ma infedeli all’occorrenza, se occorrerà circondare di alone epico quella contingenza e trasformare Tolstoj in un santo laico e moderno, martire delle proprie umane contraddizioni. Sul suo letto di morte lo scrittore è poco più di un sacro feticcio, solo un simulacro, ormai distante ormai da tutti.
Si diceva dell’intelligente e perfino ironica scrittura di Pozner che latamente risente della lezione delle avanguardie decostruzioniste di inizio secolo, a quella data, però, ormai stemperata. Lo scrittore, futuro sceneggiatore a Hollywood, nel 1931, in un articolo per la rivista “Europe”, aveva espressamente parlato di “montaggio letterario”, teorizzando che essendo “un individuo la risultante delle immagini che di lui si formano nei cervelli di coloro che lo hanno incrociato”, la vita di un grande uomo sarebbe stata raccontata meglio ricorrendo all’assemblaggio incrociato delle testimonianze. Lettere, spezzoni di diario propri e altrui, articoli di giornali, citazioni, frammenti di memorie, sguardi a lui apparentemente estranei che giustapposti a ritmo veloce, secondo la cifra compositiva del neonato cinema, appunto, avrebbero costruito l’interezza dell’immagine, puntando sui chiaroscuri, le luci e le ombre del personaggio. Senza nessuna illusione di oggettività, tuttavia. E’ lo scrittore che sceglie il dettaglio significativo. E’ lui che “scrive” con materiali di altri. E’ lui che insiste, per tornare al romanzo del ’35, sul particolare del monaco che all’improvviso compare alla stazione di Astapovo, disposto a dormire anche nella toilette della medesima, e che, come un corvo, si aggira fra giornalisti e parenti pur di incontrare l’illustre moribondo e indurlo a tornare fra le braccia di quella Chiesa ortodossa che lo ha scomunicato. Ma Tolstoj sapeva che sarebbe successo: “Che non si inventino un bel giorno qualcosa per convincere la gente che prima di morire mi sono pentito”, ha scritto l’anno prima sul proprio diario. Le sue volontà sono chiare, quello starec non sarà ammesso al suo capezzale. Anche tale circostanza narrativa evoca molte conversioni, quasi postume, a noi contemporanee. Alla fine, poco prima che quel vecchio venerato dal mondo spiri, la contessa Sof’ja, sarà fatta entrare. La donna supplica il marito di riconoscerla, di parlarle, ma Tolstoj guarda verso il muro, l’occhio vitreo. Solo a un certo punto la sua mano si muove, racchiudendo le dita a stringere una penna immaginaria. Tolstoj sta scrivendo, assente a tutti gli affetti come ogni artista. Di lì a poco il cuore cede. I telegrafi impazziscono, i giornalisti danno la stura a fiumi di parole, nonostante la stanchezza. Sono tre giorni che non dormono, aspettando di essere i primi a comunicare al mondo che il grande scrittore è morto. I cineoperatori piegano i cavalletti delle loro rudimentali telecamere. Lo spettacolo è finito.

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Senti chi parla, il creatore di libri

Paolo Di Stefano, Potresti almeno dirmi grazie – Gli scrittori raccontati dagli editori, Milano, Rizzoli, pagg. 418, € 22,00

30/05/2010

È il 18 settembre 1469 quando il Senato della Repubblica Serenissima delibera che il tipografo Giovanni da Spira può dedicarsi alla nuova “ars imprimendos libros”. Solo pochi nobiluomini del Gran Consiglio provarono a opporre qualche resistenza all’operato degli stampatori venuti dal nord Europa; si erano spaventati per le parole di un frate domenicano che, dal pulpito, continuava a incolpare quegli esecrandi todeschi di essere avidi di guadagni e affamatori di copisti e miniaturisti. Era l’alba di un cambiamento culturale che si sarebbe rivelato senza ritorno, nel viaggio dell’Occidente verso la modernità. Anche oggi c’è qualcosa di prepotentemente nuovo nell’aria, anzi nell’etere: l’editoria deve fare i conti con sempre più nuovi supporti mediatici che potrebbero far scomparire il caro vecchio libro. Qualche timore è diffuso fra gli addetti al lavoro editoriale, anche se prevale la curiosità.

