Maree

di Laura Tosi

Sea: Morning after circa 1830 Joseph Mallord William Turner 1775-1851 Accepted by the nation as part of the Turner Bequest 1856 http://www.tate.org.uk/art/work/D35985

Sono seduta sulla sabbia bagnata, le mani affondate nelle tasche, oggi non piove, solo nuvole minacciose e un vento che frusta la schiena senza pietà.

Il mare mi chiama, scappa lontano da me e poi ritorna, ancora e ancora, sempre più agitato, sempre più minaccioso, sempre più invitante. I pensieri seguono il movimento delle onde, vanno e vengono, si ingrossano, si gonfiano e poi si infrangono lasciandomi il cuore pesante, il ritornello di una vecchia canzone risuona ossessivo nella mia testa:

tu sei dentro di me come l’alta marea che compare e scompare portandoti via”.

Ma guardati: ancora con quella faccia scura, cosa vai cercando? Perché stai a massacrarti davanti al mare?

Cerco la pace.

E la cerchi davanti a un mare in burrasca?

Mi rappresenta.

Sì, come il grido di Munch.

Cosa vuoi?

Tu non vuoi me, non mi vuoi veramente, così come non mi vuole lei.

Non è vero, io ti voglio bene. La cerchi ancora?

Perché?

Perché ho bisogno di capire.

Non c’è niente da capire, niente che tu non abbia già capito, niente che ci possa ridare quello che non abbiamo avuto.

Eppure una chiave di lettura ci deve essere, non può rimanere tutto così sospeso.

Vieni via, andiamo a ripararci in casa, una coperta calda, una tazza di tè bollente, la scatola con tutte quelle foto in bianco e nero e mi racconti, lo sai che so ascoltare.

Ne abbiamo parlato tante volte, cosa credi possa essere cambiato?

Forse niente, forse tutto, chi può dirlo, magari avremo un’illuminazione e potremo rinascere.

Raccolgo la mia sacca e volto le spalle al mare; non ho voglia di rientrare in casa, ma stare qui non ha più senso, l’incantesimo si è rotto e il freddo mi è entrato nelle ossa: ora lo sento.

Brava piccola mia, ci vogliono un po’ di coccole, ci penso io, prepariamo il tè allo zenzero: sei proprio sicura che non ti voglio bene?

Seduta sul tappeto sorrido, il mio tè preferito, la mia coperta di pile rossa con i gufi bianchi e le foto sparse tutto attorno.

Coraggio, tutti in scena, silenzio, su il sipario e …

Guarda. Questa te la ricordi? Una spaccata così non è da tutti, ma allora era facile, il divaricatore portato per mesi ha reso le gambe svitate, allora di svitato c’era solo quello, ora…

Ti prego, non cominciare con i piagnistei.

Non mi sto lamentando, ricordo solo che ero sempre malata, una sfiga dietro l’altra, mai niente di grave per fortuna, ma quando stavo male lei mi accarezzava, mi parlava sottovoce, mi stava vicina. Era bello stare male.

Ma dai, figuriamoci. Non mi ricordo, sei sicura?

Sì, quando guarivo lei non si comportava più così, non mi cercava mai, adesso lo posso dire: non ci ha mai amato.

Oh, questa sì che è una novità!

Non prendermi in giro. Guarda questa: estate al mare con papà, stiamo uscendo dall’acqua, sembro proprio felice. Mare, anche allora. E sorrisi, solo allora.

Ti manca papà?

Da morire. Lui la amava, no, la adorava. Ti ricordi come la guardava? Ho sempre pensato che avrei voluto essere guardata così da un uomo.

Ci risiamo, adesso parti con il solito ritornello “nessuno mi vuole bene”.

Se devi rompere lasciamo stare.

No, scusa, continua.

Accarezzo le foto con lo sguardo, non so quale prendere in mano, ne scelgo una, poi cambio idea e ne prendo un’altra, alla fine decido per quella in cui lei, giovane e bellissima, sorride sfrontata affacciata ad un balcone.

Guarda com’è bella, difficile confrontarsi con un esemplare così. Sembra felice. Chissà dove ha nascosto il terrore provato da bambina quando è rimasta chiusa fuori dal rifugio antiaereo con le sirene che urlavano impazzite in una Milano quasi deserta. In questo sorriso furbo non ne è restata traccia.

Non ha avuto una vita facile.

Questo lo so, quello che non so è cosa l’ha fatta diventare la donna di ghiaccio che è oggi. Ho bisogno di prendere le distanze da lei, ha ancora troppa influenza su di me, mi prosciuga di ogni energia, mi riempie di angosce e sensi di colpa.

Lo sai bene che sei tu a darle tutto questo potere, ne abbiamo parlato un sacco di volte, sembri un disco rotto, un manuale di psicologia abusato.

Hai ragione. Sto cercando di ricordare qualcosa di allegro, ma è così difficile, un momento, aspetta, guarda questa foto, me ne ero dimenticata, guarda come sorride abbracciando un enorme mazzo di margherite bianche, aveva voluto raccoglierle a tutti i costi, ha obbligato papà a fermarsi a bordo strada, ricordi come rideva lui quando siamo rientrate in auto? Ci ha chiesto di controllare le suole delle scarpe, era sicuro che qualcuno avesse calpestato una cacca e invece erano le margherite: belle, candide  e pestilenziali.

Mi piace sentirti ridere, lo fai così di rado.

Non è vero, ogni tanto mi rattristo, ma ormai capita sempre di meno e poi passa presto.

Ne sei proprio sicura?

Mi alzo per sgranchirmi un po’ le gambe, ho bisogno di musica, prendo un CD dalla pila e lo infilo nel lettore, lascio che sia il caso a decidere quale sarà l’atmosfera e il caso, come l’inconscio, è fetente: le note struggenti di una fisarmonica riempiono la stanza, avevo dimenticato di avere una raccolta di tanghi argentini.

Seguo il ritmo che si fa incalzante e sensuale, chiudo gli occhi e accenno qualche passo di danza.

Io lascerei stare se fossi in te, sembri un pezzo di legno.

