L’amore come commedia

Sorridono con grazia ed eleganza, tirano di fioretto contro i cliché romantici. Sono le nuove penne al femminile. Da Jane Austen a Helen Filding – da quella generosa “Emma” che si dava molto da fare per combinare matrimoni altrui, alla più contemporanea Bridget Jones, il cui diario riporta tutta la sua frustrazione di trentenne bulimica per non essere capace di approdare al proprio – il grande fiume della letteratura anglosassone che legge e racconta i sentimenti con penna femminile, humour e brillantezza, continua a scorrere sereno sul letto della propria tradizione. L’ironia, si sa, è un registro che si addice agli inglesi, capaci come nessuno di usare questo filtro per guardare agli accadimenti della vita (e l’Amore capita che vi appartenga…) con disincanto critico, qualche distanza, qualche apparente leggerezza. Solo apparente. Brutto affare per gli scrittori italiani, la cui voce è più grave, bassa, raramente modulata con malizia e arguzia da “opera buffa”: per tradizione siamo più predisposti al Tragico e al Sublime, al canto lirico accoratamente spiegato (in quel caso diventiamo straziati tenori…), all’adesione sentimentale tutta intensità; su questo versante non ci risparmiamo nulla, “anema e core” compresi. No, com’è noto, sul patrio suolo, il registro ironico-umoristico non ha mai conosciuto troppa fortuna pur costituendo una linea riconoscibile nel Novecento che, tuttavia, è sempre stata considerata “minore”. L’affare si è, ovviamente, rivelato ancor più complesso per le scrittrici italiche, sempre poche e sempre necessariamente impegnate a “dimostrare” di essere all’altezza di cotanta prosa. Assai eloquente, sintomatico si direbbe, è il caso dell’eccentrica Annie Vivanti, da giovane perdutamente amata dal suo pigmalione Carducci – dal canto non esattamente “in levare” – che negli anni Venti e Trenta ebbe uno straordinario successo (italiano e internazionale) con romanzi dai temi importanti e dal registro “serio”, come “Vae victis” o “Naja tripundians” (dedicato l’uno agli stupri subiti dalle fanciulle belghe durante la prima guerra mondiale, l’altro alla corruzione che dilagava dopo quel conflitto) ma che, da esperta donna di mondo, ritenne opportuno tenere lontani dal mercato italiano i suoi “Racconti americani” (solo nei mesi scorsi raccolti in volume da Sellerio) la cui tessitura stilistica è, invece, di natura sottilmente ironica. In quei lavori, usciti su alcune riviste americane (di formazione inglese la Vivanti aveva vissuto a lungo oltreoceano), non sono le donne bensì gli uomini, gli innamorati, a essere debitori di certi cliché romantici, mentre i personaggi femminili mostrano qualche saggezza in più e un buon senso che non di rado incontra la sana lucidità del cinismo. E non sfugge il perfido divertimento dell’autrice nel rovesciare il luogo comune mostrando l’inclinazione al melò degli uomini – spesso artisti o intellettuali – diventati inconsapevoli vittime di uno Sturm und Drang che ormai è logoro e grottesco e che li imparenta, più che a Jacopo Ortis, a Francesca Bertini, con annesse le tende cui sovente essa si abbarbicava per ribadire tutta la sua disperazione. Ma una rondine non fa primavera e Annie Vivanti per molto tempo non ha trovato compagne di viaggio stilistico. Negli ultimi anni, invece, sembra spirare un venticello nuovo, uno zefiro spiritoso – certo, non del tutto originale, verosimilmente mutuato da modelli che vengono d’oltremanica – prodotto, oltre che dalla letteratura, da quella più strutturata consapevolezza di sé che hanno le donne, e quindi anche le scrittrici, un po’ meno sottoposte al dimostrativo (alienante, normativo, faticoso!) principio di prestazione e un po’ più aggressive, corrosive, irriverenti, scorrette proprio nei confronti di quel sentimento, l’Amore, ritenuto di loro più precipuo appannaggio, orpelli di contorno compresi, quali la famiglia, il matrimonio, i figli, gli amanti, la passione, i tradimenti, eccetera, eccetera. “Sbadatamente ho fatto l’amore”, recita il titolo di un bel romanzo di Camilla