Se ne discute, di questo e altro, nel brillante libro di Paolo Di Stefano, Potevi almeno dirmi grazie, raccolta di una serie di conversazioni con gli editori, di vecchia e nuova generazione. Un volume godibile, ricco di riflessioni e di esilarante aneddotica, in cui si guarda a una serie di snodi che aspettano al varco l’editoria, ma dove soprattutto si racconta quello che fin qui è stato. Provando a tenere a bada le nostalgie. Ne sono protagonisti gli scrittori, ma lo sguardo è quello di coloro che ne scelgono i testi, se li contendono, li difendono con i denti e gli anticipi, li abbandonano o ne sono abbandonati. Così, vengono raccontate risse e tradimenti, manie, ossessioni e narcisismi, quelli degli scrittori, che gli editori supportano e, talvolta, condividono. Nel senso che è una nobile gara… A voler essere, solo per un momento beninteso, poco reverenziali col sacro fuoco creativo, si potrebbe dire che grazie a questo libro si entra in un seducente, fantasmagorico manicomio, calato in un virtuale, enorme ristorante.

È lì che spesso si incontrano editor e scrittori per discutere di contratti, percentuali e prossime edizioni, e per verificare i sodalizi. Era lì che Giulio Einaudi, secondo un notissimo aneddoto diventato leggenda, infilava la propria forchetta nel piatto altrui, fra imbarazzi e rassegnazioni, salvo un giorno suscitare la reazione di Manganelli che, funambolo della parola, gli aveva obiettato: “Via le mani dal mio truogolo!”, andandosene stizzito. Già, il grande, controverso Einaudi. Anche il suo fantasma si aggira fra queste pagine, simbolo di quell’editore-protagonista che l’accelerazione industriale subita dall’editoria ha, nel bene e nel male, visto declinare. Ma la sua voce blasé ancora risuona. Alcune inquietudini si addensano di fronte alla parola “mercato”, oggi più che mai incisiva nella produzione dei libri, rispunta l’opposizione libri di cultura o di intrattenimento, mentre la zattera della società letteraria d’antan sembra sempre più lontana per far spazio a quella, più dissonante, delle tante voci del mondo o a quella, più  imprevedibile, dei nuovi lettori. Paolo Di Stefano, scrittore e giornalista, conosce bene il mare magnum che ha scandagliato. E chissà, forse non è un caso se il libro si chiude con la caduta di un mito, con un disincanto, appena un po’ amaro. Giusto suggello, preferibile alla predica dal pulpito del domenicano di turno.

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Sublime e tragica Bachmann

Hans Höller, La follia dell’assoluto – Vita di Ingerborg Bachmann, traduzione di Silvia Albesano e Cinzia Cappelli, Guanda, Parma, pagg. 230, € 18,00

