L’acaro

acaro

di Fabrizia Villa

Sono nato nel momento giusto e nel posto giusto, una cosa non da poco per quelli della mia specie, soprattutto quando sai che la vita te la devi giocare in 80 giorni. Neanche tre mesi, tanto è concesso vivere a noi acari maschi, la metà delle nostre sorelle e nulla se paragonato alla vita media di un essere umano.

Il mio uovo, dicevo, si è schiuso proprio nel momento migliore, a luglio, il mese che più di ogni altro garantisce temperatura e umidità perfette per la nostra sopravvivenza. Il luogo non poteva essere più indicato: l’ambassador suite dell’hotel Principe di Savoia, un tripudio di drappeggi, tappeti e cuscini. Qui, tra damaschi, broccati, sete preziose e qualche imperdonabile scivolone sul sintetico, trascorro le mie giornate votate al piacere fine a se stesso. Polvere, forfora, pelle morta e unghie sono la mia gioia quotidiana. Più ne mangio e più ne mangerei. D’altra parte in qualche modo bisogna pur compensare la totale assenza di altri svaghi, a cominciare dal sesso, una vera rarità per noi acari, un atto veloce e meccanico che nell’arco della nostra vita si compie al massimo un paio di volte e senza troppe sorprese. Una realtà non semplice da accettare per uno che trascorre le proprie giornate nel materasso di un albergo.

Qui sono veramente in pochi ad arrivare con la moglie; e di pelle, giovane e fresca, da mandar giù ogni giorno ne sento proprio tanta. I corpi, le briciole fragranti delle prime colazioni e i lunghi capelli delle ragazze che passano da questo materasso non li posso, infatti, vedere, mancandomi del tutto gli occhi, ma le otto zampe che la natura mi ha voluto regalare le uso tutte e nel modo migliore per immaginare quale possa essere l’aspetto di chi mi dà piacere.

Un altro senso che ho imparato a sviluppare nel tempo è l’olfatto. Posso dire senza esitazione quale sia il colore della pelle, la provenienza, il sesso e l’età di una persona sentendone l’odore; ho imparato a identificare l’aroma di gioia, tristezza, paura e eccitazione di chi s’infila in questo grande letto. La sera capita che i profumi ingannino, ma alla mattina le persone si svegliano per quello che sono e io riesco finalmente a classificarle per il mio piccolo bestiario personale.

Giorno dopo giorno mi sono trasformato in un entomologo, sempre alle prese con gli esemplari bizzarri, ma anche prevedibili della specie umana. I modelli di comportamento, le piccole manie di uomini e donne si ripetono quotidianamente fino quasi ad annoiarmi, soprattutto quando è l’amore o il desiderio a fare agire gli oggetti delle mie osservazioni.

La morte e lo scorrere del tempo sono le uniche cose che ancora mi sorprendono. Questa continua scommessa su quanto e di che tipo sarà il tempo che rimane da vivere è qualcosa che fatico ancora a spiegarmi. Ho scoperto così il senso consolatorio e rassicurante di nascere con una scadenza precisa. Quegli 80 giorni scritti nel mio dna mi lasciano vivere serenamente le mie giornate senza quel senso di vertigine che affligge gli uomini, sempre in bilico tra l’essere e il non essere. Le loro vite trascinate o appese a un filo sembrano condizionare il ritmo quotidiano delle loro azioni.

Sul mio materasso passano i voraci divoratori del tempo, lanciati al galoppo per percepire la vita come fosse una scia, i coltivatori di rimpianti, perennemente cullati nella loro melanconia e nella loro pelle abbondante, i vampiri della giovinezza, incapaci di farsi una ragione del passare dei giorni, e quelli che della morte hanno così paura che preferiscono sceglierne i tempi piuttosto che esserne sorpresi. È capitato anche questo nelle mie giornate da parassita, ho assistito impotente a un suicidio e ho assaggiato il gusto della morte, il sapore di una pelle che pelle non è più, inaridita in un attimo dall’assenza di vita.

Ieri, poi, la morte ha sfiorato anche me, e a portarla nella mia breve esistenza è stata una delle poche persone con cui ho stabilito una consuetudine. Forse parlare di frequentazione è esagerato, ma Gabriela torna quasi ogni giorno a farmi visita. Con il cellulare sempre stretto tra l’orecchio e la spalla riordina la suite per mettere in scena quella grande finzione che sono le camere d’albergo: piene, ma vuote allo stesso tempo, sempre nuove ogni volta che si apre la porta.

Di Gabriela conosco tutto: la vecchia mamma, i racconti dei figli che crescono, l’illusione del marito che l’aspetta. Lei sì che non pensa alla morte. Ogni suo movimento è costruzione di vita, soprattutto altrui. La fatica la sottrae alle preoccupazioni, alle vertigini di precarietà e la spinge avanti. Guai a fermarsi. I gesti sono diventati così automatici, vuoti di pensiero, sempre identici a loro stessi.

