I racconti dei corsisti

La passeggiata

walser“Un mattino, preso dal desiderio di fare una passeggiata, mi misi il cappello in testa, lasciai il mio scrittoio o stanza degli spiriti, e discesi in fretta le scale, diretto in strada. […] Il mondo mattutino che mi si stendeva innanzi mi appariva così bello come se lo vedessi per la prima volta”.

Ero molto giovane quando ho letto questo piccolo libretto, avrò avuto 15, 16 anni.

Il libro che ho ritrovato in biblioteca è del 1976, io sono del 1963. Forse 13? Non so. So che La passeggiata di Robert Walser è stato un incontro sublime, un libro che mi è entrato subito nel cervello e nel cuore e ancora adesso, appena ho pensato a quale autore e a quale libro può essere un modello per me, una guida, un riferimento, un viatico verso una scrittura mia ecco, ho pensato subito e senza il minimo dubbio: è lui! è Robert Walser con la sua radiosa Passeggiata.

In questo libretto (un centinaio di pagine della Piccola Biblioteca Adelphi) l’autore racconta solo questo: una sua passeggiata in una bella giornata di sole in un piccolo paese di campagna.

Che cosa rende questo libretto così significativo per me? Ho letto tanti libri, ormai, nella vita, che cos’ha, questo di così speciale?

Il protagonista della passeggiata vede il mondo come io vorrei vederlo sempre: come una successione di meraviglie. Ogni minima cosa che si incontra in questa passeggiata è densa di emozioni, di colori, di vita, di senso. L’insegna del fornaio, il sarto, una giovane donna che canta, una bottega di cappelli per signora, il gigante Tomzack, l’impiegato della banca, il passaggio a livello, due casette affiancate, una maestra, un albero, una trattoria con alloggio: “con grande attenzione e amore colui che passeggia deve studiare e osservare ogni minima cosa vivente […] le cose più sublimi e le più umili, le più serie come le più allegre, sono per lui in egual misura care, belle, preziose”. Ecco che cosa vorrei riuscire ad esprimere con la scrittura: la densità di senso di ogni minima cosa del mondo. Perché tutto è significativo e per ogni minima cosa vale la pena emozionarsi, impegnarsi, essere felici o indignarsi. Sì, anche indignarsi. Il protagonista della Passeggiata si indigna volentieri e fa le sue rimostranze con impegno e profusione di termini appropriati. Perché indignarsi è un segno di rispetto per la bellezza dell’universo. Se il mondo può essere estremamente meraviglioso bisogna combattere con tutte le nostre forze contro chi lo rende banale, uniforme e spento. E fargli capire esattamente dove e perché sbaglia. Non possiamo arrenderci.

Vorrei poter essere così seria, intransigente e combattiva e anche leggera, serena e gioiosa. Come il protagonista della Passeggiata, come Robert Walser, morto pazzo in un ospedale psichiatrico.

Che la terra ti sia leggera per sempre, Robert.

M.M.

Le avventure di Huckleberry FinnAdventures of Huckleberry Finn. (Tom Sawyer's comrade). By Mark Twain. With one hundred and seventy-four illustrations. New York, Charles L. Webster and Company, 1885. SPECIAL COLLECTIONS: PS1305 .A1 1885c: Copy 1: Original pictorial green cloth. Numerous newspaper clippings pasted inside both covers. Gift of Dr. Wilbur P. Morgan of Baltimore. Small Special Collections Library, University of Virginia. All rights reserved.

“Era solenne scendere a valle per quel fiume tranquillo, stesi sulla schiena a guardare su le stelle e non si aveva molta voglia di parlare forte… Il tempo era splendido, e durante quella notte non capita niente, né la notte dopo, né quella dopo ancora”.

Non “l’alto mare aperto” di Dante nel canto di Ulisse, ma il fiume Mississippi in Le avventure di Huckleberry Finn. Dopo tanti anni, mi sembra ancora di vedere il capanno nascosto tra gli alberi, sentire la zattera che scivola silenziosa sulla corrente.

Credo di aver divorato il capolavoro di Mark Twain in dosi superiori al massimo consentito ad una ragazzina.

Tra tanti libri, Huck è diventato subito il mio eroe.

Uno che dorme in una botte, racconta bugie, fuma, ruba, ammazza i serpenti. Si finge morto per sfuggire al padre ubriacone, odia la scuola e la vedova bigotta che lo obbliga a lavarsi e vestirsi.

Un ribelle. Sempre a caccia di libertà, in una terra di schiavi.

Avevo già letto Le avventure di Tom Sawyer. Niente a che vedere. Il primo, le storie le inventava. Il secondo, le viveva davvero. E io con lui.

Sul grande fiume americano credo di aver contratto un virus. Diciamo che ho fatto varicella, pertosse, morbillo e orecchioni, tutti insieme. Ma più che vaccinarmi, mi sono ammalata.

Ho amato così tanto quel libro e il suo protagonista, che ancora adesso, a distanza di anni, non saprei dire se mi abbia più spinto a scrivere o a vivere.

Per i critici Sawyer sarebbe l’alter-ego dello scrittore, mentre Finn ciò che fu prima di diventare famoso. Pilota di fiume, cercatore d’oro, umorista. E giornalista, come me.

Medicine non ce ne sono.

Torno nella botte o mi butto nel Mississippi?

I.V.

Per le strade di LondraDickens_dreamIn un vicolo semi buio, uno dei tanti che puoi trovare a Londra, Oliver Twist rincorre la sua banda di ladri. Lo vedo nascondersi in qualche ombra. Scappa Oliver! Gli urlo. Ma  le guardie l’acciuffano e lo trascinano via. Continuo a seguirlo, senza farmi vedere.

E mentre cammino rasente il muro illuminato appena dai lampioni a gas, sento un tintinno. Mi volto e vedo l’evaso Magwitch. Ha un’andatura goffa e un residuo di catena alla caviglia che picchia sull’acciottolato. Anche se non lo posso vedere bene in faccia sento che in fondo potrei fidarmi di lui. E non mi fa paura.

Appena voltato l’angolo, una porta sbatte. Ecco, sta uscendo David Copperfield. Ha gli occhi duri e una smorfia sulla faccia pallida. È triste, lo so. Il patrigno l’ha appena mandato via, destinazione un collegio privato.

Chiunque possa uscire dalle case che affacciano su quei vicoli è qualcuno che conosco bene o uno sgherro da cui prendere una certa distanza. In ogni caso, è gente che si muove intorno a me, qualcuno con cui poter parlare. E loro mi prendono per mano. E mi trascinano per quelle strade. In mezzo al fumo e al vapore di Londra.

È lì dove vivo molte ore al giorno. E nessuno può dirmi il contrario: è un tempo lontano, quello, non ti appartiene. Puoi tirarmi per un braccio, e allontanarmi da lì.

Ormai ci sono dentro, e con un balzo salgo su una carrozza che si muove incerta sull’acciottolato, e passa accanto a case con angusti cortili e muri scrostati. Vagabondi rotolano nella notte e ubriachi maldestri litigano. Garzoni di pub stanno per chiudere i battenti. Li potrei chiamare tutti per nome, perché li ho visti e incontrati più volte. Lancio un sorriso sui loro volti di carta poi giro pagina e anche loro mi salutano e vanno via.

Non posso fuggire, anche se non è mia intenzione farlo. Sono lì, tra quelle righe, che scorrono come il Tamigi. E non vorrei essere altrove.

Accendo la lanterna quando la notte invade la città. Faccio qualche passo poi mi fermo di scatto, qualcuno mi prende per mano. È un bambino. Un orfano. Invece di provare pena per lui o una gran voglia di strapparlo a quelle strade, lo seguo ubbidiente e fiduciosa, ovunque mi stia portando. Quel bambino mi trascina in vicoli sempre più stretti e bui. E quando, solo per un istante, oso gridare: basta! Ho paura, non posso più seguirti, quel bambino mi stringe la mano ancora più forte e sono convinta che niente e nessuno potrà allontanarmi da lì. E non lo vorrei. Sono arrivata qui, mi dico, pagina dopo pagina, e qui voglio restare.

Quel bambino mi guarda mezzo incredulo. Allora gli faccio una smorfia, e lui capisce. E non molla la mia mano. Bando alle ciance, si prosegue. E mi ritrovo ancora a camminare su quelle strade. Vedo Oliver Twist che esce da un camino, tutto nero, quasi affumicato e per poco ruzzola giù. E Magwitch, in un angolo buio, che si azzuffa con un altro evaso.

Intanto David Copperfield mi taglia la strada, ha il naso rosso e gli occhi pieni di pianto. Passa da un posto all’altro, e nessuno lo vuole.

Sono tutti lì, in quella Londra fumosa, solo per me. Mi prendono per mano e non mi mollano più.

Mi scaraventano nelle loro storie facendo finta di accompagnarmi. Potenti, e delicati. Mi sbattono in faccia tutto, proprio tutto, e sono convinta che questa sia la realtà.

È così, e basta.

E poi di nuovo a spasso, la notte, per quelle strade buie.

Paola Pozzo

The DeadthedeadPubblicare qualcosa all’altezza di un Maigret mi basterebbe per sentirmi  scrittrice. Ma se dovessi scegliere il procedere incerto alla luce di un capolavoro, allora vorrei “The dead”. Non ho letto quasi nient’altro di Joyce, però “I morti” l’ho letto più volte.E’ veloce e possiede solo gli aggettivi necessari, una caratteristica che amo dell’inglese. Gli aggettivi sono sfumature d’acquerello; i sostantivi, case di pietra e mattoni. E la modernità è così, concreta. Prendete “The dead” e cambiate i dettagli d’ambiente e costume: potreste pubblicarlo domani.

Il quadro del racconto è molto comune. Una cena di Natale che si ripete ogni anno a casa di due anziane zie zitelle. Devo riconoscere che alcuni elementi mi attraggono a prescindere dal talento di Joyce: la neve, il Natale, la notte e tutto ciò che è “vecchia Inghilterra”. Le descrizioni dei personaggi avvengono quasi in sordina, attraverso i dialoghi e grazie a particolari disseminati qui e là, che creano spigoli e definiscono. Particolari che attribuiscono a ciascuno la sua ombra, qui un nervosismo, là un’incertezza o un eloquio esagerato. E l’ambiente, l’ambiente è precisissimo nel rappresentare portate, musiche e affettuosi riti borghesi.

Tutta questa precisione soffocante, rassicurante eppure vivace nel suo essere ordinaria,  procede sin quasi alla fine, quando Gabriel, il punto di vista del racconto, “in una zona buia dell’anticamera” intravede una donna immobile sulle scale. E’ sua moglie Gretta e la loro è una coppia ancora viva di desiderio, un amore ben assortito. Ma in questa precisa cena di Natale, una musica al pianoforte ha ricordato a Gretta un ragazzo di paese, sensibile e malato, che l’amava con il romanticismo totale degli spiriti accesi e che a 16 anni si lasciò morire d’amore per lei. Così sulla scena appaiono e la invadono tutta le ombre, il non detto, la solitudine dei ricordi e dei sentimenti rimpianti.

Alla fine di “The dead” è come provare per la prima volta il sentimento autentico della morte.  Le pagine conclusive, ma soprattutto gli ultimi capoversi, sono un miracolo di scrittura. A 25 anni, James Joyce aveva trovato parole e immagini perfette per entrare nel mondo dell’immobilità e dell’ignoto.

Rosanna Biffi

 

I MelrosemelroseAmo molto ” I Melrose”, romanzo di Edward St Aubyn, scrittore inglese nato nel 1960. Tra il 1992 e il 2005 St Aubyn pubblica quattro romanzi, che saranno editi in Italia soltanto nel 2013 da Neri Pozza sotto un unico titolo, “I Melrose” appunto; nello stesso anno l’editore pubblica anche la traduzione di “At last”, uscito nel 2011, con il titolo “Lieto fine”;  la traduzione in italiano dei cinque romanzi originali è di Luca Briasco.Il romanzo (per comodità ne parlo come di un unico romanzo, in realtà è una serie di cinque testi) narra la vita di Patrick Melrose, un giovane avvocato dell’upper class inglese, dall’infanzia fino ai suoi quaranta anni circa. Ambientato in epoca odierna, è circoscritto a pochi luoghi: una villa in Provenza, alcuni alberghi a New York, una residenza signorile nella campagna inglese, appartamenti borghesi e ospedali psichiatrici a Londra, nonché ad alcune funeral home. Dunque, Patrick. Un’infanzia infelice, vittima di David, padre sadico, dal quale Eleonor, madre debole e vile, non sa difenderlo; una giovinezza torturata da ricordi non rimossi e dall’uso distruttivo di droghe, farmaci e alcol; un’età adulta incerta e dolorosa, tra patologie depressive, alcolismo e ricoveri in clinica, che gli costeranno la separazione dalla moglie Mary e dai figli ancora bambini Robert e Thomas.Un inferno moderno che St Aubyn indaga attraverso l’intelligenza acutissima di Patrick Melrose stesso, fredda e sarcastica, esercitata soprattutto contro sé stesso, e una profonda coscienza del dolore, che paradossalmente inchiodano il protagonista all’inazione,  perché agire è volgare e il dolore ineliminabile. Il viaggio drammatico di Patrick nella propria storia si conclude con il riconoscimento di ogni dolore, anche di coloro che sono stati la causa del suo, a loro volta vittime, e con la consapevolezza che non è il perdono ma la comprensione che apre la strada a una possibile salvezza, e a ricominciare a vivere, forse una vita meno infelice.

La narrazione è in terza persona ma dal punto di vista del protagonista, cui l’autore si avvicina talmente e con tale precisione e partecipazione emotiva da ingannare quasi il lettore, dandogli l’impressione che sia Patrick a parlare di sé in prima persona. Le figure retoriche, le metafore, le similitudini sono originalissime, audaci, insolite e ogni volta mi conquistano (ho già letto tre volte il romanzo). I dialoghi, elegantissimi e snob, sono lo strumento con cui St Aubyn descrive e presenta i vari personaggi, dando loro una vivacità di carattere immediata e indimenticabile. Il linguaggio è colto, opportuno alla complessità di un’indagine psicologica che il protagonista disturbato compie su sé stesso, con speculazioni intellettuali ardite e considerazioni morali non comuni. L’insieme è impegnativo per il lettore ma estremamente affascinante perché alla complessità della materia narrativa corrisponde una lingua agile, fluida, di grande eleganza, verrebbe da dire naturale.

Ho a lungo creduto che l’inglese fosse una lingua particolarmente duttile e che la grande tradizione del romanzo borghese e di conversazione inglese fosse essenziale per raggiungere la qualità di questo romanzo di St Aubyn, ma l’ottima traduzione in italiano mi ha convinto che anche la nostra lingua può offrire le stesse opportunità narrative; certo, manca una tradizione specifica o è piuttosto stentata, ma si può almeno tentare.

GB

Vieni e vai di Rosanna Biffiallen-gardens_snow_dog-walker_bw_01Stanotte la neve è quieta, i fiocchi solitari non turbinano nella tormenta. Ascolto il silenzio e non mi serve altro. Né chiamate di voci nervose, né corpi che mi offrirebbero un calore di poco prezzo e pretenderebbero scintille di lava che io avrei già reso inoffensive.La foto della mamma mi guarda dal cassettone antico, fissata in bianco e nero. La figura sottile, il sorriso per nulla rilassato, gli occhi azzurrissimi che solo io ricordo e che nessuno, mai più, rivivrà ancora.Spalanco la finestra sul cielo della notte, i polmoni si aprono e ancora una volta posso tornare a vivere. Di fronte a me, la collina di ciliegie dell’estate è avvolta dalla foschia bassa che mi libera e mi opprime. Solo quando nevica riesco a respirare l’aria del mondo, quando non ha né colori né impudicizie.Domattina all’alba spalerò i gradini che scendono al cancello d’ingresso. Da anni nessuno li sale. Mi lasciano le provviste accanto al muretto di recinzione, con smartphone e computer posso regolare tutta la vita esterna.

Il mondo che passa davanti alle mie persiane socchiuse, io lo guardo quando sbircio tra i listelli ciò che una volta solcavo con passo speranzoso. “Sciocca”, mi dico sempre pensando alla me stessa di allora. Tanti batticuore, tante giornate con il viso al sole, per poi capire che non c’era nulla oltre a quello che ora vedo a strisce chiare e scure. La bambina che mi rubava i giochi con sorriso sfrontato, percorre ogni giorno il mio marciapiede con piedi malfermi, con la pancia enorme che gli anni le hanno portato e l’arroganza che non le hanno tolto. Il bel giovane dagli occhi bruni che guardavo tanto, ha sempre una sigaretta tra le labbra e cammina pensoso, insicuro, com’era già allora senza che io me ne accorgessi.

Apro le imposte e i vetri, sistemo la poltrona davanti alla finestra e respiro la pulizia della neve. La punta della mia sigaretta è l’unica luce che interrompe il buio continuo, dalla stanza ai confini del cielo scuro. Brucia persino troppo e non è la prima volta che succede, dev’essere una partita venuta male e dovrò scriverlo al tabaccaio, perché con tutti i soldi che gli regalo può anche simulare interesse per una cliente affezionata. La brace è così intensa che si riflette sulla collina delle ciliegie. Anzi, quel puntino rosso di fronte, lontano, aumenta sempre più, rotola verso il basso e diventa tanto grande, tanto rosso. Scende, precipita, non trova ostacoli. Cosa può la neve contro il fuoco? Il grumo di brace ingigantito ha raggiunto la mia soglia, rotondo, minaccioso e inarrestabile…

Apro gli occhi perché dalla finestra aperta si affaccia la luce di una grigia giornata d’inverno. Non è più l’alba, la saracinesca del negozio di fronte è alzata, l’interno è illuminato. Mi alzo di scatto per chiudere le imposte, ci mancherebbe che mi vedessero dentro casa mia, dopo anni di occhiate lanciate contro le finestre chiuse, ultimo riparo di una persona strana. Io ho solcato cieli e mari che non vedranno mai e so cosa c’è in quelle loro vite sfiancate. Oh sì, io li attraverso senza fatica. Approdare qui per stanchezza è stata la mia sconfitta, non la sola ma l’ultima. I colori degli arcobaleni che non hanno osato cercare sbiadiscono ormai anche per me, che ero stata in grado di guardarli.

Adesso, ai piedi dei gradini vedo un pupazzo di neve: gli occhi fatti con sassi iridescenti, una bella pallina rossa come naso. Chi ha varcato il cancelletto d’ingresso che nessuno apre? E’ spalancato e non posso scendere a chiuderlo in pieno giorno, né chiedere a qualcuno che lo faccia al posto mio, come favore personale.

Ho sbarrato imposte e vetri, ma dopo un caffè e un toast mi sistemo a guardare attraverso i listelli. Passa tempo, molto tempo. La posizione è scomoda e la visuale ridotta. Mentre decido di lasciare la postazione, la vedo. Viene avanti affondando con attenzione i piedi nella neve, perché sa che potrebbe cadere. Supera il cancello senza timore e non guarda verso le finestre. Gira piano intorno all’uomo di neve, gli sistema un occhio di sasso in simmetria con l’altro e gli aggiunge le braccia. Si siede a gambe incrociate davanti a lui per un po’, non so per quanto ma mi pare per tanto, e lo fissa con molta attenzione. Quando si alza, affonda ancor più la pallina rossa del naso ed esce senza fretta, calma, concentrata, nel suo giubbotto rosso che spicca contro il cielo che scurisce. “Quella bambina ha un cuore solitario”, penso mentre osservo a lungo i piedi piccoli che si allontanano nella neve. Ho osservato gli occhi azzurri, i ciuffi biondi che sfuggivano dal cappuccio della giacca rossa. Non ho mai frequentato bambini e per me rimangono un enigma. L’ho guardata immobile ai piedi del pupazzo. Ho spiato la calma dei suoi gesti. Da un periodo infinito non vedevo nessuno di così originale.

Se Dio vuole, la solitudine mi regala l’anarchia del tempo che ho sempre desiderato. Notte è quando dormo anche se il sole è alto, mattino è quando verso il primo caffè e accendo la prima sigaretta. Non devo chiedermi che ora sia adesso. Con un velo di grappa nel bicchiere, attendo i pensieri di una quiete imprevista e mi abbandono allo schienale della poltrona. Sono aperti i vetri per la mia aria salvifica di neve? Dopo controllerò. I cuscini affondano morbidi, posso aspettare un poco prima di rimettermi in piedi. Lo farò, dopo.

Ma ecco che arriva il refolo d’aria che rinfresca i polmoni. Sa di freddo e pulito e di boschi fitti mai toccati da orma d’uomo. Sento che apre gli alveoli, uno dopo l’altro. Con gentilezza, con decisione, stana gli eccessi e li restituisce al loro mondo di dolore, al quale non appartengo più. Nel mio corpo entrano soltanto ossigeno e aria, tutto ciò che ho sempre amato. Intorno a me si saldano i fiocchi di neve, cristalli miracolosi che si uniscono nella moltitudine, loro che sono ognuno diverso dall’altro. Sono miei amici, mentre aumentano, aumentano, diventano valanghe veloci che mi precipitano lungo i fianchi. Portano via la compagna cattiva dell’infanzia, il bel ragazzo che non mi ha mai vista, il carburante degli aerei che ho abitato, il nero, il nero di una vita senza paracadute. Trascinano un giubbotto rosso. Quello della bambina? No, la bambina no, no…

Dove sono? Gli occhi chiusi pesano, questo non è il mio letto. Dopo un po’ capisco che mi sono addormentata in poltrona davanti alla finestra chiusa. La spalanco perché so che mi serve l’aria di neve e respiro a fondo. Questo sì è ossigeno, e l’assaporo con la prima sigaretta del mattino. Il pupazzo è ancora lì, tutto intero ai piedi dei gradini, con il suo naso rosso bello saldo. Il caffè e la sigaretta in poltrona, davanti al cielo basso e chiaro, mi regalano un piacere che non ricordavo più. Potrei  rimanere così per sempre e sarebbe bello, il miglior paradiso che mi augurerei.

Io aspetto lei e infatti arriva con il giubbotto rosso. Percorre sicura il marciapiede e il varco del cancello, conclude con calma i giri intorno all’omino di neve. Di nuovo si siede e lo guarda e dopo non fa più nulla, perché adesso tutto è perfetto. Mi affaccio, non posso fare a meno di stare anch’io così, immobile. Quando si alza io mi raddrizzo, non voglio perdere nessuno dei suoi movimenti. Gli stivaletti affondano nelle orme che avevano già tracciato, lei esce e non chiude il cancello. Però alza il viso verso la mia finestra e mi osserva con gli occhi azzurrissimi. Vedo che non ha tanti anni e la sua curiosità è l’unica al mondo che mi piaccia. Abbozzo un sorriso (so ancora sorridere?) e lei risponde con il suo, così improvviso e fiducioso da cancellare i pensieri. Fa ciao con la manina, più e più volte, mentre si avvia sul marciapiede innevato verso la sua casa.

Adesso mangerò e penserò e dormirò. Però prima siederò in poltrona e accenderò una sigaretta. La brace ha un’aria amica e la nicotina si combina benissimo con l’aria di neve. Stanotte sognerò e ci sarà qualcosa di rosso. Ma non saranno le fiamme dell’inferno né gli orrori del sangue. Stanotte gli incubi non arriveranno. Stanotte il mio rosso sarà solo trasparente.