09/05/2010

Nel romanzo di maggior successo di Ingeborg Bachmann, Malina, un vero e proprio best-seller, uscito nel 1971, un vecchio becchino definisce il luogo che, serialmente, domina un sogno della protagonista: “il cimitero delle figlie assassinate”. Quell’inquietante scenario onirico viene descritto all’insegna della più consolidata tradizione letteraria, uno sturm und drang connotato da un “tetro branco di nubi”, sulla quale s’innesca l’elemento più tragico del Novecento, rincarato da un trauma che la protagonista subisce. E’ in quel funereo spazio, infatti, “la più grande camera a gas del mondo”, che Malina resta imprigionata e viene abbandonata dal padre.
Nella biografia appena uscita da Guanda che lo studioso austriaco Hans Höller dedica alla Bachmann – ben documentata e narrativa, giocata sul rimbalzo fra vita e letteratura – , questa scena appare come una sorta di epicentro.
Vi si concentrano traumi e tabù, silenzi e sofferenze senza scampo e senza alcuna consolazione possibile di un’intera generazione: quella dei figli del nazismo – un nazionalismo al quale, nell’Austria invasa ma sottilmente alleata, si aggiunse anche l’intolleranza verso l’etnia slovena -, lasciati dalla Storia ad affrontare un’edipismo insopportabile, un conflitto davvero insanabile. Com’era possibile perdonare quei padri che erano stati conniventi con Auschwitz? E come parlargli, dopo che era sceso l’assordante silenzio della rimozione?
Per la generazione che aveva vent’anni nel dopoguerra, la letteratura si palesò come l’unica risposta possibile, l’assoluto simbolico che si assumeva tutta la carica di morte che quei padri, colpevoli fino all’ignominia, avevano prodotto nella realtà. Un assoluto ineluttabilmente tragico, là dove, per alcuni critici della scuola di Francoforte, nemmeno quelle parole “salvifiche” avrebbero dovuto essere pronunciate. Nemmeno la letteratura poteva avanzare diritti, dopo l’orrore dei campi di sterminio.
Per la Bachmann, una volta perduto il paradiso infantile di una Carinzia bucolica e piccolo borghese, quell’obbligo a fare i conti con i fantasmi della Storia, si tradusse in una condanna al dolore e alla peregrinazione. Irrequieta e profondamente instabile, andò raminga per l’Europa, prima a Vienna e poi in Germania (dove il Gruppo 47 elesse le sue poesie, poi raccolte ne Il tempo dilazionato, “fra le migliori in lingua tedesca della loro generazione”) e ancora a Parigi, Londra, in Italia, verso il sole di Ischia, destinato all’impresa impossibile di scaldare ossa raggelate, combattuta fra un’implacabile ambizione al riconoscimento letterario (determinazione sulla quale il suo biografo non tace) e la sofferenza sentimentale che ebbe i nomi di Paul Celan (la lunga corrispondenza con il quale l’editore Nottetempo sta per mandare in libreria con il titoloTroviamo le parole) e poi di Max Frisch. Qualche sollievo trovò nell’amicizia con Hans Werner Henze che, però, non poteva amarla perché omosessuale. Intanto la sua fama cresceva, insieme a pagine di lunghi racconti, romanzi, radiodrammi, insieme al consumo di alcool e psicofarmaci. Fino al rogo finale del suo letto romano nel 1973, tre anni dopo il suicidio di Celan e pochi mesi dopo la morte del padre.
Una vita tragica, in sintonia con i temi e le tonalità della sua scrittura che, a detta dello stesso Höller, ogni tanto si inabissava in derive “punitive”.
Ora però, dopo la lettura della sua biografia, resiste un dubbio. Che ne è, oggi, di quella che fu l’emaciata sacerdotessa del sublime tragico? Che cosa è successo dopo che Adelphi, negli anni Ottanta, le fece conoscere anche la gloria postuma, inserendola con coerenza e successo all’interno del proprio catalogo fino a quel momento a forte impronta mitteleuropea? Che  posto hanno, nel nostro immaginario, quell’idea di letteratura, quel registro, quello sguardo sul mondo?
L’impressione è che negli ultimi ventanni, il tempo di un’altra  generazione, le distanze si siano fatte rilevanti. E che lo sguardo degli scrittori sul mondo  abbia stemperato le cupezze e allentato le strettoie più ideologiche, complici le distanze prospettiche, la consapevolezza, il disincanto. Resiste, tetragono, forse non del tutto adeguato ai tempi, come ha suggerito con dolce cautela Franco Cordelli, solo in certa critica letteraria. Italiana.
Nella scrittura narrativa, il nichilismo che fondava quella poetica parla sempre meno al lettore, medio o forte che sia. Anche l’Adelphi ha ritrovato energia, e lettori, nella pubblicazione di scrittori di origine anglosassone, che magari scrivevano negli stessi anni della Bachmann, ma che non avevano vissuto direttamente lo strazio della dittatura e dei suoi eccidi.
Oggi, ai lati estremi delle tonalità narrative, forse il tragico ha lasciato il posto al grottesco, ma non si è spento l’insopprimibile bisogno di raccontare il mondo. Probabilmente, anche la percezione di quella Storia sta cambiando, nel bene e nel male. E i fantasmi più intransigenti si stanno allontanando, insieme agli assoluti.

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Finalmente un divulgatore

James Wood, Come funzionano i romanzi. Breve storia delle tecniche narrative per lettori e scrittori, traduzione di Massimo Parizzi, Mondadori, Milano, pagg. 178, € 18.

