La passeggiata

41hINBYDMaL._SX293_BO1,204,203,200_“Un mattino, preso dal desiderio di fare una passeggiata, mi misi il cappello in testa, lasciai il mio scrittoio o stanza degli spiriti, e discesi in fretta le scale, diretto in strada. […] Il mondo mattutino che mi si stendeva innanzi mi appariva così bello come se lo vedessi per la prima volta”.

Ero molto giovane quando ho letto questo piccolo libretto, avrò avuto 15, 16 anni.

Il libro che ho ritrovato in biblioteca è del 1976, io sono del 1963. Forse 13? Non so. So che La passeggiata di Robert Walser è stato un incontro sublime, un libro che mi è entrato subito nel cervello e nel cuore e ancora adesso, appena ho pensato a quale autore e a quale libro può essere un modello per me, una guida, un riferimento, un viatico verso una scrittura mia ecco, ho pensato subito e senza il minimo dubbio: è lui! è Robert Walser con la sua radiosa Passeggiata.

In questo libretto (un centinaio di pagine della Piccola Biblioteca Adelphi) l’autore racconta solo questo: una sua passeggiata in una bella giornata di sole in un piccolo paese di campagna.

Che cosa rende questo libretto così significativo per me? Ho letto tanti libri, ormai, nella vita, che cos’ha, questo di così speciale?

Il protagonista della passeggiata vede il mondo come io vorrei vederlo sempre: come una successione di meraviglie. Ogni minima cosa che si incontra in questa passeggiata è densa di emozioni, di colori, di vita, di senso. L’insegna del fornaio, il sarto, una giovane donna che canta, una bottega di cappelli per signora, il gigante Tomzack, l’impiegato della banca, il passaggio a livello, due casette affiancate, una maestra, un albero, una trattoria con alloggio: “con grande attenzione e amore colui che passeggia deve studiare e osservare ogni minima cosa vivente […] le cose più sublimi e le più umili, le più serie come le più allegre, sono per lui in egual misura care, belle, preziose”. Ecco che cosa vorrei riuscire ad esprimere con la scrittura: la densità di senso di ogni minima cosa del mondo. Perché tutto è significativo e per ogni minima cosa vale la pena emozionarsi, impegnarsi, essere felici o indignarsi. Sì, anche indignarsi. Il protagonista della Passeggiata si indigna volentieri e fa le sue rimostranze con impegno e profusione di termini appropriati. Perché indignarsi è un segno di rispetto per la bellezza dell’universo. Se il mondo può essere estremamente meraviglioso bisogna combattere con tutte le nostre forze contro chi lo rende banale, uniforme e spento. E fargli capire esattamente dove e perché sbaglia. Non possiamo arrenderci.

Vorrei poter essere così seria, intransigente e combattiva e anche leggera, serena e gioiosa. Come il protagonista della Passeggiata, come Robert Walser, morto pazzo in un ospedale psichiatrico.

Che la terra ti sia leggera per sempre, Robert.

M.M.

Le avventure di Huckleberry Finn

 

Adventures of Huckleberry Finn. (Tom Sawyer's comrade).  By Mark Twain. With one hundred and seventy-four illustrations.   New York, Charles L. Webster and Company, 1885. SPECIAL COLLECTIONS: PS1305 .A1 1885c:  Copy 1: Original pictorial green cloth. Numerous newspaper clippings pasted inside both covers.  Gift of Dr. Wilbur P. Morgan of Baltimore. Small Special Collections Library, University of Virginia.  All rights reserved.

“Era solenne scendere a valle per quel fiume tranquillo, stesi sulla schiena a guardare su le stelle e non si aveva molta voglia di parlare forte… Il tempo era splendido, e durante quella notte non capita niente, né la notte dopo, né quella dopo ancora”.

Non “l’alto mare aperto” di Dante nel canto di Ulisse, ma il fiume Mississippi in Le avventure di Huckleberry Finn. Dopo tanti anni, mi sembra ancora di vedere il capanno nascosto tra gli alberi, sentire la zattera che scivola silenziosa sulla corrente.

Credo di aver divorato il capolavoro di Mark Twain in dosi superiori al massimo consentito ad una ragazzina.

Tra tanti libri, Huck è diventato subito il mio eroe.