Sempre carina, non ti smentisci mai.

Ma dai, lo diceva sempre anche papà che ballare con te era più faticoso che fare un trasloco.

Sono pesante da portare e anche da sopportare, lo so. Per papà c’era una sola ballerina: mamma. Ballava unicamente con lei, quando volteggiavano sulle piste da ballo sembravano senza peso, così sicuri, così belli, mi facevano molta invidia, lo ammetto, ma anche in quelle poche occasioni in cui accettavo di andare con loro lei riusciva sempre a umiliarmi, a farmi sentire goffa e inadeguata obbligando i loro amici a farmi ballare.

Sei sicura di non esagerare? Guarda le cose da un altro punto di vista, magari voleva solo renderti partecipe, farti divertire.

Quando fai così ti odio, non cercare di indorarmi la pillola, non cercare di nascondere ancora la testa sotto la sabbia, senza verità non ci sarà quella che tu chiami illuminazione, non è facendo finta che non sia successo che tutto tornerà a posto, non mi fa piacere, ma ormai devo accettare che è una donna anaffettiva, non le sto facendo una colpa, sto solo cercando di farci i conti.

Wow, la tristezza lascia posto alla rabbia, si cambia registro.

Ridi, ridi pure, ma è la rabbia che mi ha aiutato in tutti questi anni, che mi ha tenuto a galla.

Lo so, cercavo solo di sdrammatizzare, non te la prendere.

Già, la fai troppo semplice, ci sono cose che io non posso dimenticare, cose che non riesco ancora oggi a digerire.

Tipo?

Per anni ho cercato di capire cosa l’avesse spinta a mettere al mondo un figlio, poi una malaugurata sera mi sono decisa a chiederlo, era la domanda delle domande, quella che non si dovrebbe mai fare ad alta voce, quella per cui sono auspicabili pietose bugie o a cui una madre dovrebbe rispondere con un largo sorriso. Ero furiosa e alla fine di una delle nostre sterili litigate le ho chiesto perché non avesse scelto di abortire, ti ricordi la risposta? “Ho fatto di tutto, ma non ci sono riuscita, eri testarda già da allora”.

Non dovevi chiedere.

Non doveva rispondere. Non così.

Non si fanno domande di cui si conosce già la risposta, devi fartene una ragione.

Lo so, ma il suo modo di non essere madre ci ha condizionato la vita.

Come ne usciamo?

Non lo so, forse basterebbe il perdono.

Forse dovremmo andare oltre.

Il suono insistente del telefono mi riporta al presente, sul display del cellullare leggo MAMMA e mi viene voglia di scappare.

Prendo fiato, un lungo respiro e accetto la chiamata.

Ciao mami, sei a casa? Tutto bene?

Sì, ma tu quando pensi di arrivare? E’ tardi, io ho già cenato.

Lo so, arrivo domani ti ricordi? Adesso sono al mare, chiudo casa e poi parto.

Ma devo prepararti il pranzo? Non ho niente in casa.

Non ti preoccupare, mi arrangio.

Bene, buona notte.

Mi sistemo addosso la coperta e prendo tra le mani la tazza di tè, è diventato freddo anche lui, dovrei farne dell’altro, dovrei mettere un altro CD, dovrei accendere la luce, ma non ne ho voglia.

Non ho più nemmeno voglia di parlare con l’altra me, ho bisogno di silenzio.

Purtroppo, anche per questa volta, nessuna illuminazione, nessuna rinascita, ma non disperiamo: dopotutto, domani è un altro giorno.

Piccole devozioni

di Eugenio Gaslini

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Quando viene è perché ha bisogno di qualcosa. Di solito ha bisogno di ascolto. Mi chiama, mi chiede come sto; se mi sente un po’ rigido mi prende in giro. Ci riesce così bene che mi ritrovo a ridere. Allora lui dice che sarebbe bello vedersi e propone di uscire a cena, magari per una pizza.  Per me va bene. Mi fa piacere vederlo. Forse non desidero altro. Anche se negli ultimi tre mesi ho lottato per non cedere alla tentazione di chiamarlo, di scrivergli un messaggio sul cellulare. Ho lottato, non per una questione di principio, ma perché conosco la verità: non sono niente per lui, se non un paio di orecchie attente. Ma se mi chiama, e mi propone di uscire, dico sempre di sì.

E’ triste rendersi conto di essere solo un paio di orecchie. Eppure è così. Io sono quella coppia affiatata di padiglioni auricolari. Da sempre. Dai tempi delle scuole superiori, quando Betty veniva a casa mia e mi raccontava dei baci segreti del pomeriggio appena trascorso con un ragazzo di tre anni più grande di noi. Veniva per raccontarmi i baci e per ritirare le tavole di disegno tecnico che avevo fatto al posto suo. Fare due tavole anziché una non mi costa niente, le avevo detto, quando l’avevo vista preoccupata dopo che il professore, da un giorno all’altro, ci aveva assegnato quel carico di lavoro aggiuntivo. Lei aveva già programmato di uscire con quel ragazzo. E quando fosse rientrata, avrebbe dovuto studiare per il compito in classe di francese. Non aveva proprio tempo per quelle tavole. E io, che non avevo nessuno da baciare, l’avevo resa felice dicendole di stare tranquilla, che alle proiezioni ortogonali ci avrebbe pensato il sottoscritto. Betty mi aveva abbracciato. E quell’abbraccio era stata la mia unica ricompensa, perché la mia spontanea generosità non sarebbe stata premiata dai risultati. Il professore avrebbe valutato la mia tavola con un discreto sette, specificando che c’era qualche imperfezione, qualche sbavatura, e la sua con un convinto otto, omaggiando la sua consueta precisione. In pratica Betty si era conquistata fama di precisa disegnatrice tecnica grazie ai disegni che facevo al suo posto. E quel segreto era il collante della nostra amicizia. Lei usciva e baciava; e baciando imparava a destreggiarsi nella vita. Mentre io disegnavo per lei.