L’acaro
di Fabrizia VillaacaroSono nato nel momento giusto e nel posto giusto, una cosa non da poco per quelli della mia specie, soprattutto quando sai che la vita te la devi giocare in 80 giorni. Neanche tre mesi, tanto è concesso vivere a noi acari maschi, la metà delle nostre sorelle e nulla se paragonato alla vita media di un essere umano.Il mio uovo, dicevo, si è schiuso proprio nel momento migliore, a luglio, il mese che più di ogni altro garantisce temperatura e umidità perfette per la nostra sopravvivenza. Il luogo non poteva essere più indicato: l’ambassador suite dell’hotel Principe di Savoia, un tripudio di drappeggi, tappeti e cuscini. Qui, tra damaschi, broccati, sete preziose e qualche imperdonabile scivolone sul sintetico, trascorro le mie giornate votate al piacere fine a se stesso. Polvere, forfora, pelle morta e unghie sono la mia gioia quotidiana. Più ne mangio e più ne mangerei. D’altra parte in qualche modo bisogna pur compensare la totale assenza di altri svaghi, a cominciare dal sesso, una vera rarità per noi acari, un atto veloce e meccanico che nell’arco della nostra vita si compie al massimo un paio di volte e senza troppe sorprese. Una realtà non semplice da accettare per uno che trascorre le proprie giornate nel materasso di un albergo.Qui sono veramente in pochi ad arrivare con la moglie; e di pelle, giovane e fresca, da mandar giù ogni giorno ne sento proprio tanta. I corpi, le briciole fragranti delle prime colazioni e i lunghi capelli delle ragazze che passano da questo materasso non li posso, infatti, vedere, mancandomi del tutto gli occhi, ma le otto zampe che la natura mi ha voluto regalare le uso tutte e nel modo migliore per immaginare quale possa essere l’aspetto di chi mi dà piacere.Un altro senso che ho imparato a sviluppare nel tempo è l’olfatto. Posso dire senza esitazione quale sia il colore della pelle, la provenienza, il sesso e l’età di una persona sentendone l’odore; ho imparato a identificare l’aroma di gioia, tristezza, paura e eccitazione di chi s’infila in questo grande letto. La sera capita che i profumi ingannino, ma alla mattina le persone si svegliano per quello che sono e io riesco finalmente a classificarle per il mio piccolo bestiario personale.Giorno dopo giorno mi sono trasformato in un entomologo, sempre alle prese con gli esemplari bizzarri, ma anche prevedibili della specie umana. I modelli di comportamento, le piccole manie di uomini e donne si ripetono quotidianamente fino quasi ad annoiarmi, soprattutto quando è l’amore o il desiderio a fare agire gli oggetti delle mie osservazioni.La morte e lo scorrere del tempo sono le uniche cose che ancora mi sorprendono. Questa continua scommessa su quanto e di che tipo sarà il tempo che rimane da vivere è qualcosa che fatico ancora a spiegarmi. Ho scoperto così il senso consolatorio e rassicurante di nascere con una scadenza precisa. Quegli 80 giorni scritti nel mio dna mi lasciano vivere serenamente le mie giornate senza quel senso di vertigine che affligge gli uomini, sempre in bilico tra l’essere e il non essere. Le loro vite trascinate o appese a un filo sembrano condizionare il ritmo quotidiano delle loro azioni.Sul mio materasso passano i voraci divoratori del tempo, lanciati al galoppo per percepire la vita come fosse una scia, i coltivatori di rimpianti, perennemente cullati nella loro melanconia e nella loro pelle abbondante, i vampiri della giovinezza, incapaci di farsi una ragione del passare dei giorni, e quelli che della morte hanno così paura che preferiscono sceglierne i tempi piuttosto che esserne sorpresi. È capitato anche questo nelle mie giornate da parassita, ho assistito impotente a un suicidio e ho assaggiato il gusto della morte, il sapore di una pelle che pelle non è più, inaridita in un attimo dall’assenza di vita.

Ieri, poi, la morte ha sfiorato anche me, e a portarla nella mia breve esistenza è stata una delle poche persone con cui ho stabilito una consuetudine. Forse parlare di frequentazione è esagerato, ma Gabriela torna quasi ogni giorno a farmi visita. Con il cellulare sempre stretto tra l’orecchio e la spalla riordina la suite per mettere in scena quella grande finzione che sono le camere d’albergo: piene, ma vuote allo stesso tempo, sempre nuove ogni volta che si apre la porta.

Di Gabriela conosco tutto: la vecchia mamma, i racconti dei figli che crescono, l’illusione del marito che l’aspetta. Lei sì che non pensa alla morte. Ogni suo movimento è costruzione di vita, soprattutto altrui. La fatica la sottrae alle preoccupazioni, alle vertigini di precarietà e la spinge avanti. Guai a fermarsi. I gesti sono diventati così automatici, vuoti di pensiero, sempre identici a loro stessi.

C’è solo un lavoro che Gabriela detesta: passare l’aspirapolvere. Troppo rumore, impossibile parlare con Isabel e Miguel quando quell’arnese infernale è in funzione. E allor meglio usare la scopa. Ma ieri no, ieri la direzione ha ordinato di procedere alla semestrale pulizia dei materassi. Così Gabriela ha imbracciato l’aspirapolvere e si è avvicinata al letto. “Prendimi”, ho pensato. “Porta l’imprevisto nei miei 80 giorni”, ma il telefono di Gabriela è suonato. Era Ignatio, suo marito. Lei ha abbassato l’aspirapolvere e si è lasciata cadere in lacrime sul letto. E io, finalmente, l’ho assaggiata.

 

 

L’importanza di chiamarsi Pilotti

di Giulia Pilotti

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Il padre di mio padre era un colonnello dell’esercito e il suo non era solo un mestiere, ma un modello educativo. Appoggiare i gomiti sul tavolo da pranzo e avere dei sentimenti erano solo due delle sciatterie che in casa Pilotti erano considerate semplicemente inaccettabili. Se potessi tornare indietro nel tempo, nel 1972, a un pranzo del Circolo degli Ufficiali di Bologna, incontrerei un bambino magro di 9 anni con degli occhiali dalla montatura troppo spessa e le ginocchia troppo convergenti, intento a sistemarsi il nodo di una cravatta troppo grande. Del resto, anche presentarsi al Circolo degli Ufficiali senza cravatta era semplicemente inaccettabile. Quel bambino strabico era mio padre e forse ora non lo riconoscerei affatto.

Adesso Maurizio Pilotti è un signore imponente, il tipico genitore che il tuo ragazzo del liceo preferirebbe non conoscere: due metri di uomo barbuto con occhi chiari da lupo siberiano. In ogni stagione dell’anno le maniche della sua camicia sono arrotolate, come se fosse sempre pronto a prenderti a pugni. Eppure c’è stato un tempo in cui a prenderle era lui.

So che una volta, da bambino, venne mandato a comprare il lambrusco e sulla strada del ritorno un cane piuttosto arrabbiato lo inseguì fino a casa. Mio nonno, a cui mio padre non riferì dell’inseguimento perché avrebbe dovuto ammettere di aver avuto paura e la paura è per i deboli (e quindi assolutamente inaccettabile), si trovò ad aprire una bottiglia che gli esplose tra le mani dopo essere stata agitata con cura per diverse centinaia di metri. Il colonnello non la prese bene e tra un ceffone e l’altro, all’età di 7 anni, il piccolo Pilotti decise che tipo di genitore sarebbe diventato: sarebbe diventato sua madre.

Mia nonna era mamma a tempo pieno. Far sentire amate le persone che ama è sempre stato il suo talento maggiore (oltre a quello per la gratinatura al forno). Maurizio si rese conto in breve tempo che tra il signore che si sfilava la cintura ogni due per tre e la signora che lo rimpinzava di cibo delizioso, non c’era proprio gara.

Ci sono stati anni in cui nascondere qualsiasi affinità con il padre gli è riuscito particolarmente facile: bastava indossare una passamontagna e battersi a colpi di molotov per cause che non solo il colonnello non avrebbe appoggiato, ma che avrebbe preso a cannonate senza pensarci due volte (la rivoluzione proletaria? semplicemente inaccettabile). Ma col passare degli anni i contorni sono sfumati gli uni negli altri: il colonnello ha smussato i suoi spigoli e mio padre si è evoluto in uno strano incrocio dei suoi due genitori, diventando un papà militarescamente affettuoso.

Se Pilotti ti vuole bene, non hai scampo: ti darà tutto (in quantità eccessive e/o spendendo troppo), ma solo se rispetti le sue regole.

I pilastri della mia educazione sono stati: non interrompere, dì per favore e grazie, giù i gomiti dal tavolo e se non sai qualcosa, chiedi. Una volta imparate queste facili regole (intorno ai 3 anni), venni promossa a essere umano più che degno della sua stima. Non ero capricciosa e producevo pochissimo rumore. In più, avevo imparato a scendere dallo scivolo urlando “Folgore” come si fa nei paracadutisti. Ero praticamente la figlia perfetta.

In questi ventidue anni il suo modello ha funzionato bene: mi ricordo distintamente tutte le liti che abbiamo avuto. Tutte e tre. La regola numero uno, “Non interrompere”, ha fatto sì che negli anni imparassimo ad ascoltarci. Ascoltarci a vicenda e conoscerci sempre più a fondo era il modo migliore di passare il nostro tempo insieme e spesso era anche l’unico. I miei hanno divorziato che portavo ancora il pannolone e da allora io e mio padre abbiamo vissuto in città diverse. Da che ho memoria, abbiamo sempre passato molto tempo al telefono. Quando non eravamo al telefono eravamo seduti fianco a fianco in macchina o, in periodi meno rosei, su un treno regionale, diretti verso la pasta al forno della nonna. Una consuetudine che non solo mi ha portato a conoscere a memoria il lato destro della sua faccia, ma ha definito le linee guida del nostro rapporto: due orecchie, rivolte l’una verso l’altra, che procedono vicine e parallele nella stessa direzione.

Mio padre non ha mai smesso di essere mio padre. Non esserci a tutti i miei primi giorni di scuola, dall’asilo all’università, sarebbe stato per lui semplicemente inaccettabile. Perdersi un mio saggio di danza? Semplicemente inaccettabile. Lasciare che i genitori delle mie amiche mi riportassero a casa la sera tardi? Inaccettabile (anche se forse sarebbe stato più pratico, considerato che lui veniva a prendermi partendo da un’altra città).

E’ stato mio amico quando ne avevo bisogno, ma non si è lasciato sedurre dall’idea di abolire le nostre norme per conquistarmi. Con le dovute eccezioni: quando ero bambina, a tavola con altri, si stava secondo le leggi di Monsignor della Casa, ma se eravamo da soli potevamo dilettarci in fragorose gare di rutti.

Negli anni, ai quattro comandamenti capitali, se ne sono aggiunti altri (“Rutti in confidenza”, “Non avrai altro dio al di fuori di John Belushi” e “Se devi spendere 8 euro, almeno vai a vedere un bel film”) e lentamente sono diventata una giovane donna di cui Pilotti potesse andare fiero.

La verità è che anch’io sono fiera di mio padre. Persino in quell’età infame che è l’adolescenza, non mi sono mai vergognata di lui. Mi piaceva che ci sapesse fare con i miei amici e che dopo averli conosciuti fosse in grado di regalare a ognuno un libro che avrebbe poi cambiato loro la vita (Non aver letto I quarantanove racconti di Hemingway? Inaccettabile).

Mi dice sempre che sono una Pilotti 2.0, una versione affine ma più riuscita. In effetti da mio padre non ho preso solo le spalle larghe, le mani grandi e la predisposizione naturale a risolvere i conflitti con una testata.

Io e quel bambino strabico abbiamo molto in comune (compreso un filo di strabismo). Ma lui è cresciuto in caserma: suo padre era il comandante di battaglione, lui l’unica recluta.

A volte penso di doverlo vendicare, ma la verità è che non ne ha bisogno. La sua vendetta è stata darmi delle regole e poi concedermi di infrangerle. Con me, ha sciolto il battaglione, aperto la porta della cella di rigore e buttato via la divisa (gli anfibi no, quelli li porta anche in spiaggia). Tanto male non mi pare che sia andata: non ho mai lanciato una molotov, non ho draghi cinesi tatuati addosso e non ho mai fatto niente per farlo incazzare di proposito (a parte uscire qualche mese con un tizio vagamente razzista, ma avevo quindici anni e all’inconscio non si comanda). Inoltre, quando sento che sto per tirare una testata a qualcuno, mi fermo sempre in tempo.

Mi ha riservato un amore inflessibile, senza pause. Con un intento pedagogico non molto velato, mi raccontava sempre una storia su dieci uomini attorno a un fuoco, che stendono la mano sopra le fiamme. L’ultimo che la ritira, è il più forte. E’ stato un papà così, credo: poco indulgente, ma soprattutto con se stesso. Ci ha provato in ogni modo, al punto da cimentarsi anche in esperimenti di gratinatura al forno. I risultati non sono sempre entusiasmanti, ma non mi importa: grazie a lui so già che madre sarò. O almeno, che padre sarò.

 

 

Educazione Culinaria

di Serena Caprara

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Era un sabato mattina, mia madre mi aveva fatto indossare il vestito verde, quello con la passamaneria beige nel colletto e nei polsini. Portavo le calze bianche di filanca e le scarpine color crema, di vernice, con il cinturino alla caviglia. Quanto mi piacevano, avevano quel dito di tacco che mi faceva sentire un po’ grande. La mamma si stava truccando, metteva l’ombretto azzurro sugli occhi. All’epoca esistevano due colori: azzurro e verde. Ci penso spesso a quell’azzurro quando apro il mio cassetto dei trucchi e vedo l’arcobaleno di colori che compro d’impulso, perché mi piacciono ma che poi restano lì, utili solo a ricordarmi quanto sono brava ad accumulare.

Avevo sette anni allora ed era il tempo dei pantaloni a zampa d’elefante e della dolcevita sintetica e stretta. Mi sentivo soffocare ogni volta che ci doveva passare la testa, per non parlare dell’elettricità che lasciava sui capelli, ricordo bene quei piccoli scoppiettii alternati quando la toglievo di dosso.

Tu dovevi venirmi a prendere. Non ci vedevamo da settimane, la separazione con la mamma era fresca e probabilmente non avevate ancora preso le misure sulla gestione della piccola. Ti aspettavo seduta sul divano mentre guardavo la mamma che si faceva bella. Sei arrivato con l’alfetta blu, avrei voluto abbracciarti ma tu non sembravi gradire. Hai sorriso, hai tenuto un po’ la mano della mamma nella tua mentre lei ti dava la borsa con le mie cose. Siamo saliti in auto e mi hai chiesto che cosa volessi fare. Io non sapevo rispondere, mi bastava stare con te, non avevo altri desideri. Siamo andati dai nonni e mi hai parcheggiata lì per un po’, dicevi che avevi alcune cose da fare e che poi saresti tornato. Ti ho aspettato per ore. I nonni erano contenti di avermi con loro ma io non ho fatto niente, stavo immobile seduta ad aspettare. Non volevo sgualcire il vestito nuovo, non volevo sporcarmi, non volevo rischiare di rovinare le scarpine di vernice correndo in giardino. Volevo essere perfetta, pronta per il tuo ritorno. Sei arrivato a metà pomeriggio, ti ho sentito cantare nel cortile e mi sono seduta composta sulla poltrona, ero contenta perché sembravi felice. Sei entrato e mi hai detto di prepararmi perché dovevamo andare a fare la spesa. Avevi deciso che avremmo cucinato insieme il pranzo della domenica. Volevi uscire in bicicletta ma ero troppo grande per essere messa sul seggiolino e la mia bicicletta era rimasta nella nuova casa, quella con la mamma. Siamo andati a piedi, mi tenevi per mano e avrei voluto che durasse di più. Non c’erano i supermercati, la spesa si faceva nei piccoli negozi del centro del paese. Siamo andati dal macellaio, poi dal droghiere e alla fine dal panettiere, quello che preparava la focaccia buona di pomeriggio. Mi hai raccontato che stavi mettendo in ordine la tua nuova casa e che avresti preparato una stanza tutta per me, ci sarebbe voluto un po’ di tempo ma te ne stavi occupando. Al mattino eri andato a parlare con l’architetto e ti aveva assicurato che nel giro di poche settimane tutto sarebbe stato pronto. Nel frattempo avrei dovuto dormire dai nonni, tanto saremmo stati insieme lo stesso, non faceva differenza. Non era il tempo ma la qualità, ripetevi. Non serve stare tanto tempo insieme basta che in quelle poche ore ci si riesca a dire le cose giuste. Del resto tu avevi ancora tante cose da fare, eri giovane e dovevi uscire con gli amici. E poi c’era il lavoro, stavi gestendo delle cose importanti e viaggiavi spesso. Lo facevi per me, per darmi la possibilità di crescere con le comodità che servivano. Mi avevi convinto, sono rimasta convinta di questo per anni. Quel fine settimana, il primo in cui siamo stati un po’ insieme, mi hai insegnato la ricetta del ragù. La nonna non era convinta, ricordo che ti guardava e poi alzava gli occhi al cielo. Tu avevi deciso che la ricetta doveva essere personalizzata, ci dovevi mettere i tuoi ingredienti segreti e lei dissentiva. Ripetevi che il trucco era il cognac, andava messo al posto del vino bianco, quello sì che faceva la differenza. Abbiamo passato il sabato a cucinare e poi la sera mi hai portata al ristorante. Vitello tonnato, cappelletti con la panna, scaloppine con i funghi e zuppa inglese, queste le pietanze principali del menù, piatti che oggi sono passati di moda ma che allora sembravano una scoperta culinaria da grande chef.

Ci sono state tante altre volte al ristorante con te. Mi hai fatto assaggiare le ostriche e il tartufo, ho imparato ad apprezzare l’aragosta alla catalana, a capire quando era buona e quando era cucinata male. Ho assaggiato le uova di quaglia, la lepre in salmì e tutta la selvaggina. Chiacchiere al ristorante, un paio d’ore rubate ogni tanto. Poco tempo ma tanta qualità.

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Ho aspettato per anni che fosse pronta la stanza tutta mia. Hai cambiato casa più volte, le ho viste tutte di giorno. La sera, dopo il ristorante, mi portavi a dormire dai nonni. Sapevo di essere scomoda, tu eri così giovane e avevi altro da fare. Ho capito dopo un po’ che non eri solo nelle tue nuove case, c’erano delle signorine che si alternavano a farti compagnia. Alcune di loro le ho conosciute, le portavi con noi al ristorante. Le salutavamo all’uscita e poi in macchina mi chiedevi che cosa ne pensassi. Chiedevi se mi erano simpatiche, se le trovavo belle ed educate. Non sapevo mai cosa dire, non me ne piaceva nessuna ma non volevo svelarlo. Restavo sul vago, dicevo che sembravano simpatiche e cambiavo argomento. Ti raccontavo di me, della scuola, dei miei amici ma tu riportavi la conversazione sulle signorine e alla fine cedevo ed emettevo qualche sentenza che ti faceva restare in silenzio fino a casa dei nonni. Mi lasciavi sulla strada e andavi via. La nonna correva fuori a prendermi, mi abbracciava e mi portava a letto.

Ho iniziato il liceo e anche la mia vita sociale, c’era meno tempo per stare insieme, un ristorante ogni tanto.

Sono andata all’Università in un’altra città. Quando passavi per Milano m’invitavi fuori. Ti raccomandavi che scegliessi un buon ristorante, non volevi avere a che fare con le cucine esotiche, non t’interessava il giapponese tanto meno il cinese. Cucina tradizionale, quella buona dicevi. Facevo il possibile per soddisfarti, chiedevo a tutti quelli che conoscevo e per fortuna qualche posto di tuo gradimento l’ho trovato. Mi sono laureata e per la discussione della tesi sei arrivato all’ultimo, ero convinta che non ce l’avresti fatta. La mamma e la nonna erano con me dal giorno prima e continuavano a ripetere che saresti arrivato nonostante il lavoro e tutti quegli impegni che avevi. Non capivo che cosa facessi, compravi e vendevi, tenevi una cosa per un po’ e poi la liquidavi, come avevi fatto con me e la mamma e con tutte le altre signorine. Ti stancavi e via, cambio.

Mi sono laureata e ho cominciato la mia strada, tu mi hai spronato. Al ristorante, eravamo da Bice, dopo alcuni mesi dal giorno della discussione della tesi, mi hai detto che il tuo compito era finito. Ero una donna e quindi potevo camminare da sola. Ti ho ringraziato per la fiducia e me ne sono andata.

Ho iniziato a camminare da sola, ero già allenata e non è stato difficile. Ci sentivamo ogni tanto, ci vedevamo qualche volta quando la mamma organizzava un pranzo della domenica e mi chiedeva di tornare. Poi lei è stata male. Ti ho chiamato per dirtelo, lo hai saputo quando mancava poco alla fine. Mi chiedevi se potevi fare qualcosa, non c’era molto da fare e l’ho fatto da sola. Dopo il funerale ci siamo visti perché dovevo prendere delle decisioni sulla casa, non sapevo se tenerla o venderla. Mi hai dato un supporto, mi hai aiutato a gestire le pratiche amministrative.

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Ho preso le mie decisioni. Ho scelto la mia carriera, gli uomini, la mia casa, la mia città. Ci sentiamo ogni tanto, ci bastano quei trenta secondi di conversazione che servono per sapere che siamo vivi e stiamo bene. La telefonata dura di più quando ho bisogno di chiederti qualche consiglio culinario, su quello parleresti per ore. L’ultima volta abbiamo disquisito sulla besciamella, sul tipo di latte da utilizzare, tu eri per quello intero e io per il parzialmente scremato. Ti ho raccontato che stavo pensando di utilizzare il brodo vegetale per rendere la crema più leggera perché avrei voluto abbinarla al branzino, ero fiera della mia ricetta ispirata da un recente viaggio in Francia. Tu sei inorridito, mi hai chiesto se fossi impazzita. Ti ho confortato, ho promesso che avrei sempre fatto la besciamella con il latte. Ho mentito così come mento quando ti dico che va tutto bene. È solo che la distanza ormai è tanta e preferisco restare sulla mia strada, quella in cui sperimento ingredienti lontani dal tuo gusto. Amo anche io il bollito ma lo mangio ogni tanto e mi piace quando tra le salse ne trovo una a base di zenzero. La polenta la cucino come antipasto, un assaggio con la crema di tartufo per poi proseguire con dei tortelli avvolti in una crema di curcuma.  Tu sei ancorato alle tagliatelle al ragù e allo stinco di maiale, al brasato e al cotechino. Scelgo vini californiani o cileni, oltre a quelli italiani e francesi. Bevo il rosso con il pesce, soprattutto d’inverno. Ci sono dei Cabernet della Napa Valley che fanno sognare ma tu non ne vuoi sapere, con il pesce si beve la Falangina ripeti. Ho provato a farti assaggiare lo Zinfandel ma ti ha deluso, preferisci il Lambrusco. Tanto vale restare nel tradizionale. Rapporti cortesi di buon vicinato, educazione, buone maniere e tanta passione per la cucina e il buon cibo. Questa sì, mi resta e sarà la mia eredità di te.

 

 

Lettera ad un padre mai nato

di Alessandra Caccia

 

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Il primo ricordo che ho di te è al telefono.

Stavi sempre al telefono. E correvi. Correvi sempre .

Da un telefono all’altro. Da una macchina all’altra.

Eri sempre di corsa e sempre in ritardo.

Quando arrivavi a casa per cena, ti sedevi mentre io mi alzavo per salutare, andare a lavarmi i denti e poi a dormire. Erano già quasi le dieci.

Poi  hai cominciato a correre da un aeroporto all’altro. E allora di te non restavano che bustine da toilette di Alitalia e calzettoni bianchi  sparsi per casa. Soprattutto durante i fine settimana, quelli in cui tornavi.

Io crescevo, ma non credo tu ti ricordi.

Un giorno mi hai chiesto come andava a scuola, ti ho risposto che stavo quasi per finire l’università,non facevo più la scuola.

Correvi, sempre.

Il punto è che mentre tu, correndo , cercavi di combattere per costruire una casa più grande,  acquistare una macchina più comoda, per proteggerci, mamma non c’era. Perchè correva anche lei.

Appresso a te. In tutti i modi possibili.

Berciando quando non tornavi e glielo dicevi solo mezz’ora prima che finisse il giorno.

Spiando le telefonate, i biglietti dei ristoranti dove eri stato, le ricevute delle camere d’albergo. E si arrabbiava perché diceva che lei  in quei posti lì,  tu non  ce la portavi mai.

Fregandosene altamente del fatto che la facevi stare tre mesi al Forte d’estate e venti giorni a sciare in inverno per le vacanze di natale.

Tu correvi anche in quelle occasioni lì.

Sono cresciuta imparando a correre. E anche adesso corro. Come te. Però  non sono così brava. E poi non ho mica tutto il tuo tempo. Tu ne avevi di tempo , eh pà ?

O te lo trovavi, il tempo. Quando non correvi per combattere per noi, allora correvi per le manifestazioni sportive, per le cene aziendali, per andare a trovare vecchissimi parenti,  chiusi da anni in ospizi vecchi quanto loro, e lo facevi sempre nei momenti meno adatti. Alle otto del sabato sera, quando mamma aveva organizzato una cena, o la domenica a pranzo, o il giorno di Santo Stefano -a Natale lo hai fatto solo una volta, sei arrivato al pranzo di famiglia con nonni e cugini e zii al completo, alle tre, avevamo quasi finito ed è stata guerra dura con mamma- quando c’era ilribaltino da fare, il cibo del giorno prima da finire e c’eravamo sempre ancora  tutti, sempre nella nostra  casa che era diventata grande, enorme e continuava a crescere  grazie a tutto il tuo correre. Mamma non lo sopportava. Non sopportava che tu corressi anche per quelli lì.

Una notte però ti sei fermato. Quella notte hai aspettato. Tu che di solito non aspettavi mai.