Uno che dorme in una botte, racconta bugie, fuma, ruba, ammazza i serpenti. Si finge morto per sfuggire al padre ubriacone, odia la scuola e la vedova bigotta che lo obbliga a lavarsi e vestirsi.

Un ribelle. Sempre a caccia di libertà, in una terra di schiavi.

Avevo già letto Le avventure di Tom Sawyer. Niente a che vedere. Il primo, le storie le inventava. Il secondo, le viveva davvero. E io con lui.

Sul grande fiume americano credo di aver contratto un virus. Diciamo che ho fatto varicella, pertosse, morbillo e orecchioni, tutti insieme. Ma più che vaccinarmi, mi sono ammalata.

Ho amato così tanto quel libro e il suo protagonista, che ancora adesso, a distanza di anni, non saprei dire se mi abbia più spinto a scrivere o a vivere.

Per i critici Sawyer sarebbe l’alter-ego dello scrittore, mentre Finn ciò che fu prima di diventare famoso. Pilota di fiume, cercatore d’oro, umorista. E giornalista, come me.

Medicine non ce ne sono.

Torno nella botte o mi butto nel Mississippi?

I.V.

Per le strade di Londra

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In un vicolo semi buio, uno dei tanti che puoi trovare a Londra, Oliver Twist rincorre la sua banda di ladri. Lo vedo nascondersi in qualche ombra. Scappa Oliver! Gli urlo. Ma  le guardie l’acciuffano e lo trascinano via. Continuo a seguirlo, senza farmi vedere.

E mentre cammino rasente il muro illuminato appena dai lampioni a gas, sento un tintinno. Mi volto e vedo l’evaso Magwitch. Ha un’andatura goffa e un residuo di catena alla caviglia che picchia sull’acciottolato. Anche se non lo posso vedere bene in faccia sento che in fondo potrei fidarmi di lui. E non mi fa paura.

Appena voltato l’angolo, una porta sbatte. Ecco, sta uscendo David Copperfield. Ha gli occhi duri e una smorfia sulla faccia pallida. È triste, lo so. Il patrigno l’ha appena mandato via, destinazione un collegio privato.

Chiunque possa uscire dalle case che affacciano su quei vicoli è qualcuno che conosco bene o uno sgherro da cui prendere una certa distanza. In ogni caso, è gente che si muove intorno a me, qualcuno con cui poter parlare. E loro mi prendono per mano. E mi trascinano per quelle strade. In mezzo al fumo e al vapore di Londra.

È lì dove vivo molte ore al giorno. E nessuno può dirmi il contrario: è un tempo lontano, quello, non ti appartiene. Puoi tirarmi per un braccio, e allontanarmi da lì.

Ormai ci sono dentro, e con un balzo salgo su una carrozza che si muove incerta sull’acciottolato, e passa accanto a case con angusti cortili e muri scrostati. Vagabondi rotolano nella notte e ubriachi maldestri litigano. Garzoni di pub stanno per chiudere i battenti. Li potrei chiamare tutti per nome, perché li ho visti e incontrati più volte. Lancio un sorriso sui loro volti di carta poi giro pagina e anche loro mi salutano e vanno via.

Non posso fuggire, anche se non è mia intenzione farlo. Sono lì, tra quelle righe, che scorrono come il Tamigi. E non vorrei essere altrove.

Accendo la lanterna quando la notte invade la città. Faccio qualche passo poi mi fermo di scatto, qualcuno mi prende per mano. È un bambino. Un orfano. Invece di provare pena per lui o una gran voglia di strapparlo a quelle strade, lo seguo ubbidiente e fiduciosa, ovunque mi stia portando. Quel bambino mi trascina in vicoli sempre più stretti e bui. E quando, solo per un istante, oso gridare: basta! Ho paura, non posso più seguirti, quel bambino mi stringe la mano ancora più forte e sono convinta che niente e nessuno potrà allontanarmi da lì. E non lo vorrei. Sono arrivata qui, mi dico, pagina dopo pagina, e qui voglio restare.

Quel bambino mi guarda mezzo incredulo. Allora gli faccio una smorfia, e lui capisce. E non molla la mia mano. Bando alle ciance, si prosegue. E mi ritrovo ancora a camminare su quelle strade. Vedo Oliver Twist che esce da un camino, tutto nero, quasi affumicato e per poco ruzzola giù. E Magwitch, in un angolo buio, che si azzuffa con un altro evaso.