Betty era solita dirmi: Sei il mio frate confessore. Dopo essermi confidata con te mi sento sollevata. Col tempo Betty ha lasciato il posto, nell’astratto confessionale di cui ero il sovrano, a Alessandra che a sua volta l’ha ceduto a Luisa che si è fatta da parte a vantaggio di Roberta. Potrei andare avanti a lungo con la lista dei nomi; le mie orecchie hanno sempre avuto molto lavoro. E hanno cercato di svolgerlo al meglio.

La novità degli ultimi anni è che a confidarsi con me non sono più soltanto donne. Ci sono anche uomini. Evoluzione che ha dato origine a qualche complicazione. E’ rimasta intatta la mia predisposizione a non giudicare, ma il mio coinvolgimento è cambiato. Anche il mio ruolo, a dire il vero, è cambiato. Di norma le donne cercano solidarietà, gli uomini uno sfogo.

Ora, davanti a una pizza fumante, seguo con attenzione il resoconto dell’ennesima delusione lavorativa di questo ragazzo che conosco da poco più di un anno e che, grazie ad alcune piccole attenzioni, è riuscito a conquistarsi un discreto spazio nell’olimpo delle mie amicizie.

Ha nove anni meno di me e questa circostanza lo incoraggia a ritenermi una sorta di fratello maggiore. In realtà un fratello maggiore lui ce l’ha già. Ma non lo nomina mai.

Come un fiume di piena, mi spiega di aver fatto dei lavori a casa di un amico. Non dei semplici lavoretti, ci ha lavorato per tre settimane di seguito. E il suo amico non solo non l’ha ancora pagato, ma non gli risponde neppure al telefono.

Gli consiglio di scrivergli un messaggio generico e cordiale e di puntualizzare il mancato pagamento.

Non sono bravo a fare queste cose ribatte secco. E così mi ritrovo a dettargli il testo, mentre la pizza un po’ si raffredda.

Dopo dieci minuti, riceve un sms di risposta dal suo amico che mi legge ad alta voce: Scusa per il ritardo. Ho avuto un periodo incasinato. Provvedo nei prossimi giorni. E’ perplesso, tuttavia il suo sguardo si distende. Ne approfitto per tentare di cambiare argomento. Gli chiedo come va con la pallanuoto.

Normalmente quando parliamo di pallanuoto, si rasserena e diventa più gioviale. Ma stavolta si limita a dire che va tutto bene, che i ragazzi entrati nella squadra questa stagione sono simpatici. Vorrei che mi raccontasse qualcosa in più di quei ragazzi, che me li descrivesse fisicamente, ma avverto che scalpita per riferirmi altri problemi. Problemi che ha con il suo socio. A dire il vero non è proprio un socio, non hanno costituito una società insieme. Però collaborano da anni. Ebbene, quello che lui definisce il suo socio, a volte lo tradisce preferendo un altro artigiano al suo posto.

Provo a formulare delle ipotesi sul comportamento del suo socio che nel mio intento dovrebbero gettare acqua sul fuoco del suo risentimento. Ma lui scuote la testa e sbotta: Si comporta così per dimostrare che ha il coltello dalla parte del manico!

Annuisco, probabilmente ha ragione. Gli consiglio di provare a collaborare anche con altri artigiani. L’ho già fatto, taglia corto lui. Ma devo ancora vedere i soldi.

E’ deluso. Profondamente deluso. E io non so come consolarlo. Oltretutto, ogni volta che porta il boccale di birra alla bocca, il suo bicipite si contrae e io devo vincere la tentazione di tastarne la consistenza. La sua pelle è liscia. Ed è il motivo per cui perdo due ore a cercare soluzioni ai suoi problemi lavorativi. E’ la sua pelle liscia che mi è capitato di vedere altre volte spuntare sotto la maglietta a tenermi in pugno. E’ quella porzione di natiche che ho scorto di sfuggita un giorno che si era chinato a raccogliere le chiavi a inchiodarmi alla sedia in religioso ascolto. Sono vittima di quei fotogrammi brevi ma potentemente nitidi.

Quando usciamo dalla pizzeria si accende una sigaretta. Ha ancora voglia di parlare e io di guardarlo mentre avvicina e allontana la sigaretta alla bocca. Quel semplice gesto tende il suo bicipite e solleva leggermente la t-shirt, ma non abbastanza da permettermi di rivedere il suo addome glabro. Vorrei abitare in riva al mare per proporgli un bagno di mezzanotte. Contemplarlo mentre si libera degli indumenti prima di buttarsi in acqua.

All’improvviso smette di parlare e mi guarda come se mi vedesse solo adesso. Forse si rende conto di aver sempre parlato lui. Con astuzia sposta l’attenzione su di me provocandomi con una delle sue battute canzonatorie. La ritrovata voglia di scherzare che colgo nel suo sguardo di sfida mi incoraggia a rispondergli fisicamente afferrandogli il bicipite. Lui ride e io non allento la morsa. Ed è’ in quel preciso istante che capisco perché sono lì, perché lo sto ascoltando da quasi tre ore. Per quel furtivo contatto fisico che mi fa sperare in contatti ben più intimi e prolungati.

Si è fatto tardi. Saliamo sulla mia macchina. Guido fino al parcheggio dove ha lasciato la sua. Scende. E si accende subito un’altra sigaretta. Non lo lascio fumare per strada da solo. Scendo anch’io. Non fumare! lo ammonisco. Abbi cura dei tuoi polmoni! aggiungo solo per aver la possibilità di posargli la mano sul petto. Dopotutto i polmoni sono lì sotto, e la mia incursione appare  giustificata.

Vorrei smettere, dice lui, aspirando il tabacco. Ma non è il periodo.

Non è mai il periodo, sarei tentato di rispondere, ma lascio perdere perché colgo il rischio che ricominci con altri problemi.

La sigaretta viene spenta. E’ ora di salutarci. Mi offre la mano in maniera neutra, come potrebbe offrirla a un conoscente, non a qualcuno che è stato tre ore ad ascoltarlo. Quella stretta di mano impersonale mi ferisce. Entro in macchina facendo attenzione che passino anche le orecchie. Ho la sensazione che siano diventate enormi. Mi osservo allo specchietto retrovisore: le mie orecchie sono incollate al cranio e sembrano piccine rispetto al lavoro che hanno svolto stasera.