Erano passate da poco le tre, io ero certa di farla franca. Ho tolto le scarpe, aperto la porta  girando la chiave nella serratura lentissimamente in modo che lo scatto non si udisse. Ho fatto la scala a chiocciola in punta di piedi , immaginandomi fosse di cristallo, stando attenta a non fare il benché minimo rumore e cercando di caricare il peso sulle braccia e sul corrimano,  in modo da levitare, fosse stato possibile.

Arrivata in cima, lo shock. Hai acceso la luce accecandomi e mi hai colpita. Una sventola secca in pieno volto. Ho barcollato per la paura e per la  violenza della sberla.

– A quest’ora rientrano solo due categorie di donne ( avevo vent’anni pà, venti ) le drogate e le puttane. E dato che non mi risulta  tu faccia uso di droga, allora devo pensare che sei una puttana. Non rifarlo altrimenti cambi casa, cambi indirizzo e ,se è il caso, ti faccio cambiare anche i connotati.

 

Cazzo, tu tornavi sempre tardi, tardissimo, o addirittura non tornavi e io, io che a vent’anni  per una volta rientravo alle tre ero  una puttana ?

Allora con chi ci stavi tu in giro fino alle tre di notte ? Puttane, pà ?

Io non l’ho mai pensato. Davvero.

Ti vedevo crollare la sera sfinito ,subito dopo aver mangiato, o ti sentivo la notte che vagavi per casa sistemando documenti, montagne di carta, prima di partire per i tuoi viaggi o quando tornavi.

Allora perché tu  mi hai dato della  puttana ?

Lo so che in fondo non lo pensavi, mi piace credere che tu non lo abbia  mai pensato, però me lo ha detto. Mi hai picchiata e me lo hai detto.

Trattandomi come una bambina cattiva. E anche un po’ scema.

 

Mi sono laureata , ma tu alla festa non c’eri. Quella volta lì eri corso via davvero e seriamente. Ci avevi lasciati nella grande casa. Una bellissima e accogliente casa in campagna che avevi iniziato a costruire quando eri ancora giovane e ci avevi messo sopra  un mutuo tanto grande, che si era  estinto solo  poco dopo la mia laurea. La casa per cui avevi corso così tanto.

Te n’eri andato con un’altra, una che forse avevi incrociato correndo, in una  delle sere in cui non sei tornato.

Una che forse non sbuffava ogni volta che c’era una valigia da disfare e una montagna di calzini e mutande e camicie da lavare.

Una che non ti sfotteva se la sera crollavi  subito dopo aver cenato, di corsa come facevi tu. Mi ricordo perfettamente il modo in cui affondavi il cucchiaio nella minestra o la forchetta nella pasta.

Di corsa, senza perdere un colpo, quasi senza respirare. Ingollavi di tutto. Ti piaceva sempre tutto,  sia che fosse scotto o troppo crudo, sia che i pomodori avessero la buccia, – che proprio non la digerivi e poi stavi male e correvi in bagno- mangiavi come un animale  lasciato libero dopo giorni di catena. Poi, appena finito, di corsa ti appisolavi, e regolarmente non digerivi.

 

Sei scappato con un’altra donna,  in un’altra casa.

Io però ho sempre saputo che un giorno saresti tornato, e che,  almeno una volta, saresti corso da me.

Ed è successo. In  un giorno freddo di febbraio. Sei corso da me, in ospedale, dove stavo per dare alla luce mia figlia.

Chi l’avrebbe mai detto. Io con una figlia.

Ricordi il giorno in cui ti ho detto che ero incinta?

Indossavo una gonna arancione e un maglione blu scuro. Avevo appena parcheggiato nel grande spiazzo davanti all’entrata di casa. Tu eri in macchina , arrivato da poco  da non so bene dove.

Hai aperto la portiera ,stavi per scendere, ti sono corsa incontro e :

– Sono incinta pà !-

Non hai parlato. Mi hai preso la faccia-questa volta niente sberle secche-  me l’hai stretta forte, da farmi quasi male.

Hai piantato i tuoi occhi color del ghiaccio quando il cielo ci si riflette dentro, nei miei  poi mi hai abbracciata e stretta forte e hai sussurrato solo  ce l’hai fatta. Ce l’hai fatta.

Poi ti ho ritrovato che correvi in ospedale per il mio cesareo d’urgenza. Volevi vedermi, ma non si poteva. Quando sono uscita dalla sala operatoria, ubriaca di anestesia, eri lì. Mi hanno spinta con la barella fino a te.

-L’hai vista ?  ti ho chiesto

-E’ bellissima   mi hai risposto. E piangevi.

Ricordo benissimo pà, tu piangevi.

Piangevi, come lei appena nata, quando l’istinto l’ha spinta a respirare per vivere.

Sei nato con lei, pà. E guarda  il caso, tu il 4  di febbraio, lei il 5 . Un solo giorno dopo, di molti anni dopo.

Sei nato allora. Sei un giovane vecchio. Basta correre, pà.

Il tempo non morde più alla nuca. Quello che dovevi fare, lo hai fatto. Quello  che dovevi dire, spesso  non lo hai detto. Ma adesso, pà, basta correre. Rischi davvero di sfracellarti. Non hai più i freni perfetti di  vent’anni fa. Non ce la faresti a fermarti o a virare in tempo. Faresti il botto, pà. Ne sono certa.

A volte ti guardo e vedo un vecchio di cent’anni, uno di quei saggi omini canuti che  mi capita di osservare  ogni tanto in giro per i campi, quando torno a casa nostra.

Altre invece, scorgo ancora in te  il guizzo del leone umile  e dignitoso che sei sempre stato. Ma dura poco.

Quando ti arrabbi, adesso, -e ogni tanto capita, Dio se capita –  dai  ancora la zampata ferina e  ruggisci , sì, ma dura poco. La tua adrenalina si scioglie  come un panetto di burro lasciato fuori dal frigo per troppo tempo; cola e si disperde, senza lasciare traccia. Ti ritorna la faccia ebete dell’omino  vecchio di campagna.

E in me aggalla una tenerezza mista alla  rabbia. Difficile descrivere cosa provo. Ti detesto tanto e voglio proteggerti. Spostarti  la seggiola quando  tenti di sederti  al tavolo della  mia cucina –maldestro – e non prendi bene le misure. Pulirti,  quando  ti ungi la faccia col sugo di  pomodoro, perché mangi ancora  correndo, come allora – in quello non sei cambiato di una virgola –  l’unica differenza è che adesso ti tremano le mani e spesso sbagli  la mira.

Sei un bambino, pà, solo più incazzato e rugoso e stanco.

E’ tempo che tu smetta davvero di correre, pà. Ascoltami, se puoi.

 

 

610, ovvero, cosa ci faccio qui?

Di Chris Hill

30 agosto

Da qualche parte ho letto che Mussolini aveva fatto impostare il centralino telefonico del suo ufficio in maniera tale che il numero diretto per mettersi in contatto con il Re Vittorio Emanuele fosse il 610. Questo perché, apparentemente, egli traeva sollazzo dall’esprimere tutta la sua stima per il sovrano ogni volta che doveva comunicare con lui. “Sei uno zero,” forse mormorava, o declamava, o pensava, mentre componeva il regio numero sulla ghiera del telefono.

Altro piccolo elemento introduttivo. In gioventù ho letto e amato la Trilogia dell’Autostoppista Galattico di Douglas Adams. Il titolo dovrebbe essere più o meno quello. Non ne sono certo, non tanto per problemi di memoria quanto per il fatto che l’ho letta in inglese. Tutta quanta, anche il titolo. (Scelta quasi obbligata, poiché la traduzione in italiano ha massacrato il testo.) Comunque, e l’autore era il primo a definirla così, si trattava di una trilogia, benché composta da cinque libri.

Veniamo al punto. In uno dei cinque volumi della trilogia compare un personaggio collaterale, che non si può nemmeno definire secondario. È un essere alieno dall’esistenza imperitura che decide, tanto per passare il suo infinito tempo, di insultare il resto della galassia. Ma di farlo per bene. Pertanto si mette in testa di scegliere un insulto specifico e personalizzato per ogni altro essere vivente, e di consegnarlo al destinatario in rigoroso ordine alfabetico. Il che, è chiaro, avrebbe comportato una certa quantità di viaggi interplanetari i quali gli avrebbero fatto perdere un sacco di tempo. E questo era proprio, in fondo, il suo obiettivo. Ad un certo punto della vicenda, quindi, l’insultatore sistematico raggiunge il protagonista e gli consegna il suo insulto.

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Ebbene, l’insulto in questione (che era in inglese e ora non starei a tradurre, né a rievocare — niente di particolarmente greve o pesante, però coglieva con decisione nel segno) mi era piaciuto al punto che, prendendomi la libertà di sostituire il nome del protagonista con il mio, me lo ero copiato su un foglio di cartoncino rosa e l’avevo appeso con quattro puntine da disegno al muro sopra la mia scrivania, in modo che fosse sempre a mia disposizione ogni volta che avessi alzato gli occhi dai libri di studio. Il fatto che fosse in inglese aveva anche aiutato i miei genitori (non del tutto anglofoni) a non farci troppo caso e a non sentirsi obbligati a sollevare sopracciglia interrogative. Una nota di colore (è proprio il caso di dirlo): avevo utilizzato il supporto di colore rosa non per addolcire il contenuto del messaggio, ma poiché avevo, all’epoca, reperito una vecchia scatola piena di cartoncini (rosa). Erano alti e stretti e, nel medioevo informatico, venivano utilizzati per creare le schede perforate con cui si comunicava con i computer, prima dell’avvento di schermi e tastiere. (Giusto per fugare dubbi anagrafici, tengo a sottolineare che si trattava già allora di reperti archeologici.) Resta il fatto che, in quei tempi, molte delle mie opere su cartoncino, di qualsiasi natura fossero, avevano lo sfondo rosa. Questione di opportunità e disponibilità, più che di scelta.

Tutto questo preambolone serve solo a sottolineare che l’autostima non è una delle mie prime cinque virtù. E forse nemmeno una delle mie seconde cinque.

La cosa non mi ha creato grossi problemi finora. Si può vivere bene anche con un foglietto di cartoncino rosa affisso al muro che ti insulta quotidianamente.

Più pesante, invece (e qui veniamo agli accadimenti odierni), è rendersi conto che tra una dozzina di persone si è gli unici a non saper affrontare di petto una breve — e a quanto pare elementare — frase in latino. NULLO DIES SINE LINEA.

(Sullo “spelling” di NULLO ringrazio Chiara e la sua insondabile cultura. Io avevo capito e annotato sul mio taccuino: NULLA.)

Comunque. SINE LINEA potrei anche capirlo. Il NULLO DIES, invece, mi lascia perplesso. Anche perché la mia innata tendenza all’anglofonia mi porta subito a rileggere in inglese la parola DIES: “muore”. Niente muore senza linea? In che senso?

Ma soprattutto, con una dolorosa ferita della psiche e conseguente ulteriore calo di autostima, mi torna in mente che io il latino l’avrei anche studiato, a scuola.

Per quattro anni, l’ho studiato.

D’accordo, la mia scuola era una scuola inglese. E il latino l’ho studiato su libri ideati per i sudditi della Regina. Però l’ho studiato.

È passato qualche annetto. Anche questo è vero. Però non si può cancellare il fatto di fondo: io l’ho studiato.

Per un attimo, questa mattina, mentre rimugino sulla morte senza linee, mi concedo di credere, di sperare, che qualcuno, chiunque, ripeta la frase in italiano, risolvendo i miei dubbi e consentendomi così di mimetizzare ancora una volta la mia stonata ignoranza nell’armonia del sapere dell’Intellighenzia che mi circonda. Ma l’attimo dura una frazione di secondo. Siamo nell’ordine dei decimi, ritengo. Passati i quali Laura decreta: “non credo sia necessaria una traduzione”.

E allora mi costringo ad alzare la mia mano, sperando di non dare troppo nell’occhio, e a richiedere che l’ovvio venga reso tale anche a me.

E, intanto, ripasso mentalmente ciò che venticinque anni fa avevo riportato, con solo la modifica del nome del destinatario, su quel cartoncino rosa.

Così comincia questo weekend di seminario a Sarzana. La frase introduttiva (NULLO DIES SINE LINEA) mi colloca subito nella mia abituale posizione, quella che sempre occupo durante i corsi o i seminari di scrittura, vissuti insieme a questi cari amici che hanno studiato le cose giuste, o che perlomeno hanno letto i libri giusti. In questa mia posizione, cerco di non farmi notare troppo e tento di mantenere l’espressione di uno che capisce. Il più delle volte, credo e spero, riesco a farla franca.

I nomi degli autori, o i titoli dei libri, che vengono sciorinati durante le due ore di lezione, stimolano negli altri (non in tutti contemporaneamente, per fortuna) piccoli, impercettibili (ma io li percepisco) cenni di assenso, di riconoscimento di qualcosa che si è già incontrato, e forse apprezzato se non addirittura amato.

A me non stimolano nulla, se non imbarazzo. Che cerco subito di mascherare muovendo piano la testa in su e in giù, aggrottando un poco le sopracciglia come uno che sa riguardo a cosa stia annuendo. Oppure guardando altrove per un secondo o due. O, infine – e questa è la tecnica migliore, ma cerco di non abusarne – riportando febbrilmente il titolo in questione sul mio taccuino che, se non fosse per queste annotazioni frettolose e di facciata, resterebbe candido e intonso per tutta la durata del seminario.

proustMi riprometto sempre di leggerli, tutti quei libri, prima o poi. Sono la bibliografia che potrebbe rendermi più simile ai miei compagni. Ma se è vero che qualcuno di questi titoli potrei anche arrivare ad acquistarlo, è altrettanto vero che difficilmente li leggerò. Un esempio su tutti: la Recherche (si scriverà così? E ancora torna alla ribalta il mio cartoncino rosa, perché in realtà avrei studiato pure il francese, a scuola, per non meno di cinque anni). L’opera proustiana fa capolino nella lezione di oggi almeno una volta ogni cinque minuti. Sembra davvero che la sua lettura sia imprescindibile. E io ci credo. Ma quando mai riuscirò ad affrontarla? (Confesso che avevo cominciato qualche tempo fa, per poi accantonarla poco dopo la descrizione delle notti infantili: subito, quindi).

Eppure leggo molto. Ma – mi devo chiedere – cosa leggo?

A parte questo increscioso (quanto ormai abituale) episodio per latinisti, la lezione fila liscia e – tolti i momenti di imbarazzo – piacevole.

Come sempre.

Amo questi corsi.

Mi piacciono queste persone che mi permettono di stimolare in maniera diversa ed entusiasmante il mio cervello. E di atteggiarmi, per alcune ore, da intellettuale, pensatore, osservatore.

Una bella differenza rispetto alla vita vera, con i suoi mille insormontabili inutili problemi.

Per esempio, dopo la lezione, abbandono i miei compagni di corso, i miei amici che non vedo da mesi e con cui di così tante cose vorrei discorrere, per andare a trovare le mie figlie che trascorrono gli ultimi scampoli dell’estate in villeggiatura a pochi chilometri di distanza.

Per carità: la cosa giusta. Che padre sarei se non ponessi la visita alla mia prole in cima all’elenco delle possibili attività per un venerdì pomeriggio? E infatti, mi fa molto piacere vederle dopo una settimana di lontananza. Abbracciarle, coccolarle, giocare con loro.

Poi mi mettono ai fornelli, perché mia figlia piccola richiede il risotto agli spinaci, uno dei suoi piatti preferiti. Asserendo anche (e queste sì che sono soddisfazioni) che io sappia prepararlo meglio dei miei suoceri (titolari effettivi dei fornelli in questione).

Preparo il piatto al meglio delle mie possibilità e competenze. E, a cottura quasi ultimata, cerco nel frigorifero un po’ di latte per rendere più cremoso il risotto, prima di procedere alla mantecatura. Ne trovo un cartone quasi vuoto, ma il contenuto sembra essere sufficiente. Lo verso e… il liquido non è bianco latte, ma marroncino! Cerco di interrompere il versamento, ma ormai il danno è fatto. Cosa ho versato nel mio risotto? Una rapida indagine condotta sul fronte olfattivo e confermata da un veloce interrogatorio mi rivela che in tale cartone mia suocera ha preso l’abitudine di conservare, in frigorifero, il caffè (ma perché, poi?).

Il danno, per quanto irreparabile, non è troppo grave. Il caffè, per fortuna non zuccherato, dona al piatto un retrogusto originale e non del tutto spiacevole (tant’è che le mie schizzinose figlie lo mangiano senza sollevare troppe proteste).

Ma mentre inveisco in silenzio sulle abitudini conservatrici di mia suocera, e sulla sua mancata apposizione di un’opportuna etichetta che evidenzi qualsiasi cambio di destinazione d’uso del cartone del latte, penso ai questi miei piccoli problemi terreni.

E penso che i miei amici, in quel medesimo istante, passeggiano per le vie di Sarzana, mescolati a una folla di cervelli, probabilmente intenti a discutere dei grandi problemi del mondo, e dell’esistenza, o delle insondabili profondità dell’animo umano.

E intanto io: caffè nel risotto.

E se a loro si palesano epifanie con eminenti personaggi del mondo culturale e televisivo, io filosofeggio sull’opportunità o meno di scrivere “CAFFÈ”, possibilmente con un pennarello indelebile, su qualsiasi recipiente sia scelto per la conservazione della preziosa bevanda.

Ma tant’è. È stata una piacevole giornata. E come dice Laura: ce la siamo sfangata.

31 agosto

Non c’è nulla da fare. Quando un predatore sceglie la propria preda, difficilmente si lascia distrarre. La rincorre, ne segue l’impronta olfattiva, ne traccia il percorso, la punta, e poi l’attacca. E quando serra le mascelle, affondando i denti aguzzi nella morbida carne indifesa della preda, non desiste, non cede. Mai lascia che la pietà interferisca con il suo sanguinario scopo. Il morso fatale viene protratto, in un crescendo di spasmodica frenesia, fino all’esalazione dell’ultimo respiro.

Della…

Povera…

Vittima.

È così. Non si scappa.

Nello specifico, la preda sarei io.

Il predatore? Il latino.

Comincia già a colazione. Eugenio, l’amico che consiglierei a tutti, mi si para davanti con una maglietta decorata con una frase. Un motto, un detto, una massima, una citazione… che ne so? So solo che è scritta in quella crudele lingua. Crudele e subdola, poiché si spaccia per morta e invece…

Cerco di concentrarmi sul cappuccino, sui croissant, sul succo chimico al vago sapore di arancia… ma quelle parole, morte ma che ritornano come zombie, mi aleggiano davanti agli occhi. Cosa vorranno dire?

Eugenio, mentendo come solo un vero amico sa fare, dice che non lo sa nemmeno lui.

Riporto la mente ai banchi della scuola superiore, quando la studiavo, quella maledetta lingua. Non ero l’ultimo della classe, in quel corso. All’esame finale, dopo quattro sudati anni, avevo anche preso un voto più che dignitoso.

Ma poi l’ho rimossa.

Altre materie spingevano per avere il loro spazio nel cervello, soprattutto all’università: così tante nozioni da mandare a memoria nella completa certezza che sarebbe stata tutta fatica sprecata, alla fine. Ci voleva più posto: inutili teoremi di analisi matematica, incomprensibili formule chimiche di reazioni di ossidazione-riduzione, astrusi concetti sulla teoria dell’automazione e della regolazione, ridondanti procedure di calcolo strutturale.

La mia testa era come un pallone aerostatico che stava perdendo quota. Sulla banchisa polare. E gli orsi bianchi osservavano dal basso, passandosi la lingua sui denti ingialliti da una dieta troppo grassa a base di foche e balene spiaggiate. E io, con lentezza e consapevolezza, precipitavo.

Dovevo gettare le zavorre inutili.

Alleggerire. Fare spazio.

E il latino è stato sacrificato. (Insieme a molte altre cose).

Gettato giù, agli orsi polari, nella vana speranza che la mia testa-pallone potesse riprendere quota.

Tra l’altro – ironico – all’epoca sapevo già che da grande non avrei voluto diventare un ingegnere. Avrei fatto meglio a tenermi stretto il mio latino, invece di buttarlo sulla banchisa candida. (Per poi vederlo tornare a ossessionarmi a ogni occasione). Forse mi sarebbe stato più utile di, per esempio, i fondamenti della termodinamica applicata. (Comunque, nel dubbio, mi sono premurato di dimenticare anche quelli, appena possibile). Ma mentre si precipita verso le fauci spalancate degli orsi non si ha il tempo di ragionare lucidamente, o con lungimiranza. In quei giorni, per uscire vivo dalla banchisa del Politecnico, per galleggiare sulle tenui correnti d’aria che mi avrebbero condotto alla salvezza, dovevo sbarazzarmi di tutti i carichi inutili. Inutili in quel momento. Latino compreso.

In attesa che la lezione di oggi cominci, mentre ci concentriamo tutti in un’entusiasmante caccia alla formica armati solo di un po’ di spray repellente antizanzare e tanta buona volontà, rievoco amorevolmente i terribili momenti passati al Politecnico. Ma qualche decina di minuti e qualche centinaio di entomomicidi più tardi, vengo richiamato dal presente.

AnnaDue è arrivata. Cominciamo.

Di nuovo Proust.

Altro latino.

Un goccio di Recherche.

Un pizzico di latino.

Autori sconosciuti a volontà.

Chateaubriand

Arriviamo addirittura a Chateaubriand. Che a quanto pare avrebbe scritto delle memorie d’oltretomba ma che io conosco – e anche piuttosto bene – per la sue ricorrenti comparsate nei menu: sezione Secondi Piatti, sottosezione Carni.

Si parla poi di Virginia Woolf.

Breve nota. All’inizio dell’estate ci era giunto da Laura l’elenco dei libri da studiare per arrivare preparati al seminario. Con la mia consueta diligenza (nel senso pre-westerniano del termine), ne ho acquistati addirittura quattro.

Di questi, uno, il tomone di dissertazioni politiche di Dostoevskij, credo che prenderà al più presto la via di eBay. Sto prestando particolare cura a non sgualcirlo, non aprendolo neppure, per poterlo piazzare come “praticamente nuovo”.

Degli altri tre, ho cominciato a leggere quello di Virginia Woolf. Non sono andato oltre la prima quarantina di pagine – chiaro – preferendo poi affidarmi alla visione del film The Hours per ricavare gratis una versione concentrata del succo dell’esistenza della tormentata scrittrice.

Oh, ma non è che io non legga! Perché temo che il messaggio che sta passando sia questo. No, no: ho solo letto altro. Sto facendo una serie di ricerche sulla Prima Guerra Mondiale, in vista di un altro romanzino che ho intenzione di scrivere tra poco. E quindi, potendo scegliere cosa leggere, in questo periodo preferisco documentarmi sulle trincee.

Tra l’altro, devo notare che anche la Prima Guerra Mondiale compare piuttosto spesso nel filo del discorso di Laura. E quando accade io mi sento preparato e competente come non mai. Certo, sto ben attento a non farmi scoprire.

E comunque, salta fuori – con mia somma soddisfazione – che per questo seminario, di Virginia Woolf, bastano davvero le prime quaranta pagine! Per una volta, sembra che – quasi involontariamente – io abbia fatto i compiti! Giusto per autoesaltarmi un pochino, invece di seguire le pratiche fotocopie che Laura ci ha preparato con tanto amore, mi ostino a seguire le letture sul mio libro. Quello che ho comprato e che ho anche letto (per un po’, almeno). Che è – inutile dirlo – di un’edizione diversa. E, pertanto, ha una diversa numerazione delle pagine. Risultato: a ogni nuovo brano devo scartabellare come un forsennato per trovare il pezzo corrispondente, cercando di non farmi notare. Ma lo faccio volentieri. Un po’ perché noi maschi (lo diceva pure la cara Virginia) a volte ci intestardiamo su un’idea e la seguiamo ostinatamente fino a rasentare la stupidità. E un po’ perché, probabilmente, sotto sotto, quell’insulto su cartoncino rosa che mi ero appeso in gioventù di fronte alla scrivania qualche essenza di verità doveva pure averla!

Comunque, alla fine, avendo aggiunto un’altra manciata di titoli alla mia bibliografia delle buone intenzioni, la lezione termina.

Gli amici vanno al mare, a sperimentare quanto il tempo sia dilatabile. Il piano: mezz’ora per cambiarsi, mezz’ora per andare a Lerici, mezz’ora per trovare parcheggio, mezz’ora per mangiare, due ore piene di spiaggia e sole, poi mezz’ora per rientrare alla locanda e mezz’ora per prepararsi per la serata: il tutto da farsi in quell’arco di tempo che intercorre tra le tre e le cinque circa. Alessandra sostiene che si possa fare.