C’è solo un lavoro che Gabriela detesta: passare l’aspirapolvere. Troppo rumore, impossibile parlare con Isabel e Miguel quando quell’arnese infernale è in funzione. E allor meglio usare la scopa. Ma ieri no, ieri la direzione ha ordinato di procedere alla semestrale pulizia dei materassi. Così Gabriela ha imbracciato l’aspirapolvere e si è avvicinata al letto. “Prendimi”, ho pensato. “Porta l’imprevisto nei miei 80 giorni”, ma il telefono di Gabriela è suonato. Era Ignatio, suo marito. Lei ha abbassato l’aspirapolvere e si è lasciata cadere in lacrime sul letto. E io, finalmente, l’ho assaggiata.

Annunci

Propositi per l’anno nuovo

Christian Hill

xmas-typewriter

1) Frasi più lunghe. Meno punteggiatura. Respiro più ampio. Sempre
2) “Devo cercare di ridurre il peso dei dialoghi nei miei scritti” mi dico. “Ho proprio ragione!” mi rispondo.
3) Ovviamente, occorre che io riduca effettivamente e immediatamente la quantità di avverbi che uso. Indiscutibilmente.
4) Devo stare attento a non usare ripetizioni di parole e cercare di utilizzare invece parole diverse con più attenzione.
5) Dovrei cercare sempre un tema, qualcosa di cui parlare davvero. Qualcosa da dire. Non è difficile. Posso cominciare quando voglio. Ne ho a bizzeffe, di temi, pronti per l’uso. Per esempio… Vabbeè, ok, così su due piedi non me ne viene in mente neppure uno. Ma se mi metto d’impegno li trovo. Giuro.
6) Cercare di ricordarsi che troppi luoghi comuni stroppiano un attimino.
7) Stera più ettanto a digitera, soprettutto prastera più ettanziona ella “a” a ella “e”.
8) Durante la scrittura, devo stare più concentrato e cercare di non distrarm… un attimo, torno subito

L’importanza di chiamarsi Pilotti

di Giulia Pilotti

2177_1078874699520_1866_n

Il padre di mio padre era un colonnello dell’esercito e il suo non era solo un mestiere, ma un modello educativo. Appoggiare i gomiti sul tavolo da pranzo e avere dei sentimenti erano solo due delle sciatterie che in casa Pilotti erano considerate semplicemente inaccettabili. Se potessi tornare indietro nel tempo, nel 1972, a un pranzo del Circolo degli Ufficiali di Bologna, incontrerei un bambino magro di 9 anni con degli occhiali dalla montatura troppo spessa e le ginocchia troppo convergenti, intento a sistemarsi il nodo di una cravatta troppo grande. Del resto, anche presentarsi al Circolo degli Ufficiali senza cravatta era semplicemente inaccettabile. Quel bambino strabico era mio padre e forse ora non lo riconoscerei affatto.

Adesso Maurizio Pilotti è un signore imponente, il tipico genitore che il tuo ragazzo del liceo preferirebbe non conoscere: due metri di uomo barbuto con occhi chiari da lupo siberiano. In ogni stagione dell’anno le maniche della sua camicia sono arrotolate, come se fosse sempre pronto a prenderti a pugni. Eppure c’è stato un tempo in cui a prenderle era lui.

So che una volta, da bambino, venne mandato a comprare il lambrusco e sulla strada del ritorno un cane piuttosto arrabbiato lo inseguì fino a casa. Mio nonno, a cui mio padre non riferì dell’inseguimento perché avrebbe dovuto ammettere di aver avuto paura e la paura è per i deboli (e quindi assolutamente inaccettabile), si trovò ad aprire una bottiglia che gli esplose tra le mani dopo essere stata agitata con cura per diverse centinaia di metri. Il colonnello non la prese bene e tra un ceffone e l’altro, all’età di 7 anni, il piccolo Pilotti decise che tipo di genitore sarebbe diventato: sarebbe diventato sua madre.

Mia nonna era mamma a tempo pieno. Far sentire amate le persone che ama è sempre stato il suo talento maggiore (oltre a quello per la gratinatura al forno). Maurizio si rese conto in breve tempo che tra il signore che si sfilava la cintura ogni due per tre e la signora che lo rimpinzava di cibo delizioso, non c’era proprio gara.

Ci sono stati anni in cui nascondere qualsiasi affinità con il padre gli è riuscito particolarmente facile: bastava indossare una passamontagna e battersi a colpi di molotov per cause che non solo il colonnello non avrebbe appoggiato, ma che avrebbe preso a cannonate senza pensarci due volte (la rivoluzione proletaria? semplicemente inaccettabile). Ma col passare degli anni i contorni sono sfumati gli uni negli altri: il colonnello ha smussato i suoi spigoli e mio padre si è evoluto in uno strano incrocio dei suoi due genitori, diventando un papà militarescamente affettuoso.