Intanto David Copperfield mi taglia la strada, ha il naso rosso e gli occhi pieni di pianto. Passa da un posto all’altro, e nessuno lo vuole.

Sono tutti lì, in quella Londra fumosa, solo per me. Mi prendono per mano e non mi mollano più.

Mi scaraventano nelle loro storie facendo finta di accompagnarmi. Potenti, e delicati. Mi sbattono in faccia tutto, proprio tutto, e sono convinta che questa sia la realtà.

È così, e basta.

E poi di nuovo a spasso, la notte, per quelle strade buie.

Paola Pozzo

The dead

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Pubblicare qualcosa all’altezza di un Maigret mi basterebbe per sentirmi  scrittrice. Ma se dovessi scegliere il procedere incerto alla luce di un capolavoro, allora vorrei “The dead”. Non ho letto quasi nient’altro di Joyce, però “I morti” l’ho letto più volte.

E’ veloce e possiede solo gli aggettivi necessari, una caratteristica che amo dell’inglese. Gli aggettivi sono sfumature d’acquerello; i sostantivi, case di pietra e mattoni. E la modernità è così, concreta. Prendete “The dead” e cambiate i dettagli d’ambiente e costume: potreste pubblicarlo domani.

Il quadro del racconto è molto comune. Una cena di Natale che si ripete ogni anno a casa di due anziane zie zitelle. Devo riconoscere che alcuni elementi mi attraggono a prescindere dal talento di Joyce: la neve, il Natale, la notte e tutto ciò che è “vecchia Inghilterra”. Le descrizioni dei personaggi avvengono quasi in sordina, attraverso i dialoghi e grazie a particolari disseminati qui e là, che creano spigoli e definiscono. Particolari che attribuiscono a ciascuno la sua ombra, qui un nervosismo, là un’incertezza o un eloquio esagerato. E l’ambiente, l’ambiente è precisissimo nel rappresentare portate, musiche e affettuosi riti borghesi.

Tutta questa precisione soffocante, rassicurante eppure vivace nel suo essere ordinaria,  procede sin quasi alla fine, quando Gabriel, il punto di vista del racconto, “in una zona buia dell’anticamera” intravede una donna immobile sulle scale. E’ sua moglie Gretta e la loro è una coppia ancora viva di desiderio, un amore ben assortito. Ma in questa precisa cena di Natale, una musica al pianoforte ha ricordato a Gretta un ragazzo di paese, sensibile e malato, che l’amava con il romanticismo totale degli spiriti accesi e che a 16 anni si lasciò morire d’amore per lei. Così sulla scena appaiono e la invadono tutta le ombre, il non detto, la solitudine dei ricordi e dei sentimenti rimpianti.

Alla fine di “The dead” è come provare per la prima volta il sentimento autentico della morte.  Le pagine conclusive, ma soprattutto gli ultimi capoversi, sono un miracolo di scrittura. A 25 anni, James Joyce aveva trovato parole e immagini perfette per entrare nel mondo dell’immobilità e dell’ignoto.

Rosanna Biffi

I Melrose

melroseAmo molto ” I Melrose”, romanzo di Edward St Aubyn, scrittore inglese nato nel 1960. Tra il 1992 e il 2005 St Aubyn pubblica quattro romanzi, che saranno editi in Italia soltanto nel 2013 da Neri Pozza sotto un unico titolo, “I Melrose” appunto; nello stesso anno l’editore pubblica anche la traduzione di “At last”, uscito nel 2011, con il titolo “Lieto fine”;  la traduzione in italiano dei cinque romanzi originali è di Luca Briasco.

Il romanzo (per comodità ne parlo come di un unico romanzo, in realtà è una serie di cinque testi) narra la vita di Patrick Melrose, un giovane avvocato dell’upper class inglese, dall’infanzia fino ai suoi quaranta anni circa. Ambientato in epoca odierna, è circoscritto a pochi luoghi: una villa in Provenza, alcuni alberghi a New York, una residenza signorile nella campagna inglese, appartamenti borghesi e ospedali psichiatrici a Londra, nonché ad alcune funeral home. Dunque, Patrick. Un’infanzia infelice, vittima di David, padre sadico, dal quale Eleonor, madre debole e vile, non sa difenderlo; una giovinezza torturata da ricordi non rimossi e dall’uso distruttivo di droghe, farmaci e alcol; un’età adulta incerta e dolorosa, tra patologie depressive, alcolismo e ricoveri in clinica, che gli costeranno la separazione dalla moglie Mary e dai figli ancora bambini Robert e Thomas.