Ma forse sono io a essere troppo rigido con il tempo. E questo nonostante io non porti l’orologio da ormai due anni abbondanti. (Non lo porto perché un mio amico scrittore mi ha rivelato che gli scrittori non portano l’orologio. L’abbandonare il mio compagno da polso non mi ha portato a pubblicare alcunché, finora, ma io tengo duro. Tra l’altro, forse, dovrei anche cercare di raccogliere altre testimonianze a riguardo: chissà mai che il mio amico scrittore si sbagli…)

Comunque, io credo invece che il tempo abbia la pessima abitudine di comprimersi invece che dilatarsi. E poi io, al piano-spiaggia, dovrei anche aggiungere un altro paio di mezz’ore per andare e tornare da Massa. Quindi decido di non fare nulla. Ossia: scribacchio qualche appunto per questo diario e poi mi trasferisco con calma verso le mie figlie. E, soprattutto, a prendere mia moglie. Perché questa sera Jolanda è con me e tutti gli altri. Al cospetto del Marchese.

Il Marchese, anzi Marchesino, nel suo castello.

Un ragazzo simpatico e barbuto. Alla mano e a quanto pare nemmeno troppo schifato dall’idea di avere a che fare con la plebe. (Sono ingiusto: noi siamo l’Intellighenzia, dopo tutto!) Ci porta in giro per le sale del castello, raccontandoci aneddoti e mettendoci a parte dei segreti più misteriosi di famiglia. Fantasmi, immagini umane formate nelle macchie di umidità, letti che respirano, melograni scolpiti nel legno che, all’occorrenza, pulsano come cuori.

Affascinante.

Poi crostini, lardo, e altre leccornie che ci aprono lo stomaco e ci rimettono in pace con la nobiltà.

La marchesinettina, figliola di Pietro, è graziosa e simpatica. Prende alla lettera il compito di distribuire brochure pubblicitarie sul Bed&Breakfast e si accerta che ogni invitato ne abbia almeno una copia. Meglio due. Suo padre fa l’imbarazzato, come se non volesse che il marketing assumesse un ruolo così palese nella gestione del castello.

E poi la cena.

Siamo in venti. La tavola – immensa, nobile, impegnativa – è apparecchiata per diciotto, come da prenotazione. Però, noi siamo in venti.

Il bello è che, quando la discrepanza tra sedie e sedenti si palesa in tutta la sua tragicità, Laura ci conta e ci riconta, e il numero che le esce è sempre diciotto! (Volere è potere, eccolo dimostrato). Tuttavia rimane il fatto che siamo in venti.

Laura vorrebbe anche che ci sedessimo secondo lo schema consolidato uomo-donna-uomo-donna. Potendo, lontani dai rispettivi compagni di vita.

“Volere è potere” quanto si vuole, ma con solo otto maschietti per dodici femminucce lo schema fatica a farsi rispettare. Tanto più che alcuni uomini (ma io non sono tra loro) scelgono cavallerescamente di lasciar accomodare prima le signore. Pertanto quando alla fine della grande partita di “Sedie Musicali” due malcapitati si ritrovano in piedi, privi di cadrega, questi sono entrambi maschi. Niente panico: in men che non si dica ecco due nuove seggiole materializzarsi come per magia. Purtroppo, anche la magia – perfino lei – decide di non rispettare lo schema desiderato da Laura, e colloca i nuovi posti in una zona del tavolo già ad alta concentrazione maschile, esacerbando ancor di più la drammatica dicotomia: uomini di qua, donne di là (tranne per qualche non-cavalleresca eccezione, come me ed Eugenio).

La cena è ottima. E anche abbondante, come si diceva in trincea un centinaio di anni fa. Ma questa volta è vero.

I marchesi si sono impegnati a farci sentire a nostro agio con alcuni piccoli tocchi di quotidianità che quasi mi commuovono. Una lampadina fulminata che getta un cono d’ombra proprio sul centro del tavolo. Uno svolazzante velo di ragnatela tra due bracci del poderoso lampadario in ferro battuto. La scelta di non fornirci di un piattino da dolce, permettendoci così di sperimentare nuove esaltanti mescolanze di sapori, adagiando le fette di squisita torta su un sottile strato di altrettanto squisito condimento al burro e salvia, vestigia di una portata precedente.

Ma sono di nuovo ingiusto. Mangio davvero bene e di gusto. Se riuscissi a convincere il marchese ad accogliermi di nuovo al suo desco, non esiterei a tornarci.

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Esco sul bastione. E resto estasiato da un’immagine. La notte: buia. Il cielo: stellato (e quante stelle: noi cittadini non siamo mai abituati a vederne così tante). E, a stagliarsi contro quel nero punteggiato di bianco, issata su un corto pennone proprio all’estremità del bastione: la bandiera con i colori e lo stemma dei marchesi. Un drappo di quasi un paio di metri, illuminato da una di quelle lampade ai vapori di sodio benedette da una tonalità di luce così ambrata e calda. Il vessillo sventola ribelle nella brezza tesa che viene dal mare. Si agita, sbatte, protesta rumorosamente, mentre sembra reclamare il diritto di volare via nel vento. Ma il pennone lo trattiene.

Di colpo mi sento proiettato nel passato (basta ignorare la lampada ai vapori di sodio) e mi immagino quello stesso stemma, issato dal marchese dell’epoca (o, più probabilmente, da un suo servitore) a dominare la zona circostante. Simbolo del potere. Ma anche di sicurezza e orgoglio.

Potrei stare intere decine di minuti a contemplare il vessillo che garrisce al vento. Solo che tale vento è piuttosto fresco e, per prevenire spiacevoli inconvenienti intestinali, decido di rientrare.

Sfrutto un attimo di vicinanza a Laura per rivelarle il mio fosco segreto: ho fatto domanda di partecipazione a un programma televisivo. Una specie di “talent show” per aspiranti scrittori. Siccome aspirare, io aspiro eccome, mi sono detto: perché no? In realtà l’elenco di motivi per non iscrivermi mi si è compilato nella mente prima ancora che lo spot del programma terminasse i suoi trenta secondi: io non ho nessuna voglia di apparire in prima persona, tanto per dirne uno. E non ho nessun interesse a rivelare al mondo – sebbene un mondo interessato a seguire un talent per scrittori non possa che essere piccolo, infinitesimale – quanto poco io sappia di Proust, del latino e di Chateaubriand (nella sua versione non alimentare).

Però mi sono anche detto che le opportunità di raggiungere il mio obiettivo sono talmente ridotte che ignorarne una a priori è stupido. E anche un po’ presuntuoso. Così, alla fine, ho inviato la mia brava domanda.

Laura, dopo avere vacillato alcuni istanti, mi dà ragione. Hai fatto bene, mi dice. Bisogna buttarsi, nella vita!

Speriamo che non mi prendano.

32 agosto

Domenica mattina. L’ultimo giorno del seminario e ancora non ho parlato dei miei compagni d’avventura.

È che non ho molto da dire, tranne che sono i migliori compagni che si possano avere. Quelli vecchi e collaudati sono una certezza. Quelli nuovi sono sempre una piacevole scoperta.

Questa volta, però, io ho latitato. Mi sono perso una delle due cene, ed entrambi i pomeriggi. E sono quelli i momenti in cui il seminario si “vive” davvero. Tant’è che mi sembra quasi di non aver partecipato.

La prossima volta sarò più presente, è un impegno.

Oggi si parla di Katherine Mansfield. Della quale, a quanto ne so, non esiste un film con cui conoscerla senza leggerla. Durante l’estate il suo diario, forse per via della copertina scialba, non ha attirato il mio interesse abbastanza da farmi alzare il naso dai resoconti delle epopee degli alpini sul fronte dell’Adamello. Peccato, perché dall’opinione che mi faccio oggi, l’avrei preferito alle quaranta pagine che ho concesso a Virginia W.

Ad un certo punto del suo diario, la fu KM si preoccupa di poter morire senza aver completato le cose che sta scrivendo. Senza aver messo ordine tra i frammenti.

Per qualche motivo che non riesco a focalizzare, mi sento molto vicino alla poveretta. Strano, perché l’empatia si colloca un po’ sotto all’autostima, tra le mie virtù. E di certo ciò che scrivo io, completato o meno che sia, non può lasciare alcun segno. (Non lo dico per compatirmi. Ma a me piace scrivere cose che, quando riescono nel loro intento, possano essere lette per semplice diletto. Non ho messaggi da comunicare ai posteri. Né interpretazioni dell’umana coscienza da esporre. Nemmeno esperienze profonde da condividere. Nulla, insomma.) Quindi, perché mi sento vicino a lei?

Sarà forse l’angoscia che il concetto “mettere in ordine” genera nel mio animo votato al disordine?

Recupero le distanze dalla Mansfield. Non sono in vena di filosofeggiare, oggi.

Oggi la mia mente, nei momenti in cui la lascio vagare, va ad appollaiarsi sul libretto che questa sera l’editor mi restituirà. Le sarà piaciuto? Mi consiglierà di riscriverlo da capo?

È una cosina per ragazzi. Dopo aver sbattuto tante volte contro i muri dell’editoria “adulta” ho pensato di provare a saggiare la consistenza delle pareti della narrativa per ragazzi.

Zadie Smith

Questa sensazione eccitante, la fine di un’attesa, una mistura di aspettativa e preoccupazione che tutto sommato è piacevolissima, va ad aggiungersi agli altri aspetti positivi della giornata:

– Si parla poco di Proust;

– Il latino sembra essersi ritirato nella sua tomba (fino alla prossima volta, almeno. Che abbia a che fare con le fasi lunari?);

– Si rende evidente che Dostoevskij e il suo spaventoso tomo non verranno nemmeno sfiorati;

– Leggiamo Zadie Smith.

Zadie Smith mi piace da morire. Mi piace da oggi, intendo. Prima non la conoscevo. Avevo comprato il suo libro (formato elettronico) ma, per non fare torto agli altri acquisti, non l’avevo mai aperto. (O acceso?) Ma adesso non vedo l’ora di leggerlo. Con buona pace degli alpini rannicchiati nelle loro trincee sui ghiacciai.

Tutti questi fattori, messi insieme, mi fanno stare davvero bene. E anche la prospettiva di dover scrivere “in bella” il diario di questi giorni mi sembra meno spaventosa.

Tra l’altro – bisogna dirlo – la domenica mattina del seminario di Sarzana è sempre una giornata speciale.

Non so se si tratti dell’atmosfera un po’ da ultimo giorno di scuola. O la consapevolezza che non si sentirà più parlare in latino per un altro po’. O solo il fatto che si sono passati tre giorni insieme a gente fantastica, a fare una cosa assurda come parlare di letteratura, cercando l’ombra sotto i rami rinsecchiti di un ulivo, mentre schiere di formiche agguerrite pianificano il loro assedio finale.

Non lo so. Di certo, la domenica mattina del seminario di Sarzana io mi sento in pace con me stesso. Accade ogni volta.

Talmente in pace che, mentre mi accingo a partire, eseguo una manovra appena azzardata e rischio di sfracellare l’auto di Eugenio. Riesco a fermare, per miracolo e in piena inconsapevolezza, il mio paraurti a pochi millimetri dal suo, dopo una retromarcia baldanzosa e resa cieca da un raggio di sole malandrino.

Ma è la domenica del seminario di Sarzana. Il mondo è bello, la vita è stupenda, e non può accadere nulla di male.

Infatti non accade.

 

 

Diariodi Anna Li VecchiSarzana (o forse siamo a Cerri?) 30 Agosto 2013Finalmente ci siamo. Oggi inizia l’incantevole weekend di fine estate. Quest’anno il tema è “I diari e i taccuini degli scrittori”. La grande novità è la partecipazione di Lupe che è venuta apposta da Buenos Aires per condividere queste giornate e frequentare uno dei corsi di Laura Lepri di cui ha tanto sentito parlare. Ho atteso tutta l’estate questo momento e ora ci siamo. Sarà un po’ come quando ragazzine seguivamo i corsi all’università.Per noi il viaggio è iniziato ieri. Siamo arrivate a Milano per incontrare Christian e sua moglie Iolanda che ci hanno offerto un passaggio fino a Sarzana. Il tempo in macchina ci ha permesso di entrare nell’atmosfera parlando dei libri letti, di quelli scritti o che si sogna di scrivere. Ammiro la tenacia di Christian che definisce come “primo lavoro” quello dello scrittore, mentre quello che fa in azienda tutti i giorni è una seconda attività necessaria per portare a casa la pagnotta. Credo che gli sia possibile grazie a Iolanda che lo incoraggia con allegria dicendo che senz’altro starà scrivendo un best seller. Credo che ogni scrittore o aspirante tale dovrebbe avere una Iolanda nella propria vita.Arriviamo all’ormai noto Albergo Serena in orario (e non poteva essere altrimenti considerato il terrorismo psicologico che tutti noi abbiamo subito negli anni in materia di puntualità). Lì troviamo Chiara, Giulia e Alessandra e poi uno dopo l’altro tutti i partecipanti. Quest’anno fanno parte del gruppo tre signore che non gravitano intorno ai corsi di scrittura di Milano (in realtà quattro se si conta Lupe). Scopro con gioia che una di loro è di Treviso! Evviva! Una nuova conoscenza nella mia futura città.La lezione si svolge sotto gli ulivi, ma forse non troppo sotto perché dopo due ore la mia testa è cotta dal sole, o magari dai diari di viaggio di Goethe. Più probabilmente la prima. Visto il tema del seminario, Laura Lepri ci assegna il compito di scrivere il diario di queste tre giornate, che sarà poi condiviso su Facebook e nel suo blog. Questo vuol dire che qualcuno tra qualche giorno o settimana potrebbe leggere tra queste righe. Dunque, tu diario, creatura informe senza sesso né età, potresti nei prossimi giorni assumere le sembianze di un destinatario contemporaneo a noi ignoto.  Questa cosa mi crea imbarazzo come se qualcuno venisse a sbirciare tra quei miei cassetti disordinati che non voglio mostrare a nessuno.Terminata la lezione, il gruppo si divide e con Lupe ci concediamo un piatto di testaroli al pesto in compagnia di Christian e Iolanda. Così anche per quest’anno abbiamo timbrato il cartellino al ristorante Old bridge, che accoglie i corsisti di Laura Lepri da anni. Di sera andiamo a Sarzana (così posso dire effettivamente di esserci stata), dove ceniamo nello stesso ristorante dell’anno scorso, mangiando le stesse bruschette e lo stesso tonno. Abbiamo chiacchierato fino alla mezzanotte o forse oltre. Laura Lepri ha tenuto banco trattando qualsiasi argomento, da quelli più alti a quelli più pop, e come sempre succede l’abbiamo ascoltata con quell’ossequioso rispetto che per chi ci osserva da fuori può sembrare una divertente caricatura. Comunque ora è quasi l’una e spengo la luce.Cerri, 31 Agosto 2013Lezione entusiasmante! Per prima cosa ho conquistato un posto all’ombra. Purtroppo Nicoletta, la signora di Treviso, ha dovuto lasciare il corso per ragioni di famiglia. Peccato, non ho neanche fatto in tempo a conoscerla.Oggi siamo entrati nel vivo del corso avvicinandoci di un paio di secoli fino alla Woolf. Vinta la timidezza del primo giorno, la classe partecipa attivamente. Quanto mi piace l’energia che si crea in queste lezioni. Avrei continuato per ore.

04

Dopo la lezione, con Lupe ci accodiamo al gruppo che va a mare.  Un pranzetto veloce e poi ci regaliamo una passeggiata sul lungomare di Lerici per osservare un paesaggio di fine estate, con spiagge stracolme di umanità, la più varia, desiderosa di godersi fino all’ultimo raggio di sole estivo. Per la sera abbiamo un programma speciale: la visita del Castello di Fosdinovo.

Ci perdiamo tra affreschi, ritratti di famiglia, forzieri e stanze che hanno ospitato illustri personaggi come Dante Alighieri e che oggi, si racconta, hanno lasciato il posto a qualche fantasma che non sembra aver voglia di lasciare il castello. E come biasimarli? Dalle merlate si scorgono tre isole: Caprera, un’altra di cui non ricordo il nome e una lontanissima Corsica. Qualcuno, forse Eugenio, scherza dicendo che la vista della Corsica è stata ordinata apposta dalla dottoressa Lepri per dare prestigio al weekend organizzato. Sembravamo una scolaresca in gita con tutto quello che il caso prevede, come acquisti di souvenir (Laura Lepri voleva comprare un portachiavi con lo stemma dei Malaspina) e naturalmente la foto di gruppo, dove c’è sempre qualcuno che finisce ritratto con gli occhi chiusi.

Dopo il tour del castello, abbiamo gustato un aperitivo all’aperto, rallegrato dalla presenza della figlioletta del padrone di casa. Si aggirava con una pallina che chiamava “pallina del coraggio”: le era stata regalata dal dottore perché non aveva pianto durante la sua ultima visita. Era divertente osservarla, continuava a chiedere a tutti noi più e più volte: “E tu come ti chiami? E tu? E tu?” Era probabilmente divertita dal fatto che almeno tre persone del gruppo portassero il suo stesso nome, Anna.

Ecco, ci sono dei momenti in cui, guardando la dolcezza e l’allegria dei bambini, mi faccio domande sulla mia maternità. Ma questo è uno di quei cassetti così in disordine che preferisco tenere chiusi soprattutto nell’eventualità che lettori ignoti e contemporanei possano sbirciare questo mio diario.

Cena ottima servita intorno a una lunga tavolata, che ricorda quelle alla fine dei film di Ozpetek, piene di allegria e di vino. Dopo cena rientriamo con Christian, Iolanda, Eugenio, Chiara e naturalmente Lupe (la macchina di Christian è più simile a un bus che a un’auto). Gli occhi mi si chiudono dalla stanchezza, anche se vorrei tanto ascoltare Eugenio e Chiara, che sembrano avere ancora energie per tutta la notte. Mi sento come quando vorrei vedere la fine di un film ma non riesco a stare sveglia.

E ora finalmente dormo.

Cerri, 1 settembre 2013

Ultimo giorno di corso e in assoluto il più bello. C’è qualcosa in Laura Lepri che mi ricorda le grandi attrici di teatro. La lezione inizia e il sipario si apre. Lei viene fuori appassionata e appassionante. Ti trascina via dalla sedia come il pifferaio magico e con le sue parole ti offre generosamente la sua conoscenza. Quando lo spettacolo è finito, immagino il riposo dell’artista; stanco accende una sigaretta, sorride perché consapevole di quello che ha suscitato mentre era in scena.

Oggi ci siamo persi tra le storie della Woolf e di quella povera randagia della Mansfield. Entrare nella vita di questi scrittori, nei loro laboratori, nelle loro fragilità li ha resi così umani. Per anni ho percepito autori del calibro della Woolf come creature perfette e senza macchia. Leggere delle loro debolezze, dei giorni senza inspirazione, della vanità legata al consenso dei lettori, li ha fatti scendere, a piedi e non volando, dal monte Olimpo. Naturalmente restano sempre irraggiungibili e ancora senza macchia, eppure ho capito che i laboratori degli scrittori sono assai simili tra loro.

Katherine Mansfield

Terminata la lezione, ci siamo salutati velocemente e con Lupe siamo riuscite a strappare un passaggio ad Anna fino a La Spezia. Il viaggio in treno è stato lunghissimo ma piacevole. Quanto è vero che il viaggio è tanto importante quanto il soggiorno e ne scandisce le aspettative iniziali e le emozioni finali, traghettandoci verso nuove esperienze e poi riportandoci indietro. Le ore in treno ci hanno permesso di indugiare ancora un po’ su questo incantevole weekend di fine estate continuando a parlare di fatti e persone, come per imprimerceli bene nella mente. Siamo arrivati a Cortina col buio, accolte dalle Dolomiti, dai gerani rossi sui balconi e dal solito paesaggio tirolese che ancora dopo tutti questi anni continua a stupirmi. Improvvisamente le merlate di Fosdinovo, che guardano la Corsica, sembrano così lontane e sono grata che in qualche modo continuino a vivere nel mio diario.

Ah, quasi dimenticavo: questa mattina Laura Lepri ha rivelato di avere per sbaglio preso la pallina del coraggio della piccola Anna. Epilogo perfetto per una scolaresca in gita. Il punto è, come può essere successo? L’inconscio ha guidato la sua mano con lo scopo di zittire la vivace bambina? Oppure voleva semplicemente appropriarsi di quell’oggetto misterioso che prometteva coraggio a chi l’avesse posseduto? Forse più semplicemente, rubando la pallina, voleva metterci alla prova e vedere se sarebbe stata scoperta. In fondo, dentro ognuno di noi si nasconde una Eva Kant.

 

 

Impressioni e sguardi da Sarzana

di Guadalupe Achille

 

Sarzana, 30 agosto 2013

Le prime impressioni.

“Nulla dies sine linea.” Con queste parole di Plinio il Vecchio Laura Lepri inizia la prima lezione.

Un tempo era così per me. Durante gli anni del liceo, come tanti altri adolescenti, tenevo un diario, poi, quando sono arrivata in Italia per studiare, il diario è diventato il mio migliore amico. Scrivevo tutti i giorni. Credo che sia stata anche la solitudine ad incentivare la scrittura. Il diario era un amico silenzioso e sempre pronto ad ascoltare, tutto senza critiche, senza pregiudizi e senza limiti. Non mi ricordo esattamente quando ho smesso di scrivere tutti i giorni. So soltanto che ho ripreso, con grande fatica e con poco successo, quando Anna mi ha regalato i Diari di Virginia Woolf.

Anna è la ragione per la quale mi trovo in questo piccolo e strano alberghetto della Liguria. Sono passati diciassette anni da quando, per la prima volta, abbiamo scambiato alcune parole durante una lezione di Filologia romanza a Bologna. Oggi ci siamo ritrovate di nuovo a lezione insieme. Oggi abbiamo preso appunti, come quella volta, fianco a fianco. Questa volta però, non è stato in un aula, ma intorno a un tavolo di legno sotto il cielo celeste della Liguria.

Sotto gli ulivi, Laura Lepri pronuncia anche la parola coraggio. Bisogna avere tanto coraggio e poca paura, così dice, e le sue parole sono forti e sincere. La parola coraggio è forte, è quasi magica. Cercherò di ricordarlo mentre scrivo, cercherò di avere coraggio.

Goethe

Gli ulivi sono belli e molto poetici, ma non arrivano a dare ombra a tutte le persone intorno al tavolo. Io sono sotto il sole, ma non mi lamento e non mi sposto. Sono nuova nel gruppo. Tutte le persone presenti al seminario sui <<Diari e i taccuini degli scrittori>> scrivono o hanno scritto e tutte fanno parte del gruppo di Laura Lepri. Anche se non sono l’unica nuova arrivata. Infatti c’è la signora Anna, esperta di letteratura inglese, Enrica che ha già scritto un romanzo e la signora di Treviso, Nicoletta. Io mi sento, comunque, del tutto estranea, come chi arriva ad una festa dove non è stata invitata. È normale che provi un po’ di disagio, è assolutamente normale. È il primo giorno, passerà. Forse mi sento strana anche perché percepisco la curiosità che provoca la mia presenza. Un’argentina? Che cosa è venuta a fare?

Leggiamo Goethe e Flaubert e trovo i loro diari bellissimi. Tutti prendono appunti, ogni singola parola di Laura Lepri viene immortalata nei quaderni. Io preferisco ascoltare. Infatti a fine lezione mi ritrovo poche cose scritte nel mio piccolo quaderno verde e un po’ mi dispiace, ma avevo tanta voglia di ascoltare e godermi le parole senza trasformarle.

La prima lezione arriva alla fine e sento un po’ di sollievo perché durante gli ultimi trenta minuti sono stata tormentata da un fastidioso dolore all’occhio sinistro. Devo assolutamente togliermi le lenti a contatto.

Dopo il riposo pomeridiano va molto meglio, mi dispiace un po’ non essere andata in spiaggia con gli altri, ma non me la sentivo e, per fortuna, neanche Anna. Invece abbiamo preferito pranzare con Christian e sua moglie Iolanda. Vorrei che anche Iolanda partecipasse al corso, è davvero carina. Anche Christian è molto cortese e simpatico e ha scritto tante cose.

Sera. Di nuovo intorno ad un tavolo ma adesso senza i quaderni. Nessuno prende appunti, almeno non con la mano. Tutti ascoltano attentamente ogni parola pronunciata da Laura Lepri. Siamo a Sarzana avvolti dall’aria giovanile ed estiva di questa piccola cittadina. Il disagio è andato via assieme alla stanchezza, mi godo la serata e ascolto anche io attentamente. Prima la storia di Eva Kant (per la terza volta), poi altre su alcuni piccoli scrittori di provincia e su aspiranti scrittori arrabbiati e delusi. Parlo solo una volta per raccontare qualcosa su di me e il perché della mia presenza. Non sono certa di spiegarmi bene, di poter trasmettere bene la mia passione per la letteratura e per l’Italia. Anna mi aiuta, mi è seduta accanto ed è con me al cento per cento.