Se Pilotti ti vuole bene, non hai scampo: ti darà tutto (in quantità eccessive e/o spendendo troppo), ma solo se rispetti le sue regole.

I pilastri della mia educazione sono stati: non interrompere, dì per favore e grazie, giù i gomiti dal tavolo e se non sai qualcosa, chiedi. Una volta imparate queste facili regole (intorno ai 3 anni), venni promossa a essere umano più che degno della sua stima. Non ero capricciosa e producevo pochissimo rumore. In più, avevo imparato a scendere dallo scivolo urlando “Folgore” come si fa nei paracadutisti. Ero praticamente la figlia perfetta.

In questi ventidue anni il suo modello ha funzionato bene: mi ricordo distintamente tutte le liti che abbiamo avuto. Tutte e tre. La regola numero uno, “Non interrompere”, ha fatto sì che negli anni imparassimo ad ascoltarci. Ascoltarci a vicenda e conoscerci sempre più a fondo era il modo migliore di passare il nostro tempo insieme e spesso era anche l’unico. I miei hanno divorziato che portavo ancora il pannolone e da allora io e mio padre abbiamo vissuto in città diverse. Da che ho memoria, abbiamo sempre passato molto tempo al telefono. Quando non eravamo al telefono eravamo seduti fianco a fianco in macchina o, in periodi meno rosei, su un treno regionale, diretti verso la pasta al forno della nonna. Una consuetudine che non solo mi ha portato a conoscere a memoria il lato destro della sua faccia, ma ha definito le linee guida del nostro rapporto: due orecchie, rivolte l’una verso l’altra, che procedono vicine e parallele nella stessa direzione.

Mio padre non ha mai smesso di essere mio padre. Non esserci a tutti i miei primi giorni di scuola, dall’asilo all’università, sarebbe stato per lui semplicemente inaccettabile. Perdersi un mio saggio di danza? Semplicemente inaccettabile. Lasciare che i genitori delle mie amiche mi riportassero a casa la sera tardi? Inaccettabile (anche se forse sarebbe stato più pratico, considerato che lui veniva a prendermi partendo da un’altra città).

E’ stato mio amico quando ne avevo bisogno, ma non si è lasciato sedurre dall’idea di abolire le nostre norme per conquistarmi. Con le dovute eccezioni: quando ero bambina, a tavola con altri, si stava secondo le leggi di Monsignor della Casa, ma se eravamo da soli potevamo dilettarci in fragorose gare di rutti.

Negli anni, ai quattro comandamenti capitali, se ne sono aggiunti altri (“Rutti in confidenza”, “Non avrai altro dio al di fuori di John Belushi” e “Se devi spendere 8 euro, almeno vai a vedere un bel film”) e lentamente sono diventata una giovane donna di cui Pilotti potesse andare fiero.

La verità è che anch’io sono fiera di mio padre. Persino in quell’età infame che è l’adolescenza, non mi sono mai vergognata di lui. Mi piaceva che ci sapesse fare con i miei amici e che dopo averli conosciuti fosse in grado di regalare a ognuno un libro che avrebbe poi cambiato loro la vita (Non aver letto I quarantanove racconti di Hemingway? Inaccettabile).

Mi dice sempre che sono una Pilotti 2.0, una versione affine ma più riuscita. In effetti da mio padre non ho preso solo le spalle larghe, le mani grandi e la predisposizione naturale a risolvere i conflitti con una testata.

Io e quel bambino strabico abbiamo molto in comune (compreso un filo di strabismo). Ma lui è cresciuto in caserma: suo padre era il comandante di battaglione, lui l’unica recluta.

A volte penso di doverlo vendicare, ma la verità è che non ne ha bisogno. La sua vendetta è stata darmi delle regole e poi concedermi di infrangerle. Con me, ha sciolto il battaglione, aperto la porta della cella di rigore e buttato via la divisa (gli anfibi no, quelli li porta anche in spiaggia). Tanto male non mi pare che sia andata: non ho mai lanciato una molotov, non ho draghi cinesi tatuati addosso e non ho mai fatto niente per farlo incazzare di proposito (a parte uscire qualche mese con un tizio vagamente razzista, ma avevo quindici anni e all’inconscio non si comanda). Inoltre, quando sento che sto per tirare una testata a qualcuno, mi fermo sempre in tempo.

Mi ha riservato un amore inflessibile, senza pause. Con un intento pedagogico non molto velato, mi raccontava sempre una storia su dieci uomini attorno a un fuoco, che stendono la mano sopra le fiamme. L’ultimo che la ritira, è il più forte. E’ stato un papà così, credo: poco indulgente, ma soprattutto con se stesso. Ci ha provato in ogni modo, al punto da cimentarsi anche in esperimenti di gratinatura al forno. I risultati non sono sempre entusiasmanti, ma non mi importa: grazie a lui so già che madre sarò. O almeno, che padre sarò.