04/04/2010

Alle lezioni di James Wood, professore di critica letteraria ad Harward, nonché collaboratore del “New Yorker”, gli studenti ogni anno fanno a gara per essere ammessi, pronti a misurarsi in un’intransigente selezione. In classe non saranno più di quindici. E’ davanti a tale crème de la crème, come direbbe la Miss Brodie di Muriel Spark, citata spesso e volentieri da Wood, che lui propone letture, interpretazioni e storie delle forme narrative. Ce lo immaginiamo magistrale, seducente almeno quanto il suo libro, Come funzionano i romanzi, appena uscito da Mondadori. Luigi Sampietro, su queste pagine, aveva già avvertito che si trattava del “critico più convincente oggi in circolazione”. Ora anche il lettore italiano può ammirarne la brillantezza, oltre alla millimetrica conoscenza dei testi più canonici della letteratura classica e contemporanea. E chiunque s’interessi, a vario titolo, di scrittura narrativa, dovrà d’ora in poi ritenere questo libro indispensabile, semplicemente. Ma segnalarlo solo a una nicchia di lettori significherebbe non rendergli adeguato merito. Perché, Harward ci perdoni, è a un pubblico piuttosto numeroso che Wood è capace di rivolgersi, con leggerezza e profondità. La sola bibliografia meriterebbe di essere conservata da chiunque, in quanto utile a comporre una biblioteca “di base”: in rigoroso ordine cronologico, si viaggia dal Don Chisciotte della Mancia (1605 e 1615) fino ad arrivare alTerrorista di Updike (2006), passando attraverso alcuni degli scrittori che hanno confortato la nostra esistenza: Austen, Balzac, Stendhal, Proust, Joyce, Mann, Woolf, Waugh, senza tralasciare Le Carrè, Nabokov, Saramago, Roth, Bolano: dagli albori moderni del romanzo alla contemporaneità, perché i modi di scrivere cambiano nel tempo, insieme a quelli di vivere. Di tali letture Wood analizza l’aspetto tecnico, appoggiandosi a Forster, Sklovskij o Barthes, ma senza indugiare troppo nella teoria: i nostri critici accademici dovrebbero meditare, almeno un po’. Così, parla di punto di vista, voce narrante, personaggi, dialoghi, nonché di tutti quei “dettagli” di cui la vita è piena in modo “amorfo”, mentre la letteratura ci insegna a notarli, a riconoscerli nella quotidianità. Nessun tecnicismo tiene lontano il suo lettore, né lo spoglia del piacere del testo letterario, anzi. Dopo, quel testo è ancor più godibile, eloquente. Wood si fa l’eccellente divulgatore dell’arte di comporre un romanzo,  quelle storie nelle quali ci identifichiamo, con empatia, curiosità, paura; storie che, a saperle leggere, possono aiutare a vedere meglio anche le nostre vite. E racconta, piuttosto divertito, che nel 2006 il sindaco di una municipalità di Città del Messico ha stilato un elenco di libri da consegnare ai propri poliziotti, per renderli “cittadini migliori”: vi comparivano romanzi di Juan Rulfo, Garcia Marquez, Fuentes, Saint-Exupery, Agatha Christie e Egdar Allan Poe. Forse quell’anacronistico amministratore era un po’ normativo, ammette Wood, ma in realtà voleva segnalare ai propri vigilantes alcuni  vantaggi da ricavarne: quelle storie, infatti, aiutano ad avere una lingua più ricca, a conoscere il mondo per interposta esperienza e a estendere “la nostra capacità di immedesimazione in altri ‘io’. Questo significa studiare come funziona il punto di vista in un romanzo: guardare alla vita con un “altro” punto di vista. Bella lezione di laicità, caro professor Wood. E grazie per la sua ironia.

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Veduta su casa Tintoretto. Venezia e la famiglia del pittore

Melania Mazzucco, Jacomo Tintoretto e i suoi figli. Storia di una famiglia veneziana, Rizzoli 2009, pagg. 1226, €42.