Sarzana, 31 agosto 2013

Lo sguardo degli altri.

La seconda giornata è cominciata all’insegna della comodità. Oggi niente male agli occhi e niente caldo. Mi sono seduta all’ombra e ho indossato vestiti leggeri. Inoltre sono vicino a Laura Lepri e quello mi fa sentire un po’ come la prima della classe. In fondo sono sempre stata un po’ secchiona.

Il disagio iniziale è definitivamente andato via. A colazione ho parlato con Giulia ed è stato molto piacevole.

Giulia è una giovane sicura e intelligente. Sembra che sappia esattamente quello che vuole fare; io alla sua età ero ancora abbastanza smarrita.

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Mi rendo conto di quanto ero stanca ieri, infatti non sono stata tanto socievole.

Comincio a conoscere meglio tutti. Purtroppo la signora Nicoletta ha dovuto, per motivi personali, lasciare il gruppo. Eugenio è veramente carino. È acuto e ha un gran senso dell’umorismo, inoltre è sinceramente affascinato dalla mia presenza. Mi confessa che non ama viaggiare in aereo, quindi il fatto di trovare una persona che attraversa l’oceano per sentir parlare di Virginia Woolf e K. Mansfield per lui è veramente fuori dal comune.

I fratelli Goncourt dominano la prima parte della lezione di oggi che, a mio parere, è ancora più bella di quella di ieri. Laura Lepri trasmette con eleganza e passione tutto quello che sa. Mi viene naturale pensare a quanto sia importante amare ciò che si fa, soprattutto quando si insegna. Oggi ho sentito la passione della signora Lepri. Una passione che va al di là dei salotti letterari e dei pettegolezzi editoriali.

Ad un certo punto prende il soppravvento Marcel Proust e tutto diventa solenne ed emotivo. La dimensione del tempo. Il tempo non è qualcosa che va solo in avanti. Infatti penso a tutte le volte in cui si torna indietro con il ricordo e si va avanti con l’immaginazione. Poi si parla dello sguardo degli altri.

È molto difficile non stare attenti allo sguardo delle altre persone. In fondo è qualcosa che ci nutre, nel bene e nel male. Anche per Virginia Woolf è così. Neanche lei può fare a meno dello sguardo degli altri. Poi la Woolf non ha potuto vincere uno sguardo molto più duro e potente, il suo. Alla fine è il nostro sguardo che ci limita.

La seconda lezione finisce e questa volta non sono sollevata, anzi.

Una volta finita la lezione andiamo a Lerici, al mare. Virginia Woolf ne avrebbe parlato come della festa delle domestiche. Gente ovunque. Uomini a petto nudo, muscoli gonfi e abbronzati, occhialoni da sole e grosse collane d’oro. Poi ragazzine fin troppo magre con costumi piccolissimi e donne grasse anche loro con costumi troppo piccoli. Tutti urlano. Comunque è un bel pomeriggio. Io ed Anna facciamo una bella passeggiata sul lungo mare mentre mangiamo un buonissimo gelato (nocciola e pistacchio). In macchina posso conoscere meglio Chiara, una donna sensibile e sicura. Confermo la simpatia che sento per Eugenio.

Dopo una sosta a casa di Laura Lepri partiamo per il Castello di Fosdinovo. È veramente bello, sono felice di poter avere l’opportunità di conoscere quelle stanze e di camminare, forse, dove ha camminato Dante. Infatti il giro per le stanze del Castello provoca emozione ed eccitamento. Alessandra, molto spontanea ed estroversa, chiama il giovane Pietro Malaspina “marchesino”. Lui non sembra affatto dispiaciuto, anzi si mostra molto simpatico e disponibile. Conosciamo anche la piccola Anna, la quale rincorre senza sosta una pallina rossa. La più piccola dei Malaspina è fresca, come tutti i bambini, e totalmente indifferente ai titoli nobiliari. Ad un certo punto, qualcuno fa presente che sono argentina e il padrone di casa mi racconta che l’anno scorso il castello ha ospitato un gruppo di scrittori argentini. Poi aggiunge: <<Sicuramente li conosci>> Ed io penso che forse, oltre al fantasma della ragazza innamorata dello stalliere, nel Castello ci siano anche i fantasmi di Borges, Cortázar, Bioy Casares e Victoria Ocampo. Quelli sono gli unici scrittori argentini che conosco. Questo mi fa riflettere sul fatto che veramente non conosco i nuovi scrittori argentini. Non ho letto nulla di recente. Troppa letteratura italiana, quando torno mi devo informare.

I fratelli Goncourt

Durante la cena mi sento parte di un film. Mi sento quasi come un personaggio di <<Camera con vista>>. Mi guardo intorno, la tavola è grande e bella, degna di un castello e tutti sono belli e sorridenti.

Torniamo in macchina con Christian, Iolanda, Eugenio e Chiara. Mi diverto molto in macchina, Anna dormicchia un po’, io mi godo il bellissimo paesaggio.

Siamo in camera con Anna, cerchiamo di commentare la serata ma non è possibile, vince il sonno. Buona notte.

In treno, 1 settembre 2013

La consapevolezza

L’ultima lezione è finita. Sono in treno con Anna. Ci aspetta un lungo viaggio fino a Cortina. Non mi dispiace, ho tempo per pensare, leggere e chiacchierare con la mia amica. Abbiamo tanto da commentare, gli argomenti di conversazione non ci mancheranno di sicuro.

L’ultima lezione è stata molto bella. Sotto gli ulivi si sentiva l’aria della fine, infatti l’aria era quasi sospesa. I giorni precedenti ci sono stati più interventi da parte dei ragazzi, oggi invece erano tutti in silenzio. Sembrava la sera del dì di festa.

Siamo entrati nel vivo dei testi: Woolf, Mansfield e Smith. “Come si trasforma in letteratura lamateria della vita”. Che bella scoperta Zadie Smith. Penso tanto alle parole di Laura Lepri a proposito dell’autenticità, della finzione, del vero. Poi mi prende un po’ l’ansia davanti a tutte le cose che ci sono da leggere e il poco tempo a disposizione. Questa consapevolezza mi rende un po’ triste.

Ci siamo salutati sotto gli ulivi. Tutto è successo abbastanza velocemente. Io mi sono emozionata, sono molto felice di aver conosciuto tutti. Sono state tre giornate belle ed intense. Saluto Laura Lepri e la ringrazio. Come al solito non sono sicura di aver trasmesso chiaramente la mia gratitudine e la mia soddisfazione. Mentre saluto i ragazzi mi rendo conto che mi piacerebbe molto rivederli (anche se dovrò ancora sentire la storia di Eva Kant, non importa).

Oltre a tutte le cose che ho imparato in questi tre giorni, mi porto in Argentina tanti ricordi e tre sacchetti di lavanda che per un po’ saranno le mie madeleines.

 

 

 

Diario

di Alessandra Caccia

L’alberghetto in collina è sempre lo stesso. Faccio ancora lo stesso errore nel ritrovare la strada. Sbaglio sempre.

Anche le panche  sotto gli ulivi che  ci vedranno accaldati, attenti, entusiasti sono uguali.  Solo un po’ più screpolate. La salsedine erode e lavora anche a distanza.

Io, di nascosto come ogni anno, incido  una lettera sotto la panca nel punto in cui prendo posto il primo giorno. Sempre la stessa lettera. Un’altra A. Come  ancòra. Ancora qui. Ad ascoltare ancora parole.

Sotto le foglie strette e argentee degli ulivi – provvidenziali, sbriciolano i raggi del sole  che altrimenti batterebbero in testa, intollerabili – ascolto  la voce della prof. che come sempre entusiasma. Avvince. Porta via.

Due ore belle piene di lezione. Mai noia. Appena finito ci si accorda sul cosa fare . Pomeriggio in spiaggia . A Lerici . Incantevole. Giusto un paio d’ore di totale relax  al mare.

Ritorniamo all’alberghetto  isolato e familiare. Doccia e cambio veloce. Cena in Sarzana vecchia.  Nella piazza principale  c’è gente, riconosco qualche volto noto. La serata corre via veloce. Il sonno  fatica ad acchiapparmi. Scappo, non voglio farmi prendere. Niente libri stanotte. Ho bisogno  di un sano e ipnotico rimbambimento da TV. Sto sveglia fino a quasi le tre.

Mattino successivo. L’acqua del water esce dal basamento di ceramica appoggiato al pavimento in bagno. Lo faccio presente  alla reception. La camera  16 è una delle più vecchie  mi dicono, gli ospiti non lo sanno ma andrebbe rifatto quel bagnetto lì, continua la signora, comunque ci pensiamo poi noi ,non si preoccupi che per stasera  è tutto a posto.

Mentre aspetto di cominciare  la lezione sento e immagino il rumore lento delle gocce che si perdono dallo sciacquone e scendono implacabili allagando l’esiguo spazio tra il water e la doccia. Stasera quando rientro me la trovo tutta allagata un’altra volta.

La lezione  vola via allegra , veloce – una vela al vento di bolina.

Le parole scivolano come tavole da surf  sulle onde di Waikiki beach. Nessuna sbavatura. Io  mi ci metto sopra e mi lascio trasportare, liscia , a volte però freno, inciampo. Le parole sgomitano nella calca dei pensieri, voglio trattenerle tutte. Senza perdermene nemmeno una. Eppure.

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La fila di formiche  rossonere che si intrufola tra i due tavoli di legno su cui lavoriamo mi distrae. E anche un bel po’. Inoltre  son cattive ‘ste formiche, pungono. Urticano. Decidiamo di ucciderle. Annientarle per poter continuare a lavorare in santa pace. Tempo due minuti e i tavoli diventano un  campo di battaglia e poi un cimitero di guerra. Cadaveri ovunque. Che schifo. Si riparte. Il confronto  Mansfield-Woolf è talmente interessante.

E mi chiedo: sono più Mansfield  o  Woolf, io? La risposta rimbalza come una palla  da tennis tirata bene. Un lungo diritto impeccabile da parte della Woolf,  un rovescio e una vollè  imprendibili da parte di Mansfield. E non so dove guardare, su quale dei due giocatori concentrarmi , a quale dei due affezionarmi.

Poi, col dipanarsi del match, capisco che  l’una non potrebbe “vivere” senza l’altra , l’una rende bella l’altra. Insomma  sto assistendo a una finale da Grande Slam irripetibile.

Mansfield contro Woolf.  Mansfield con Woolf. O   Woolf con Mansfield.

Cambiando gli addendi  il risultato non cambia.  M. + W  o   W + M  uguale : Meraviglia. Delizia per la mente. Dopo la lectio il gruppo come sempre si smembra. Noi, aficionados, andremo al mare di sicuro.

Pranzo veloce  con gelati, insalatone, o piovra bollita in una  baretto  stipato di uno stabilimento a Lerici. Mezz’ora di relax sugli scogli. Discorsi disparati.  Ci si conosce sempre  di più e meglio. Poi di nuovo in albergo . Stasera grande rendez-vous al castello Malaspina di Fosdinovo.

Arriviamo intorno alle otto. Forse anche prima.  Il castello ci accoglie, massiccio, benevolo.  Salendo i gradoni di pietra mi sento bene.

Ci fa da guida  il “marchesino Pietro” figlio del marchese Vieri Malaspina.

È un bel  ragazzo  barbuto, coi denti  grossi e squadrati, un naso imponente  “da marchese” e  le mani curate. Sembra il figlio giovane  di Che Guevara. È bella questa contraddizione fisica, unmarchese-Che.

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Il marchese-Che è di una simpatia contagiosissima. Gli chiedo tutto, i dettagli del soggiorno dantesco  al castello, la storia dello spirito di Bianca Maria che aleggia trasudando dalle pareti dentro cui è stata barbaramente murata perché – sfiga volle –  si era innamorata dello stalliere di famiglia. Mi inquieto nella stanza in cui morì suo padre,  e impongo le mani sulle coperte di broccato color zafferano  perché voglio  a tutti i costi sentire il refolo del suo respiro che  la storia narra sia rimasto lì, sotto le coperte. Il respiro non mi arriva, ma  il battito del cuore, chiuso dentro uno dei  melograni di legno intagliati che sostengono la pediera del letto, quello sì che arriva. Forte e chiaro. Gioiosamente  inquietante. Anche Chiara porge l’orecchio e anche lei capta. Allora non sono proprio una matta suggestionabile. Allora ‘sta suggestione non è scesa solo su di me. Si è irraggiata piuttosto a mo’ di spirito santo nella Pentecoste anche su altri elementi del gruppo. Buon per noi. Graziati.

Al castello è tutto allegramente sinistro. Siamo al “di qua del Magra”. Siamo nel ramo Spino Fiorito e si sente. Quando mi servono un prosecco sublime in un bicchiere di terracotta, a tramonto inoltrato, in uno dei chiostri della parte alta del castello, ho un momento di vero godimento.

Che viene prolungato e accentuato dall’arrivo  del pane sciapo su cui son stati adagiati strati di lardo di Colonnata eccellente, come non ne assaggiavo da tempo.

Quando arrivo al tavolo allestito per la cena son quasi sazia. Sbocconcello un po’ di tutto. Lasagnette, gnocchi fatti in casa, fagioli della Garfagnana, dolci. Solo il vino non mi piace. Era decisamente meglio il prosecco bevuto nel chiostro un’ora prima. Crostini toscani, formaggi di capra seguono senza sosta e ci riempiono il cuore prima ancora della pancia.

Serata tra miserie e nobiltà, tanto per stare in tema letterario.

Bella da starci tutta la sera. Calda da sudare buono. Indimenticabile.

Il mattino dopo è sempre troppo corto. Sarà perché è l’ultimo giorno , e come tutti gli ultimi giorni sembra non veda l’ora di passare, consumarsi, sparire. E infatti.

Oggi oltre alla Manfield e alla Woolf introduciamo  la contemporaneità di  Zadie Smith che ci fa vivere un giorno di Natale  grandioso.

Di tutti e per tutti – tutti noi che siamo qui e siamo parecchi e parecchio diversi.

E mi ritrovo lì, dentro la storia, con la magia che sempre mi avvolge quando avviene il miracolo. Quando la letteratura mi prende per mano e mi porta via, con sé.

Che poi, altro non fa  – ne ho sempre più consapevolezza – che riportarmi a casa, ogni volta.

 

Zadie Smith

 

 

 

Tamarra Dru, tradimenti alla lunigiana

di Giulia Pilotti

 

30 agosto 2013

Sono arrivata stamattina all’albergo Serena, un’adorabile pensione in collina verosimilmente arredata da un daltonico con un debole per le droghe psichedeliche. Il gruppo del seminario è composto dai soliti fedelissimi più quattro nuove reclute che Laura ha fatto immediatamente sentire a proprio agio (“e perché mai vi ho inviato una mail?”). Facciamo lezione all’aperto, sotto agli ulivi, cosa che mi fa sentire come un personaggio di Tamara Drewe, tradimenti all’inglese. Infatti lo adoro.

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Dopo aver letto i diari di Flaubert e di Virginia Woolf però vorrei bruciare il computer e arrendermi alla tragica consapevolezza che per quanto mi sforzi di scrivere qualcosa di dignitoso, sarò sempre irrilevante. Questo pensiero mi paralizza da tempo e ogni volta che accendo il computer con l’intento di scrivere, finisco col guardare una puntata di Downton Abbey, ammirando la fine scrittura di qualcun altro, per l’ennesima volta. C’è da dire che anche la Woolf e la Mansfield, ho scoperto, avevano periodi di scarsa autostima, e di certo non amavano ogni riga che scrivevano: solo che lo sapevano spiegare molto meglio di me. Ed erano la Woolf e la Mansfield.

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Il pomeriggio l’ho passato con Chiara, Eugenio, Alessandra ed Enrica, una delle nuove arrivate, che si stava integrando benissimo finché non ha cercato di convincermi che andare a correre fa bene. Io non corro per principio. Penso che chi va a correre in fondo in fondo scappi da qualcosa. C’è anche un altro motivo, che deriva da una domanda che mi faccio tutte le volte che devo prendere una decisione: Francis Scott Fitzgerald lo farebbe? In questo caso, la risposta è no.

FScott

Mi trovo sorprendentemente bene con le persone più grandi. A volte mi sento quasi più vecchia di loro. Come, ad esempio, quando chiedo a Eugenio “di chi è questa canzone?” e mi risponde Rihanna. Certo, non tutti gli adulti mi vanno a genio. Ma questi non mi trattano da ragazzina, sono brillanti e ironici e ci piacciono le stesse cose. Certo, quando si parla di figli sono un po’ a corto di argomenti e quando mi fanno vedere le foto dei loro bambini non posso replicare neanche con la foto del mio cane, perché non ho neanche quello. Mi limito a sorridere e a dire cose come “sì, anch’io a quell’età ero stronza con mia madre”.

La sera abbiamo ricompattato il gruppo al completo con tanto di prof. Mentre aspettavamo Laura, abbiamo avuto modo di chiarire le gerarchie: lei era alla festa di inaugurazione del Festival della Mente con Jonathan Coe, Toni Servillo, il ministro Bray e chi più ne ha più ne metta. Noi la attendevamo in piazza di fianco a Massimo Moratti e quella che sembrava la sua cumpa della bocciofila. Anche lo snobismo si articola su più livelli.

cena

La cena in realtà mi ha ricordato molto le pizzate del liceo, solo con cibo e conversazioni di qualità nettamente superiore. Se c’era da parlare male di qualcuno, l’abbiamo fatto, non abbiamo risparmiato nessuno, dal Dalai Lama al cameriere. Dopo quattro ore a tavola (durante le quali temo che, Cristiano, il marito di Enrica, sia stato sul punto di rovesciare il tavolo e andarsene più di una volta, per colpa della logorrea che affligge i veterani dei corsi di scrittura), ci è sembrato opportuno lasciare la postazione, per tornare alle pareti acide e variopinte dell’albergo Serena. Ma non prima che Alessandra potesse importunare Alessandro Barbero, che probabilmente non si sentirà mai più rockstar di così (“devo fare una foto con lei assolutamente, l’ho vista ieri a SuperQuark!”). barbero

31 agosto

Dopo esserci rifocillati (e dopo aver rubato un paio di formaggini mono-porzione per lo spuntino di mezza mattina dal tavolo della colazione), abbiamo ripreso posto sotto agli ulivi, per il secondo giorno di lezione. Se il liceo fosse stato interessante quanto i corsi di Laura, avrei fatto molte meno fughe, non c’è dubbio.

Il pomeriggio abbiamo ripristinato il gruppo dei marittimi, per scoprire però che il sabato a Lerici, trovare un posto in cui stendere l’asciugamano è un po’ come cercare un articolo di Tito Boeri su Novella 2000. Abbiamo presto ripiegato verso l’albergo, sapendo che avremmo rimediato alla spiaggiata infernale con la cena al Castello Malaspina di Fosdinovo. Non voglio mentire, le aspettative erano alte: come ho già detto, sono dipendente da Downton Abbey e quando mi è stato comunicato che avremmo cenato ospiti del marchese Torregiani Malaspina, nella mia testa venivo già servita da un signore magro e in livrea. Non avevo ancora ripassato la corretta sequenza delle posate a tavola quando mi sono resa conto che non ce ne sarebbe stato assolutamente bisogno.

Il marchese Pietro è un tipo alla mano (talmente alla mano che mi aspettavo che si mettesse a schitarrare la canzone del sole da un momento all’altro) e ci ha guidato nella visita al castello, che dopotutto è casa sua. Con scarsa convinzione, castelloci ha spiegatoche il castello è famoso anche per le sue storie di fantasmi, pensando che un gruppo di letterati come noi non si sarebbe lasciato impressionare più di tanto. Si sbagliava. Mentre Alessandra urlava “marchesino Pietro, ho sentito un soffio dal materasso!” tastando il letto su cui era morto uno dei suoi avi, tutti quanti regredivamo all’infanzia. Beh, quasi tutti. Io mi sono chiesta: “Fitzgerald avrebbe toccato un materasso vintage sperando di sentire il respiro di un Malaspina morto?”. No, niente da fare.

downtonA cena comunque, niente servitù in livrea. Il marchese e sua moglie Maddalena ci hanno offerto un delizioso aperitivo, durante il quale, non so bene come, mi sono ritrovata a fare la babysitter alla piccola Anna, figlia del marchesino Pietro e di Maddalena. Io non so comportarmi coi bambini. Non è che non mi piacciano, ma come dice sempre mio padre “bambini e grulli, chi ce li ha se li trastulli”. A quanto pare però io piaccio molto a loro, forse perché li tratto da adulti (mio padre aveva il modello educativo della folgore e a quattro anni ne avevo già quindici). Fatto sta che la piccola Anna è venuta a chiedermi se volevo giocare con lei a palla e io, che avevo un’ottima tartina in una mano e un ottimo bicchiere di vino bianco nell’altra, le ho detto che gliela potevo lanciare coi piedi, la palla. Mentre un po’ di compagne di corso mi sfottevano per il mio scarso istinto materno, la piccola Anna decideva di seviziarmi per il resto della serata. Mi ha spiegato la storia della pallina del coraggio regalatale dal suo dottore e mi ha rivelato che in spiaggia ci sono dei bambini che la spingono. Proprio quando stavo per darle lo stesso consiglio che mi aveva dato mio padre in una situazione analoga (“la prossima volta che ti danno fastidio, tira un pugno in faccia al più grosso”), la sua “pallina del coraggio” si è persa per grazia divina e il marchesino Pietro l’ha messa a letto, prima che potessi trasformare la sua aggraziata bambina in un hooligan.

La cena alla fine più che Downton Abbey sembrava “Natale a casa Cupiello” (per colpa nostra, non dei Malaspina) e nonostante l’abbondanza di cibo, cucinato da Maddalena in persona (non esistono più i nobili di una volta!), al ritorno nessuno ha rimesso la cena sui tornanti. Quindi la serata è da considerarsi un successo.

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1 settembre

Ho passato tre giorni meravigliosi e mi dispiace andarmene. Parto felice di aver incontrato queste persone speciali e arricchita di nuove conoscenze (non sapevo che Maupassant fosse un patito di orge). Forse dovrei essere felice di tornare da tre giorni di tecno-rave o tre giorni a Ibiza o tre giorni di qualsiasi cosa piaccia fare a questi giovani d’oggi. Ma io mi sento già dignified and old, come cantavano i Modern Lovers, il che non è male, perché essere più matura della mia età alimenta il mio ego e fa dormire tranquilli i miei genitori. Quindi ricorderò sempre con affetto ognuno dei miei compagni di avventura, uomini e donne senza età (a parte la signora Anna che non ha mai perso occasione di ricordarci che è molto più grande di noi): Chiara ed Eugenio (li nomino in coppia perché sono i nostri personalissimi e simbiotici fratelli Goncourt), di cui sono perdutamente innamorata. Alessandra, che farebbe amicizia anche con un tronco muschiato. Enrica, con il suo essere mamma senza sosta e senza eccezioni. Anna, la partecipante meno snob e più umile del corso, che nonostante avesse scritto svariati libri su Shelley si riteneva non un’esperta ma un’appassionata (e poi sapeva anche quante volte al giorno Shelley andava in bagno). L’altra Anna, con il suo sorriso che mette di buon umore e la sua lingua tagliente. Guadalupe, la vera star di questo weekend, in quanto migrata dall’Argentina solo per il seminario. Christian, una di quelle persone che mi ispirano affetto immediato in quanto silenziose e pacate (e quindi simili a me). E anche la signora Nicoletta, che ha fatto una rapida comparsa per poi ritirarsi per motivi famigliari, ma che ha fatto in tempo a rendersi memorabile grazie ai suoi occhiali, visibilmente rubati a Johnny Depp sul set della Fabbrica di cioccolato.

 

 

Un incantevole weekend di fine estate

di Anna Gemmi

 

Venerdì 30 Agosto 2013

Oggi, per la prima volta, mi trovo a scrivere un diario. Fin qui la mia vita è stata disseminata di appunti, scansioni, scalette, calendari di impegni, su foglietti, agende, libriccini o calendari. Non ho mai voluto mettere su carta le mie impressioni o i miei sentimenti, tenendo tutto dentro di me, gelosa dei miei pensieri e delle mie riflessioni. Un controsenso per una che ha sempre desiderato scrivere e che lo ha fatto in più occasioni. Forse è per questo che a un certo punto ho sentito il bisogno di raccontare le vite degli altri: di donne e uomini famosi, coraggiosi che in tempi lontani hanno scritto e vissuto, inseguendo desideri e realizzando sogni.