Prima di coricarmi controllo sul display del cellulare se mi ha inviato un messaggio, magari per ringraziarmi dell’ascolto, magari per chiedermi se sono arrivato, visto che ho percorso un po’ di strada per tornare a casa. No, nessun messaggio. Mi riprometto che mi asterrò dal chiamarlo per un po’. Poi spengo la luce e nel buio mi torna alla mente la sua pelle liscia, il suo bicipite massiccio. Allungo un braccio fino al comodino per prendere il cellulare. Gli scrivo che la serata è volata e sono stato bene in sua compagnia. Com’era prevedibile non mi risponde. Il suo nome tornerà a comparire sul display del mio cellulare solo nel momento in cui avrà di nuovo bisogno di qualcuno che lo ascolti. Che lo ascolti con devota attenzione come solo le mie orecchie sanno fare.

L’importanza di chiamarsi Pilotti

di Giulia Pilotti

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Il padre di mio padre era un colonnello dell’esercito e il suo non era solo un mestiere, ma un modello educativo. Appoggiare i gomiti sul tavolo da pranzo e avere dei sentimenti erano solo due delle sciatterie che in casa Pilotti erano considerate semplicemente inaccettabili. Se potessi tornare indietro nel tempo, nel 1972, a un pranzo del Circolo degli Ufficiali di Bologna, incontrerei un bambino magro di 9 anni con degli occhiali dalla montatura troppo spessa e le ginocchia troppo convergenti, intento a sistemarsi il nodo di una cravatta troppo grande. Del resto, anche presentarsi al Circolo degli Ufficiali senza cravatta era semplicemente inaccettabile. Quel bambino strabico era mio padre e forse ora non lo riconoscerei affatto.

Adesso Maurizio Pilotti è un signore imponente, il tipico genitore che il tuo ragazzo del liceo preferirebbe non conoscere: due metri di uomo barbuto con occhi chiari da lupo siberiano. In ogni stagione dell’anno le maniche della sua camicia sono arrotolate, come se fosse sempre pronto a prenderti a pugni. Eppure c’è stato un tempo in cui a prenderle era lui.

So che una volta, da bambino, venne mandato a comprare il lambrusco e sulla strada del ritorno un cane piuttosto arrabbiato lo inseguì fino a casa. Mio nonno, a cui mio padre non riferì dell’inseguimento perché avrebbe dovuto ammettere di aver avuto paura e la paura è per i deboli (e quindi assolutamente inaccettabile), si trovò ad aprire una bottiglia che gli esplose tra le mani dopo essere stata agitata con cura per diverse centinaia di metri. Il colonnello non la prese bene e tra un ceffone e l’altro, all’età di 7 anni, il piccolo Pilotti decise che tipo di genitore sarebbe diventato: sarebbe diventato sua madre.

Mia nonna era mamma a tempo pieno. Far sentire amate le persone che ama è sempre stato il suo talento maggiore (oltre a quello per la gratinatura al forno). Maurizio si rese conto in breve tempo che tra il signore che si sfilava la cintura ogni due per tre e la signora che lo rimpinzava di cibo delizioso, non c’era proprio gara.

Ci sono stati anni in cui nascondere qualsiasi affinità con il padre gli è riuscito particolarmente facile: bastava indossare una passamontagna e battersi a colpi di molotov per cause che non solo il colonnello non avrebbe appoggiato, ma che avrebbe preso a cannonate senza pensarci due volte (la rivoluzione proletaria? semplicemente inaccettabile). Ma col passare degli anni i contorni sono sfumati gli uni negli altri: il colonnello ha smussato i suoi spigoli e mio padre si è evoluto in uno strano incrocio dei suoi due genitori, diventando un papà militarescamente affettuoso.

Se Pilotti ti vuole bene, non hai scampo: ti darà tutto (in quantità eccessive e/o spendendo troppo), ma solo se rispetti le sue regole.

I pilastri della mia educazione sono stati: non interrompere, dì per favore e grazie, giù i gomiti dal tavolo e se non sai qualcosa, chiedi. Una volta imparate queste facili regole (intorno ai 3 anni), venni promossa a essere umano più che degno della sua stima. Non ero capricciosa e producevo pochissimo rumore. In più, avevo imparato a scendere dallo scivolo urlando “Folgore” come si fa nei paracadutisti. Ero praticamente la figlia perfetta.

In questi ventidue anni il suo modello ha funzionato bene: mi ricordo distintamente tutte le liti che abbiamo avuto. Tutte e tre. La regola numero uno, “Non interrompere”, ha fatto sì che negli anni imparassimo ad ascoltarci. Ascoltarci a vicenda e conoscerci sempre più a fondo era il modo migliore di passare il nostro tempo insieme e spesso era anche l’unico. I miei hanno divorziato che portavo ancora il pannolone e da allora io e mio padre abbiamo vissuto in città diverse. Da che ho memoria, abbiamo sempre passato molto tempo al telefono. Quando non eravamo al telefono eravamo seduti fianco a fianco in macchina o, in periodi meno rosei, su un treno regionale, diretti verso la pasta al forno della nonna. Una consuetudine che non solo mi ha portato a conoscere a memoria il lato destro della sua faccia, ma ha definito le linee guida del nostro rapporto: due orecchie, rivolte l’una verso l’altra, che procedono vicine e parallele nella stessa direzione.

Mio padre non ha mai smesso di essere mio padre. Non esserci a tutti i miei primi giorni di scuola, dall’asilo all’università, sarebbe stato per lui semplicemente inaccettabile. Perdersi un mio saggio di danza? Semplicemente inaccettabile. Lasciare che i genitori delle mie amiche mi riportassero a casa la sera tardi? Inaccettabile (anche se forse sarebbe stato più pratico, considerato che lui veniva a prendermi partendo da un’altra città).