28/02/2010

Tutto comincia molti anni fa quando, nell’inverno del 1990, una giovane Melania Mazzucco entra nella chiesa della Madonna dell’Orto, a Venezia, sestiere di Cannaregio. Ed è  ipnoticamente attratta da un quadro in cui una bambina sta salendo una grande scala, al culmine della quale la sta attendendo un sommo sacerdote. Il passo della bimba è incerto, ma viene incoraggiata da una donna che le mostra una coetanea, più in alto, già quasi al cospetto dell’autorevole prelato. Il cielo è denso di nuvole. E’ la Presentazione di Maria al Tempio, una tela dipinta da Tintoretto fra il 1554 e il ’56.
Da quel momento, con l’insinuarsi inesorabile dell’ossessione, la scrittrice si mette sulle tracce di quella piccola donna che sta crescendo, subito pensando, però, che in quel movimento ascensionale sia immortalata la figlia del pittore. E per parecchi anni, per alcuni mesi ogni inverno, si immerge negli archivi veneziani. Ne uscirà con un intenso romanzo dedicato proprio a quella misteriosa bimba e al suo complesso rapporto con il padre, intriso di amore, anticonformismo, ambizione, arte, di ammirati e ininterrotti sguardi reciproci: La lunga attesa dell’angelo (2008). Da poco, sempre per Rizzoli, ha pubblicato la corposissima documentazione servita per scrivere quel romanzo storico: Jacomo Tintoretto e i suoi figli. Confrontare i due testi è un’esperienza di estremo interesse per chi volesse verificare il rapporto fra documento e finzione, il vero e il verosimile. Ma per restare sulla biografia della famiglia Tintoretto, va detto subito che raramente capita di recensire un libro con analogo entusiasmo. In questa storia è tale il numero delle vicende, dei personaggi, degli ambienti, dei mestieri, dei luoghi, dei dati, delle scoperte documentarie, degli infiniti rivoli narrativi, e tale l’eccellente qualità della scrittura, che se ne può solo dire solo il meglio.
Alle spalle della complessa, eccentrica personalità di Tintoretto, e alla sua dedizione senza limiti alla pittura, fatta di gesti gratuiti e cinismo, vitalità e irriverenza a ogni autorità costituita, prima fra tutte quella di Tiziano (un maestro che temeva il talento dell’allievo), si apre lo scenario di una città, la Venezia della seconda metà del Cinquecento, che è, insieme, all’apogeo dello splendore e sul crinale di un declino senza ritorno. Una città dove vige, da secoli ormai, un’unica, indiscussa legge: quella di un mercato che è libero, e feroce, come nessun cittadino. Dove tutto si compra e si vende, arte compresa, uguale a ogni altra merce. Ma il Cinquecento veneziano è anche il secolo che ha avuto almeno due primati artistici e culturali: la pittura e l’editoria. I pittori si rubavano gli appalti, per poi produrre capolavori, e gli editori stampavano libri, di qualità e commerciali, la cui prima tiratura arrivava anche a tremila copie. Cominciavano ad apparire i primi best-seller, magari mentre in città scoppiava la peste, arrivavano nuovi cittadini da ogni dove, si allestivano le tante navi per la battaglia di Lepanto. Alcuni giovani, però, partivano partivano per l’Oriente, alla ricerca di luoghi più mistici e profondi. Come accadde a uno dei figli di Tintoretto, perduto nel nulla verso est. Jacomo aveva occhi solo per Marietta, la prima figlia, illegittima, che vestiva da uomo, studiava musica e si rivelò ben presto una valente pittrice, calcando le orme paterne ma morendo troppo giovane. Altre si fecero monache. Ed ecco allora che il lettore entra nei tanti conventi della città, nei lazzaretti, nelle osterie, nei bordelli, nelle sacrestie, nei sontuosi palazzi di nobili e mercanti; e si ferma davanti agli arredi, ascolta la musica che vi si suonava, partecipa alle feste esclusive e popolari. Intanto, Tintoretto continua a dipingere febbrilmente, fino alla vecchiaia, forse inseguito dai fantasmi di tutti coloro che la sua vocazione artistica ha inesorabilmente triturato, come si legge nel romanzo. I figli, e i tanti sconosciuti veneziani, verranno risarciti da un altro libro. Magnifico, splendido come quel secolo.

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