Un inferno moderno che St Aubyn indaga attraverso l’intelligenza acutissima di Patrick Melrose stesso, fredda e sarcastica, esercitata soprattutto contro sé stesso, e una profonda coscienza del dolore, che paradossalmente inchiodano il protagonista all’inazione,  perché agire è volgare e il dolore ineliminabile. Il viaggio drammatico di Patrick nella propria storia si conclude con il riconoscimento di ogni dolore, anche di coloro che sono stati la causa del suo, a loro volta vittime, e con la consapevolezza che non è il perdono ma la comprensione che apre la strada a una possibile salvezza, e a ricominciare a vivere, forse una vita meno infelice.

La narrazione è in terza persona ma dal punto di vista del protagonista, cui l’autore si avvicina talmente e con tale precisione e partecipazione emotiva da ingannare quasi il lettore, dandogli l’impressione che sia Patrick a parlare di sé in prima persona. Le figure retoriche, le metafore, le similitudini sono originalissime, audaci, insolite e ogni volta mi conquistano (ho già letto tre volte il romanzo). I dialoghi, elegantissimi e snob, sono lo strumento con cui St Aubyn descrive e presenta i vari personaggi, dando loro una vivacità di carattere immediata e indimenticabile. Il linguaggio è colto, opportuno alla complessità di un’indagine psicologica che il protagonista disturbato compie su sé stesso, con speculazioni intellettuali ardite e considerazioni morali non comuni. L’insieme è impegnativo per il lettore ma estremamente affascinante perché alla complessità della materia narrativa corrisponde una lingua agile, fluida, di grande eleganza, verrebbe da dire naturale.

Ho a lungo creduto che l’inglese fosse una lingua particolarmente duttile e che la grande tradizione del romanzo borghese e di conversazione inglese fosse essenziale per raggiungere la qualità di questo romanzo di St Aubyn, ma l’ottima traduzione in italiano mi ha convinto che anche la nostra lingua può offrire le stesse opportunità narrative; certo, manca una tradizione specifica o è piuttosto stentata, ma si può almeno tentare.

GB

Maree

di Laura Tosi

Sea: Morning after circa 1830 Joseph Mallord William Turner 1775-1851 Accepted by the nation as part of the Turner Bequest 1856 http://www.tate.org.uk/art/work/D35985

Sono seduta sulla sabbia bagnata, le mani affondate nelle tasche, oggi non piove, solo nuvole minacciose e un vento che frusta la schiena senza pietà.

Il mare mi chiama, scappa lontano da me e poi ritorna, ancora e ancora, sempre più agitato, sempre più minaccioso, sempre più invitante. I pensieri seguono il movimento delle onde, vanno e vengono, si ingrossano, si gonfiano e poi si infrangono lasciandomi il cuore pesante, il ritornello di una vecchia canzone risuona ossessivo nella mia testa:

tu sei dentro di me come l’alta marea che compare e scompare portandoti via”.

Ma guardati: ancora con quella faccia scura, cosa vai cercando? Perché stai a massacrarti davanti al mare?

Cerco la pace.

E la cerchi davanti a un mare in burrasca?

Mi rappresenta.

Sì, come il grido di Munch.

Cosa vuoi?

Tu non vuoi me, non mi vuoi veramente, così come non mi vuole lei.

Non è vero, io ti voglio bene. La cerchi ancora?

Perché?

Perché ho bisogno di capire.

Non c’è niente da capire, niente che tu non abbia già capito, niente che ci possa ridare quello che non abbiamo avuto.

Eppure una chiave di lettura ci deve essere, non può rimanere tutto così sospeso.

Vieni via, andiamo a ripararci in casa, una coperta calda, una tazza di tè bollente, la scatola con tutte quelle foto in bianco e nero e mi racconti, lo sai che so ascoltare.

Ne abbiamo parlato tante volte, cosa credi possa essere cambiato?

Forse niente, forse tutto, chi può dirlo, magari avremo un’illuminazione e potremo rinascere.

Raccolgo la mia sacca e volto le spalle al mare; non ho voglia di rientrare in casa, ma stare qui non ha più senso, l’incantesimo si è rotto e il freddo mi è entrato nelle ossa: ora lo sento.