Oggi invece eccomi qua a fissare in un diario riflessioni e pensieri sul corso di scrittura narrativa “Diari e taccuini degli scrittori” tenuto da Laura Lepri.

Il corso si svolge attorno ad un tavolo di legno grezzo, sotto gli olivi di una ‘pianetta’ verde, inondata dall’azzurro tipico del cielo ligure e dal sole caldo di fine agosto in un piccolo paese, Cerri, inerpicato su una collina vicino a Lerici. All’arrivo, sono un po’ tesa, ma con la curiosità e l’entusiasmo di imparare. Col passare del tempo, comincio a rilassarmi, a guardare quei nuovi amici che stanno seduti accanto a me: per lo più giovani, molto giovani. “Avranno l’età delle mie figliole” penso e continuo ad ascoltare di diari, di taccuini, della Recherche di Proust e di nomi di scrittori fantastici studiati, letti o sentiti nominare, ma da un po’ di tempo relegati in un mio mondo un po’ dimenticato. Allora comincio a pensare a perché non ho più sentito parlare di Flaubert, di Balzac, il cui Père Goriot mi aveva tanto colpito e affascinato. Proprio come nella Recherche, un nome o un titolo mi fanno rivivere momenti passati, mi riportano indietro nel tempo, anche se il tema del corso mi fa riflettere continuamente su aspetti non considerati prima, leggendo o studiando quegli stessi personaggi che ora mi tornano alla mente. Nella mia vita difficilmente ho rivissuto gli anni passati con nostalgia e rimpianto, sempre protesa verso il futuro, attenta alla carriera, ai figli, a conquistare qualcosa. Ora invece mi trovo spesso a guardarmi indietro con malinconia.

“Nel Settecento prende consistenza il diario per l’importanza della ragione e dell’esperienza…” la voce di Laura mi richiama al mio passato di insegnate.

“Questa volta sono dall’altra parte” penso, da quella che impara: è una bella sensazione perché ho scelto io di seguire ciò che mi piace e solo per il piacere di farlo. “Mi era mai capitato? Non ricordo, non mi sembra.” Forse all’università, forse allora. Ho un buon ricordo di quel periodo.

Per Susan Sontag, “il diario non è un ricettacolo segreto, come fosse un confidente…”, per Silvia Plath: “Scrivere è l’unico mio modo di vivere…”. Annoto tutto sui miei appunti, ormai alla terza pagina di quaderno e sono solo le undici e trenta e penso: “C’è tanta vita nel comporre, comunicare, mettere sulla carta quello che è dentro di noi. Portarlo al di fuori. È liberatorio, ma faticoso, difficile e quasi sempre deludente. Quando rileggo quello che ho scritto lo trovo sempre poco interessante. ‘Avrei potuto fare di meglio. Devo riprovarci’, mi dico. Stiamo ora leggendo il Diario di una scrittrice di Virginia Woolf: un personaggio che conosco bene. Ho tormentato i miei alunni del Liceo per trentasei anni con Mrs. Dallway e Gita al faro ed ora scopro dalla lettura del diario della Woolf che non avevo notato alcuni particolari importanti per comprendere meglio la sua personalità.

Il seminario termina. “A domani” e mi avvio alla macchina per tornare a casa. Il pomeriggio rientro nella realtà caotica della mia vita che non ha niente a che vedere con quell’oasi di pace dove per un momento ho rivissuto un po’ di Arcadia.

Susan Sontag

Sabato 31 Agosto 2013

“È successo di nuovo. Non è possibile. Ma come faccio ad essere così deficiente!” esplodo a bordo della mia auto alle 10,45, procedendo alla volta di Cerri e il tavolo di legno grezzo sotto gli olivi. Ero così contenta di me: avevo addirittura un quarto d’ora di anticipo sull’orario, o almeno così pensavo, prima che il mio cellulare suonasse. La voce di mio marito in tono di rimprovero “Ma dove sei? Sei sempre in ritardo, come fai? Guarda che il seminario iniziava alle 10.” Riattacco dispiaciuta. Sono arrabbiata con me stessa. Non avrei voluto arrivare tardi.

Eppure non è la prima volta che mi capita: spesso prendo l’orario degli appuntamenti, lo scrivo esatto, lo sottolineo e lo ricordo completamente sbagliato. Sarà per il mio astigmatismo, complicato dalla presbiopia e chissà da quale altro accidente dell’età mi dico a volte per consolarmi. È accaduto anche oggi e la cosa mi rode.

“Sono quasi arrivata, cinque minuti e arrivo.” Questo penso, ma al bivio per Cerri e Trebiano, prendo per Trebiano. Ormai sono nel pallone. “Ok! Anna, prendi atto che sei stupida, inverti la marcia e sbrigati.” Concludo amareggiata.

Alle undici o poco prima arrivo a sedermi sotto gli olivi, chiedendo scusa e dispiaciuta di essermi persa gran parte del seminario. Apro il mio quadernetto, o meglio il quaderno di carta riciclata, tanto ‘elegantina’, appartenuto ad una delle mie figlie. Non ricordo quale delle due: in casa mia c’è un tale ammasso di carta, scritta e non, libri e quaderni, ma quando ho bisogno di una pagina su cui annotare qualcosa e tanto meno il quaderno su cui ho iniziato ad annotare cose che possono servirmi per ricordare, non riesco mai a trovare niente. Non parliamo delle penne che sembrano sparire appena me ne serve una. Fortunatamente c’è il computer. Almeno quello se non si prende un virus o se non va in tilt, non è facile da disperdere nell’ambiente. “Le Journal de Goncourt…” e intanto penso a cosa mi sono persa, oltre alla figuraccia che ho fatto. Il seminario continua con la lettura di Virginia Woolf. “Il diario con la Seconda Guerra mondiale crea frattura e quindi è un rifugio nello scrivere” prendo appunti fino alla fine.

Nel pomeriggio è prevista la visita al Castello Malaspina a Fosdinovo. Ci diamo appuntamento tutti sotto gli olivi alle 17,20, anche se in realtà la partenza è un po’ più tardi. Questa volta però arrivo puntuale: sono con mio marito che non è mai in ritardo, caso mai in anticipo di mezz’ora. Tutti insieme partiamo in direzione di Trebiano, delizioso paese sulla collina alle spalle di Lerici. In macchina con me e mio marito vengono Anna e Lupe, così possiamo conoscerci meglio.

Arriviamo a casa di Laura che abita appena fuori Trebiano fra il verde e la luce. Una pausa ancora fra gli olivi nel caldo pomeriggio pieno di sole. Proseguiamo in carovana alla volta di Fosdinovo fino al Castello Malaspina dove saliamo la rampa di accesso voltati all’indietro, verso lo squarcio di mare che sfoggia due isole in lontananza. Distratta da mille particolari che non voglio perdere, ad un tratto mi ritrovo nel salone delle feste, dove Pietro, un uomo giovane, sta raccontando gli affreschi. Non è una guida qualsiasi, ma il marchese, Pietro Torrigiani Malaspina, il padrone di casa che, jeans e camicia, in maniera semplice e affabile ci racconta la vita e i segreti dei suoi antenati, le leggende legate al castello e ci mostra gli antichi camminatoi da cui si vede tutta la vallata del Magra che si perde nel mare lontano. Siamo tutti perfettamente in sintonia, disposti a farci incantare da quell’atmosfera vera e fantastica che si va creando man mano che il tempo passa, fino a raggiungere il climax quando all’imbrunire ci viene offerta una marca di elegante prosecco insieme a salumi tipici e formaggi, prodotti da un casaro locale. Arriva poi una bambina bionda, vivace, la marchesina Anna, la più piccola di casa che sembra uscita da un quadro del trecento. A quel punto l’incanto è completo. Ma non è finita: nel salone da pranzo, un tavolone attorno al quale ci raduniamo, venti in tutto, è apparecchiato per noi davanti ad un alto camino grigio, che anche senza essere acceso, riscalda l’ambiente e colora l’atmosfera. I piatti sono semplici e gustosi: tutto rigorosamente fatto in casa. La serata si conclude tardi, in un’atmosfera di calore e di amicizia che continua il giorno successivo.

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Domenica 1 settembre 2013, ultimo giorno.

Arrivo trafelata, ma in orario, accompagnata da mio marito che inverte la marcia per raggiungere Lerici. L’aria, tiepida nel primo sole del mattino, si va riscaldando e i raggi che penetrano tra gli olivi sono più roventi del solito, tanto che devo spostarmi continuamente, inseguendo fili d’ombra.“Virginia Woolf e Katherine Mansfield, due donne così diverse…” Sì, oggi i diari di queste due scrittrici signoreggiano nel seminario per finire con quello di Zadie Smith.

Viene spontanea una riflessione sulla novità e la ‘giovinezza’ del pensiero e dello scrivere di questa donna così nuova, nata alla fine del Novecento, che sembra avrà ancora molto da dire. Mi affascina pensare al periodo in cui viviamo come un passaggio dal vecchio Novecento al fantasticato Duemila. Il nuovo millennio ha portato con sé tante fratture, crisi ereditate in precedenza che sono ancora in corso, nodi epocali duri da sciogliere, come accade in ogni passaggio temporale così importante.

La mattinata è finita e così l’incanto di questi tre giorni, dedicati a ciò che nella vita amo di più: la storia delle epoche passate, le vite degli scrittori e scrivere. Non lo avevo fatto da tanto tempo di passare giornate a pensare soltanto a quello che veramente mi piace. Ci fermiamo ancora a lungo per i saluti, a scambiarci numeri di telefono e a fotografare quel luogo, quei visi e fermare quei momenti che ci hanno uniti per tre giorni.

Non resta che ringraziare i compagni di seminario e Laura, la persona che ha reso possibile tutto ciò.

 

 

L’estate dietro casa

di Chiara Mariani

C’è una sola cosa da fare, quando si è stanchi: tornare a casa. Fermarsi e ritrovare la strada. E così, sul finire dell’estate, decido che è ora di andare a riprendermi il pezzetto di famiglia che ho lasciato laggiù, in quell’angolo di costa che profuma di bosco, dove Toscana e Liguria si fondono, con le Apuane di marmo a far da corona. A casa tutto è riposo e allegria, non trovano spazio i pensieri molesti. I giorni scorrono tra l’ozio in spiaggia, le nuotate, le chiacchiere con mio padre e le cene in terrazza innaffiate dal vino dei nostri colli.

La famiglia, però, è anche il gruppo che ognuno si sceglie. E della mia, a buon diritto, fanno parte i vecchi amici, quei parenti d’elezione che ogni tanto è necessario ritrovare, per riunirsi tutti insieme come si usa fare nelle grandi occasioni. La strada questa volta non è lunga, pochi chilometri mi separano dell’appuntamento con i compagni del “Circolo dei Lettori”. È buffo rivederli lontani da Milano, quasi fossero sovrapposti, per uno strano effetto ottico, all’orizzonte amato della mia infanzia.

Il ritrovo è lo stesso da anni: un alberghetto sulle colline liguri, una piccola costruzione verde e bianca all’ombra degli ulivi. Siamo gente che vive di consuetudini, di certezze piacevoli come il sole tiepido che ci regala questa fine d’estate. Nel tempo qualcuno si è perso, qualcun altro è arrivato per la prima volta, altri ancora sono tornati. Qui, non lontano da dove sono cresciuta, prende vita il nostro convegno letterario, che diventa ogni volta una vacanza da ricordare. Gli incontri hanno il taglio del seminario e il ritmo vivace del dibattito, ma non mancano i momenti curiosi e le inevitabili risate.

Sarzana lezioni

Passiamo tre mattinate a leggere e parlare di libri, guidati da un’insegnante che ci invita a riflettere su scrittura e meccanismi editoriali. Il tema che affrontiamo ha a che fare con i taccuini e i diari degli scrittori, gli appunti rimasti a margine delle opere e le annotazioni sull’arte di scrivere.

Scorriamo testi brillanti, passeggiamo con Goethe tra i palazzi aristocratici di Catania, ci perdiamo nell’Africa polverosa e pittoresca di Flaubert, veniamo trascinati nell’esperienza rutilante deigrands tours compiuti da artisti e intellettuali nei secoli passati. Ci fermiamo su pagine esemplari per speranza e disincanto: la marea emotiva che inghiotte e tiene a galla Virginia Woolf mentre scrive i suoi romanzi, la passione lucida e sofferta di una Mansfield malata, che vacilla tra il desiderio di rigore e la frustrazione dell’atto creativo.

Le parole di Virginia mi confortano, quelle di Katherine mi sollevano. Potrei essere io, mi pare, a scrivere quelle righe. Quanto è simile al mio, quel tormento d’autore, il timore della critica, la fatica di allineare le parole inseguendo un’idea, o rileggerle e trovarle vuote di significato. Chissà perché, però, loro lo esprimono meglio.

E pazienza se il festival culturale che si svolge poco più in là passa quasi inosservato. In fin dei conti, se qualcuno ci definisce snob, forse un po’ di ragione ce l’ha. Ma del resto c’è appena il tempo per un bagno in mare nel tardo pomeriggio, o una cena in cui torna protagonista il gossip letterario – come se non ne avessero dispensato a sufficienza le ineffabili memorie dei fratelli Goncourt –, o una visita al castello dei Malaspina, sulle tracce di fantasmi e a caccia di marchesi che servono vino e lardo di Colonnata ai loro ospiti.

Gustave Flaubert

La notte si dorme tra vecchie lenzuola e ci si sveglia al suono delle campane. La stanza al mattino si allaga con il getto della doccia (“Alcuni bagni in effetti sarebbero da ristrutturare” fanno sapere in reception), e un geco perplesso fa capolino da una fessura del sottotetto per concedersi una passeggiata sulla parete (“D’altronde qui è tutta campagna”). Ma è solo quando si sta bene che ogni episodio, persino il più inaudito, diventa fonte di divertimento.

La vacanza termina, si deve ripartire alla fine, cambiare paesaggio e regione. E però resta la voglia di abbracciarci ancora, di non chiudere questa parentesi. Appuntamento al prossimo anno, allora, quando torneremo a riprenderci quel pezzetto di famiglia che ci aspetta sotto gli ulivi.

 

 

La scoperta del diario, tra finzione e autenticità

di Enrica Bolognesi

 

Sono le cinque e tre quarti del mattino e la sveglia non ha suonato, perché io l’ho anticipata. Ho indossato la mia tenuta da podista, ho fatto partire la musica e sono andata a correre. Oggi ho realizzato una performance migliore del solito, perché mi sento piena di energia, di aspettativa e di curiosità. In cielo ho visto il quarto di luna calante tramontare e la stella che l’accompagna brillare ancora mentre sorgeva il sole. Nella mia tabella di marcia mentale, sarò pronta a partire, per il viaggio che sto aspettando da tempo, alle sette e mezzo. Sento che andrà tutto bene e che giungerò in orario all’appuntamento. Il corso inizia alle undici e io dovrei arrivare verso le dieci e venti circa. La mattina è fresca, soleggiata e il cielo è limpido.

In autostrada non c’è traffico, sono fortunata e arrivo come da programma. L’albergo si trova su una collina e per trovarlo ho dovuto fare un’inversione di marcia, ma alla fine il mio senso dell’orientamento non mi delude mai e parcheggio di fronte l’entrata principale. Quello che sarà il mio gruppo di scrittura è già quasi al completo e sta parlando allegramente sotto la tenda bianca del pergolato situato alla destra della reception. Mi avvicino e raggiungo la dottoressa Lepri, mi presento e saluto gli altri, poi entro un attimo in hotel per capire se posso fare il check-in o no. No, è tutto posticipato dopo le tredici. Perfetto, posso cercare una sedia libera. Sembra mancare solo Eugenio, che però arriva nel giro di pochi minuti. Ci sediamo tutti, ascoltiamo il programma della giornata e iniziamo a fare conoscenza, fino a che non siamo invitati a trasferirci nei due tavoli di legno sotto gli ulivi, dove non verremo disturbati e possiamo iniziare la prima lezione del nostro seminario.

La dottoressa Lepri inizia parlandoci dei diari degli scrittori e delle differenze che questo tipo di scrittura ha avuto nel corso dei secoli. Parte dal Settecento con Goethe e il suo “Viaggio in Italia”, passa dall’Ottocento leggendo “Viaggio a Cartagine” di Gustave Flaubert e fa qualche accenno al Novecento, anticipando qualcosa su Mansfield e Woolf, che affronteremo da domani mattina. A me la lezione piace molto, la trovo intensa, tecnica, interessante, che trasmette passione per la lettura, che apre nuovi punti di vista e mostra prospettive a me sconosciute. Sono soddisfatta e la mia curiosità iniziale è stimolata, così mi appunto alcuni autori da leggere assolutamente, perché non li conosco. Mi rendo sempre più conto che, approfondendo le cose, ho bisogno di studiarne sempre delle nuove. Non smetto di imparare e questo mi piace tantissimo! Alla fine della lezione, ci diamo appuntamento per la sera a Sarzana e ci prenotiamo per la cena di sabato al Castello di Fosdinovo, residenza dei marchesi Malaspina.

Nel pomeriggio vengo invitata da Chiara ad unirmi al loro gruppo e ad andare in spiaggia a trascorrere qualche ora al mare di Lerici. Accetto immediatamente. Sono stati molto gentili, cordiali, disponibili a conoscermi. Una mezz’ora dopo il check-in saliamo in macchina e io mi siedo nei sedili posteriori vicino a Giulia ed Alessandra, mentre Eugenio è il nostro autista e Chiara il navigatore. Partiamo e andiamo a San Terenzio dove siamo fortunati e troviamo immediatamente il parcheggio. In pochi minuti di cammino arriviamo alla focacceria, dove loro avevano consumato un pranzo veloce l’anno prima e io posso gustare una specialità tipica del luogo. Chiacchieriamo piacevolmente, ascolto aneddoti divertenti sui loro incontri a Sarzana nel corso degli anni. Verso le tre e un quarto posiamo i nostri teli sulla spiaggia libera e ci sdraiamo per prendere il sole e riposarci un po’. Io apprezzo la loro compagnia e chiedo alcune informazioni che riguardano la loro vita o il loro lavoro. Ogni aspirante scrittore fa un doppio lavoro, la scrittura è una passione, una disciplina, una costante, ma deve venire a patti con la fatica della vita quotidiana e degli impegni di famiglia. Penso che solo chi sia abbastanza tenace da continuare possa riuscire a trovare piena soddisfazione. Lo trovo un allenamento costruttivo e produttivo come quello sportivo, quando sei pienamente lanciato e preparato non ti ferma niente. Non ci sono barriere, dubbi o false scuse che ti tengono a terra, riesci a spiccare il volo e a sentirti libero.

Io amo viaggiare, conoscere persone nuove e fare esperienze positive, perciò verso le quattro passate del pomeriggio decido di percorrere a piedi il lungomare che collega San Terenzio a Lerici e raggiungere il castello che vedo di fronte a me dalla spiaggia. Saluto i miei compagni di scrittura e per l’ora successiva mi guardo attorno, scatto foto e ammiro il magnifico paesaggio del Golfo dei Poeti. Quando arrivo di fronte alla villa di Shelley leggo le targhe ed entro nel giardino ripensando a quello che ci è stato raccontato a lezione a proposito di Byron e Shelley da Anna, una partecipante al corso che abita a La Spezia, dove ha insegnato inglese per trentasei anni nelle scuole superiori. Ritorno verso le cinque e mezza e incontro le ragazze, che mi salutano dalla spiaggia; poco dopo ci raggiunge Eugenio. Lui abita a Biella e lavora nell’azienda di filati della sua famiglia, mentre Chiara di cui è molto amico da più di sei anni vive vicino a Milano e si occupa di comunicazione. Giulia è la più giovane del gruppo, ha solo ventuno anni ed è di Parma, ma studia all’università di Milano, dove lavora anche mezza giornata per lo studio editoriale Laura Lepri Scritture. Alessandra, la più esuberante ed esplosiva, è una donna in carriera che si occupa di comunicazione-marketing ed è madre di due figlie bellissime, di cui mi ha mostrato le foto sul telefonino. Bionde e sorridenti, sono il suo vanto e il suo cuore. La capisco perché anch’io ho due bambini poco più piccoli e ho mostrato la loro foto a tutti!

Siamo tornati all’albergo Serena e ci siamo dati appuntamento per uscire a cena verso le sette e mezzo. Ho telefonato a Cristiano, mio marito, che mi sta raggiungendo, e decidiamo di incontrarci direttamente in centro a Sarzana per le otto, perché lui è in autostrada e non arriverà prima di quell’ora. Sarzana è una piccola cittadina posta sulla collina, nella Val di Magra, fra il mare di Lerici e il fiume Magra, che dista una decina di chilometri da La Spezia. Il suo centro storico è raccolto in un quadrilatero percorribile a piedi e non molto esteso. Ogni anno vi si svolge il Festival della Mente, che da una decina d’anni organizza interventi di numerosi scrittori, filosofi e artisti. Gli incontri, le conferenze e gli spettacoli presenti nel programma erano veramente interessanti. Ho letto i nomi di alcuni autori e gli argomenti presentati: si percepiva l’elevato livello culturale, non solo nel campo letterario, ma anche psicologico, della musica, e del mondo comico. Io non conoscevo il Festival, sono sincera, e quando ho ricevuto l’invito al seminario tenuto dalla dottoressa Lepri ho pensato subito che fosse un’occasione da non perdere. Per cena siamo andati all’osteria dei Sani, un ottimo ristorante dove abbiamo mangiato bruschette tipiche e piatti di pesce deliziosi. È stata una serata piacevolissima, serena, che si è conclusa per noi due verso le undici.

Al Castello Malaspina di Fosdinovo

Sabato, 31 Agosto 2013.

Oggi è il grande giorno! Alle dieci ci ritroviamo sotto gli ulivi per continuare la nostra lezione di scrittura dei diari e taccuini degli scrittori. La signora Anna di La Spezia è in ritardo e noi temporeggiamo fino alle dieci e mezzo. Cristiano ne ha approfittato ed è andato ad esplorare le spiagge di Lerici, ci vedremo per pranzo. La dottoressa Lepri è sempre in anticipo di dieci minuti, i suoi occhi azzurri sono attenti, intensi, il suo intelletto appassionato sa trasmetter tutta la sua conoscenza e competenza. Le sue lezioni sono sempre ricche di dati storici, citazioni, vivaci e scorrevoli. Io non vedo l’ora di ascoltarla. Oggi ci ha riletto il diario della Woolf e lo ha comparato a quello della Mansfield che approfondiremo domani. Mi piace capire quanto erano diverse queste due grandi scrittrici dell’inizio del Novecento, che hanno avuto entrambe una morte tragica a causa di malattie di varia natura. Erano anche conoscenti e si aiutavano a vicenda leggendo i reciproci lavori.

Anche gli altri partecipanti al gruppo di studio sono attenti ed interessati, ogni tanto si fanno interventi e domande, ma per lo più tutti pendono dalle labbra della dottoressa Lepri. Oggi ho cambiato posizione e mi sono messa dalla parte destra del lungo tavolo di legno vicino ad Eugenio, che è cortese, ironico e attento. Di fianco a lui c’è Alessandra con la sua carica di energia ed esuberanza, poi Anna che è una ragazza che si è laureata in lettere a Bologna e ha vissuto a Milano, dove ha frequentato i corsi di scrittura insieme agli altri, ma che in autunno si trasferirà a Treviso. Lei è accompagnata dalla sua amica argentina Guadalupe, che è un insegnate di italiano, che ha aderito come me all’invito a Sarzana, prima di rientrare nel suo paese. Hanno vissuto gli anni dell’università a Bologna e lei è sposata con un pittore argentino a Buenos Aires. Nell’ultimo posto di fianco alla dottoressa, che è a capotavola, c’è Giulia, con cui ho avuto il piacere di parlare ieri pomeriggio e mi ha raccontato qualcosa di sé. È una giovane donna di ventuno anni, raffinata, colta, precisa e scrupolosa che si sta dando molto da fare sia nello studio che nel lavoro. Dalla parte opposta del tavolo di fronte a me c’è Christian, che ieri non ho visto perché nel pomeriggio e la sera ha raggiunto sua moglie Iolanda e le sue bambine a Massa Carrara dove sono in vacanza, ma questa sera parteciperanno alla cena e forse avremo modo di parlare un po’ di più.

Alla sua destra c’è Chiara, che è molto socievole, sorridente e tiene i contatti con tutti. Le piace comunicare e si preoccupa che tutto vada bene. Ha uno sguardo luminoso e aperto, le piace ridere e scherzare. Infine la signora Anna, professoressa d’inglese di La Spezia, sempre elegante e gentile. È un bel gruppo eterogeneo e compatto. Ieri c’era anche un’altra signora di Treviso, Nicoletta, che ha dovuto abbandonare il corso per un imprevisto di famiglia. La lezione si conclude verso le tredici e io ne approfitto per andare in spiaggia con Cristiano e visitare alcuni posti dove sono stata ieri.