E’ stato mio amico quando ne avevo bisogno, ma non si è lasciato sedurre dall’idea di abolire le nostre norme per conquistarmi. Con le dovute eccezioni: quando ero bambina, a tavola con altri, si stava secondo le leggi di Monsignor della Casa, ma se eravamo da soli potevamo dilettarci in fragorose gare di rutti.

Negli anni, ai quattro comandamenti capitali, se ne sono aggiunti altri (“Rutti in confidenza”, “Non avrai altro dio al di fuori di John Belushi” e “Se devi spendere 8 euro, almeno vai a vedere un bel film”) e lentamente sono diventata una giovane donna di cui Pilotti potesse andare fiero.

La verità è che anch’io sono fiera di mio padre. Persino in quell’età infame che è l’adolescenza, non mi sono mai vergognata di lui. Mi piaceva che ci sapesse fare con i miei amici e che dopo averli conosciuti fosse in grado di regalare a ognuno un libro che avrebbe poi cambiato loro la vita (Non aver letto I quarantanove racconti di Hemingway? Inaccettabile).

Mi dice sempre che sono una Pilotti 2.0, una versione affine ma più riuscita. In effetti da mio padre non ho preso solo le spalle larghe, le mani grandi e la predisposizione naturale a risolvere i conflitti con una testata.

Io e quel bambino strabico abbiamo molto in comune (compreso un filo di strabismo). Ma lui è cresciuto in caserma: suo padre era il comandante di battaglione, lui l’unica recluta.

A volte penso di doverlo vendicare, ma la verità è che non ne ha bisogno. La sua vendetta è stata darmi delle regole e poi concedermi di infrangerle. Con me, ha sciolto il battaglione, aperto la porta della cella di rigore e buttato via la divisa (gli anfibi no, quelli li porta anche in spiaggia). Tanto male non mi pare che sia andata: non ho mai lanciato una molotov, non ho draghi cinesi tatuati addosso e non ho mai fatto niente per farlo incazzare di proposito (a parte uscire qualche mese con un tizio vagamente razzista, ma avevo quindici anni e all’inconscio non si comanda). Inoltre, quando sento che sto per tirare una testata a qualcuno, mi fermo sempre in tempo.

Mi ha riservato un amore inflessibile, senza pause. Con un intento pedagogico non molto velato, mi raccontava sempre una storia su dieci uomini attorno a un fuoco, che stendono la mano sopra le fiamme. L’ultimo che la ritira, è il più forte. E’ stato un papà così, credo: poco indulgente, ma soprattutto con se stesso. Ci ha provato in ogni modo, al punto da cimentarsi anche in esperimenti di gratinatura al forno. I risultati non sono sempre entusiasmanti, ma non mi importa: grazie a lui so già che madre sarò. O almeno, che padre sarò.

 

Educazione culinaria

di Serena Caprara

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Era un sabato mattina, mia madre mi aveva fatto indossare il vestito verde, quello con la passamaneria beige nel colletto e nei polsini. Portavo le calze bianche di filanca e le scarpine color crema, di vernice, con il cinturino alla caviglia. Quanto mi piacevano, avevano quel dito di tacco che mi faceva sentire un po’ grande. La mamma si stava truccando, metteva l’ombretto azzurro sugli occhi. All’epoca esistevano due colori: azzurro e verde. Ci penso spesso a quell’azzurro quando apro il mio cassetto dei trucchi e vedo l’arcobaleno di colori che compro d’impulso, perché mi piacciono ma che poi restano lì, utili solo a ricordarmi quanto sono brava ad accumulare.

Avevo sette anni allora ed era il tempo dei pantaloni a zampa d’elefante e della dolcevita sintetica e stretta. Mi sentivo soffocare ogni volta che ci doveva passare la testa, per non parlare dell’elettricità che lasciava sui capelli, ricordo bene quei piccoli scoppiettii alternati quando la toglievo di dosso.

Tu dovevi venirmi a prendere. Non ci vedevamo da settimane, la separazione con la mamma era fresca e probabilmente non avevate ancora preso le misure sulla gestione della piccola. Ti aspettavo seduta sul divano mentre guardavo la mamma che si faceva bella. Sei arrivato con l’alfetta blu, avrei voluto abbracciarti ma tu non sembravi gradire. Hai sorriso, hai tenuto un po’ la mano della mamma nella tua mentre lei ti dava la borsa con le mie cose. Siamo saliti in auto e mi hai chiesto che cosa volessi fare. Io non sapevo rispondere, mi bastava stare con te, non avevo altri desideri. Siamo andati dai nonni e mi hai parcheggiata lì per un po’, dicevi che avevi alcune cose da fare e che poi saresti tornato. Ti ho aspettato per ore. I nonni erano contenti di avermi con loro ma io non ho fatto niente, stavo immobile seduta ad aspettare. Non volevo sgualcire il vestito nuovo, non volevo sporcarmi, non volevo rischiare di rovinare le scarpine di vernice correndo in giardino. Volevo essere perfetta, pronta per il tuo ritorno. Sei arrivato a metà pomeriggio, ti ho sentito cantare nel cortile e mi sono seduta composta sulla poltrona, ero contenta perché sembravi felice. Sei entrato e mi hai detto di prepararmi perché dovevamo andare a fare la spesa. Avevi deciso che avremmo cucinato insieme il pranzo della domenica. Volevi uscire in bicicletta ma ero troppo grande per essere messa sul seggiolino e la mia bicicletta era rimasta nella nuova casa, quella con la mamma. Siamo andati a piedi, mi tenevi per mano e avrei voluto che durasse di più. Non c’erano i supermercati, la spesa si faceva nei piccoli negozi del centro del paese. Siamo andati dal macellaio, poi dal droghiere e alla fine dal panettiere, quello che preparava la focaccia buona di pomeriggio. Mi hai raccontato che stavi mettendo in ordine la tua nuova casa e che avresti preparato una stanza tutta per me, ci sarebbe voluto un po’ di tempo ma te ne stavi occupando. Al mattino eri andato a parlare con l’architetto e ti aveva assicurato che nel giro di poche settimane tutto sarebbe stato pronto. Nel frattempo avrei dovuto dormire dai nonni, tanto saremmo stati insieme lo stesso, non faceva differenza. Non era il tempo ma la qualità, ripetevi. Non serve stare tanto tempo insieme basta che in quelle poche ore ci si riesca a dire le cose giuste. Del resto tu avevi ancora tante cose da fare, eri giovane e dovevi uscire con gli amici. E poi c’era il lavoro, stavi gestendo delle cose importanti e viaggiavi spesso. Lo facevi per me, per darmi la possibilità di crescere con le comodità che servivano. Mi avevi convinto, sono rimasta convinta di questo per anni. Quel fine settimana, il primo in cui siamo stati un po’ insieme, mi hai insegnato la ricetta del ragù. La nonna non era convinta, ricordo che ti guardava e poi alzava gli occhi al cielo. Tu avevi deciso che la ricetta doveva essere personalizzata, ci dovevi mettere i tuoi ingredienti segreti e lei dissentiva. Ripetevi che il trucco era il cognac, andava messo al posto del vino bianco, quello sì che faceva la differenza. Abbiamo passato il sabato a cucinare e poi la sera mi hai portata al ristorante. Vitello tonnato, cappelletti con la panna, scaloppine con i funghi e zuppa inglese, queste le pietanze principali del menù, piatti che oggi sono passati di moda ma che allora sembravano una scoperta culinaria da grande chef.