Brava piccola mia, ci vogliono un po’ di coccole, ci penso io, prepariamo il tè allo zenzero: sei proprio sicura che non ti voglio bene?

Seduta sul tappeto sorrido, il mio tè preferito, la mia coperta di pile rossa con i gufi bianchi e le foto sparse tutto attorno.

Coraggio, tutti in scena, silenzio, su il sipario e …

Guarda. Questa te la ricordi? Una spaccata così non è da tutti, ma allora era facile, il divaricatore portato per mesi ha reso le gambe svitate, allora di svitato c’era solo quello, ora…

Ti prego, non cominciare con i piagnistei.

Non mi sto lamentando, ricordo solo che ero sempre malata, una sfiga dietro l’altra, mai niente di grave per fortuna, ma quando stavo male lei mi accarezzava, mi parlava sottovoce, mi stava vicina. Era bello stare male.

Ma dai, figuriamoci. Non mi ricordo, sei sicura?

Sì, quando guarivo lei non si comportava più così, non mi cercava mai, adesso lo posso dire: non ci ha mai amato.

Oh, questa sì che è una novità!

Non prendermi in giro. Guarda questa: estate al mare con papà, stiamo uscendo dall’acqua, sembro proprio felice. Mare, anche allora. E sorrisi, solo allora.

Ti manca papà?

Da morire. Lui la amava, no, la adorava. Ti ricordi come la guardava? Ho sempre pensato che avrei voluto essere guardata così da un uomo.

Ci risiamo, adesso parti con il solito ritornello “nessuno mi vuole bene”.

Se devi rompere lasciamo stare.

No, scusa, continua.

Accarezzo le foto con lo sguardo, non so quale prendere in mano, ne scelgo una, poi cambio idea e ne prendo un’altra, alla fine decido per quella in cui lei, giovane e bellissima, sorride sfrontata affacciata ad un balcone.

Guarda com’è bella, difficile confrontarsi con un esemplare così. Sembra felice. Chissà dove ha nascosto il terrore provato da bambina quando è rimasta chiusa fuori dal rifugio antiaereo con le sirene che urlavano impazzite in una Milano quasi deserta. In questo sorriso furbo non ne è restata traccia.

Non ha avuto una vita facile.

Questo lo so, quello che non so è cosa l’ha fatta diventare la donna di ghiaccio che è oggi. Ho bisogno di prendere le distanze da lei, ha ancora troppa influenza su di me, mi prosciuga di ogni energia, mi riempie di angosce e sensi di colpa.

Lo sai bene che sei tu a darle tutto questo potere, ne abbiamo parlato un sacco di volte, sembri un disco rotto, un manuale di psicologia abusato.

Hai ragione. Sto cercando di ricordare qualcosa di allegro, ma è così difficile, un momento, aspetta, guarda questa foto, me ne ero dimenticata, guarda come sorride abbracciando un enorme mazzo di margherite bianche, aveva voluto raccoglierle a tutti i costi, ha obbligato papà a fermarsi a bordo strada, ricordi come rideva lui quando siamo rientrate in auto? Ci ha chiesto di controllare le suole delle scarpe, era sicuro che qualcuno avesse calpestato una cacca e invece erano le margherite: belle, candide  e pestilenziali.

Mi piace sentirti ridere, lo fai così di rado.

Non è vero, ogni tanto mi rattristo, ma ormai capita sempre di meno e poi passa presto.

Ne sei proprio sicura?

Mi alzo per sgranchirmi un po’ le gambe, ho bisogno di musica, prendo un CD dalla pila e lo infilo nel lettore, lascio che sia il caso a decidere quale sarà l’atmosfera e il caso, come l’inconscio, è fetente: le note struggenti di una fisarmonica riempiono la stanza, avevo dimenticato di avere una raccolta di tanghi argentini.

Seguo il ritmo che si fa incalzante e sensuale, chiudo gli occhi e accenno qualche passo di danza.

Io lascerei stare se fossi in te, sembri un pezzo di legno.

Sempre carina, non ti smentisci mai.

Ma dai, lo diceva sempre anche papà che ballare con te era più faticoso che fare un trasloco.