Virginia Woolf

Con il gruppo ci siamo dati appuntamento per le cinque e mezzo, prima di andare al castello di Fosdinovo per la cena, faremo una sosta a casa della dottoressa Lepri che ci ha invitati. Tutti si sono preparati con cura ed eleganza per questa serata unica e speciale che ci è stata proposta. Noi diamo un passaggio a Giulia ed Alessandra, che però soffre la macchina e ci avvisa di andare piano, soprattutto nelle curve. La casa della nostra insegnante è in una posizione invidiabile, gode di un meraviglioso panorama sulla valle e sul mare ed è baciata dal sole fino al tramonto. L’arredamento interno rispecchia la sua proprietaria, sobrio, di buon gusto, elegante. La scala interna che collega il piano interrato al piano terra ha quel tocco di originalità rurale che impreziosisce il tutto. Si vede che è stata fatta da un bravo artigiano del posto ed è nel contesto giusto. L’arredamento comprende pezzi di antiquariato insieme a oggetti moderni legati all’ambiente marittimo, e tutto si sposa bene. I toni sono chiari e pastello, rilassanti e adatti ad una casa di villeggiatura in cui si vogliono distendere i nervi, aumentare la concentrazione e lavorare in silenzio. Anche le inferriate e il cancello in ferro battuto sono armoniosi e in linea con gli infissi chiari.

Dopo alcune foto irrinunciabili sulla terrazza decidiamo di partire alla volta dei marchesi che ci stanno aspettando. Il tragitto è un po’ lungo a causa delle curve e della salita sul monte, ma alla fine giungiamo in cima e il panorama merita tutto lo sforzo. Per fortuna Alessandra sta ancora bene! Parcheggiamo dentro le mura, sull’acciottolato che costituisce il primo ingresso;i c’è anche una fontana alla quale io mi disseto prontamente. Anche oggi è stata una giornata calda, pienamente estiva, e la serata si presenta limpida, in assenza di vento e la luce è ancora magnifica.

Alla cena parteciperemo in venti: noi del corso di scrittura siamo in quattordici compresi tre mariti e una moglie, si aggiungeranno poi altre tre coppie di amici della dottoressa Lepri che arriveranno dopo le otto. Noi, che vogliamo vedere l’interno del castello,  abbiamo prenotato la visita direttamente con il figlio minore del marchese, che ci farà da guida. Ci arrampichiamo a piedi per la salita che porta all’ingresso principale, che si apre su un piccolo cortile dove si trovavano i cannoni difensivi e la cui colonna marmorea romanica sostiene i loggiati superiori. Io inizio a scattare le prime foto, a memoria di questa “gita” esclusiva. Saliamo ancora e arriviamo all’ingresso al museo e alla camera delle torture, che fotografo per Enrico il mio bimbo di sei anni appassionato di cavalieri, spade e scudi. Attraverso un elegante porticato rinascimentale accediamo alle sale del castello arredate e affrescate alla fine del milleottocento e conosciamo il marchese Pietro Torrigiani Malaspina, che ci accoglie e inizia ad illustrarci la storia del castello, mentre noi siamo tutti con naso in su e ammiriamo le pitture e i soffitti. Apprendo dalla sua dettagliata spiegazione che l’edificio si compone di una pianta quadrangolare con quattro torri rotonde orientate verso i punti cardinali, un bastione semicircolare e altre strutture che scopriremo durante la visita. Nella sala delle feste c’è anche un affresco che ritrae Dante, mentre viene accolto al castello dal marchese Francesco Malaspina nel tredicesimo secolo. Dopo aver ammirato altre due sale in cui sono custodite monete e chiavi antiche saliamo delle piccole scale che conducono più in alto fino alla stanza in cui si dice abbia dormito l’illustre poeta fiorentino e arriviamo alla leggendaria stanza del fantasma. Essendo un vero castello non poteva mancare un mito del genere. Ci viene spiegato che all’inizio del Seicento la giovane figlia del marchese, Bianca Maria Aloisa, colpevole di aver amato perdutamente uno stalliere, venne fatta murare viva dal padre, insieme al suo cane e a un cinghiale, simbolo di ribellione. Da quel momento sono apparse delle macchie di umidità nel soffitto della sala del trono in cui si riconoscono il padre, la figlia e i due animali. La leggenda continua fino ai giorni nostri, in cui si dice che molti visitatori notturni sostengono di aver visto lo spirito della giovane aggirarsi per il castello e di aver sentito nell’impalcatura del letto il battito del suo cuore o il suo respiro. Il nostro gruppo, curioso e appassionato di storie, non può rinunciare ad appoggiare l’orecchio all’intelaiatura del letto e ad ascoltare. Le uniche due persone che riescono a sentire qualcosa sono Alessandra e Chiara; io, Giulia ed Eugenio non percepiamo niente! Suggestione? Tarli del legno? Fantasia? O il fantasma esiste veramente, ma si rivela solo a chi può capirlo?

Questo aspetto misterioso del castello ci è piaciuto, ma continuiamo la visita e saliamo ancora fino a raggiungere i camminamenti di ronda e la torre merlata. Da qui il panorama è magnifico e mozzafiato! È il tramonto e il sole sta calando dietro le montagne di fronte a noi, mentre ammiriamo il fiume Magra che si immette nel mare calmo. Questo angolo è superlativo e non possiamo rinunciare ad una foto di gruppo, che ci viene scattata, non di meno che dal giovane, nonché gentilissimo marchese Pietro, che dice di essere abituato a gruppi di turisti che glielo hanno chiesto! È veramente cortese, affabile e disponibile e dopo altri dieci minuti in cui tutti hanno contemplato il paesaggio riprendiamo il nostro itinerario storico e culturale. Siamo sopra i tetti e dall’alto vediamo giardini pensili, loggiati e terrazze. Rientriamo per un lungo corridoio interno che collega le varie parti del castello finché non entriamo in un enorme salotto privato dei padroni di casa che ci porta direttamente nel loggiato interno dove è stato allestito il nostro aperitivo. Siamo senza parole, perché da una porta finestra laterale si può accedere ad uno dei giardini pensili e godere di un’altra visione del panorama sottostante. La luce del giorno si sta spegnendo e piano piano si accendono le luci tutto intorno. Di notte è ancora più suggestivo, magico e romantico.

Ci viene offerto dell’ottimo vino e la cameriera inizia a servire bruschette al lardo di Colonnata, altre con i fegatini toscani, un vassoio di affettati D.O.P e per finire pane caldo con pecorino e porro, che sono una delizia. Nel frattempo noi conversiamo piacevolmente anche con il marchese Vieri Torrigiani Malaspina, padre di Pietro e fondatore dell’azienda florovivaistica “Giardino Torrigiani”, che opera a Firenze. Ha seguito un’antica tradizione di famiglia che sin dall’Ottocento si è dedicata allo studio e alla cura delle piante in vaso da giardino e ornamentali da interni, infatti lui è dottore in agraria. Continuando nella conversazione in cui gli dico da dove veniamo io e Cristiano, scopro che sua madre era di Porto Corsini, dove avevano molti terreni e che il loro fattore era Serafino Ferruzzi, a cui poi vendettero molte proprietà nel corso del tempo. Io penso che il mondo sia proprio piccolo, anche se è una frase fatta, un collegamento con la nostra bella Romagna salta sempre fuori! Incredibile!

Mi spiega anche come sia orgoglioso dei suoi due figli, Vanni e Pietro, e del loro impegno e dedizione nell’associazione Lo Spino Bianco, che è il loro stemma. Il loro scopo è la valorizzazione e la tutela del territorio della Lunigiana attraverso l’immagine del Castello di Fosdinovo. Sono attenti ad organizzare eventi, manifestazioni, concerti, corsi di scrittura, scultura, pittura e finanziano borse di studio per la ricerca storica e artistica del territorio. Lo scorto autunno il figlio più piccolo si è recato in Argentina e ha promosso l’incontro al castello con gli scrittori di quel paese. Ogni anno viaggia per il mondo per trovare fermenti culturali interessanti da proporre e conoscere. È stata davvero una conversazione interessante e di alto livello, poi lui e la moglie ci hanno salutato, perché andavano a Sarzana al Festival della Mente. La serata è veramente piacevole e affacciandosi sul giardino pensile ora si vedono tutte le luci della valle, della costa, del golfo di La Spezia è uno spettacolo suggestivo e bellissimo. Dopo una ventina di minuti dall’arrivo degli ultimi ospiti, siamo accompagnati, passando attraverso l’armeria, nella sala che è stata preparata per consumare la nostra cena. Al centro della sala c’era un grandissimo tavolo di legno massiccio d’epoca, apparecchiato per venti persone, le cui sedie erano di pelle e legno intarsiato. Alle pareti erano appesi quadri e le preziose ceramiche antiche erano esposte in una vetrinetta adiacente, l’ampio camino alto almeno due metri! Era tutto curato e apparecchiato come se fossimo nel rinascimento. Le portate erano composte da tre primi, affettati e formaggi tipici della Lunigiana, verdure e per finire tre tipi diversi di dolci. Abbiamo bevuto vino bianco e rosso, gradevolissimi! Durante la cena ho parlato con Anna, Guadalupe e Giulia che erano di fronte a me, mentre ero seduta tra Cristiano e Alessandra. Peccato che verso le dieci e mezza abbiamo deciso di tornare all’albergo. Abbiamo richiamato l’attenzione dei proprietari suonando tre volte la campana posta all’interno del cortile. Un mezzo semplice ma molto efficace! Abbiamo ringraziato per tanta ospitalità e cortesia e ci siamo congedati. Il rientro è stato un po’ avventuroso, perché era buio pesto, scendendo abbiamo preso la direzione sbagliata e siamo arrivati a un punto in cui la strada era interrotta. Non sapendo cosa fare, siamo tornati indietro e abbiamo preso un’altra via sulla destra, che dopo un po’ ci ha riportati a valle. Alessandra accusava malessere ad ogni curva, ma teneva duro. È stata bravissima e siamo giunti a destinazione senza incidenti.

Katherine Mansfield

Domenica, 1 Settembre 2013.

Oggi, purtroppo è l’ultimo giorno! Mi dispiace lasciare questi luoghi poetici, magici, in cui ho imparato molte cose interessanti. Questa mattina alle otto sono andata a correre, non potevo andare via senza aver esplorato questi luoghi, grazie al jogging. Ho infilato le cuffie nelle orecchie e mi sono concessa quaranta minuti tra corsa, camminata in salita e scioltezza in discesa. Ho percorso una strada forestale che arrivava in cima al colle e da cui si ammirava il panorama del golfo dalla parte di San Terenzio. Una giornata di sole magnifica, calda e luccicante. Si vedeva movimento in mare e molte più barche a vela e motoscafi di ieri. Quando sono uscita, Cristiano si stava dirigendo verso la baia blu di Lerici per un’altra mattinata di mare!

L’ultima lezione sotto gli ulivi è incentrata sul diario di Mansfield e un brano di Zadie Smith, scrittrice contemporanea inglese che ha un taglio molto ironico e analizza la sua realtà in modo umoristico. Anche oggi il tempo vola e si fanno le tredici in fretta. Segue il consueto scambio di email e la promessa di tenere i contatti con tutti! La dottoressa Lepri, è stata molto gentile e ha regalato a ciascuno tre sacchetti di lavanda confezionati da lei. Ieri sera Giulia mi aveva chiesto un passaggio in macchina fino a Parma e io glielo volevo dare volentieri, poi ha ricevuto la telefonata di sua madre che sarebbe passata a prenderla perché era vicina a Sarzana e ci siamo salutate. Io e Cristiano abbiamo deciso di tornare a casa nel primo pomeriggio, dopo pranzo per andare a trovare i nostri due figli che sono dalla nonna paterna e ci aspettano. Abbiamo mangiato in un ristorante tipico della zona che si chiama Old Bridge e poi ci siamo messi in viaggio.

Questa esperienza è stata unica, originale e indimenticabile, perché ho potuto conoscere delle persone speciali e sensibili. Il corso di scrittura è stato interessante, tecnico, approfondiva molti temi e dava lo spunto per studiare nuovi autori e leggere libri. Ho imparato molto e sono contenta di essermi data questa nuova opportunità di crescita importante. Spero di riuscire ad andare a Milano per Book City a novembre e a partecipare ad altri weekend come questo.

 

 

Un incantevole weekend di fine estate. Appunti semiseri di Giulia Verne Coupè

Di Eugenio Gaslini

L’approdo di Guadalupe al seminario ligure di Laura Lepri è un segnale evidente che l’eco delle riflessioni che ivi maturano si è ormai propagato oltre Atlantico. Guadalupe – ma sarà veramente questo il suo nome? – ha affermato di aver affrontato il lungo viaggio dall’altro emisfero, per incontrare la tanto celebrata intellighenzia padana. Ma io non ci credo. Lei ha quasi sicuramente una relazione extraconiugale in Italia. Del resto è noto: ai pellegrinaggi per ragioni culturali, i mariti, in genere, non oppongono obiezioni, trattandosi di merce di scambio pregiata, specie in occasione dell’inizio del campionato di calcio.

Come sempre gli incontri hanno raggiunto vette altissime di riflessione alternate a momenti  di convivialità informale. I secondi prevalenti sui primi.

Quest’anno Laura Lepri aveva prenotato giornate miti e soleggiate, a dimostrazione che tutto era stato curato fin nei dettagli. Il venticello leggero rendeva particolarmente gradevole la permanenza sotto gli ulivi. Katherine Mansfield avrebbe tratto giovamento ai suoi bronchi in un scenario di tale gradevolezza, addolcito dal tepore proveniente dal golfo.

E se quest’anno mancavano i fichi, ancora indietro nella maturazione, a causa di un mese di giugno piuttosto  anomalo a queste latitudini, il profumo della lavanda portava armonia nel cuore di  ognuno.

Una prima conquista è stata la seguente: nessuno ha tentato di cambiare le generalità della dottoressa Lepri – l’anno scorso Alessandra aveva sostenuto con decisione che il vero nome dell’affermata editor non era Laura Lepri, bensì Marialaura Lepri. Lo sgomento dell’interessata di fronte alla studentessa che non indietreggiava sulle proprie convinzioni, l’aveva persuasa a non contraddire quanto rivendicato dalla promettente e taciturna allieva.

I diari e i taccuini degli scrittori, talora sistematicamente compilati, talaltra confusi e redatti senza rispettare una scansione temporale precisa, sono stati il tema di questa edizione. A differenza degli anni scorsi, quando si seguivano gli autori nel  loro moto perpetuo tra le due sponde dell’Oceano, quest’anno si è rimasti soprattutto in Europa, più precisamente nell’Inghilterra di Virginia Woolf, Katherine Mansfield e Zadie Smith.

Zadie Smith

Laura Lepri non è svenuta nemmeno una volta. I titolari dell’Old Bridge avevano già messo in conto un picco di presenze in concomitanza con la performance della mondana professionista, nota dalle parti di Trebiano con l’acronimo L.L. Ma infrangendo ogni tradizione, nella serata di sabato, L.L. ha voluto condurre gli studenti, tutti piuttosto attempati – a parte la poco più che ventenne Giulia – al castello di Fosdinovo, dove un marchese con il naso da marchese, e il carisma da marchese, li ha guidati tra le stanze che hanno avuto tra gli ospiti persino l’illustre Dante Alighieri. Inutile dire che a fine visita erano tutti, senza distinzione di sesso, nazionalità e colore dei capelli, innamorati del marchese, che ha ritenuto opportuno ritirarsi anzitempo con la piccina dal sangue blu, nelle stanze meno accessibili del maniero.

Zelda Fitzgerald

Sulla torre panoramica del castello sono state scattate diverse fotografie. A riguardarle ora si riconosce chiaramente lo spirito che animava i convenuti. Kiara aveva assunto la posa mondana diZelda Fitzgerald; Anna from Sicily quella decisa di Simonetta Agnello Hornby ; Giulia scioglieva i capelli alla Amélie Nothomb ; Christian sfoggiava l’espressione vagamente canzonatoria diSimenon; Guadalupe spalancava gli occhi alla  Marcela Serrano; L.L. esibiva lo sguardo affilato diMuriel Spark; Anna Shelley assumeva le sembianze della moglie dell’amato Percy: Mary Shelleyappunto; Alessandra, in astinenza da fichi, desiderava i biscotti di Baudelaire e si calava nella parte di Alice B. Toklas; Enrica, la maratoneta, inforcava un paio di occhiali alla Susanna Tamaro; e infine Eugenio, indeciso se ispirarsi a Christopher Isherwood o a Peter Cameron, veniva  fuori come una specie di Enzo Paolo Turchi stempiato e delavé. Fotografie che rimarranno nella storia del castello al pari delle macchie di umidità nella sala del trono che raccontano la storia di Bianca Maria Aloisia rea di aver amato uno stalliere e pertanto fatta murare viva dal padre insieme al suo cane e a un cinghiale, simbolo di ribellione.

Dal castello si scorgeva in lontananza un’isola: la Corsica (raramente visibile in maniera così nitida). Pertanto si è ritenuto che L.L. avesse programmato anche l’apparizione di quel lembo di terra per dar lustro al suo seminario e premiare chi si era iscritto per la sesta volta consecutiva.

Foto di gruppo - Sarzana 2013

Le lezioni sono state seguite con grande interesse. Non si sentiva volare una mosca; in compenso vi erano le formiche. L’unico momento di distrazione dei fini cervelli si è verificato quando un volatile non identificato, certamente proveniente dalla baia di Lerici, ha scelto di defecarebrevemente sulla guancia di Eugenio e sul suo occhiale da sole griffato. L’incidente non ha avuto conseguenze, a parte l’inevitabile risata di Kiara. Il parafulmine Eugenio funziona sempre, deve aver pensato L.L.: in sua presenza, gli altri possono star tranquilli.

Per dovere di cronaca va menzionato quanto segue. Sembra che Dostoevskij si sia molto risentito del mancato studio del suo diario di 1470 pagine circa  – bisogna ammetterlo: il grande autore russo possedeva il dono della sintesi. Ciò che più deve averlo fatto infuriare è l’aver sorpreso il gruppo impegnato a ragionare sul ruolo delle mogli (e dei mariti) nella vita degli scrittori. A sentir evocare il volume Dostoevskij mio marito, pare sia uscito di senno. Il temporale e il vento improvviso di domenica sera erano forse una conseguenza dell’ira del mitico Fedor?

Infine va dato atto a L.L. di aver riconosciuto e chiarito subito l’impossibilità di trattare in soli tre incontri una materia così vasta, materia che, usando le parole della stessa, “scappa da tutte le parti…”.

All’una di domenica ciascuno riprendeva la via del ritorno con lo spirito di chi sposa il mondo. A guardarli da lontano si capiva che avrebbero “preso leggermente le cose serie, e seriamente le cose leggere” assecondando gli insegnamenti del padre di Elsa Maxwell.

Un unico rimpianto: il gruppo non restituirà nuova vita al Journal dei fratelli Goncourt per scarsa dimestichezza nei rapporti con Lady Gaga.

 

 

Gli occhiali di bachelite

Primo racconto classificato per il concorso di fine anno “A volte ritornano” – Livello avanzato

di Andrea Salonia

 

È mamma che mi ha insegnato questo mestiere: mettere la luce negli occhi della gente. E lei, ancor prima, aveva imparato dal nonno, sempre nello stesso negozio, quello dietro San Fedele, con gli scaffali in legno chiaro, zeppi zeppi di occhiali.

Nonno cominciava col guardarti, con gli occhi come due fessure così sottili che mai avresti pensato fosse sveglio. Alcuni minuti di assoluto silenzio; studiava la preda, restava immobile, e con lui pure tutto il negozio. Poi un lungo respiro, come se prima d’allora non avesse mai avuto aria nei polmoni. Ed ecco che partiva a tracciare segni sulla carta, e muoveva le mani come rondini impazzite, di qua e di là, senza riposo, fino a disegnare i nuovi occhiali. Più o meno stondati, o nervosi nelle forme, in osso, in celluloide, sempre con il colore più indovinato.

Nonno aveva una grazia tutta sua nell’appoggiarli sul naso delle persone, e appena indossati ecco la magia, gli occhi prendevano vita, e il viso s’illuminava. Ogni volta. Anche nei giorni più scuri, quelli dove non si scorgeva che notte, e mancava il fiato.

Gli occhiali di nonno rubavano un poco delle persone, e tolti dal naso il viso era più povero: le sue lenti portavano con sé qualcosa di quegli uomini e di quelle donne, alcune delle loro storie. Talvolta anche solo una lacrima, rimasta imprigionata nella bachelite.

Anche gli occhiali di mamma avevano quel segreto; s’impadronivano dello sguardo della gente, ed erano capaci di raccontarti chi ci fosse dentro quegli occhi.

Questa era la magia degli occhiali di nonno, poi di mamma, e ora dei miei.

Ero dietro gli scaffali degli occhiali rossi e verdi, il pomeriggio in cui Miriam entrò nel mio negozio. Era delicata, e sfiorava le montature di sfuggita, quasi bruciassero. Sarà per il sole che attraversava i colori, sarà che Miriam aveva una sua luce insolita, ma la magia di nonno aveva cominciato a pizzicarmi le dita. Subito. Come se fossero in gabbia, volessero fuggire, e piroettare sulla carta.

Avevo Miriam davanti, ora: la vedevo attraverso le lenti, ed era bella. Una bellezza lontana, un po’ fredda, come di brina al mattino. Aveva una testa piena di ricci color arancio, che le cadevano un poco sulle spalle. Cercava, lo sguardo per ogni dove, ma senza davvero vedere, come fanno i miopi.

– Buongiorno. Come posso esserle di aiuto? Desidera un occhiale in particolare?

– Grazie. Ho rotto i miei, e non vedo bene. Vorrei degli occhiali buoni, e neri. E robusti…per favore.

Miriam terminava le parole con un accento straniero, marcando le ultime sillabe così che le frasi componevano una loro particolare cantilena. E odorava di fiori.

– Ma certo, si accomodi. Prendo un foglio, e in un secondo sono da lei.

Disegnavo gli occhiali, come avevano fatto nonno e mamma prima di me. Di solito la gente li osservava, dava consigli, un po’ più curvo qui, questa vite meno evidente, una tonalità meno opaca. Poi sceglievamo insieme tra tutti gli occhiali del negozio. Ne avevo ovunque, sulle sedie, sui tavoli, perfino sopra i termosifoni. Era un negozio antico, il nostro, una sola vetrina sulla strada, ancora con le insegne dipinte. Il tempo ne aveva graffiato gli oggetti, i muri, e anche le persone. Mamma me lo aveva lasciato, insieme coi segreti delle lenti e la sua magia, e un giorno mi aveva salutato.

Mi ero seduto davanti a Miriam. Sapeva di buono, e di iris, una scia così intensa che quasi mi stordiva. Miriam aveva sollevato la testa, di colpo, come uno di quei vecchi pagliacci a molla con la bocca larga e il sorriso stampato. Quelli che saltavano fuori dalle scatole regalo, quando meno te lo aspettavi. Avresti dovuto ridere, ma provavi solo paura.

Proprio così; Miriam mi aveva piantato gli occhi addosso, come se l’avessero tirata su per i capelli. Mi aveva guardato fisso, senza vedermi per davvero. Erano occhi bui, e il nero occupava tutto, senza pause fino al margine dell’iride, come quelli dei cani.

Silenzio per alcuni minuti. Poi avevo cominciato a disegnare il suo occhiale, le mani di nonno e di mamma nelle mie. Ne era venuto uno tondo, con delle aste importanti. Tempo un attimo, e tra tutti gli altri lo avevo riconosciuto in negozio: era un vecchio occhiale, in bachelite. Quando lei lo indossò, sembrò esser sempre stato lì, appoggiato sul suo naso, a dare luce a quel viso, e a rubare un poco di Miriam. Senza che lei lo sapesse. Era la nostra magia.

– Perfetto, direi. Cosa le sembra?… – capii solo allora di non saper dare un’età a Miriam. Poteva essere molto giovane, ma c’era una nota stonata in lei, un’inquietudine. Ero a disagio, senza capire bene perché – …. Signora?

– Che beli… Mi piacciono. Come ha fatto a indovinarli al primo colpo?

Con la sinistra aveva preso l’astina dell’occhiale. Il polsino della camicia era sceso un poco, lasciando intravedere un piccolo tatuaggio blu sul polso, due croci appaiate. Miriam l’aveva subito coperto, veloce, quasi con stizza.

– Ora si tratta solo di montare le lenti giuste per lei. Fra qualche giorno i suoi occhiali saranno pronti. Arrivederci, e a presto.