Ci sono state tante altre volte al ristorante con te. Mi hai fatto assaggiare le ostriche e il tartufo, ho imparato ad apprezzare l’aragosta alla catalana, a capire quando era buona e quando era cucinata male. Ho assaggiato le uova di quaglia, la lepre in salmì e tutta la selvaggina. Chiacchiere al ristorante, un paio d’ore rubate ogni tanto. Poco tempo ma tanta qualità.

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Ho aspettato per anni che fosse pronta la stanza tutta mia. Hai cambiato casa più volte, le ho viste tutte di giorno. La sera, dopo il ristorante, mi portavi a dormire dai nonni. Sapevo di essere scomoda, tu eri così giovane e avevi altro da fare. Ho capito dopo un po’ che non eri solo nelle tue nuove case, c’erano delle signorine che si alternavano a farti compagnia. Alcune di loro le ho conosciute, le portavi con noi al ristorante. Le salutavamo all’uscita e poi in macchina mi chiedevi che cosa ne pensassi. Chiedevi se mi erano simpatiche, se le trovavo belle ed educate. Non sapevo mai cosa dire, non me ne piaceva nessuna ma non volevo svelarlo. Restavo sul vago, dicevo che sembravano simpatiche e cambiavo argomento. Ti raccontavo di me, della scuola, dei miei amici ma tu riportavi la conversazione sulle signorine e alla fine cedevo ed emettevo qualche sentenza che ti faceva restare in silenzio fino a casa dei nonni. Mi lasciavi sulla strada e andavi via. La nonna correva fuori a prendermi, mi abbracciava e mi portava a letto.

Ho iniziato il liceo e anche la mia vita sociale, c’era meno tempo per stare insieme, un ristorante ogni tanto.

Sono andata all’Università in un’altra città. Quando passavi per Milano m’invitavi fuori. Ti raccomandavi che scegliessi un buon ristorante, non volevi avere a che fare con le cucine esotiche, non t’interessava il giapponese tanto meno il cinese. Cucina tradizionale, quella buona dicevi. Facevo il possibile per soddisfarti, chiedevo a tutti quelli che conoscevo e per fortuna qualche posto di tuo gradimento l’ho trovato. Mi sono laureata e per la discussione della tesi sei arrivato all’ultimo, ero convinta che non ce l’avresti fatta. La mamma e la nonna erano con me dal giorno prima e continuavano a ripetere che saresti arrivato nonostante il lavoro e tutti quegli impegni che avevi. Non capivo che cosa facessi, compravi e vendevi, tenevi una cosa per un po’ e poi la liquidavi, come avevi fatto con me e la mamma e con tutte le altre signorine. Ti stancavi e via, cambio.

Mi sono laureata e ho cominciato la mia strada, tu mi hai spronato. Al ristorante, eravamo da Bice, dopo alcuni mesi dal giorno della discussione della tesi, mi hai detto che il tuo compito era finito. Ero una donna e quindi potevo camminare da sola. Ti ho ringraziato per la fiducia e me ne sono andata.

Ho iniziato a camminare da sola, ero già allenata e non è stato difficile. Ci sentivamo ogni tanto, ci vedevamo qualche volta quando la mamma organizzava un pranzo della domenica e mi chiedeva di tornare. Poi lei è stata male. Ti ho chiamato per dirtelo, lo hai saputo quando mancava poco alla fine. Mi chiedevi se potevi fare qualcosa, non c’era molto da fare e l’ho fatto da sola. Dopo il funerale ci siamo visti perché dovevo prendere delle decisioni sulla casa, non sapevo se tenerla o venderla. Mi hai dato un supporto, mi hai aiutato a gestire le pratiche amministrative.

NRM.2012.4.89

Ho preso le mie decisioni. Ho scelto la mia carriera, gli uomini, la mia casa, la mia città. Ci sentiamo ogni tanto, ci bastano quei trenta secondi di conversazione che servono per sapere che siamo vivi e stiamo bene. La telefonata dura di più quando ho bisogno di chiederti qualche consiglio culinario, su quello parleresti per ore. L’ultima volta abbiamo disquisito sulla besciamella, sul tipo di latte da utilizzare, tu eri per quello intero e io per il parzialmente scremato. Ti ho raccontato che stavo pensando di utilizzare il brodo vegetale per rendere la crema più leggera perché avrei voluto abbinarla al branzino, ero fiera della mia ricetta ispirata da un recente viaggio in Francia. Tu sei inorridito, mi hai chiesto se fossi impazzita. Ti ho confortato, ho promesso che avrei sempre fatto la besciamella con il latte. Ho mentito così come mento quando ti dico che va tutto bene. È solo che la distanza ormai è tanta e preferisco restare sulla mia strada, quella in cui sperimento ingredienti lontani dal tuo gusto. Amo anche io il bollito ma lo mangio ogni tanto e mi piace quando tra le salse ne trovo una a base di zenzero. La polenta la cucino come antipasto, un assaggio con la crema di tartufo per poi proseguire con dei tortelli avvolti in una crema di curcuma.  Tu sei ancorato alle tagliatelle al ragù e allo stinco di maiale, al brasato e al cotechino. Scelgo vini californiani o cileni, oltre a quelli italiani e francesi. Bevo il rosso con il pesce, soprattutto d’inverno. Ci sono dei Cabernet della Napa Valley che fanno sognare ma tu non ne vuoi sapere, con il pesce si beve la Falangina ripeti. Ho provato a farti assaggiare lo Zinfandel ma ti ha deluso, preferisci il Lambrusco. Tanto vale restare nel tradizionale. Rapporti cortesi di buon vicinato, educazione, buone maniere e tanta passione per la cucina e il buon cibo. Questa sì, mi resta e sarà la mia eredità di te.