Sono pesante da portare e anche da sopportare, lo so. Per papà c’era una sola ballerina: mamma. Ballava unicamente con lei, quando volteggiavano sulle piste da ballo sembravano senza peso, così sicuri, così belli, mi facevano molta invidia, lo ammetto, ma anche in quelle poche occasioni in cui accettavo di andare con loro lei riusciva sempre a umiliarmi, a farmi sentire goffa e inadeguata obbligando i loro amici a farmi ballare.

Sei sicura di non esagerare? Guarda le cose da un altro punto di vista, magari voleva solo renderti partecipe, farti divertire.

Quando fai così ti odio, non cercare di indorarmi la pillola, non cercare di nascondere ancora la testa sotto la sabbia, senza verità non ci sarà quella che tu chiami illuminazione, non è facendo finta che non sia successo che tutto tornerà a posto, non mi fa piacere, ma ormai devo accettare che è una donna anaffettiva, non le sto facendo una colpa, sto solo cercando di farci i conti.

Wow, la tristezza lascia posto alla rabbia, si cambia registro.

Ridi, ridi pure, ma è la rabbia che mi ha aiutato in tutti questi anni, che mi ha tenuto a galla.

Lo so, cercavo solo di sdrammatizzare, non te la prendere.

Già, la fai troppo semplice, ci sono cose che io non posso dimenticare, cose che non riesco ancora oggi a digerire.

Tipo?

Per anni ho cercato di capire cosa l’avesse spinta a mettere al mondo un figlio, poi una malaugurata sera mi sono decisa a chiederlo, era la domanda delle domande, quella che non si dovrebbe mai fare ad alta voce, quella per cui sono auspicabili pietose bugie o a cui una madre dovrebbe rispondere con un largo sorriso. Ero furiosa e alla fine di una delle nostre sterili litigate le ho chiesto perché non avesse scelto di abortire, ti ricordi la risposta? “Ho fatto di tutto, ma non ci sono riuscita, eri testarda già da allora”.

Non dovevi chiedere.

Non doveva rispondere. Non così.

Non si fanno domande di cui si conosce già la risposta, devi fartene una ragione.

Lo so, ma il suo modo di non essere madre ci ha condizionato la vita.

Come ne usciamo?

Non lo so, forse basterebbe il perdono.

Forse dovremmo andare oltre.

Il suono insistente del telefono mi riporta al presente, sul display del cellullare leggo MAMMA e mi viene voglia di scappare.

Prendo fiato, un lungo respiro e accetto la chiamata.

Ciao mami, sei a casa? Tutto bene?

Sì, ma tu quando pensi di arrivare? E’ tardi, io ho già cenato.

Lo so, arrivo domani ti ricordi? Adesso sono al mare, chiudo casa e poi parto.

Ma devo prepararti il pranzo? Non ho niente in casa.

Non ti preoccupare, mi arrangio.

Bene, buona notte.

Mi sistemo addosso la coperta e prendo tra le mani la tazza di tè, è diventato freddo anche lui, dovrei farne dell’altro, dovrei mettere un altro CD, dovrei accendere la luce, ma non ne ho voglia.

Non ho più nemmeno voglia di parlare con l’altra me, ho bisogno di silenzio.

Purtroppo, anche per questa volta, nessuna illuminazione, nessuna rinascita, ma non disperiamo: dopotutto, domani è un altro giorno.

Piccole devozioni

di Eugenio Gaslini

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Quando viene è perché ha bisogno di qualcosa. Di solito ha bisogno di ascolto. Mi chiama, mi chiede come sto; se mi sente un po’ rigido mi prende in giro. Ci riesce così bene che mi ritrovo a ridere. Allora lui dice che sarebbe bello vedersi e propone di uscire a cena, magari per una pizza.  Per me va bene. Mi fa piacere vederlo. Forse non desidero altro. Anche se negli ultimi tre mesi ho lottato per non cedere alla tentazione di chiamarlo, di scrivergli un messaggio sul cellulare. Ho lottato, non per una questione di principio, ma perché conosco la verità: non sono niente per lui, se non un paio di orecchie attente. Ma se mi chiama, e mi propone di uscire, dico sempre di sì.