E Miriam se n’era andata. Il negozio serbava intatto l’odore dei fiori; era sulle sedie, tra i fogli di carta, sui pennarelli, sugli occhiali esposti. L’aria era ferma.

Nonno e mamma mi gridavano di non usare la magia, di non indossare gli occhiali quella volta, e di non guardare dentro Miriam. Non li ascoltai.

Ricordo come fosse ora. Sentii qualcosa di strano, come formiche che mi correvano per la schiena, senza requie. Avevo quasi paura, ma gli occhiali mi chiamavano. La bachelite brillava come fosse viva. Li presi in mano: sembravano di fuoco. Misi i miei occhi in quelli di Miriam, guardai fin dove potevo, e lei mi avvolse.

All’inizio c’era il mare, un mare piatto, carta da zucchero. Faceva vento, pungeva la pelle, ma era piacevole. Non capivo dove fossimo, ma eravamo lontano; non c’erano conchiglie sulla spiaggia. D’improvviso delle urla, parole venute dal centro della terra, in lingue che non capivo. E versi come di animali, e rantoli.

Tolsi gli occhiali. Non respiravo, soffocavo quasi.

Chi era quella donna? Cosa avevo visto di lei? Mi ero scoperto bagnato, diaccio. Rabbrividivo, ma Miriam mi chiedeva di tornare nei suoi occhi.

Indossai ancora gli occhiali. La bachelite era gelida questa volta, e c’era puzza di sudore, c’era lercio. Miriam era nuda, l’origine del mondo aperta, e c’erano uomini vecchi e giovani addosso a lei. E godevano sopra di lei, e dentro di lei. E poi la lasciavano per terra. Miriam si copriva il seno con la mano, e sul polso ancora quel tatuaggio, le due croci. Ora erano rosse, sembravano bruciarla.

Non potevo andare oltre, dovetti togliermi gli occhiali, e li lasciai cadere sul bancone, con il loro fetore dentro. Aleggiava ancora il profumo di Miriam, tutto intorno, un profumo di iris e di buono. Chiusi il negozio.

Gli occhi di Miriam mi richiamarono il giorno dopo, senza lasciarmi scelta. Messa la bachelite sul naso, i miei vedevano attraverso il nero senza confine di quelli di lei. E c’era ancora il mare. Era calmo, alcune case arrivavano fin quasi alla rena. Erano case basse e lunghe, con le persiane bianche, robuste, per proteggersi dal vento forte. E dalla sabbia che penetrava ovunque. Delle donne parlavano con Miriam, sottovoce, perché non le sentissero. Parlavano di cose che non avevano, che non potevano avere. Parlavano di scappare da Kerc, da quel mare nero e senza speranza. Parlavano del sole dell’Italia, e del lavoro che le aspettava.

D’improvviso ancora quella puzza di uomo, di bestia che gode. E poi botte, tante, e pugni, e calci, e la carne faceva male. Mi sentivo sporco. L’odore malato mi afferrava, senza lasciarmi.

Eravamo da noi adesso. C’era l’acqua, era verde, e piatta, quella del lago. Bestemmiai il cielo. Scagliai lontano gli occhiali, e la bachelite si scheggiò.

Ma quelle lenti avevano rubato altro della vita di Miriam, e mi chiamavano. Mi facevano paura, ma mi chiamavano. Ero ancora nei suoi occhi, Miriam correva, era aria veloce su quelle sue gambe forti. Scappava da loro, dalle percosse, dall’umiliazione, dal sesso, dagli uomini che le entravano dentro da dietro, che le tiravano la testa per i capelli, e godevano se lei piangeva. Scappava dalla lordura, e dallo schifo. L’avevano marchiata come un animale, prostituita, le avevano rubato l’amore, il piacere, e l’essere madre. Per sempre.

Miriam adesso era da qualche parte a Como, nascosta. I miei occhi leggevano con quelli di Miriam. Leggevano una pagina di Levi, di come tutti scoprano, prima o poi, che la felicità perfetta non è realizzabile, ma pochi si soffermino invece sulla considerazione opposta: che non lo è nemmeno un’infelicità perfetta.

Miriam non era più tornata a ritirare i suoi occhiali di bachelite nera, ma l’odore di iris era rimasto. Il giornale diceva che una donna di Crimea era stata trovata morta, vicino al lido di Cadenabbia. Aveva una parrucca di capelli rossi, e degli occhi neri senza fine, e un piccolo tatuaggio con due croci sul polso sinistro. I suoi orchi erano tornati a prenderla, per sempre.

Penso spesso a mamma e a nonno, e al segreto degli occhiali.

Mamma aveva anche un’altra magia, quella della pioggia. Chiamava la pioggia, e l’acqua arrivava, mondava ogni cosa, la proteggeva dalle vite degli altri.

Io non ho quella magia. I miei incubi ritornano. Ogni notte.

 

 

Ancora una volta Norma

Secondo racconto classificato per il concorso di fine anno “A volte ritornano” – Livello avanzato

di Anna LiVecchi

 

Il mio nome, Alfredo, non è casuale ed è di assoluta pertinenza in questa storia.

In verità avrebbero voluto chiamarmi Violetta come la protagonista della Traviata, ma, per ovvi motivi, si accontentarono di darmi il nome dell’uomo che Violetta amava.

Sono cresciuto in mezzo all’opera; mio padre lavorava come tecnico luci presso il Teatro La Scala e lì aveva maturato un amore primordiale per la lirica. Ciò che sapeva, lo aveva appreso in modo istintivo, senza conoscere le trame o le parole delle opere. Su quel palcoscenico succedeva qualcosa che lo emozionava al punto da farlo piangere.

Mi portava con sé durante le prove e le pomeridiane. Io restavo nascosto per ore dietro una tenda di velluto da cui vedevo tutto. I miei occhi non si muovevano abbastanza in fretta da tenere sotto controllo i movimenti dell’orchestra, i lampadari luccicanti e il pubblico elegantissimo che prendeva posto. Il momento che preferivo era quando la sala si faceva buia, il sipario si apriva e loro entravano. Inizialmente immobili, quei signori sembravano accendersi man mano che la musica li liberava da un incantesimo.

Una sera, durante la stagione 1955-56, andai eccezionalmente alla prima della Traviata. Mio padre voleva che vedessi quell’Alfredo da cui avevo preso il nome, e naturalmente Violetta. Solo per quest’ultima conservo ricordi. Alla fine del primo atto, andammo nei camerini e lì la vidi, altissima e regale. Ringraziava pazientemente chiunque l’avvicinasse volgendo la testa ora a destra, ora a sinistra.

Poi il suo sguardo incrociò il mio.

– Chi è questo giovanotto?

– Mi chiamo Alfredo, ho dieci anni e se fosse nata una bambina mi avrebbero chiamato Violetta, come lei.

– Ma io sono Violetta solo sul palcoscenico. Sai come mi chiamo?

– Sì. Lei è Maria Callas, la Divina.

Sorrise e chinandosi mi baciò sulla testa.

Nell’andare via, le cadde un guanto bianco.  Lo nascosi in tasca e per i restanti due atti lo tenni stretto, come fosse la sua mano.

Ho raccontato questa storia centinaia di volte ai clienti che accompagnavo al Teatro. La vita infatti mi aveva portato a fare il tassista. Inizialmente ritenevo che il mio lavoro mi avrebbe permesso di coltivare la mia passione. Sostavo davanti alla Scala tutto il giorno nella speranza di accompagnare qualche artista; e con l’autoradio ascoltavo l’opera instancabilmente, ignorando le lamentele di passeggeri incompetenti che non apprezzavano il genere. Credo sia per questo che un giorno ricevetti una lettera di richiamo dalla Cooperativa con cui lavoravo: in seguito a diversi reclami, mi invitavano ad “assecondare le richieste dei clienti in materia musicale”, cioè lasciar perdere la lirica.

Alla fine della giornata, finalmente a casa, mi rifugiavo in poltrona per ascoltare in santa pace le opere che tanto amavo. Quella sera avevo scelto Norma, e ascoltando Casta Diva più e più volte mi ero assopito. Fu allora che, non so se nel sogno o nella realtà, la vidi.

– E basta con questa lagna! Non se ne può più di Casta Diva. Avrò pure interpretato qualche altro ruolo?

Mi raddrizzai sulla poltrona.

– Ma lei… è Maria Callas!

Se ne stava ritta e imponente come quando l’avevo vista da bambino.

– Si ricorda di me? Sono Alfredo, Teatro La Scala, 1956.

– (Non si chiamava Gianni Raimondi? E sì che li ricordo tutti, i tenori con cui ho lavorato…) Tenore?

– No, spettatore.

– Direi di no. Il suo nome non mi dice proprio nulla.

– Mi regalò un guanto. Cioè, non fu proprio un regalo.

– (Ma chi è questo babbeo?) Il suo nome mi sfugge… Vorrei solo che la finisse con questa noia mortale di Casta Diva.

Fermai il disco e, quando mi girai, lei era sparita.

Il giorno dopo avevo scelto La Bohème. Questa volta fui attento a non addormentarmi, ma lei riapparve.

– Sublime! Ottima scelta e, diciamolo pure, magnifica interpretazione.

– Signora Callas, lei… lei è un fantasma?

– Che sciocchezza. Io sono la Divina, e le divinità sono eterne, non hanno bisogno di fantasmi.

– Allora lei è lo spirito della Callas?

– Io sono Maria Callas. Niente di più, niente di meno.

– Maria Callas in carne e ossa. Posso toccarla?

– Mi scusi, lei è forse un maniaco? Prima quella storia del guanto e ora mi vuole toccare.

– Ma il guanto l’ho davvero! Aspetti, vado a prenderlo.

– Cosa me ne importa del guanto! Mi perdoni, a volte perdo la calma. Quello che voglio dire è che, anche se lo ha serbato con cura, quel guanto appartiene al passato.

– Ha ragione, Signora. È un privilegio averla nella mia umile dimora. Mi farebbe l’onore di cantare? Sarebbe una tale emozione sentire la sua voce del vivo ancora una volta!

– Si figuri! Non canto da anni, mi sono ritirata dalla scena, e la mia decisione è irrevocabile. Alla mia età è meglio ricordare le glorie passate e non sfidare gli acuti.

– A pensarci bene, in effetti, lei oggi dovrebbe avere 90 anni.

– Le sembra il modo di rivolgersi a Maria Callas? E poi io sono la Divina, le ho già detto che sono eterna, non ho età. (Ma che diavolo ci faccio qui, in questo appartamento e con questa specie di nullità?)

– La prego! Canti ancora una volta. Se anche sbaglia un acuto, la sentirò solo io che sono una specie di nullità.

– (Oddio. Vuoi vedere che il vecchietto mi legge nel pensiero? Come ha detto di chiamarsi…)

– Alfredo, come quello della Traviata.

– (Perdinci, mi legge proprio nel pensiero!) Alfredo, lei mi è simpatico; con quella sua aria sempliciotta, un po’ grigiolina, mi ricorda il mio primo marito. Per qualche strana ragione, la fortuna ha voluto che noi due ci incontrassimo, perciò voglio farle un regalo. Se trova un teatro in cui io possa esibirmi da sola, canterò un’aria o due.

– Dice davvero? Che emozione! Promette di fare Vissi d’ArteO mio Babbino caro, e naturalmente,Amami Alfredo, poi magari un’aria dalla NormaCasta Diva?

– Eh no! Casta Diva no. L’avrò fatta un milione di volte e di Norma non ne posso più. Alla scaletta ci penso io. Lei intanto si preoccupi di trovare un teatro degno di Maria Callas.

Ero così esaltato all’idea che la Callas avrebbe tenuto un concerto per me, che non capii in che guaio ero finito. Dove lo trovavo un teatro degno della Divina?

Per settimane non pensai ad altro. Poi mi parlarono del Teatro Gerolamo, che sembrava perfetto per la circostanza.  Quando andai a visitarlo, però, scoprii una situazione drammatica. Il teatro non veniva utilizzato da trent’anni: mancavano il foyer e le luci, le poltrone erano piene di polvere e il sipario ridotto a uno straccetto.

Decisi di affittarlo per un mese: quello era il tempo che mi occorreva per riportare il teatro allo splendore di una volta. Ci vollero tutti i miei risparmi, più un piccolo prestito.

Da allora, Maria era ricomparsa altre due volte. La prima per comunicare la scaletta della serata:

– Quattro brani. Non uno di più. Come da sua richiesta farò: Amami AlfredoVissi d’ArteO mio Babbino caro, infine l’habanera della Carmen.

La seconda volta fu per chiedere in quale teatro si sarebbe esibita.

– Teatro Gerolamo? Che cos’è? Il cineforum del quartiere? Il salone dell’oratorio?

– Mi faccia spiegare. È un teatro storico, costruito nel 1867 a imitazione della Scala: pianta a ferro di cavallo, due ordini di palchi, loggione e platea. Tutto in formato mignon. Dal momento che ci sarà un solo spettatore e una sola cantante, ho pensato potesse andare bene.

– D’accordo, d’accordo. Apprezzo lo sforzo, e poi mi ricorda proprio il mio Meneghini.

– Se mi permette, vorrei chiederle che giorno sarà il concerto.

– Quando il teatro sarà pronto, e quando il pubblico avrà atteso e bramato l’arrivo della Divina, allora il concerto avrà inizio.

Lavorai instancabilmente per ridare al teatro un aspetto decoroso. A quel punto, iniziai a recarmi lì tutte le sere, dopo il lavoro, con indosso un elegante abito blu. Accendevo le luci, i riflettori e al momento che ritenevo giusto, suonavo la campana che segnalava l’inizio dello spettacolo.

Eppure niente. Neanche il fantasma di Maria Callas. Trascorsi un’intera settimana fissando un palcoscenico vuoto.

Cominciavo a nutrire il dubbio che fosse stata tutta un’allucinazione. Avrei dovuto riconsegnare il teatro dopo pochi giorni. Ero stanco, non dormivo da settimane e rimpiangevo la poltrona di casa. Ma una sera, mentre ero immerso in questi pensieri, udii un suono.

La campana annunciò l’inizio dello spettacolo. Io mi sentivo come quel bambino che sessant’anni prima si nascondeva dietro una tenda del teatro aspettando di essere catturato dall’incantesimo.

Il sipario si aprì e lei apparve avvolta in un vestito rosso, salutava con le lunghe braccia inguantate un pubblico adorante. Con la sua presenza, il teatro sembrò trasformarsi nel più grande di tutti i tempi. L’orchestra iniziò a suonare e, un brano dopo l’altro, Maria Callas divenne Violetta, Tosca, Lauretta e infine Carmen.

Poi scomparve dietro una quinta. Io applaudii la Divina, chiamandola a gran voce. Infine, mi avviai verso l’uscita, voltandomi un’ultima volta.

Il sipario era ancora aperto quando udii il suono del primo flauto, che non lasciò alcun dubbio:Casta Diva.

Sarebbe stata Norma ancora una volta.

 

 

Postquam

Terzo racconto classificato per il concorso di fine anno “A volte ritornano” – Livello avanzato

di Giulia Pilotti

 

Sono passati cinque anni da quando l’oceano si è preso mio figlio. Cinque anni ho aspettato su quella spiaggia, sperando di vederlo riemergere dall’acqua.

Stefano, mio marito, dice che sono pazza, che devo lasciarlo andare. Ma io lo sapevo, sapevo che il mio bambino sarebbe tornato da me.

Ho visto Alex per l’ultima volta nell’estate del 2012. Stava sulla porta di casa con lo zaino in spalla. Ero terrorizzata perché era magro come uno scheletro e lo zaino sembrava schiacciarlo a terra. Non mi ero mai separata da lui per più di qualche giorno, e ora se ne stava andando per un mese con gli amici. Stai tranquilla, mi ero detta, non fare la chioccia. Era un bravo ragazzo, il mio Alex. Non si metterà nei guai, pensavo.

Qualche giorno dopo mi chiamò da Oviedo. -Tutto bene,- mi disse -ci stiamo divertendo un sacco-. Aveva la voce leggera e allegra come quella di un bambino.

Lui e i suoi amici stavano attraversando la Spagna verso ovest, verso l’oceano. Arrivarono a Coruña qualche giorno dopo, e qualche giorno dopo persi il mio ragazzo. -Portato via dalla corrente-, mi disse il carabiniere che bussò alla nostra porta quella soffocante mattina di luglio. Nessuna spiegazione, neanche il corpo su cui piangere.

Stefano non si rassegnava. Cercate meglio, diceva. Perdeva peso a vista d’occhio e la notte non dormiva. Anch’io non dormivo. Non uscivo di casa e non rispondevo al telefono. Quel maledetto telefono che continuava a squillare.

-Devono smetterla di chiamarci, cazzo!- aveva urlato una volta Stefano, sbattendolo contro il muro del corridoio. La verità è che non riuscivamo a parlarne neanche fra di noi. Avevamo un pensiero comune e denso come il petrolio che ci teneva più lontani che mai: era solo colpa nostra. 

Ci fu il funerale una settimana dopo. Seppellimmo una bara vuota. Nessuna madre dovrebbe sopravvivere al figlio, questo è certo. Dopo la cerimonia mi passarono davanti molte persone di cui non ricordo che l’ombra. -Condoglianze- dicevano. Mi abbracciavano, ma io non sentivo niente. Un’amica di Alex che non ricordavo di aver conosciuto mi passò un biglietto da visita di quello che credevo fosse un gruppo di sostegno. -Mi ha aiutato molto quando ho perso mio padre- mi disse. Lo misi in un taschino della borsa, determinata a non utilizzarlo mai.

Tornata a casa, quel pomeriggio, misi a posto la stanza di mio figlio. Non ero ancora riuscita ad entrarci, da quando era partito. Aveva lasciato tutto in disordine e la scrivania era coperta da un groviglio di fili e aggeggi elettronici. Dio, quanto tempo passava davanti a quel computer. -I social sono il futuro, mamma- mi diceva sempre. Ci sapeva fare, era la sua passione.

Quella sera, nel suo letto, mi addormentai dopo giorni di estenuante insonnia. E quella notte lui tornò da me.

Quando la mattina dopo mi svegliai nella luce fresca dell’alba, ebbi una fitta al cuore. Non era tornato, era solo un sogno. Ero condannata ad aspettarlo per il resto dei miei giorni.

Trovai mio marito in soggiorno davanti alla televisione accesa. Non la stava guardando, sembrava più che altro fissare un punto lontano, oltre lo schermo. Aveva gli occhi freddi e incavati e mi sembrava che gli si fossero rinsecchite le labbra. Non mi parlava da giorni.

-Dobbiamo andare a riprendercelo- gli dissi allora.

Stefano girò la testa di scatto verso di me. -Smettila- disse, -la devi smettere. Non tornerà-.

Io ribattei che non avevano ancora ritrovato il corpo e che magari era lì fuori da qualche parte, ad aspettare di essere salvato. Stavamo perdendo tempo. Dovevamo pensarci noi. L’avremmo trovato.

Lui scoppiò a piangere, sbattendo i pugni sui braccioli della poltrona. In ventitré anni di matrimonio non l’avevo mai visto piangere. –Smettila- , continuava a dire. -Non tornerà-.

Fu in quel momento che capii che avrei dovuto pensarci io. Fu in quel momento che decisi di trasferirmi a Coruña.

Pochi giorni dopo ero su quella costa arsa dal vento e i miei pensieri si schiantavano tra una roccia e l’altra come quelle onde malvagie che mi avevano rubato la felicità.

L’estate è finita per cinque volte e come lei anche l’autunno, l’inverno e la primavera. Le venti stagioni che ho passato a Coruña sono state tutte uguali per me, tutte dello stesso colore. Un grigio spento, screziato solo da una speranza che sbiadiva ogni giorno di più. Le ore, i minuti e i secondi del vuoto in cui mi ero rinchiusa erano scanditi delle nitide parole di mio marito.Smettila. Non tornerà. E mentre il volto di Alex si oscurava nella mia testa, io rimanevo aggrappata alla mia gabbia.

È venuto a trovarmi, Stefano, un mese fa o forse di più. Il volto era segnato dagli anni passati, ma era ancora l’uomo che avevo amato in giorni migliori. Era di una bellezza composta, calda, rassicurante.

-Mi hai abbandonato- mi ha detto.

-Mi hai abbandonato- gli ho risposto.

Ha detto che devo tornare indietro, che mi sto uccidendo lentamente. Mi ha quasi convinta.

Abbiamo fatto l’amore e per poco mi sono sentita bene, mi sono sentita a casa. Ricordavo ancora il suo corpo a memoria e ogni profumo mi era familiare. Ma quando ci siamo sdraiati l’uno accanto all’altra, sapevamo entrambi che quello sarebbe stato il nostro ultimo incontro. Lui sarebbe tornato a casa, lasciandomi solo qualche vecchio vestito di scorta, un cellulare nuovo e il suo sapore in bocca, e io invece sarei rimasta a Coruña, ad aspettare il fantasma di una vita che non ci apparteneva più. A pensarci bene eravamo diventati due estranei.

Lui ripartì la sera stessa e io cambiai le lenzuola.

Sono passati cinque anni da quando l’oceano si è preso mio figlio. Oggi, per la prima volta, so che non ho aspettato invano.

È il 7 giugno e il mio Alex compie ventiquattro anni. Ho apparecchiato per due e ho fatto il suo dolce preferito, la crostata con le fragole.

Mentre frugavo nella borsa in cerca di un pezzo di carta su cui scrivere gli auguri al mio bambino, ho trovato il biglietto che mi aveva lasciato la sua amica al funerale. Allora non l’avevo neanche guardato, ma quando vivi in isolamento per cinque anni, impari a prestare attenzione a ogni cosa. C’era scritto POSTQUAM, le persone che ami vivono per sempre e cambiava colore come un opale, a seconda dell’inclinazione. Stranamente incuriosita, ho preso il telefono lasciato da Stefano e ho digitato il numero iridescente. Una voce registrata mi ha detto di digitare nome e cognome della persona con cui volevo parlare. Ho scritto il nome del mio bambino. È comparsa una foto di Alex sullo schermo e la voce mi ha chiesto di accedere ai profili di Facebook e Twitter della persona scelta. Ero spaventata, ma ho cliccato sul sì.

Sul display del cellulare comparve la scritta Rielaborazione dei dati in corso. Centinaia di foto di mio figlio hanno cominciato a scorrere, velocissime. Frammenti di video, pezzi della sua voce. Per trenta secondi ho fissato quel riassunto accelerato della sua vita e mi sono sentita svenire.

All’improvviso si è fermato tutto. -Rielaborazione dei dati terminata- c’era scritto. -Non spegnere il dispositivo-.

Un attimo dopo il telefono ha preso a squillare. Sul display lampeggiava il nome Alex. Ho schiacciato il verde con il dito sudato e ho aspettato in silenzio.

-Mamma? Mi senti?-

Era proprio il mio Alex.

Aveva la voce leggera e allegra come l’ultima volta che l’avevo sentito. Sono scoppiata in lacrime, non riuscivo a respirare.

-Che cos’hai da piangere?- mi ha chiesto, ridacchiando come faceva quando mi prendeva in giro. Dio, come si divertiva a prendermi in giro.

-Sei proprio tu?- gli ho chiesto.

-Certo che sono io, ti sembro Martin, per caso?- mi ha risposto.

Mi sono seduta al tavolo apparecchiato e mi sono versata un bicchiere d’acqua per calmarmi. Martin era il nostro cane. Solo Alex lo chiamava così.

Non sapevo neanche da dove cominciare. -Mi sei mancato- gli ho detto singhiozzando -mi sei mancato come l’aria-.

-Anche tu mamma- mi ha risposto Alex -non sai quanto-.

-Com’è possibile tutto questo? Perché non mi hai chiamato prima?

-Dovevi pensarci tu- mi ha detto. -Te lo dicevo, mamma, te lo dicevo che il futuro era nei social. Grazie a tutto quello che ho scritto e condiviso su internet adesso possiamo parlarci. Il computer ha analizzato la mia vita online e ha ricostruito la mia identità. Non è pazzesco?-

-Lo è- gli ho risposto sincera -è incredibile-. Mi sono morsa il labbro fino a tagliarlo, solo per assicurarmi di essere sveglia. Ho gustato il sapore del sangue e ho aspettato che parlasse di nuovo.

-E poi sai come si dice- ha continuato Alex -a volte ritornano-.

Mi ha fatto ridere. Erano cinque anni che non ridevo.

Poi la comunicazione si è interrotta con un breve fischio acuto e sullo schermo è comparso il logo di PostquamPer usufruire ulteriormente dei nostri servizi, selezionare un metodo di pagamento.

-Al diavolo- ho pensato mentre selezionavo la piccola carta di credito in basso a destra -il futuro è nei social-.

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