Lettera ad un padre mai nato

di Alessandra Caccia

 

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Il primo ricordo che ho di te è al telefono.

Stavi sempre al telefono. E correvi. Correvi sempre .

Da un telefono all’altro. Da una macchina all’altra.

Eri sempre di corsa e sempre in ritardo.

Quando arrivavi a casa per cena, ti sedevi mentre io mi alzavo per salutare, andare a lavarmi i denti e poi a dormire. Erano già quasi le dieci.

Poi  hai cominciato a correre da un aeroporto all’altro. E allora di te non restavano che bustine da toilette di Alitalia e calzettoni bianchi  sparsi per casa. Soprattutto durante i fine settimana, quelli in cui tornavi.

Io crescevo, ma non credo tu ti ricordi.

Un giorno mi hai chiesto come andava a scuola, ti ho risposto che stavo quasi per finire l’università,non facevo più la scuola.

Correvi, sempre.

Il punto è che mentre tu, correndo , cercavi di combattere per costruire una casa più grande,  acquistare una macchina più comoda, per proteggerci, mamma non c’era. Perchè correva anche lei.

Appresso a te. In tutti i modi possibili.

Berciando quando non tornavi e glielo dicevi solo mezz’ora prima che finisse il giorno.

Spiando le telefonate, i biglietti dei ristoranti dove eri stato, le ricevute delle camere d’albergo. E si arrabbiava perché diceva che lei  in quei posti lì,  tu non  ce la portavi mai.

Fregandosene altamente del fatto che la facevi stare tre mesi al Forte d’estate e venti giorni a sciare in inverno per le vacanze di natale.

Tu correvi anche in quelle occasioni lì.

Sono cresciuta imparando a correre. E anche adesso corro. Come te. Però  non sono così brava. E poi non ho mica tutto il tuo tempo. Tu ne avevi di tempo , eh pà ?

O te lo trovavi, il tempo. Quando non correvi per combattere per noi, allora correvi per le manifestazioni sportive, per le cene aziendali, per andare a trovare vecchissimi parenti,  chiusi da anni in ospizi vecchi quanto loro, e lo facevi sempre nei momenti meno adatti. Alle otto del sabato sera, quando mamma aveva organizzato una cena, o la domenica a pranzo, o il giorno di Santo Stefano -a Natale lo hai fatto solo una volta, sei arrivato al pranzo di famiglia con nonni e cugini e zii al completo, alle tre, avevamo quasi finito ed è stata guerra dura con mamma- quando c’era il ribaltino da fare, il cibo del giorno prima da finire e c’eravamo sempre ancora  tutti, sempre nella nostra  casa che era diventata grande, enorme e continuava a crescere  grazie a tutto il tuo correre. Mamma non lo sopportava. Non sopportava che tu corressi anche per quelli lì.

Una notte però ti sei fermato. Quella notte hai aspettato. Tu che di solito non aspettavi mai.

Erano passate da poco le tre, io ero certa di farla franca. Ho tolto le scarpe, aperto la porta  girando la chiave nella serratura lentissimamente in modo che lo scatto non si udisse. Ho fatto la scala a chiocciola in punta di piedi , immaginandomi fosse di cristallo, stando attenta a non fare il benché minimo rumore e cercando di caricare il peso sulle braccia e sul corrimano,  in modo da levitare, fosse stato possibile.

Arrivata in cima, lo shock. Hai acceso la luce accecandomi e mi hai colpita. Una sventola secca in pieno volto. Ho barcollato per la paura e per la  violenza della sberla.

– A quest’ora rientrano solo due categorie di donne ( avevo vent’anni pà, venti ) le drogate e le puttane. E dato che non mi risulta  tu faccia uso di droga, allora devo pensare che sei una puttana. Non rifarlo altrimenti cambi casa, cambi indirizzo e ,se è il caso, ti faccio cambiare anche i connotati.

 

Cazzo, tu tornavi sempre tardi, tardissimo, o addirittura non tornavi e io, io che a vent’anni  per una volta rientravo alle tre ero  una puttana ?

Allora con chi ci stavi tu in giro fino alle tre di notte ? Puttane, pà ?

Io non l’ho mai pensato. Davvero.

Ti vedevo crollare la sera sfinito ,subito dopo aver mangiato, o ti sentivo la notte che vagavi per casa sistemando documenti, montagne di carta, prima di partire per i tuoi viaggi o quando tornavi.

Allora perché tu  mi hai dato della  puttana ?

Lo so che in fondo non lo pensavi, mi piace credere che tu non lo abbia  mai pensato, però me lo ha detto. Mi hai picchiata e me lo hai detto.

Trattandomi come una bambina cattiva. E anche un po’ scema.

 

Mi sono laureata , ma tu alla festa non c’eri. Quella volta lì eri corso via davvero e seriamente. Ci avevi lasciati nella grande casa. Una bellissima e accogliente casa in campagna che avevi iniziato a costruire quando eri ancora giovane e ci avevi messo sopra  un mutuo tanto grande, che si era  estinto solo  poco dopo la mia laurea. La casa per cui avevi corso così tanto.

Te n’eri andato con un’altra, una che forse avevi incrociato correndo, in una  delle sere in cui non sei tornato.