E’ triste rendersi conto di essere solo un paio di orecchie. Eppure è così. Io sono quella coppia affiatata di padiglioni auricolari. Da sempre. Dai tempi delle scuole superiori, quando Betty veniva a casa mia e mi raccontava dei baci segreti del pomeriggio appena trascorso con un ragazzo di tre anni più grande di noi. Veniva per raccontarmi i baci e per ritirare le tavole di disegno tecnico che avevo fatto al posto suo. Fare due tavole anziché una non mi costa niente, le avevo detto, quando l’avevo vista preoccupata dopo che il professore, da un giorno all’altro, ci aveva assegnato quel carico di lavoro aggiuntivo. Lei aveva già programmato di uscire con quel ragazzo. E quando fosse rientrata, avrebbe dovuto studiare per il compito in classe di francese. Non aveva proprio tempo per quelle tavole. E io, che non avevo nessuno da baciare, l’avevo resa felice dicendole di stare tranquilla, che alle proiezioni ortogonali ci avrebbe pensato il sottoscritto. Betty mi aveva abbracciato. E quell’abbraccio era stata la mia unica ricompensa, perché la mia spontanea generosità non sarebbe stata premiata dai risultati. Il professore avrebbe valutato la mia tavola con un discreto sette, specificando che c’era qualche imperfezione, qualche sbavatura, e la sua con un convinto otto, omaggiando la sua consueta precisione. In pratica Betty si era conquistata fama di precisa disegnatrice tecnica grazie ai disegni che facevo al suo posto. E quel segreto era il collante della nostra amicizia. Lei usciva e baciava; e baciando imparava a destreggiarsi nella vita. Mentre io disegnavo per lei.

Betty era solita dirmi: Sei il mio frate confessore. Dopo essermi confidata con te mi sento sollevata. Col tempo Betty ha lasciato il posto, nell’astratto confessionale di cui ero il sovrano, a Alessandra che a sua volta l’ha ceduto a Luisa che si è fatta da parte a vantaggio di Roberta. Potrei andare avanti a lungo con la lista dei nomi; le mie orecchie hanno sempre avuto molto lavoro. E hanno cercato di svolgerlo al meglio.

La novità degli ultimi anni è che a confidarsi con me non sono più soltanto donne. Ci sono anche uomini. Evoluzione che ha dato origine a qualche complicazione. E’ rimasta intatta la mia predisposizione a non giudicare, ma il mio coinvolgimento è cambiato. Anche il mio ruolo, a dire il vero, è cambiato. Di norma le donne cercano solidarietà, gli uomini uno sfogo.

Ora, davanti a una pizza fumante, seguo con attenzione il resoconto dell’ennesima delusione lavorativa di questo ragazzo che conosco da poco più di un anno e che, grazie ad alcune piccole attenzioni, è riuscito a conquistarsi un discreto spazio nell’olimpo delle mie amicizie.

Ha nove anni meno di me e questa circostanza lo incoraggia a ritenermi una sorta di fratello maggiore. In realtà un fratello maggiore lui ce l’ha già. Ma non lo nomina mai.

Come un fiume di piena, mi spiega di aver fatto dei lavori a casa di un amico. Non dei semplici lavoretti, ci ha lavorato per tre settimane di seguito. E il suo amico non solo non l’ha ancora pagato, ma non gli risponde neppure al telefono.

Gli consiglio di scrivergli un messaggio generico e cordiale e di puntualizzare il mancato pagamento.

Non sono bravo a fare queste cose ribatte secco. E così mi ritrovo a dettargli il testo, mentre la pizza un po’ si raffredda.

Dopo dieci minuti, riceve un sms di risposta dal suo amico che mi legge ad alta voce: Scusa per il ritardo. Ho avuto un periodo incasinato. Provvedo nei prossimi giorni. E’ perplesso, tuttavia il suo sguardo si distende. Ne approfitto per tentare di cambiare argomento. Gli chiedo come va con la pallanuoto.

Normalmente quando parliamo di pallanuoto, si rasserena e diventa più gioviale. Ma stavolta si limita a dire che va tutto bene, che i ragazzi entrati nella squadra questa stagione sono simpatici. Vorrei che mi raccontasse qualcosa in più di quei ragazzi, che me li descrivesse fisicamente, ma avverto che scalpita per riferirmi altri problemi. Problemi che ha con il suo socio. A dire il vero non è proprio un socio, non hanno costituito una società insieme. Però collaborano da anni. Ebbene, quello che lui definisce il suo socio, a volte lo tradisce preferendo un altro artigiano al suo posto.