Baresani uscito nel 2002, narrazione ricca, dal ritmo brillante, affrontata dall’inconsueto punto di vista di un ormai anziano musicista, che sembra imporre il proprio stile al racconto, swingato si direbbe. L’uomo era giovane negli anni Cinquanta, ha attraversato tutta la dolce vita romana ma è invecchiato sempre più cinico e senza affetti; adesso si è messo in testa di ritrovare una delle infinite donne distrattamente frequentate in gioventù (quando nasceva la cronaca nera e gli italiani si dibattevano fra conformismi e trasgressioni, fatte di sorpassi, night, e aspiranti attrici pronte a tutto) solo per allontanare da sé la paura della morte. Ottima prospettiva per raccontare sesso, amori e un pezzo di costume italiano. Peccato che nell’ultimo romanzo, “Le imperfezioni dell’amore” (2005), sempre dedicato ai sentimenti, l’autrice abbia cambiato tonalità, mettendo la sordina al suo brioso stile, rendendo più atono il registro e raccontando la breve storia sentimentale di un’intraprendente manager russa, una donna dura ma bisognosa d’affetto, che frequenta fra alti e bassi emotivi un ragazzo, un po’ velleitario ma in fondo non cattivo, della provincia lombarda. Chi ha seguito la propria voce di narratrice che va sempre dove la porta l’inquietudine, spesso chiosata (talvolta un po’ troppo) da uno slang giovanilistico, è Rossana Campo, troppo consapevole per non sorridere di tanto in tanto (magari con malinconia) o ghignare talvolta (magari con amarezza) quando racconta una travolgente passione d’amore. Negli ultimi libri gli incontri avvengono a Parigi e raccontano di deludenti sopralluoghi nel passato, come in “L’uomo che non ho sposato”(2003), o di pericolose relazioni extraconiugali come in “Duro come l’amore”(2005). I personaggi femminili sono quasi sempre in semi-clandestinità sentimentale ma le loro emozioni, i punti i vista interni, sono in primo piano, a volte collidendo, come il pianto (represso) e il riso (amaro). Dal rockettaro venato di ironia della Campo viriamo decisamente verso quell’opera comique che è la vita di chi avrebbe tutti i motivi per piangere, davvero Sconsolata di fronte al nulla del “Bronks torinese” in cui vive. Il personaggio creato da Anna Maria Barbera, Sconsy (all’americana, come in una soap) per gli amici, ci permette un’incursione in un prodotto che è in decisa fase calante editoriale. I libri dei comici televisivi pare abbiano ormai bruciato tutte le loro potenzialità (si dice che il botto finale siano state le barzellette di Totti). Ma un contributo decisivo ai fuochi d’artificio di quelle tirature è stato dato sia da Anna Maria Barbera, con le memorie della sua alter-ego “Sono stata spiegata?” (2003) che da Luciana Littizzetto, due professioniste della comicità. Nel costruire la sua Sconsy la Barbera ricorre ai tipici meccanismi del comico di parola, impregnando il suo personaggio di una lingua che è un ibrido estremo di schegge eterogenee, inconciliabili: residui di dialetto meridionale, slogan pubblicitari assunti pedissequamente, frammenti di canzoni usati a chiosa consolatoria, parole straniere storpiate, doppi sensi osceni, una girandola di stereotipi dell’immaginario femminile popolare che servono a Sconsolata per raccontare, con disarmante ingenuità, e qualche languore, la sua sopravvivenza quotidiana. Un esempio? Eccolo: “La dottoressa alla USS à detto che se vado avanti così mi viene l’ulcera trifolata. Mi à anghe detto: “Abbandoni le sue preoccupazioni!”. “Signora, “ciò risposto “io le mie preoccupazioni le ò già abbandonate! Sono loro ke mi perseguono!”