Una che forse non sbuffava ogni volta che c’era una valigia da disfare e una montagna di calzini e mutande e camicie da lavare.

Una che non ti sfotteva se la sera crollavi  subito dopo aver cenato, di corsa come facevi tu. Mi ricordo perfettamente il modo in cui affondavi il cucchiaio nella minestra o la forchetta nella pasta.

Di corsa, senza perdere un colpo, quasi senza respirare. Ingollavi di tutto. Ti piaceva sempre tutto,  sia che fosse scotto o troppo crudo, sia che i pomodori avessero la buccia, – che proprio non la digerivi e poi stavi male e correvi in bagno- mangiavi come un animale  lasciato libero dopo giorni di catena. Poi, appena finito, di corsa ti appisolavi, e regolarmente non digerivi.

 

Sei scappato con un’altra donna,  in un’altra casa.

Io però ho sempre saputo che un giorno saresti tornato, e che,  almeno una volta, saresti corso da me.

Ed è successo. In  un giorno freddo di febbraio. Sei corso da me, in ospedale, dove stavo per dare alla luce mia figlia.

Chi l’avrebbe mai detto. Io con una figlia.

Ricordi il giorno in cui ti ho detto che ero incinta?

Indossavo una gonna arancione e un maglione blu scuro. Avevo appena parcheggiato nel grande spiazzo davanti all’entrata di casa. Tu eri in macchina , arrivato da poco  da non so bene dove.

Hai aperto la portiera ,stavi per scendere, ti sono corsa incontro e :

– Sono incinta pà !-

Non hai parlato. Mi hai preso la faccia-questa volta niente sberle secche-  me l’hai stretta forte, da farmi quasi male.

Hai piantato i tuoi occhi color del ghiaccio quando il cielo ci si riflette dentro, nei miei  poi mi hai abbracciata e stretta forte e hai sussurrato solo  ce l’hai fatta. Ce l’hai fatta.

Poi ti ho ritrovato che correvi in ospedale per il mio cesareo d’urgenza. Volevi vedermi, ma non si poteva. Quando sono uscita dalla sala operatoria, ubriaca di anestesia, eri lì. Mi hanno spinta con la barella fino a te.

-L’hai vista ?  ti ho chiesto

-E’ bellissima   mi hai risposto. E piangevi.

Ricordo benissimo pà, tu piangevi.

Piangevi, come lei appena nata, quando l’istinto l’ha spinta a respirare per vivere.

Sei nato con lei, pà. E guarda  il caso, tu il 4  di febbraio, lei il 5 . Un solo giorno dopo, di molti anni dopo.

Sei nato allora. Sei un giovane vecchio. Basta correre, pà.

Il tempo non morde più alla nuca. Quello che dovevi fare, lo hai fatto. Quello  che dovevi dire, spesso  non lo hai detto. Ma adesso, pà, basta correre. Rischi davvero di sfracellarti. Non hai più i freni perfetti di  vent’anni fa. Non ce la faresti a fermarti o a virare in tempo. Faresti il botto, pà. Ne sono certa.

A volte ti guardo e vedo un vecchio di cent’anni, uno di quei saggi omini canuti che  mi capita di osservare  ogni tanto in giro per i campi, quando torno a casa nostra.

Altre invece, scorgo ancora in te  il guizzo del leone umile  e dignitoso che sei sempre stato. Ma dura poco.

Quando ti arrabbi, adesso, -e ogni tanto capita, Dio se capita –  dai  ancora la zampata ferina e  ruggisci , sì, ma dura poco. La tua adrenalina si scioglie  come un panetto di burro lasciato fuori dal frigo per troppo tempo; cola e si disperde, senza lasciare traccia. Ti ritorna la faccia ebete dell’omino  vecchio di campagna.

E in me aggalla una tenerezza mista alla  rabbia. Difficile descrivere cosa provo. Ti detesto tanto e voglio proteggerti. Spostarti  la seggiola quando  tenti di sederti  al tavolo della  mia cucina –maldestro – e non prendi bene le misure. Pulirti,  quando  ti ungi la faccia col sugo di  pomodoro, perché mangi ancora  correndo, come allora – in quello non sei cambiato di una virgola –  l’unica differenza è che adesso ti tremano le mani e spesso sbagli  la mira.

Sei un bambino, pà, solo più incazzato e rugoso e stanco.

E’ tempo che tu smetta davvero di correre, pà. Ascoltami, se puoi.

610 – Ovvero – Cosa ci faccio qui?

Conclusa ieri la pubblicazione a puntate, a grande richiesta vi proponiamo il diario del seminario di Sarzana scritto dal nostro affezionato Christian Hill anche in un unico articolo. Buona lettura!

30 agosto

Da qualche parte ho letto che Mussolini aveva fatto impostare il centralino telefonico del suo ufficio in maniera tale che il numero diretto per mettersi in contatto con il Re Vittorio Emanuele fosse il 610. Questo perché, apparentemente, egli traeva sollazzo dall’esprimere tutta la sua stima per il sovrano ogni volta che doveva comunicare con lui. “Sei uno zero,” forse mormorava, o declamava, o pensava, mentre componeva il regio numero sulla ghiera del telefono.

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610 – Ovvero – Cosa ci faccio qui? (Seconda parte)

Potete leggere la prima parte di questo resoconto seguendo questo link, mentre cliccando su questo trovate la terza.

31 agosto

Non c’è nulla da fare. Quando un predatore sceglie la propria preda, difficilmente si lascia distrarre. La rincorre, ne segue l’impronta olfattiva, ne traccia il percorso, la punta, e poi l’attacca. E quando serra le mascelle, affondando i denti aguzzi nella morbida carne indifesa della preda, non desiste, non cede. Mai lascia che la pietà interferisca con il suo sanguinario scopo. Il morso fatale viene protratto, in un crescendo di spasmodica frenesia, fino all’esalazione dell’ultimo respiro.

Della…

Povera…

Vittima.

È così. Non si scappa.

Nello specifico, la preda sarei io.

Il predatore? Il latino.

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