Provo a formulare delle ipotesi sul comportamento del suo socio che nel mio intento dovrebbero gettare acqua sul fuoco del suo risentimento. Ma lui scuote la testa e sbotta: Si comporta così per dimostrare che ha il coltello dalla parte del manico!

Annuisco, probabilmente ha ragione. Gli consiglio di provare a collaborare anche con altri artigiani. L’ho già fatto, taglia corto lui. Ma devo ancora vedere i soldi.

E’ deluso. Profondamente deluso. E io non so come consolarlo. Oltretutto, ogni volta che porta il boccale di birra alla bocca, il suo bicipite si contrae e io devo vincere la tentazione di tastarne la consistenza. La sua pelle è liscia. Ed è il motivo per cui perdo due ore a cercare soluzioni ai suoi problemi lavorativi. E’ la sua pelle liscia che mi è capitato di vedere altre volte spuntare sotto la maglietta a tenermi in pugno. E’ quella porzione di natiche che ho scorto di sfuggita un giorno che si era chinato a raccogliere le chiavi a inchiodarmi alla sedia in religioso ascolto. Sono vittima di quei fotogrammi brevi ma potentemente nitidi.

Quando usciamo dalla pizzeria si accende una sigaretta. Ha ancora voglia di parlare e io di guardarlo mentre avvicina e allontana la sigaretta alla bocca. Quel semplice gesto tende il suo bicipite e solleva leggermente la t-shirt, ma non abbastanza da permettermi di rivedere il suo addome glabro. Vorrei abitare in riva al mare per proporgli un bagno di mezzanotte. Contemplarlo mentre si libera degli indumenti prima di buttarsi in acqua.

All’improvviso smette di parlare e mi guarda come se mi vedesse solo adesso. Forse si rende conto di aver sempre parlato lui. Con astuzia sposta l’attenzione su di me provocandomi con una delle sue battute canzonatorie. La ritrovata voglia di scherzare che colgo nel suo sguardo di sfida mi incoraggia a rispondergli fisicamente afferrandogli il bicipite. Lui ride e io non allento la morsa. Ed è’ in quel preciso istante che capisco perché sono lì, perché lo sto ascoltando da quasi tre ore. Per quel furtivo contatto fisico che mi fa sperare in contatti ben più intimi e prolungati.

Si è fatto tardi. Saliamo sulla mia macchina. Guido fino al parcheggio dove ha lasciato la sua. Scende. E si accende subito un’altra sigaretta. Non lo lascio fumare per strada da solo. Scendo anch’io. Non fumare! lo ammonisco. Abbi cura dei tuoi polmoni! aggiungo solo per aver la possibilità di posargli la mano sul petto. Dopotutto i polmoni sono lì sotto, e la mia incursione appare  giustificata.

Vorrei smettere, dice lui, aspirando il tabacco. Ma non è il periodo.

Non è mai il periodo, sarei tentato di rispondere, ma lascio perdere perché colgo il rischio che ricominci con altri problemi.

La sigaretta viene spenta. E’ ora di salutarci. Mi offre la mano in maniera neutra, come potrebbe offrirla a un conoscente, non a qualcuno che è stato tre ore ad ascoltarlo. Quella stretta di mano impersonale mi ferisce. Entro in macchina facendo attenzione che passino anche le orecchie. Ho la sensazione che siano diventate enormi. Mi osservo allo specchietto retrovisore: le mie orecchie sono incollate al cranio e sembrano piccine rispetto al lavoro che hanno svolto stasera.

Prima di coricarmi controllo sul display del cellulare se mi ha inviato un messaggio, magari per ringraziarmi dell’ascolto, magari per chiedermi se sono arrivato, visto che ho percorso un po’ di strada per tornare a casa. No, nessun messaggio. Mi riprometto che mi asterrò dal chiamarlo per un po’. Poi spengo la luce e nel buio mi torna alla mente la sua pelle liscia, il suo bicipite massiccio. Allungo un braccio fino al comodino per prendere il cellulare. Gli scrivo che la serata è volata e sono stato bene in sua compagnia. Com’era prevedibile non mi risponde. Il suo nome tornerà a comparire sul display del mio cellulare solo nel momento in cui avrà di nuovo bisogno di qualcuno che lo ascolti. Che lo ascolti con devota attenzione come solo le mie orecchie sanno fare.