(…) Ma non è ke posso contare su mio marito. Quello è peggio di Omnitel: cià lo skazzo alla risposta!” Nella cintura Torinese ogni sogno di felicità è ormai un incubo grottesco. Più aggressiva, pungente, cattiva, più incline al motto di spirito tendenzioso con il quale liquida ogni illusione sentimentale, è Luciana Littizzetto che scarnifica con sadismo le relazioni affettive contemporanee, là dove gli uomini sono bambocci inconcludenti o filibustieri irredimibili e le donne stolide inseguitrici votate al fallimento. Come la Agata che compare ne “La principessa sul pisello”(pubblicato nel 2002, secondo volume di una fortunatissima trilogia composta anche da “Sola come un gambo di sedano” (2001) e “Col cavolo” (2004) incinta di un veterinario che “la ama tantissimo e che proprio qualche giorno fa ha festeggiato le nozze d’argento con la moglie”. Uomini e donne, comunque, sono tutti vittime delle manie della modernità, dal telefonino alla videocamera, dall’ambizione a un corpo perfetto a quella di realizzare con perfetta efficienza di prestazione, tutte, ma proprio tutte, le posizioni del Kamasutra. Così le coppie diventano l’occasione per smascherare, e ridicolizzare, insieme alle impotenze sentimentali, sogni e bisogni di una società che ha perso ogni minimo buon senso. Negli “assolo” delle autrici comiche sfila, dunque, una galleria di personaggi femminili che hanno strappato la parola al narratore e monologano, o sproloquiano, per raccontarsi con effetti talvolta esilaranti. E pungenti. Ma la digressione su questa particolare modalità dell’umorismo (debitrice più che alle raffinatezze dello humour alla propensione tipicamente italiana al “basso” comico) non può farci perdere d’occhio un’altra tipologia di narratrici che si va infoltendo, buone professioniste che utilizzano un registro più lieve, più propriamente brillante per raccontare, in termini strettamente romanzeschi, l’universo sentimentale in cui vivono, e spesso annaspano, le donne. Si è già detto all’inizio quanto la goffa cicciona Bridget Jones, rappresentasse l’ultima tappa di una consolidata tradizione inglese che, pur nel rispetto dei diversi valori letterari, imparenta, “su per li rami”, la Fielding alla Austen; certamente ha fatto scuola per la scrittura di “Un anno di Gloria” (2001) di Alessandra Casella, diario di una robusta ragazza milanese in perenne scontro con la bilancia e il dietologo. Ma sono almeno altri due i nomi da segnalare in questo genere di buon intrattenimento femminile, affrontato con strumenti narrativi sempre più efficaci: quello di Alessandra Appiano che costruisce storie corali al cui centro ritroviamo la single tanto efficiente nel lavoro quanto incapace di trovare l’uomo giusto, come succede in “Scegli me”(2005), o riunisce un gruppo di amiche che solidarizzano nelle disavventure come avviene in “Amiche di salvataggio”(2002), romanzo vincitore di un premio Bancarella, segno del gradimento di librai e lettrici. Certo, vi si riscontra ancora qualche soverchia tendenza alla frase lapidaria, una tentazione alla massima che dopo quelle di La Rochefoucauld sulle passioni andrebbe temperata, o qualche indugio di troppo nella costruzione delle trame, eccessivamente speculari alla vita quotidiana; ma il professionismo è indubbio. E anche per l’altra autrice che ci preme segnalare: Stefania Bertola della quale abbiamo letto “Ne parliamo a cena” (1999) e “Biscotti e sospetti”, la cui scrittura corre con buon ritmo (e ottimi dialoghi, tecnica narrativa sempre difficile da utilizzare!) nel racconto della solita amante clandestina, illusa per prima da se stessa di venir presto sposata, nel ritratto del solito maschio che non vuole legami e ne consuma più possibile, nella costruzione del personaggio, sempre più frequente, dell’extracomunitaria che si fa sposare per fare una vita migliore, nella riunione di una pletora di cinquantenni abbandonate dai mariti che mettono in comune solitudini e cucine. Specchi di tempi in cui è sempre più difficile (inverosimile) coltivare il sogno della felicità sentimentale. I personaggi di questi romanzi, però, ci credono ancora, e lo inseguono. Le loro autrici ci credono un po’ meno. A debita distanza guardano – un po’ perplesse, divertite, impietosite – quegli uomini e soprattutto quelle donne dibattersi, impaludate, fra sconfitte e desideri. Del resto l’ironia funziona anche così: il narratore sa quello che il personaggio ancora non ha capito. E che forse non capirà mai. Almeno nei romanzi.

2006

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